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24 novembre 2008

Luigi Cavallaro : Marx e questa crisi. La moneta fittizia che consuma la fiducia.

 

«Questa contraddizione erompe in quel momento delle crisi di produzione e delle crisi commerciali che si chiama crisi monetaria. Essa avviene soltanto dove si sono sviluppati pienamente il processo a catena continua dei pagamenti e un sistema artificiale per la loro compensazione. Quando si verificano crisi generali di questo meccanismo, quale che sia l'origine di esse, il denaro si cambia improvvisamente e senza transizioni: da figura solo ideale di moneta di conto, eccolo denaro contante. Non è più sostituibile con merci profane. Il borghese aveva appena finito di dichiarare, con la presunzione illuministica derivata dall'ebbrezza della prosperità, che il denaro è vuota illusione. Solo la merce è denaro. E ora sul mercato mondiale rintrona il grido: "Solo il denaro è merce!". Come il cervo mugghia in cerca d'acqua corrente, così la sua anima invoca denaro, l'unica ricchezza».
Sostituite alla generica «merce» la parola «derivato» (o magari, se siete esterofili, termini come bond o collateralized debt obligation) e in questo passo del Capitale di Karl Marx avrete una rappresentazione fedele della crisi attuale. Una crisi nient'affatto semplice e che, nonostante tutti si sforzino di non accostare al famigerato 1929, rischia preoccupantemente di assomigliargli, soprattutto per il radicale fraintendimento della sua natura.

Il dio del dollaro

In questi giorni, molti benpensanti ci hanno spiegato che la colpa dell'accaduto andava ricercata nel fatto che l'economia finanziaria si è sviluppata a scapito dell'economia reale, per cui la speculazione - e non di rado la frode - ha avuto la meglio sull'investimento produttivo. Perfino sul Sole-24 Ore abbiamo letto che il denaro non genera denaro come da Dio Padre si genera Dio Figlio, mentre il Papa, sentendosi logicamente chiamato in causa, ha voluto di ricordarci che l'unica vera ricchezza è la parola di Dio: raccomandazione inutile, visto che da sempre il motto «In God We Trust» campeggia sui dollari americani.
Si tratta di litanie vecchie di secoli. Di almeno due secoli, se è vero che lo stesso Marx se ne prendeva gioco già nei Grundrisse, a proposito della riforma monetaria di cui favoleggiavano i seguaci di Proudhon. 
Come ha dimostrato Roberto Fineschi nel suo «Ripartire da Marx» (La Città del Sole), il carattere preparatorio della sterminata mole di appunti redatti da Marx per il terzo libro del Capitale ha fatto sì che, nella versione data alle stampe da Engels, l'architettura logica che doveva presiedere alla trattazione del credito finisse per perdersi. Un vero problema, specie considerando le opinioni antistoriche che la teoria economica borghese ha dal suo sorgere dispensato sulla natura della moneta. Come adesso spiega Massimo Amato ne «Le radici di una fede. Per una storia del rapporto fra moneta e credito in Occidente» (Bruno Mondadori), le forme economiche precapitalistiche erano fondate sulla distinzione istituzionale fra moneta come misura dei valori e moneta come mezzo di pagamento. Non è dunque vero che la moneta abbia sempre incorporato le funzioni di unità di conto, mezzo di pagamento e riserva di valore, ma l'unificazione di queste tre funzioni in un unico segno monetario segna una cesura nella storia monetaria e finanziaria della modernità: una cesura che è alla radice del motivo per cui l'economia politica è sempre stata una scienza assai più religiosa di quanto gli economisti non siano disposti ad ammettere.
Il problema di fondo, infatti, è costituito dal fatto che il modo di produzione capitalistico si fonda su di una strutturale confusione tra moneta e credito, una confusione che a sua volta si deve al fatto che la moneta è interamente originata dal credito.
È un fatto di cui non sempre abbiamo piena comprensione: nella vita di tutti i giorni, infatti, ricorriamo al credito per ottenere moneta e ci serviamo di quest'ultima per pagare i debiti. Ma la moneta che circola in un'economia capitalistica deriva in ultima istanza da un debito della banca centrale, a copertura del quale non c'è alcun attivo che non siano i debiti delle banche commerciali, i quali a loro volta hanno come unica contropartita i debiti delle imprese. Come dire che, non appena proviamo a verificare più dappresso che cosa sia la moneta, anzi cosa usiamo come moneta, scopriamo che usiamo debiti.
Del resto, la moneta emessa dalla banca centrale (ossia le banconote e gli spiccioli di metallo che costituiscono il «contante») non esaurisce affatto i moderni modi di pagare: altri e numerosi ne vengono generati dal sistema delle banche commerciali e delle istituzioni finanziarie proprio attraverso il credito, in un processo che solo marginalmente dà luogo a circolazione fisica di contante e per la maggior parte, invece, costituisce un sistema di creazione e distruzione di moneta attraverso il reciproco riconoscimento di crediti e debiti fra gli agenti della circolazione.
La produzione capitalistica, infatti, è costituita da cicli di produzione, scambio e consumo essenzialmente finanziati da crediti e, fintanto che i pagamenti si compensano l'uno con l'altro, il denaro si sviluppa solo nella sua forma di misura dei valori: da un lato, nel prezzo delle merci scambiate, dall'altro nella grandezza delle obbligazioni reciproche. La ragnatela di rapporti che viene così a costruirsi si regge essenzialmente sulla fiducia generale che ciascun operatore avrà sempre di che pagare i propri debiti. E finché tutto scorre normalmente, tutto può diventare fonte di credito, cioè di moneta: derrate alimentari, prodotti industriali, obbligazioni strutturate. Persino la mera forza-lavoro, come ha insegnato l'esperienza dei mutui subprime.




L'anima nera dell'economia

Non è dunque un caso che Marx, fin dai suoi scritti giovanili, richiami l'attenzione su questa polarità inscindibile di merce e moneta creditizia, in cui l'una rimanda all'altra e viceversa: si tratta di un legame che sorge con il modo di produzione capitalistico. Un merito non secondario dell'economia borghese, a suo avviso, sta anzi nella sua capacità «di riconoscere questa esistenza del denaro sotto tutte le forme di merce e quindi di non credere al valore esclusivo della sua ufficiale esistenza»: l'«anima del denaro» si trova infatti «in tutte le articolazioni della produzione e in tutti i movimenti della società borghese».
Ma in essi c'è pure l'anima della crisi. «In epoca di commozioni che interrompono con violenza il corso dei pagamenti e perturbano il meccanismo della loro compensazione, il denaro trapassa improvvisamente dalla sua figura aerea, arzigogolata dal cervello, di misura dei valori a quella di solida moneta ossia mezzo di pagamento», scrive Marx in Per la critica dell'economia politica. E in questo «subitaneo trapasso del sistema creditizio a sistema monetario», che oggi chiamiamo crisi finanziaria, il «terrore teorico» si aggiunge «al panico pratico, e gli agenti della circolazione rabbrividiscono dinanzi al mistero impenetrabile dei loro propri rapporti».
Di quale mistero stia parlando Marx è presto detto. Poiché le merci che si scambiano sul mercato sono il prodotto di un lavoro privato, i produttori immediati scoprono che «quella stessa divisione del lavoro, che li rende produttori privati indipendenti, rende poi indipendente anche proprio da loro il processo sociale di produzione e i loro rapporti entro questo processo», che «assume la forma di un movimento di cose, sotto il cui controllo essi si trovano, invece che averle sotto il proprio controllo». E se la divisione del lavoro «trasforma il prodotto del lavoro in merce» e rende necessaria «la trasformazione della merce in denaro», allo stesso tempo «rende casuale che ogni singola transustanziazione riesca o meno», e costringe ogni produttore a far di tutto per sfuggire alle catastrofiche conseguenze dell'impossibilità di vendere e, col ricavato, far fronte ai propri debiti.

