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18 novembre 2008

R. Bellofiore : ma cos'è questa crisi (cap. 3) ?

 Il materializzarsi della crisi reale, quando finalmente avviene, fa emergere la fase "depressiva" del risparmiatore, e quindi si ha un crollo del consumo per la necessità che tutti hanno di rientrare dal debito (un fenomeno che si sta recentemente verificando con grande violenza). Insomma: quando questo asset-bubble driven Keynesianism - questo paradossale keynesismo finanziario e "privatizzato", trainato dalle bolle ultra-speculative - entra in una crisi che pare configurarsi come "finale", il problema della domanda riemerge drammatico. Si entra contemporaneamente in una fase di (probabile) grande innovazione istituzionale: superata la fase di (presumibilmente prolungata) recessione che ci attende, il capitale dovrà trovare una nuova soluzione a queste contraddizioni. Tutte queste dinamiche si sono per l'intanto tradotte, e si tradurranno, in ulteriore pressione nei processi capitalistici di lavoro.
Se le cose stanno così, l'ipotesi dell'instabilità finanziaria di Minsky regge ancora, eccome: ma bisogna darle nuove vesti. E non ci si può limitare a ricordare il discorso originale di Minsky se si vuole sostenerne una qualche rilevanza al giorno d'oggi. Per spiegare tanto lo sviluppo (instabile) quanto la crisi (sistemica) del "nuovo capitalismo" si deve integrare Minsky in una rinnovata lettura marxiana dei processi capitalistici centrata sulla produzione di plusvalore. E si deve anche avere il coraggio di guardare alle "novità" autentiche dell'ultima fase capitalistica. Altrimenti ci si riduce a uno strano miscuglio di sottoconsumismo e neoricardismo, che imputa tutto ai bassi salari e ai bassi consumi prodotti dal "liberismo" degli ultimi trent'anni - un altro di quei corto-circuiti attraenti ma di breve respiro - e dipinge il quadro di un capitalismo "asfittico", senza la dinamicità delle trasformazioni del recente passato. Il "liberismo" è una fantasia, i bassi salari e i bassi consumi ci sono da un bel po'. Così non si spiega nulla e non si comprendono le metamorfosi capitalistiche dell'ultimo trentennio. E dunque non ci si attrezza a contrastare la ristrutturazione e la "rivoluzione dall'alto" che ci attende.



L'errore di questa posizione è simmetrico a quello di chi ha scommesso su una capacità della new economy di estrarre plusvalore stabilmente o è stato affascinato dal "capitalismo dei derivati", sicché, si è sostenuto e ancora si propone, sarebbe possibile strappare un "salario di esistenza". La prima visione, stagnazionistica, fronteggia la seconda, che è nella sostanza apologetica di quel capitale che "parassitariamente" sarebbe mosso da una spontanea produttività di valore delle moltitudini. L'alternativa di fronte a noi sarebbe il ritorno al keynesismo e all'intervento dello Stato nelle forme tradizionali, da un lato, o un social-liberismo radicalizzato, dall'altro.
Minsky può esserci molto utile nel capire questo "nuovo capitalismo" abbandonando queste letture troppo semplici, ampiamente falsificate negli ultimi due decenni. La sua analisi deve però essere aggiornata: cosa che farebbe lui per primo, attento com'era all'innovazione istituzionale e finanziaria. Qui i riferimenti altrettanto essenziali rispetto ai volumi citati da Cavallaro sono il volume Governare la crisi del 1986, e ancor di più alcuni scritti successivi come quelli dedicati alla transizione (allora in corso, e oggi compiuta) al money-manager capitalism - il capitalismo dei fondi pensione e patrimoniale, dove il "piccolo risparmio" nei fondi istituzionali è manovrato da gestori professionali, e si traduce in particolari criteri di corporate governance imposti alle imprese.


17 novembre 2008

R. Bellofiore : ma cos'è questa crisi (cap. 2) ?

 Un secondo problema, più significativo, riguarda il carattere originale e irriducibile del "nuovo capitalismo" dalla metà degli anni '90. La bolla delle dot.com come quella immobiliare (e in essa l'episodio dei subprime) sono state legate soprattutto all'indebitamento crescente delle famiglie, non delle imprese. Negli Stati Uniti gli investimenti fissi privati sono sì cresciuti negli anni della new economy (1995-1999), ma non sono stati certo la componente più significativa della domanda aggregata. Lo sono stati invece, mentre il bilancio statale andava in attivo e la bilancia commerciale aggravava il suo passivo, i consumi delle famiglie in eccesso al loro reddito. Si tratta di consumi "autonomi", finanziati col debito, grazie ad un "effetto ricchezza" trainato dalla bolla speculativa in borsa. La stessa vicenda si è non solo ripetuta ma radicalizzata dalla metà del 2003, con la ripresa trascinata dalla bolla immobiliare, a sua volta suscitata dai bassi tassi d'interesse e dalla inondazione di liquidità con cui la Federal Reserve aveva risposto alla crisi 2000-2001. Qui con tutta chiarezza, mentre torna il disavanzo dello Stato, gli investimenti sono stati sostanzialmente piatti, e la variabile trainante sono stati di nuovo, ancor più di prima, i consumi "autonomi". Questo modello è stato retto da politiche monetarie (e non solo) che tutto sono state meno che "liberiste". Non dovremmo, proprio noi, rimanere intrappolati dalla ideologia dissimulante dell'avversario di classe. La "mano visibile" e lo Stato non si sono affatto ritirati, hanno solo mutato forma nel loro interagire con i mercati e i soggetti sociali, e questo è vero per tutto l'arco del cosiddetto "neoliberismo". 



In estrema sintesi, riprendendo una mia analisi che data almeno dalla fine degli anni '90 a partire dai miei scritti sulla rivista de il manifesto, i processi con cui la finanza determina la produzione (il lavoratore "traumatizzato" e la "sussunzione reale del lavoro alla finanza", cioè il risparmiatore "maniacale-depressivo" e il consumatore "indebitato") si trasferiscono alla distribuzione e alla domanda (compressione della quota dei salari e dei consumi dipendenti dal reddito). Bisogna partire dai primi (la finanza e la produzione) e non dai secondi (la distribuzione e la domanda), per non mettere il carro davanti ai buoi. Certo, la caduta del salario relativo avrebbe dovuto produrre la crisi da domanda (un tema tipicamente luxemburghiano, a me caro). Si darebbe però una rappresentazione distorta e sbagliata di questa realtà se non si tenesse conto che le politiche di questo "nuovo capitalismo" hanno risolto, temporaneamente ma efficacemente, il problema della realizzazione (monetaria) del plusvalore proprio grazie a quella inflazione dei prezzi delle "attività" che ha potentemente sostenuto i consumi privati, aggirando la debolezza dei salari. Il processo capitalistico che si è costituito - innovativo e dinamico sul piano non solo finanziario ma anche reale (è futile separare finanza "cattiva" e produzione "buona", così come la rendita dal profitto) - è stato caratterizzato da una potenziale accentuata instabilità che è stata inizialmente contenuta grazie alla resilienza della nuova finanza. Ciò poteva però ritardare ma non cancellare la intrinseca insostenibilità del meccanismo, che si è comunque inverata in ripetuti "crolli". Si è così dovuti passare di bolla in bolla (da quella del mercato azionario, a quella immobiliare, a quella abortita delle commodities come il petrolio e i beni primari), sino a che si è arrivati al capolinea.


16 novembre 2008

Renato Strumia : dal turbocapitalismo all'età della turbolenza (parte quarta)

 

In poche settimane, le borse sembrano tornate alla normalità: il Dax di Francoforte è ritornato oltre gli 8000 punti, nelle vicinanze dei record storici; a New York il Dow Jones ha di nuovo superato i 14.000 punti, toccando vette mai conosciute in passato. La crisi dei mutui sembra essere ormai superata, un fastidioso episodio di panico estivo che ha mandato a spasso un po’ di addetti della finanza (100.000 i licenziati finora, tra immobiliare e finanza), ha lasciato sul lastrico qualche investitore imprudente, ha impartito alcune lezioni ai vigilantes del mercato.

La realtà si incaricherà probabilmente di dimostrare che non è così semplice ripristinare le condizioni precedenti. Il ciclo del denaro a basso costo è probabilmente concluso ed il merito di credito tornerà ad essere prezzato con maggior rigore. Questo rende improbabile una spensierata prosecuzione dei consumi finanziati dal debito, come principale motore di sviluppo dell’economia mondiale.