Un regime fondato sul debito

È qui che si coglie l'inanità di ogni pretesa di separare moneta e credito, produzione e finanza, commercio e speculazione: ritardare i pagamenti e fare accavallare i ritardi gli uni sugli altri, come ha spiegato lo storico Marc Bloch sulla falsariga di Marx, è da sempre «il grande segreto del regime capitalistico moderno, la cui definizione più esatta sarebbe forse: "un regime che morirebbe in caso di una verifica simultanea di tutti i conti"». Visto in quest'ottica, anzi, il moderno sistema finanziario non rappresenta affatto quell'inessenziale superfetazione del sistema produttivo di cui ci raccontano tanti commentatori, ma piuttosto il tentativo - gigantesco quanto impossibile - di trasformare in un rischio calcolabile l'incertezza che l'indefinita procrastinazione dei pagamenti porta con sé.
Alla radice della crisi monetaria, infatti, non troviamo i presunti «eccessi» della speculazione, ma - spiega Marx - i movimenti del ciclo industriale. In un sistema in cui domanda e offerta procedono alla cieca, la crisi rappresenta l'unico modo in cui può realizzarsi la perequazione delle inevitabili sproporzioni fra le diverse branche della produzione e, più in generale, fra produzione e consumo; detto altrimenti, sono «acquisti e vendite reali che, avendo assunto un'estensione di gran lunga superiore al bisogno sociale», stanno «in definitiva alla base di tutta la crisi».
È senz'altro vero, e Marx lo annota puntualmente, che «una massa enorme» di acquisti e vendite «rappresenta soltanto affari truffaldini che ora vengono finalmente a galla», o «speculazioni fatte con capitale altrui e non riuscite». Ma di qui a sostenere che la colpa sia della speculazione e che tutto andrebbe per il meglio se solo si riuscisse a imbrigliarla in un sistema di regole idonee ad arginare i suoi epidemici conflitti d'interesse ne corre.
Nel Capitale si trovano due ulteriori considerazioni. La prima è che «tutto questo sistema artificiale di ampliamento violento del processo di riproduzione non può naturalmente essere risanato per il fatto che una banca fornisce in carta a tutti gli speculatori il capitale che fa loro difetto ed acquista al loro antico valore tutte le merci ora deprezzate», così come invece prevedeva la versione originaria del piano Paulson, presentata tre settimane fa: se n'è convinta anche Wall Street, la cui rovinosa caduta ha indotto il governo statunitense a perseguire la più drastica strada dell'ingresso di capitale pubblico nelle banche.
La seconda considerazione concerne proprio la natura del credito, che - proprio nella misura in cui permette di «distanziare ancora di più le operazioni di compera e vendita» - consente una «socializzazione della produzione» anche dal lato del valore, che si affianca a quella già realizzata sul piano della produzione materiale dall'avvento del «lavoratore complessivo», cioè dell'industria moderna. «Esso elimina con ciò il carattere privato del capitale e contiene in sé, ma solamente in sé, la soppressione del capitale stesso», annota Marx al riguardo. Nulla a che vedere col «comunismo del capitale», di cui in queste settimane si è tornato a parlare in ambienti culturali tardo-operaisti, ma caso mai la lucida anticipazione che il credito «costituisce la forma di transizione verso un nuovo sistema di produzione». Che sia già successo è un fatto. Che succeda ancora è una possibilità, in vista della quale bisognerebbe tornare ad affinare gli strumenti dell'analisi marxista.


23 novembre 2008

Galapagos : è pronto l'attacco ai lavoratori

 

Dice Tremonti: dalla crisi l'Italia uscirà più forte e pagherà meno costi degli altri paesi. Ovviamente falso. La conferma l'abbiamo avuta ieri al Senato: in sede di conversione di un decreto legge è stato approvato un emendamento che estende a tutte le imprese - in amministrazione straordinaria - la legge ad hoc varata per l'Alitalia. Si tratta di una modifica dell'articolo 2112 del codice civile che annulla le tutele per i lavoratori di grandi imprese in crisi, in caso di cessione di rami o parti aziendali. Significa che la crisi la pagheranno salata i lavoratori che non avranno più alcuna garanzia sui livelli non solo salariali acquisiti. A uscire più forte dalla crisi, insomma, sarà solo il capitale. 




La crisi incalza, ma il governo se la prende comoda anche se ha annunciato che mercoledì prossimi presenterà il piano di rilancio da 80 miliardi di euro. Una «patacca»: non si tratta di risorse aggiuntive. Ma prendiamola per vero e facciamo nostra la domanda che ieri il presidente della Cisl pensionati ha rivolto al governo: degli 80 miliardi quanti saranno destinati al sostegno delle pensioni? Oltre l'elemosina della sociale card da 40 euro al mese, per i «fortunati» che sopravvivono con 500 euro, non c'è altro.
E nulla è prevista per gli ammortizzatori sociali. In Italia ci sono quasi 4 milioni di lavoratori a tempo determinato e ogni mese scadono 300 mila contratti. Chi non viene «rinnovato» finisce a casa senza paracadute. Ancora una volta, sbaglia Angeletti, il segretario della Uil, a chiedere solo interventi di detassazione delle tredicesime (beato chi ce l'ha) e degli aumenti contrattuali di secondo livello, che per alcuni anni non ci saranno. Anche l'aumento - giusto - degli assegni familiari, in questa fase è poca cosa. Tutte le risorse, infatti, debbono essere finalizzate a sostenere il lavoro, creando nuovi posti, visto che a «valanga», per dirla con Epifani, ogni giorno arrivano notizie, quando va bene, di cassa integrazione, e più spesso di licenziamenti. Da mesi l'occupazione è in diminuzione, nuovi posti di lavoro non vengono creati e nel 2009 andrà ancora peggio. Dopo la sforbiciata al potere d'acquisto provocata dall'inflazione (e prima ancora dall'arrivo dell'euro) ora i tagli alla domanda arrivano dalla diminuzione del monte salari, provocata dalla crescente disoccupazione. E da provvedimenti come quello approvato ieri dal senato.
A questo punto la sinistra anziché dividersi per due scranni europei e per una manciata di consiglieri comunali, ha il dovere di riprendere l'iniziativa politica: ha di fronte a se una prateria di proposte di politica economica con le quali contrastare il disegno perverso di Tremonti e del Pdl. L grandi opere, anche se utili, non sono un ammortizzatore contro la crisi, ma solo un enorme serbatoio di profitti per le poche imprese che le realizzeranno con pochi, anzi pochissimi lavoratori. Per essere chiari: non siamo più ai tempi del New Deal quando i canali di bonifica era fatti con vanga e pala da decine di migliaia di lavoratori. Per contrastare la recessione e favorire la ripresa occorre puntare su settori innovativi, come le energie rinnovabili ad alta intensità di lavoro. E ancora: più che di nuovo cementificazioni, l'Italia ha bisogno di un recupero dell'enorme patrimonio urbano esistente. E necessita anche di interventi idrogeologici: basta una pioggia un po' violenta per provocare disastri e farci piangere vittime innocenti. Insomma: lavoro e difesa del lavoro, con ammortizzatori sociali diffusi. Con questo governo non è facile. Ma con la crisi nulla è impossibile.


23 novembre 2008

Il patto di stabilità deve essere superato. Intervista a Riccardo Realfonzo

 

Qualcuno ricorda quando si incalzava da sinistra il governo Prodi chiedendo un'intelligente spesa pubblica, un aiuto a salari e pensioni per favorire una fase espansiva della domanda e una stagione di innovazione ambientalista e tecnologica per le nostre imprese? Bene. Ora queste sono le cose che a parole tutti dicono servirebbero per uscire dalla crisi (almeno la prima e l'ultima, perché di salari continuiamo a parlare solo noi). In quella stagione prodiana alcuni economisti lanciarono un appello per la stabilizzazione del debito pubblico rispetto al Pil che avrebbe potuto rappresentare l'inizio di un new deal italiano.
Il promotore di quell'appello è il professor Riccardo Realfonzo, classe 1964, direttore del Dipartimento di analisi dei sistemi economici e sociali all'Università del Sannio. Un prof. con la dote della chiarezza e il cuore a sinistra, senza per questo staccarlo dalla testa. Uno di quelli che vorremmo andasse in tv (l'abbiamo visto a Ballarò) perché rende comprensibili cose che gli esperti di solito fanno diventare molto difficili. A lui abbiamo chiesto di spiegarci a che punto siamo della crisi passata da tempesta finanziaria, a carestia bancaria, a recessione per tutti, e di valutare gli interventi realizzati o promessi dai governi. In attesa di un'altra Bretton Woods... 



Ma era proprio indispensabile mettere pesantemente mano al portafoglio pubblico per "salvare le banche" (iniezioni di liquidità, garanzie, interventi diretti e indiretti per ricapitalizzare)?

E' necessario interrompere il meccanismo di propagazione della sfiducia, che colpisce in primo luogo i lavoratori tramite distruzione dei posti di lavoro e dei piccoli risparmi. Ma questo non significa affatto che si debba iniettare denaro pubblico a costo zero, magari acquistando obbligazioni bancarie o azioni senza diritto di voto, in modo da lasciare assolutamente invariati gli assetti proprietari e strategici del capitale bancario privato. Con la scusa di tamponare la crisi di fiducia si stanno facendo passare provvedimenti iniqui, che non solo non puniscono ma addirittura sembrano salvaguardare i responsabili del dissesto finanziario.

Negli Usa alcuni commentatori insospettabili scomodano addirittura la definizione "socialismo dei ricchi" per richiamare l'antico detto della socializzazione delle perdite private, ma possibile che in questo intervento pubblico nessuno chieda conto di un decennio di profitti record per banche e finanza?

Infatti. I "salvataggi" dovrebbero perseguire l'obiettivo dell'interesse collettivo. In altre parole, tutti gli interventi dello Stato dovrebbero prevedere sia la rimozione del management responsabile della passata gestione sia la modifica degli assetti proprietari e di controllo, dal privato al pubblico. Ci vorrebbero delle nazionalizzazioni non mascherate, insomma. Qualcosa si è mossa persino in Gran Bretagna, in questa direzione. Ma il governo italiano - al di là di qualche dichiarazione roboante - sembra volersi muovere in tutt'altra direzione.

Ma quanto peserà la crisi bancaria sull'andamento macroeconomico per il 2009?

Peserà molto. Dopo che i titoli subprime hanno fatto il giro del mondo e abbiamo assistito ad episodi clamorosi, come la messa in liquidazione del colosso Lehman Brothers, la fiducia tra le banche è venuta ad incrinarsi gravemente. Il che ha portato ad una forte crescita dei tassi sui crediti interbancari e dunque ad una seria difficoltà delle banche nel procacciarsi liquidità. Un situazione complessa, soprattutto se si pensa che le principali banche hanno enormi quantità di obbligazioni in scadenza e debbono necessariamente rifinanziarsi. Come conseguenza di tutto ciò le banche hanno fortemente contratto le concessioni di credito. Insomma, il mercato del credito bancario si è fermato. Ma il processo economico capitalistico non si mette in moto senza l'iniezione di liquidità garantita dai finanziamenti bancari, e quindi alla fine l'intero sistema si inceppa. Basti pensare che negli USA nell'ultimo anno si sono già persi un milione e duecentomila posti di lavoro.

Esiste un paragone storico possibile di questo mega-intervento di salvaguardia del mercato creditizio?

La storia economica ci può aiutare a capire questa crisi o è tutto nuovo?
Molti si sono lanciati in improbabili confronti con la crisi del '29. In realtà ci sono ampie differenze tra la realtà attuale e quella di ottant'anni fa. Occorrerebbe rendersi conto, tra l'altro, che oggi la finanziarizzazione dell'economia è molto più spinta di allora, e questo è un aspetto di maggiore debolezza dei sistemi attuali. Per contro, lo spazio occupato dall'economia del settore pubblico sul Pil è molto maggiore rispetto ad allora, e questo conferisce più stabilità al sistema. Ma un grande elemento comune con la depressione degli anni'30 c'è ed attiene alla vera causa di fondo, di cui ancora non abbiamo parlato. La depressione di quegli anni e quella che ora si sta aprendo sono accomunate dal ristagno della domanda. Soprattutto sono bassi i consumi.

Ovvero lavoratori e famiglie hanno poco da spendere...