Sarà anche vero che solo il 15% delle esportazioni mondiali è oggi diretto verso gli Usa e che, insieme, i Bric (Brasile, Russia, India e Cina) rappresentano una quota significativa del Pil mondiale. Sta di fatto che tuttora il “consumatore di ultima istanza” rimane quello americano e che la ricerca di poli economici di sviluppo autonomi, sganciati dal ciclo Usa, non è ancora arrivata a buon fine. La sorprendente stabilità delle borse emergenti, in tutta la fase della crisi, segnala che qualcosa è cambiato e che i capitali parcheggiati in questi paesi non fuggono più con la velocità di un lampo al primo manifestarsi della tempesta. L’Europa è più grande e integrata di prima, più capace quindi di resistere da sola, di ridurre la sua dipendenza da oltreoceano e in prospettiva di sostituirsi agli Usa come polo d’attrazione negli scambi commerciali a livello mondiale: la sua capacità di diventare la nuova locomotiva dello sviluppo è però solo un’ipotesi (o una speranza) , finchè prevalgono nella Bce politiche economiche antinflazionistiche e vengono rimandati al mittente gli inviti dei politici (come Sarkozy) che si spendono per politiche espansive.

Di certo l’economia americana resta ancora la più importante e la più fragile al tempo stesso. La scelta di non mettere mano ai problemi strutturali che ne minano la stabilità non fa altro che rimandare in avanti la resa dei conti. Il rifiuto di prendere atto dei cambiamenti avvenuti non può fare altro che rendere più duro il momento del risveglio. L’economia americana deve passare attraverso una dura recessione, ma il taglio delle tasse ed il taglio dei tassi hanno sinora bloccato il suo manifestarsi. La svalutazione del dollaro e la politica di guerra sono gli strumenti prescelti per scaricare all’esterno le pressioni interne e le contraddizioni insanate. Va detto peraltro che una svolta radicale di questo modello, che dovrebbe consistere in un rilancio del welfare sociale sanitario e previdenziale, in una ricostruzione delle infrastrutture, in limitazioni alla libertà delle imprese, in un freno alla speculazione finanziaria, il tutto sostenuto da politiche di spesa in ulteriore deficit, appare a tutt’oggi del tetto improbabile sul piano politico e del tutto impossibile sul piano eonomico.

Il sistema mondiale cerca, con difficoltà e scontri inevitabili, di individuare nuovi equilibri, per sganciare le proprie sorti da quelle di una economia malata. In questa guerra non contano solo le testate nucleari, ma anche gli strumenti della finanza, dei capitali, delle scalate, della domanda di beni, della capacità di acquisto, del controllo delle risorse, del livello del cambio.

Un modello egemonico viene sostituito, sul lungo periodo, attraverso un processo denso di contraddizioni e di epifenomeni che ne svelano la direzione. La bolla dei mutui americani si impone come importante manifestazione di crisi di un processo più lento e profondo, le cui conseguenze siamo solo in grado di intuire ed il cui esito non appare affatto scontato. L’impero ha ancora una schiacciante superiorità militare, ma non ha più la forza per autofinanziarsi o per finanziare i propri alleati. In altre parole, non è più in grado di pagare il conto. Deve anzi ricorrere al credito di chi intende dominare. Oggi l’accumulazione di capitale in eccesso sembra prerogativa di Cina e Giappone. Lo spostamento dell’asse egemonico dall’Atlantico al Pacifico non sembra però impresa semplice, se pensiamo anche solo ai problemi giganteschi che dovrà affrontare la Cina per uscire dal suo sistema di sfruttamento neo-schiavistico. C’è molto da studiare, nella evoluzione della futura economia mondo.


16 novembre 2008

Renato Strumia : dal turbocapitalismo all'età della turbolenza (parte terza)

 

La crescita dei volumi di capitali gestiti in maniera speculativa è stata enorme, in questi anni. Il Fondo Monetario Internazionale sostiene in un recente rapporto che questo volume è arrivato a valere 11 volte il Pil mondiale. Ogni giorno si scambiano sul mercato mondiale 3200 miliardi di dollari di derivati, in prevalenza sui tassi di interesse, ma anche su valute e materie prime, su rischio di insolvenza e probabilità di catastrofi. Il sovradimensionamento finanziario, rispetto all’economia reale, diventa ogni giorno più preoccupante per le stesse autorità delegate al controllo. E’ per questo che è particolarmente difficile fare una previsione attendibile sull’impatto della volatilità finanziaria sull’economia reale.

Ci sono preoccupazioni diffuse anche su altri versanti, per la classe dominante Usa. Il deteriorarsi della struttura economica e sociale americana, la crisi delle infrastrutture, la delocalizzazione del manifatturiero, la perdita di competitività tecnologica e scientifica, fanno temere per un inarrestabile declino del predominio egemonico. Capitali arabi hanno tentato di entrare nella gestione dei porti americani e stanno entrando nella proprietà del Nasdaq, il listino azionario dei titoli tecnologici. Il rincaro delle materie prime ha fatto accumulare enormi riserve valutarie in stati “canaglia” o nei forzieri di società a controllo statale espressione di paesi politicamente inaffidabili o economicamente concorrenti. Questi capitali potrebbero aggredire, con scalate ostili, aziende strategiche per la sopravivenza del modello egemonico americano. L’influenza Usa sta subendo seri colpi in vaste zone dell’Africa e dell’America Latina, dove la penetrazione commerciale cinese conosce successi clamorosi. La Cina ha intuito il potenziale dell’Africa nel fornirle le materie prime di cui necessita ed ha saputo inserirsi alla grande, con un imponente programma di scambi commerciali e con investimenti diretti mirati, che forniscono al paesi africani infrastrutture essenziali, ma anche armamenti e appoggio politico, senza alcun appunto su diritti umani e rispetto della democrazia. Lo stesso discorso può fatto valere per l’America Latina, per larga parte dell’Asia e per le repubbliche ex-sovietiche, dove peraltro i guai non coinvolgono soltanto gli Usa. La recente sollevazione nel Kashagan contro i diritti di sfruttamento del consorzio capeggiato dall’Eni, in quello che viene considerato il giacimento mondiale di petrolio a più alto potenziale, dimostra che nessuno è più disposto a svendere per quattro soldi le proprie risorse naturali in un meccanismo di scambio ineguale che lascia solo le briciole nei paesi da cui viene pompata la linfa vitale del sistema economico.



La crisi dei mutui porta in risalto fenomeni ancora più profondi, estesi e strutturali. Le autorità preposte hanno utilizzato tutta la batteria degli strumenti disponibili per gestire la crisi, dal rifinanziamento alle banche in difficoltà, alle manovre sui tassi di interesse. La cassetta degli attrezzi per fronteggiare l’emergenza è sempre la stessa e le banche centrali, a dispetto di ogni precedente affermazione, hanno inondato di nuova liquidità il sistema finanziario, in una sorta di respirazione bocca a bocca. Nell’immediato l’intervento è servito: la Northern Rock si è salvata, negli Usa sono saltati solo operatori marginali, le istituzioni più importanti sono state salvate attraverso procedure di protezione o attraverso rifinanziamenti straordinari, Le più grande banche d’affari, Lehman Brothers, Goldman Sachs, Morgan Stanley e Merril Lynch, hanno svalutato adeguatamente il proprio portafoglio, chiudendo il terzo trimestre con perdite record, ma hanno sostenuto che è finita lì. La più grande banca del mondo, Citigroup, ha svalutato il suo portafoglio di 5 miliardi di dollari, ha chiuso un pessimo terzo trimestre, ma ha annunciato che ritornerà alla consueta redditività già entro la fine dell’anno. Il mercato ha premiato la trasparenza con generosi rialzi di borsa.