Certo. Negli ultimi 25 anni abbiamo assistito in Europa e negli USA ad una forte compressione dei salari. In qualche fase i salari si sono ridotti persino in termini assoluti ma sempre, costantemente, si è ridotta la quota del prodotto complessivo attribuita ai salari, con tutto vantaggio per le rendite e i profitti. È stata questa compressione salariale a determinare un forte ristagno della domanda. E intanto il capitalismo ha continuato a sfornare merci senza che ci fosse una domanda adeguata ad "sparecchiare i mercati", come dicono gli economisti. L'espansione del credito al consumo negli USA per un po' ha avuto proprio questa funzione: assorbire l'eccedenza di merci prodotta nella parte industrializzata del mondo. Ma si trattava di una domanda "drogata" che, come abbiamo visto, è rapidamente venuta meno. Tutto ciò significa che alla base di questa crisi vi è un conflitto distributivo.

Dalla crisi del '29, mi pare, si uscì con un pacchetto di iniziative tra cui un ruolo importante ebbe la spinta all'industria bellica in vista della seconda guerra mondiale. Quale intervento si può immaginare oggi?

Occorre regolamentare i mercati, ridimensionando la finanziarizzazione dell'economia. Ma ciò non basta. Sul piano europeo occorrerebbe rivedere drasticamente il quadro di Maastricht, ridando fiato alle politiche pubbliche espansive, sia per quanto attiene alle politiche di bilancio sia a quelle monetarie. In Italia occorrerebbe abbandonare il falso dogma del "risanamento" delle finanze pubbliche e varare un piano di politiche industriali di ampio spettro, finalizzato a sostenere la domanda e a favorire un salto tecnologico e dimensionale delle nostre imprese. E poi bisognerebbe invertire radicalmente marcia rispetto alla stagione della precarietà e del contenimento dei salari. Come dicevo prima le deregolamentazioni del mercato del lavoro e l'attacco al potere contrattuale dei sindacati, in Italia e nel mondo, hanno gravi responsabilità nella crisi attuale.

Sarebbe un'uscita da sinistra dalla crisi o buon senso macroeconomico?

Sarebbe una via di buon senso uscire da sinistra dalla crisi. È chiaro che le cose che dicevo poc'anzi non sono politicamente neutre. In economia non esistono ricette neutre. In alternativa si potrebbe disastrosamente spingere per una uscita da destra dalla crisi, comprimendo ulteriormente i salari, i livelli di attività del sistema e continuando a ignorare le compatibilità ambientali. E magari anche con un rilancio in grande stile delle spese militari. Sono scenari apocalittici, ma con un mondo del lavoro sempre più privo di rappresentanza non possiamo considerarli scenari inverosimili, purtroppo.

L'Europa nei giorni scorsi ci ha indicato in parte e timidamente qualcosa che assomiglia a un green deal ovvero sforare i parametri per investimenti pubblici in tecnologia e produzione verdi. E' un timido inizio?

Sono le crepe che vengono alla luce. Si palesa l'insostenibilità economica e sociale di un quadro restrittivo come quello di Maastricht. Ormai anche alcuni tra i vecchi apologeti del Patto di stabilità cominciano a pensare a un qualche sistema di deroghe. E i governi locali delle tante periferie d'Europa si trovano costretti ad assumere delibere che superano di fatto gli accordi di bilancio, come ad esempio è accaduto recentemente in Campania. Ma non si tratta di emendare un po' il palinsesto europeo. Come dicevo prima, occorrerebbe incamminarsi su una nuova strada del tutto nuova.

Come sai gli studenti sono stati tra i primi ad accorgersi che la crisi rischiano di pagarla i soggetti sociali più deboli. Tu sei un docente giovane per l'università italiana, cosa pensi dell'Onda e cosa credi dovrebbero chiedere gli studenti affinché l'università cambi davvero?

Gli studenti dell'Onda mi piacciono, io sono dalla loro parte. E penso che siano la prima buona notizia dopo tempi bui. Cose da chiedere ce ne sarebbero a iosa, basti pensare che la spesa pubblica per l'università italiana è scandalosamente bassa rispetto alle medie europea e Ocse. Non credo però che si possa ottenere qualcosa di significativo dal governo attuale. Piuttosto mi auguro che il movimento cresca e che si saldi alla insoddisfazione dei lavoratori e delle lavoratrici. Per il momento auspico che lo sciopero generale del 12 dicembre diventi un momento di incontro e di coesione tra lavoratori e studenti. In una realtà sociale frammentata come quella attuale, ricucire una tela di rivendicazioni comuni può essere molto importante.


22 novembre 2008

Come cambia la prospettiva se si è al governo. Emir Sader: Le destre sperano che la crisi faccia il lavoro per loro

 E' la sinistra di solito a essere accusata di catastrofismo. Ma adesso è la destra che, senza proposte, punta sul tanto peggio tanto meglio per vedere se finalmente riesce a disfarsi dei nuovi governi progressisti dell'America latina. A cominciare da Lula che, con l'80% di gradimento, la fa disperare.
Prima puntava sull'inflazione, che sarebbe presto uscita di controllo e avrebbe portato il Brasile alla recessione. Poi era venuto l'editoriale dell'Economist a prevedere che quello di Fernando Lugo in Paraguay fosse l'ultimo governo progressista dell'America latina perché, diceva, sta arrivando la recessione e in tempi di recessione la destra è meglio. Il settimanale conservatore dimentica però che la mappa del continente oggi è cambiata. Che in El Salvador Mauricio Funes, candidato dell'Fmln, ha ottime possibilità di essere il prossimo anello della catena dei presidenti progressisti, e che la capacità di resistenza di questi governi davanti alla crisi è ora maggiore che ai temi dei suoi adorati cocchi - Fernando Henrique Cardoso, Carlos Menem, Carlos Andrés Pérez, Gonzalo Sanchez de Lozada, fra i tanti FHC, apostolo del caos, scommette sulla crisis e sulla recessione. Lui sa bene di cosa parla. In fin dei conti, nei suoi 8 anni di governo mandò in rovina il Brasile per tre volte e per tre volte dovette andare a bussare alla porta dell'Fmi. Nascose la crisi durante la campagna elettorale del '98, fece di tutto - appoggiato con calore dagli stessi media privati che ora puntano sul caos - per vincere al primo turno perché il paese era di nuovo in rovina e il ministro delle finanze Pedro Malan stava negoziando un nuovo accordo di capitolazione con il Fondo. Non ci fu verso, esplose la crisi e i tassi d'interesse del Brasile toccarono il 49%, l'economia entrò in una recessione prolungata che s'accompagnò a tutta la durata del governo Cardoso e portò sia all'inevitabile sconfitta dei «socialdemocratici» nelle elezioni del 2002 sia alla valutazione di FHC come il politico peggio valutato dal popolo brasiliano.