15 novembre 2008

Renato Strumia : dal turbocapitalismo all'età della turbolenza (parte seconda)

 

Quella che emerge è, con tutta evidenza, la preoccupazione profonda per la tenuta nel tempo del modello economico che si è venuto strutturando nell’ultimo decennio, con una economia Usa proiettata verso livelli sempre più vertiginosi di indebitamento, a tutti i livelli, dal settore pubblico, alle imprese, alle famiglie. L’azzeramento del tasso di risparmio autogenerato, la competizione finanziaria per attrarre investimenti dal resto del mondo, lo sforzo per mantenere una costosissima egemonia militare su scala globale hanno finito per trasformare radicalmente la struttura economica dell’economia americana e dell’intero pianeta. Oggi le contraddizioni dell’economia finiscono per scaricarsi nel forte indebolimento del dollaro, che nell’ultima settimana di settembre si è svalutato nei confronti di pressochè tutte le valute dei paesi industrializzati, sfondando la soglia psicologica di 1,40 nei confronti dell’euro. Per avere un’idea delle dimensioni del fenomeno, basti pensare che al momento della nascita dell’euro, all’inizio del 1999, il rapporto era 1,18. Due anni dopo, alla fine del 2000, il dollaro era salito fino ad un massimo di 0,83, sull’onda di tassi americani molto alti, una produttività in costante ascesa ed una economia in grado di esprimere continui record azionari. Da allora la caduta è stata inarrestabile, con un cambio che ha già sfiorato 1,43, una svalutazione vicina al 60% ed un trend che sembra inevitabilmente proiettato verso soglie ancora più basse (1,45-1,50). In questo processo di graduale deterioramento del cambio, i vari Segretari del Tesoro che si sono succeduti alla guida dell’economia hanno continuato a ripetere, come un mantra, la storiella che un dollaro forte era nell’interesse degli Usa e che semmai erano i partner commerciali a dover svalutare (in particolare la Cina). Le stesse multinazionali americane hanno però preferito mantenere all’estero i propri profitti, espressi in valute più solide. Solo in determinate circostanze hanno cambiato atteggiamento, come nel 2005, quando una sorta di scudo fiscale per gli utili rimpatriati permetteva loro di fare rientrare i profitti con una forte esenzione tributaria: è stato l’unico periodo in cui il dollaro ha respirato un po’ rispetto alla svalutazione precedente e successiva.



La svalutazione del dollaro è l’unica strada percorribile per realizzare un riaggiustamento degli squilibri, dal punto di vista degli Usa, senza effetti traumatici sull’economia interna. Le uniche alternative sarebbero un rialzo dei tassi d’interesse ed un inasprimento fiscale, misure che raffredderebbero la domanda interna e costringerebbero gli americani a ritornare a vivere “in linea con le proprie possibilità”. Il rialzo dei tassi è però inattuabile, in un contesto di forte turbolenza innescata proprio dall’eccesso di indebitamento generale. Il rialzo della pressione fiscale, d’altronde, non è in linea con l’orientamento politico e ideologico dell’attuale amministrazione, e sarebbe proprio il contrario di ciò che è stato fatto fino ad oggi. La svalutazione è invece la più comoda delle scorciatoie possibili, per affrontare e contrastare il doppio deficit, quello commerciale e quello di bilancio. Con la svalutazione si tenta di arginare il deficit commerciale, quei 60-70 miliardi di dollari che ogni mese rappresentano lo squilibrio tra import ed export
[5]. Questo deficit esprime in maniera esemplare il modello produttivo Wal-Mart: le multinazionali, delocalizzando, hanno trasferito all’estero le produzioni, verso aree a basso costo del lavoro, impoverendo la società e abbassando anche i livelli salariali interni; questi salari sono in grado di ”comprare” solo prodotti a basso costo, in catene distributive “low-cost”, che utilizzano lavoratori precari e mal pagati. Prodotti a bassa qualità, salari a livello di sussistenza, consumi poveri, sono le tre componenti che alimentano una spirale ininterrotta verso modelli di vita e di “sviluppo” che tendono a regredire anche nel cuore delle società fino a ieri “opulente”[6]. Con la svalutazione si tenta anche di ridurre il valore reale di quella massa enorme del debito pubblico americano in mano ad investitori esteri, con in prima fila le banche centrali di Cina e Giappone.

Questo gioco è però molto pericoloso: svalutare il dollaro equivale a scaricare sugli altri i problemi di casa propria e non si può pensare di farla sempre franca. Cina e Giappone hanno consistenti avanzi commerciali che hanno sinora sempre investito, in misura massiccia, in titoli di stato Usa. Anche altri importanti paesi emergenti hanno sfruttato in questi anni il rialzo epocale delle materie prime per accumulare riserve valutarie importanti, a partire da Brasile, Russia, tigri asiatiche e paesi arabi esportatori di petrolio. La crisi del dollaro segnala e ammonisce che l’allocazione di queste riserve valutarie non è più scontata, che molte autorità centrali si stanno muovendo verso una maggiore diversificazione, che l’euro ha acquistato una buona credibilità come valuta di riserva e che lo spostamento è ormai avviato. La strategia americana per evitare la formazione di una solida area valutaria alternativa è fallita, l’euro è sopravvissuto in una fase assai travagliata dell’economia mondiale ed oggi già rappresenta una percentuale significativa dello stock di riserve delle banche centrali; ma per il futuro l’euro si candida a svolgere un ruolo ancora più importante come valuta di riferimento per gli scambi commerciali, come valuta di scambio. Abbiamo visto tutti la fine che ha fatto l’ultimo leader politico che aveva proposto di fatturare in euro anche il petrolio: Saddam Hussein, impiccato direttamente dagli americani, dopo l’invasione del paese che tiranneggiava. Tuttavia l’euro rappresenta un’area economica ampia e stabile, dotata di un mercato interno capace di forza propria e sviluppo endogeno, gestita da una banca centrale accigliata e severa, ancorata ad una difesa intransigente dell’ortodossia monetaria e poco incline alla flessibilità della Fed: una garanzia per una moneta affidabile. Infatti la Cina ha accettato, un anno fa, un processo di graduale rivalutazione dello yuan, ma ha ancorato la fluttuazione della propria divisa ad un paniere di valute (con un mix composto con percentuali rimaste segrete), in cui l’euro rappresenta comunque una componente significativa. L’intervallo a discrezione della Fed per gestire una svalutazione del dollaro non è quindi così ampio come si potrebbe credere. Qualunque indebolimento ritenuto eccessivo potrebbe innescare una fuga dal dollaro dalle conseguenze incalcolabili, con ovvie ripercussioni anche sull’export europeo, per non parlare di quello asiatico. La svalutazione del dollaro procede dunque a piccole tappe, alternate a rapide accelerazioni e ritorni all’indietro, con processi di aggiustamento repentini che fanno la felicità degli speculatori finanziari.

Su questo punto, occorre fare presente che negli ultimi anni la speculazione finanziaria ha cavalcato in modo molto aggressivo gli spread nei tassi di interesse tra le diverse valute, fornendo ampio materiale di riflessione per i regolatori del mercato. La benzina per la crescita delle borse degli ultimi 4-5 anni è stato il “carry trade” praticato a leva dagli hedge funds. Il meccanismo è semplice e banale, ma gli utili (e le perdite) che ha prodotto sono giganteschi. Gli hedge funds sono organismi, fondi e società di investimento che si sono dilatati enormemente sul mercato finanziario, sfruttando la grande liquidità messa a disposizione del sistema dopo lo shock dell’11 settembre, raccogliendo capitali privati dal segmento più elevato dei risparmiatori, da investitori istituzionali e fondi pensione, e soprattutto elevando a dismisura la leva del debito (mettere a garanzia i titoli acquistati per ottenere nuovo credito, e investirlo subito in altri titoli, e così via fino al massimo consentito). Gli hedge funds hanno l’obiettivo di fornire un rendimento più alto della media degli altri investimenti e di farlo in qualunque condizione di mercato, quindi possono anche andare “contro il mercato”, speculare al ribasso, investire in qualunque classe di attività, valuta, commodity o altro. Si rivolgono alla fascia più elevata degli investitori e chiedono una delega assoluta, in cambio di risultati adeguati (che spesso e volentieri non arrivano). Gli hedge funds hanno trovato utile, negli ultimi anni, fare il “carry trade”, cioè indebitarsi in una valuta a basso costo e destinata ad indebolirsi per la politica monetaria dei tassi quasi a zero (lo yen), per investire i capitali in valute a tasso alto (dollaro australiano, dollaro neozelandese, sterlina inglese, ecc.), oppure in borse promettenti, come lo sono state in questi anni le europee e quelle dei paesi emergenti, oppure ancora in derivati sulle materie prime. Fino a quando proseguiva l’indebolimento dello yen e la crescita degli altri mercati, il gioco funzionava alla perfezione. Ogni qual volta i mercati entravano in una fase di correzione o di ribasso, gli hedge vendevano a precipizio e restituivano gli yen presi a prestito, facendone risalire le quotazioni. Lo schema ha funzionato in modo matematico, sia nella crisi del giugno 2006, sia in quella di marzo 2007, sia in questa ultima di agosto 2007. In tutti e tre i casi, le borse hanno corretto con ribassi superiori al 10-12% (alcuni indici anche del 20%), mentre lo yen risaliva dello stesso ordine di grandezza e le valute ad alto rendimento si schiantavano insieme alle borse.