Adesso la destra punta sulla crisi, che è la crisi della sua filosofia, dei suoi salmi sulle virtù del mercato. Ipocriti, tentano di nascondere che sono stati proprio i loro discorsi a portare al baccanale speculativo degli Stati uniti - la mecca del neo-liberismo. Lula dovrebbe andare a fondo perché se il dotto, l'illustre, il cocco delle grandi imprese private, FHC, è andato a fondo - nella politica economica, sociale, educativa, culturare, estera -, come potrebbe farcela un tornitore meccanico del Pt, un nordestino che ha perso un dito sotto una pressa? E' lo smacco per le teorie secondo cui le élite sanno di più, possono di più, fanno di più e di meglio. Le stesse teorie fallite in Bolivia, dove l'indigeno Evo Morales sta riuscendo là dove il «gringo» Sanchez de Lozada non è riuscito, o in Venezuela, dove il mulatto Hugo Chavez riesce là dove l'élite bianca dei Carlos Andrés Pérez e Rafael Caldera non è riuscita.
Le economie dei paesi che partecipano al processo d'integrazione regionale soffrono e presumibilmente soffriranno meno gli effetti gli effetti della peggior crisi del capitalismo dal 1929, in quanto privilegiano l'interscambio fra loro, diversificano i mercati internazionali - esempio tipico il posto che sta occupando la Cina -, sviluppano il mercato interno dei consumi popolari diminuendo il peso delle esportazioni, dispongono di sempre più risororse finanziarie proprie (che il Banco del sur incrementerà). Allora l'effetto della crisi fu la caduta di 16 governi dell'America latina. Ora nessun governo è caduto e prevedibilmente cadrà, e a soffrire di più saranno quelli più legati all'economia Usa e ai dettami del neo-liberismo - il Messico primo fra tutti.
Cardoso e le vedove che lui e quelli come lui hanno lasciato nell'industria privata possono piangere, puntare al peggio, aspettare seduti sulla riva del fiume il fallimento dei nuovi governi dell'America latina. Il loro tempo è passato. Il funerale di Wall street è il loro funerale. Quello dei salmi al mercato, dello stato minimo, del regno della speculazione. Riposino in pace, che i popoli latino-americani hanno altro a cui pensare che preoccuparsi di quelle cassandre neo-liberiste.


21 novembre 2008

Marco D'Eramo : qui, di aumentare i salari, neanche se ne parla

 

L'istituzione più emblematica del consumismo americano, il tempio dove ogni week-end si celebra il sacro rito dello shopping è il Mall, il centro commerciale suburbano. Ora, molti Mall stanno chiudendo perché le loro passeggiate coperte hanno ormai un'aria cimiteriale: all'interno molti negozi hanno già abbassato la saracinesca e le catene di distribuzione potano i punti vendita.
Proprio non passa giorno senza una brutta notizia sul fronte dell'economia Usa. Ieri il ministero del lavoro ha reso pubblico che, per la prima volta in sette anni la settimana scorsa le domande di sussidio di disoccupazione hanno superato le 500.000 unità (516.000). Anche quelle che sembrano buone notizie nascondono risvolti avvelenati, come gli ultimi dati sul commercio estero che a settembre è diminuito per il calo del prezzo del petrolio e il calo delle importazioni. Ma in realtà il deficit commerciale con la Cina ha raggiunto livelli record (28 miliardi di dollari in un solo mese) e il dato riflette solo il pericoloso rallentamento dell'attività economica. Ieri la banca Morgan Stanley ha annunciato 2.000 licenziamenti. Il colosso postale Dhl ha annunciato 9.500 licenziamenti negli Usa: sembra un annuncio come gli altri, ma per Wilmington, in Ohio, sede del quartiere generale della Dhl, è una vera condanna a morte: a causa di questa decisione spariranno più di 7.000 posti di lavoro in una cittadina di soli 11.900 abitanti. Non si uccidono così le città, ci sarebbe da dire.
Sembra ridondante elencare i segnali di crisi che si accumulano uno dopo l'altro. La grande catena di elettronica CircuitCity ha dichiarato fallimento. E l'altra, BestBuy, annuncia per quest'anno un declino dell'8% del fatturato che ancora a settembre segnava un +3% rispetto all'anno prima: la brusca inversione di segno mostra il drammatico deterioramento pronosticato da qui a fine anno. Va bene solo WalMart che ha annunciato profitti in crescita del 10%, però ridimensiona le previsioni. Va bene anche McDonald's: non potendosi permettere più cibo sano, sono sempre di più quelli che s'ingozzano di cibo spazzatura. E la crisi deve essere proprio profonda se licenziano anche i grandi studi legali, quelli che hanno ognuno centinaia, se non migliaia di avvocati.
Le nubi più scure si addensano sull'industria automobilistica di Detroit, una delle ultime roccaforti del sindacato statunitense. Nell'ultimo trimestre le vendite sono crollate del 32% (e i concessionari di auto chiudono a raffica). A questo calo si aggiungono altri fattori: fino ad agosto il rincaro della benzina ha colpito soprattutto le vendite di Suv, che costituivano gli unici punti di forza di General Motors, Chrysler e Ford, le tre grandi di Detroit. Gm minaccia di dichiarare bancarotta se il governo non correrà in aiuto dell'industria auto come ha fatto per banche e assicurazioni. Ed è qui che il salvataggio di Gm diventa scontro politico. I democratici vogliono proteggere i sindacati e quindi chiedono che lo stato intervenga: Obama ha perorato personalmente la causa di Gm quando si è recato in visita alla Casa bianca. Per la stessa identica ragione i repubblicani si oppongono al salvataggio, dicono che non vogliono che l'auto diventi un'industria assistita che batte cassa ogni sei mesi e che forse è meglio se fallisce, così sono cancellati tutti i contratti sindacali e possono essere annullati i contributi pensionistici e sanitari. È vero infatti che, sotto il regime del Nafta, cioè del Trattato di libero commercio nord-americano, quanto a costo del lavoro le fabbriche statunitensi dei tre grandi di Detroit non possono competere né con le maquilladoras messicane, né con gli impianti su suolo Usa dei produttori giapponesi ed europei che si sono stabiliti in stati come Alabama o Sud Carolina, con forti legislazioni antisindacali. Da qui le ricorrenti richieste sindacali di revisione del Nafta (che fu approvato da Bill Clinton).
Lo scontro sull'auto è solo la punta dell'iceberg nella sorda battaglia politica che si sta combattendo all'ombra della crisi. Obama è preso in una tenaglia micidiale. Non può costringere l'amministrazione Bush a prescrivere la propria terapia alla recessione, visto il potere di veto della Casa bianca e la fragilissima maggioranza democratica nel senato uscente (che resterà in seduta fino a gennaio). Però non può neppure accettare un piano di salvataggio e di stimolo all'economia basato sulla filosofia ultra-liberista di Bush. Ma - infine - non può neanche permettersi che ogni decisione venga rinviata al 20 gennaio perché per quella data la nave Usa potrebbe essere già affondata.



Di questo stallo democratico approfitta il ministro del tesoro Henry Paulson che - come ha dichiarato mercoledì al senato - tira dritto per la sua strada e fa come gli pare. Il piano di salvataggio di 700 miliardi di dollari (1,2 milioni di miliardi delle vecchie lire) votato a ottobre ha già scatenato una montagna di polemiche, perché la prima rata, 350 miliardi, è andata quasi interamente ad alleviare le sofferenze delle banche e a ripianare i debiti delle assicurazioni. E si è scoperto poi che le banche hanno usato questi soldi non per concedere crediti e quindi per far ripartire l'economia, ma per distribuire dividendi ai propri azionisti, compiere acquisizioni societarie e - in alcuni casi - hanno stornato i soldi solo per metterli da parte in previsione di tempi bui a venire. A titolo di paragone, i 500 miliardi di dollari di stimolo economico che la Cina ha annunciato, vanno tutti in investimenti per infrastrutture: strade, ferrovie, aereoporti.
Ma sotto lo scontro politico è in atto una sanguinosa guerra intestina al gran capitale. Non è dato a noi profani sapere quali sono esattamente gli schieramenti e quale la posta in gioco, ma l'arbitrarietà di alcune decisioni della Federal Reserve e del Tesoro dicono che è in atto una battaglia furibonda. Il primo segnale venne dall'uccisione a freddo della banca d'investimenti Lehman Brothers: a settembre Lehman aveva chiesto che le fosse concesso di cambiare il suo statuto in quello di banca commerciale. Il permesso le fu negato, e la banca fu lasciata fallire. Merryll Lynch stava per seguire lo stesso destino quando fu salvata per un capello imponendo a un acquirente di comprarla. E pochi giorni dopo agli altri due colossi newyorkesi, Goldman Sachs e J. P. Morgan, fu concesso quello che a Lehman era stato negato: cambiare statuto. Su quattro banche, tre pesi diversi e tre misure. Poiché il ministro del tesoro Paulson era stato presidente di Goldman Sachs, si parla di un'antica rivalità fra Goldman e Lehman.
Ma la faccenda va al di là del singolo gruppo, come si è visto nel pasticcio Wachovia, la più grande banca del sud degli Usa (780 miliardi di dollari di depositi; 55,5 miliardi di dollari di entrate; 122.000 dipendenti) che stava per fare bancarotta e che le autorità monetarie costrinsero a ottobre a farsi comprare per 2,2 miliardi di dollari da Citicorp che avrebbe per di più ricevuto un sussidio governativo per l'acquisto. Senonché, pochi giorni dopo, un altro colosso bancario (questa volta dell'Ovest), WellsFargo, offriva di comprare Wachovia per 15 miliardi di dollari (sette volte il prezzo offerto da Citicorp), e senza sussidi governativi! Delle due l'una: o a WellsFargo sono tutti pazzi scatenati, oppure il governo Usa aveva costretto Wachovia a svendersi per un pezzo di pane. L'ultima avvisaglia di questa guerra sotterranea si è avuta pochi giorni fa quando la Federal Reserve ha approvato per direttissima, in soli 10 giorni, la richiesta di American Express di cambiare statuto e diventare anch'essa banca commerciale, per poter usufruire dei sussidi statali: normalmente ci vogliono almeno 45 giorni. Ed è questa stessa lotta intestina al grande capitale che si nasconde dietro al (e nutre lo) scontro politico.
Ma il problema strutturale che hanno di fronte gli Stati uniti, e che nessuno dei due partiti per il momento affronta, è che, in una situazione di bassi salari c'è un solo modo di far ripartire il consumo ed è quello di allentare il credito, cioè rendere di nuovo facile indebitarsi: proprio quel che ha causato il crollo che stiamo vivendo. Perché qui, di aumentare i salari neanche se ne parla.


20 novembre 2008

Una Voce stonata sulla produttività

Daveri sul sito della Voce.it fa bene ad evidenziare come nell'era berlusconiana e cioè nel periodo tra il 2000 e il 2007 l'incremento di produttività in Italia sia dovuto solo al maggior numero di ore lavorate. Sbaglia però a volerci consolare vedendo nel maggiore numero di ore lavorate il segno della diminuzione della disoccupazione che sarebbe stata causate dalla legge Treu e dalla legge Biagi, cioè da dispositivi tesi a flessibilizzare il lavoro.




Infatti non c'è rapporto di causa ed effetto tra tale precarizzazione (chè questo è il termine corretto) e la diminuzione della disoccupazione in Italia in questi anni .
Comunque c'è da dire che Daveri  almeno non si  ostina, come fa invece un'organizzazione velleitaria come l'I.L.O., a considerare preferibile una definizione della produttività del lavoro come rapporto tra il prodotto interno ed numero degli attivi , quando è invece è più correttamente il rapporto tra prodotto interno e ore lavorate. La prima definizione è un chiaro esempio di distorsione ideologica della realtà, in quanto rende possibile parlare di aumento della produttività del lavoro semplicemente aumentando in maniera esplicita il tasso di sfruttamento dei lavoratori. Un po' come assegnare il record dell'ora ad un ciclista che ha corso per un'ora e mezza !


20 novembre 2008

Lettera di Evo Morales ai partecipanti del Doha Round

 «Il commercio internazionale può disimpegnare una funzione importante nella promozione dello sviluppo economico e nella diminuzione della povertà. Riconosciamo la necessità che tutti i nostri popoli si giovino dell'aumento delle opportunità e dell'incremento del benessere generato dal sistema multilaterale del commercio. La maggioranza dei membri dell'Ocm sono paesi in via di sviluppo. Vogliamo porre i loro bisogni e interessi al centro del programma di lavoro adottato nella presente dichiarazione.
Dichiarazione ministeriale di Doha dell'Organizzazione mondiale del commercio, 14 novembre 2001»
Con queste parole 7 anni fa cominciò il «round» dei negoziati dell'Omc. Sviluppo economico, diminuzione della povertà, bisogni dei nostri popoli, aumento delle opportunità per i paesi poveri sono davvero al centro dei negoziati in corso?
La prima cosa che devo dirvi è che se fosse così, i 153 paesi membri e soprattutto l'ampia maggioranza dei paesi in via di sviluppo dovrebbero essere gli attori principali dei negoziati dell'Omc. Invece quel che stiamo vedendo è che solo un pugno di 35 paesi è invitato dal direttore generale a riunioni informali.
I negoziati dell'Omc si sono convertiti in uno scontro dei paesi sviluppati per aprire il mercato dei paesi in via di sviluppo in favore delle grandi imprese.



I sussidi agricoli del nord, che finiscono principalmente nelle mani delle compagnie agro-alimentari degli Stati uniti e dell'Unione europea, non solo continueranno ma aumenteranno. I paesi in via di sviluppo abbasseranno i dazi ai loro prodotti agricoli ma i sussidi reali elargiti da Usa e Ue ai loro prodotti agricoli non diminueranno.
Per i prodotti industriali, nei negoziati dell'Omc si pretende che i paesi in via di sviluppo taglino le tariffe doganali fra il 40 e il 60% mentre i paesi sviluppati abbasseranno le loro in media fra il 25 e il 33%.
Nei negoziati si preme perché nuovi settori dei servizi siano liberalizzati, mentre invece si dovrebbe escludere una volta per tutte dagli accordi dell'Omc i servizi di base quali l'istruzione, la sanità, l'acqua, l'eneregia e le telecomunicazioni. Questi servizi sono diritti umani che non possono essere oggetto di affari privati né di liberalizzazione che portano alla privatizzazione.
La deregulation e la privatizzazione dei servizi finanziari sono una causa, fra le altre, dell'attuale crisi finanziaria mondiale.
Il regime di proprietà intellettuale stabilito dall'Omc, ha beneficiato soprattutto le transnazionali che monopolizzano i brevetti, rendendo più care le medicine e altri prodotti essenziali, incentivando la privatizzazione e mercantilizzazione della vita.
I paesi più poveri saranno i veri sconfitti. La stessa Banca mondiale indica che i costi per la perdita di posti di lavoro, le restrizioni alle politiche nazionali e la perdita di entrate doganali, saranno maggiori dei «benefici» di cui parla «il round dello sviluppo».
Dopo 7 anni, il «round» dell'Omc è ancorato al passato e fuori sintonia rispetto ai fenomeni che viviamo: la crisi alimentare, la crisi energetica, il cambio climatico, la eliminazione delle differenze culturali.
Studi della Fao segnalano che oggi sarebbe possibile alimentare 12 miliardi di persone, quasi il doppio della popolazione mondiale. Invece c'è una crisi alimentare perché non si produce per il benessere umano ma in funzione del mercato, della speculazione e della redditività delle grandi compagnie che producono e commerciano gli alimenti. Per affrontare la crisi alimentare è necessario rafforzare l'agricoltura familiare, contadina e comunitaria.
Dobbiamo finirla con il consumismo, lo spreco e il lusso. Nella parte più povera del pianeta, ogni anno muoiono di fame milioni di esseri umani. Nella parte più ricca si spendono milioni di dollari per combattere l'obesità. Consumiamo in eccesso, sprechiamo le risorse naturali e produciamo residui che contaminano la Madre Terra.
I paesi devono dare la priorità al consumo di quello che producono in loco. Non possiamo privilegiare mai il mercato esterno a costo della produzione nazionale.
Il capitalismo vuole uniformarci tutti per fare di noi soltanto dei consumatori. Per il nord esiste un solo modello di sviluppo, il suo. Il modello economico unico si accompagna a processi di acculturazione di massa per imporci una sola cultura un solo modo di pensare. Distruggere una cultura e l'identità di un popolo è il danno più grave che si può fare all'umanità.
Perché questo sia un «round» davvero «dello sviluppo e ancorato al presente e futuro dell'umanità e del pianeta dovrebbe:
garantire la partecipazione dei paesi in via di sviluppo a tutte le riunioni dell'Omc;
mettere in pratica negoziati asimmetrici in favore dei paesi in via di sviluppo in cui i paesi sviluppati facciano concessioni reali;
rispettare gli interessi dei paesi in via di sviluppo senza limitare la loro capacità di definire e applicare politiche nazionali a livello agricolo, industriale e dei servizi;
ridurre effettivamente le misure protezioniste e i sussidi dei paesi sviluppati;
assicurare il diritto dei paesi in via di sviluppo di proteggere per tutto il tempo necessario le loro industrie nascenti come fecero nel passato i paesi industrializzati;
garantire il diritto dei paesi in via di sviluppo di regolare e definire le proprie politiche in materia di servizi, escludendo i servizi di base dall'Accordo generale del commerzio sui servizi dell'Omc;
limitare i monopoli delle grandi imprese sulla proprietà intellettuale, promuovere i trasferimenti di tecnologia e proibire i brevetti su ogni forma di vita;
garantire la sovranità alimentare dei paesi eliminando qualsiasi limitazione alla capacità degli Stati di regolare le esportazioni e importazioni di alimenti;
assumere misure che contribuiscano a limitare il consumismo e lo spreco di risorse naturali, a eliminare i gas serra e i residui dannosi per la Madre Terra.
Nel secolo XXI un «round per lo sviluppo» non può più parlare solo di «libero commercio» ma deve promuovere un commercio che favorisca l'equilibrio fra i paesi, le regioni e con la Madre natura.
Accordi come quelli dell'Omc devono essere conosciuti e discussi da tutti i cittadini e non solo da ministri, imprenditori ed «esperti». I popoli del mondo non possono più essere le vittime passive di questi negoziati e devono diventare protagonisti del nostro presente e futuro.


19 novembre 2008

Quando il Nobel fa fetecchia...

 Un Nobel  è sempre un Nobel, ma ciò non esclude che i Nobel dicano cazzate o che scrivano articoli che lasciano il tempo che trovano : Edmund Phelps ad es.  cerca di argomentare  che non è possibile, oggi come oggi, un interventismo di tipo keynesiano. Ma i suoi argomenti sono da un lato che "Keynes pensava sempre di più a misure non monetarie per cambiare il nuovo equilibrio non monetario derivante da una perdita di fiducia degli investitori. Riteneva che anche la domanda dei consumatori incentivasse l'occupazione. Un aumento della domanda incoraggia, in un primo tempo, le aziende ad aumentare la produzione e ad assumere un maggior numero di lavoratori. Ma in un'economia aperta quest'incentivo sarebbe di stimolo soprattutto per i paesi esteri" ,  dall'altro che "Ci si deve chiedere, però, se un massiccio spostamento di investimenti dai privati allo Stato non soffochi la creazione, lo sviluppo e l'adozione di idee innovative da immettere sul mercato. La teoria del capitalismo si basa sulla diversità delle fonti da cui possono scaturire nuove idee commerciali, sulla varietà dei gruppi di imprenditori disposti a investire, delle risorse finanziarie — angel investors, venture capitalists e altri — e degli utenti. E si basa anche sull'importante presupposto che i proprietari di imprese finanziarie e commerciali non debbano render conto a nessuno (se non alla propria coscienza) — e siano quindi liberi di usare il loro intuito, una condizione molto diversa da quella di rigido controllo a cui devono giustamente sottostare i funzionari dello Stato. Un considerevole aumento della presenza del governo nel settore degli investimenti potrebbe quindi limitare l'innovazione e abbassarne la qualità. Continueremmo a essere in crisi. Alla fine della vita Keynes disse all'amico Friedrich Hayek che intendeva riesaminare la sua teoria in un libro successivo. Sarebbe andato oltre. L'ammirazione che noi tutti nutriamo per l'enorme contributo di Keynes non dovrebbe trattenerci dall'andare oltre."




 Il primo argomento è valido principalmente per gli Usa che hanno un forte deficit commerciale e tendono soddisfare la domanda interna attraverso il ricorso ad importazioni (dunque tale argomento non può essere generalizzabile a dispetto dell'evocazione delle "economie aperte"). Il secondo argomento invece è quasi patetico, perchè proprio il capitalismo "creativo" (sic!) di cui egli teme l'eclissi è la causa della crisi nella quale ci troviamo e l'ammiccamento al fatto che Keynes voleva riesaminare la sua teoria non è una buona ragione per cambiarla in una direzione che è più vecchia della stessa teoria keynesiana. Infine uno Stato con un buon sistema formativo (e dunque con forti investimenti pubblici) è la maggior garanzia per lo sviluppo di nuove idee più che il lasciar brucare liberamente gli spiriti animali del capitalismo.


19 novembre 2008

R. Bellofiore : ma cos'è questa crisi (cap. 4) ?

 Ma quali sono le vie di uscita dalla deflazione da debiti e dalla instabilità finanziaria secondo Minsky? Cavallaro sembra sottovalutare la capacità di risposta della Federal Reserve e del Tesoro statunitensi. L'uno e l'altro hanno fatto all'apparenza tutte le mosse "minskyanamente" giuste, sia pure in ritardo. Non stupisce. Il neoliberismo, come ho detto, tutto è stato (ed è) meno che inattivo. Bernanke la Grande Crisi la conosce bene. Nel mezzo delle settimane di fuoco di settembre ha ricordato come "nessuno è ateo nella tana del lupo, nessuno è ideologo in una crisi finanziaria". E' stato semmai ben più spiazzato il social-liberismo, la cui risposta alla crisi si limita a una più stretta regolamentazione della finanza. Da questo punto di vista vale ancora lo scetticismo di Minsky rispetto al ripetersi della Grande Crisi. Il punto semmai è che non abbiamo a che fare, in questo caso, con una classica crisi di liquidità ma con una crisi di insolvenza. La politica monetaria espansiva si rivela qui necessaria ma doppiamente insufficiente: perché si finisce in una trappola della liquidità; e perché sono gli "investimenti" finanziari (la scommessa "moneta oggi - moneta domani") sottostanti a non essere sostenibili fuori dal riprodursi artificioso di una persistente spinta ultraspeculativa.



Per questo la politica fiscale non può essere limitata a una politica di disavanzi di bilancio sic et simpliciter. Si richiede, come ormai è chiaro anche ai ciechi, non una generica politica di sostegno della domanda, ma un intervento massiccio e mirato (e lo si doveva capire da tempo). Non basta una stabilizzazione del rapporto debito pubblico/Pil, occorre un (temporaneo) innalzamento compensato da capacità di espandere il denominatore, non solo per l'effetto domanda aggregata, ma per i contenuti strutturali della spesa (sta arrivando, ma "da destra"). La sfida è insomma di nuovo quella su cui si incagliò il New Deal: nazionalizzazione della banca e della finanza, spesa diretta dello Stato in grado di attivare nuovi processi di lavoro. Un New Deal che non è stato certo keynesiano secondo la vulgata. La sfida è quella che si ripropose negli anni '70: sul "cosa" e "come" produrre.
Ora, non tanto paradossalmente, proprio questo Minsky pensava. E ne parla non solo nel suo libro del 1986 ma anche in critiche dure, contenute in scritti editi e inediti, alla "guerra alla povertà" di Kennedy e Johnson e dei loro consiglieri keynesiani. Minsky riteneva che proprio lo strumentario keynesiano ricordato da Cavallaro, utile per impedire il ripetersi di una Grande Crisi, aveva prodotto un male nuovo, la stagflazione. E la controrivoluzione monetarista avrebbe dato vita ad un succedersi di episodi di instabilità finanziaria sempre più ravvicinati. La seconda parte della profezia si è verificata appieno, anche se in un quadro parzialmente diverso da quello disegnato da Minsky. La stagflazione, ora compressa dalla recessione in arrivo, non si produce più per una successione di aumenti dei salari e dei prezzi seguiti da politiche monetarie restrittive: qualcosa che non è stato più vero nel contesto del ‘nuovo capitalismo' con piena sotto-occupazione precaria e con inondazione di finanziamenti all'economia, dove le banche centrali intervengono non solo in ultima istanza ma anche (come scrive De Cecco) in prima istanza per promuovere il nuovo meccanismo del paradossale "keynesismo" finanziario.
Non stupisce di conseguenza che le proposte di politica economica di Minsky per "stabilizzare una economia instabile" siano ben lontane dal keynesismo standard, quello anche dei disavanzi di bilancio e del prestatore di ultima istanza: misure di risposta immediata alla crisi, ma del tutto inadeguate a definire un modello alternativo di economia più equa e meno instabile. Occorre una "socializzazione degli investimenti" che, intesa alla Minsky, va ben oltre Keynes. Potrebbe oggi essere riletta e "tradotta" così. Si impone un piano del lavoro con lo Stato che direttamente si fa garante di una piena occupazione, stabile e di qualità. Si richiedono investimenti pubblici che migliorino la produttività del sistema, nel lungo orizzonte temporale che solo lo Stato può intrattenere. Quando scriveva queste cose Minsky aveva appunto in mente gli interventi strutturali del New Deal "non keynesiano" e niente affatto il "keynesismo realizzato", che detestava alquanto. Forse bisognerebbe ricordarlo. Non a caso un appunto di Minsky sulla "cartolarizzazione" pubblicato da poco dal Levy Institute si apre con la frase di Eraclito secondo cui non ci può bagnare due volte nello stesso fiume. Tra le lezioni di Minsky c'è anche questa, e la sinistra farebbe bene a rammentarsela.


18 novembre 2008

Tristi nuove dal G20

Molti si lamentano che al momento il G20 non ha preso impegni precisi. Questo è già un brutto segnale : vuol dire che i Potenti della Terra non vogliono cambiare nulla dell'andazzo che ha portato a questa crisi. Per fortuna che le Borse hanno risposto da par loro.
Tuttavia le velleità mostrate in questa riunione lasciano pensare ancora peggio : si parla di riduzione del carico fiscale per imprese e famiglie e di portare a termine il Doha Round.




In pratica le solite ricette liberiste.  Ma, a parte il fatto che a dispetto delle buone intenzioni, sia Usa che Europa si apprestano a sostenere l'industria dell'auto dobbiamo porci alcune domande :
Come aumenta la spesa pubblica se le imposte e le tasse vengono ridotte ? E' sicuro che gli aiuti alle imprese verranno usati in modo da aumentare la domanda interna ? E come aumentano i consumi interni se si incoraggia lo smantellamento di interi settori commerciali che soddisfano appunto il mercato interno ? Certo è possibile che, a fronte di settori commerciali destabilizzati, se ne formino degli altri, ma ho paura che tali processi scoraggino alla fine la tenuta della domanda interna : coloro che perdono il lavoro diminuiscono i consumi (i contadini indiani e coreani suicidatisi per protesta hanno consumato solo tramite le loro celebrazioni funebri), ma coloro che lo acquistano non è detto che si sentano abbastanza sicuri per intraprendere spese che abbraccino il lungo periodo (acquisti rateali e mutui). Sempre che non si adattino a gonfiare nuove bolle...


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