15 novembre 2008

Renato Strumia : dal turbocapitalismo all'età della turbolenza (parte prima)

 

La gravità della crisi non sta tanto nell’entità delle perdite che si sono realizzate sui mercati, fossero essi azionari o obbligazionari, indubbiamente ingenti e nell’ordine delle migliaia di miliardi di euro/dollari. La cosa più preoccupante è che l’epicentro non consiste in una flessione dell’economia, o in una recessione, o in una svolta nel ciclo economico che porta con sé caduta dei redditi, dei consumi, degli investimenti e quindi dell’occupazione. Queste sono conseguenze possibili dell’attuale turbolenza monetaria, sebbene nessuno sia in grado di prevedere l’impatto di lungo termine sull’economia reale della instabilità finanziaria in corso. L’aspetto più inquietante è la crisi di fiducia che si è scatenata “dentro” il sistema finanziario, con il rifiuto delle banche più liquide a finanziare le altre, per la paura che ci fosse, dall’altra parte, un’esposizione eccessiva al fenomeno dei mutui scadenti e che fosse impossibile rientrare dei prestiti concessi. E’ per questo che le banche centrali sono state costrette a pompare continuamente liquidità nel sistema, prestando il denaro alle banche in difficoltà e rassicurando quasi quotidianamente sulla salute del sistema creditizio[1]. E’ per questo che il primo intervento aggressivo è stato, il 17 agosto, l’abbassamento del tasso di sconto Usa effettuato da Bernanke, che ha portato dal 6,75% al 5,75% il tasso applicato sui prestiti concessi dalla Fed alle banche, provvedimento che ha per la prima volta, dopo molte settimane, fatto calare la temperatura su mercati fino a quel momento molto stressati e in caduta libera. Gli interventi tampone, come quello successivo del 18 settembre, con l’abbassamento di 0,50% anche dei tassi sui Fed Funds (il tasso interbancario), avevano il compito di contrastare il panico e frenare la speculazione, ma non possono certo sanare una situazione aggrovigliata che si è formata nello spazio e nel tempo, su orizzonti temporali di molti anni e, per certi versi, di alcuni decenni. La caduta del dollaro che ha accompagnato e seguito il divampare della crisi segnala l’inizio di un processo di aggiustamento delle grandezze e degli squilibri reali che evidenzia ed esalta i profondi cambiamenti intervenuti in questi anni nella struttura dell’economia mondiale. Diventa assai interessante indagare su questa trasformazione, sui suoi rischi e sulle opportunità che la
nuova geografia economica dispiega.



Era da tempo ben noto che la società americana stava viaggiando ad un ritmo di indebitamento crescente e preoccupante
[2]. La politica economica dell’amministrazione Bush ha dato un autorevole esempio di come si possa dissipare in breve tempo un consistente avanzo di bilancio e rovesciarlo nel suo opposto, attraverso un incremento massiccio di spesa nel settore militare ed un taglio altrettanto pesante sul fronte delle entrate. Il taglio delle tasse riservato alle fasce più ricche dei contribuenti si è tradotto in un bel assegno recapitato a domicilio sotto forma di rimborsi fiscali inaspettati, ma graditi. L’altro sostegno ai consumi è venuto in questi anni dal rifinanziamento dei mutui sulla casa, favorito da un incremento costante e progressivo del valore degli immobili e da tassi di interessi a livelli molto bassi[3]. Il tasso sui Fed Funds è stato portato dal 6,25% del marzo 2000 all’1% del 2004. Il vecchio Greenspan ha tenuto a galla l’economia Usa (e quella mondiale) con una politica monetaria molto flessibile e disinvolta. Con tassi d’interesse così bassi, era difficile resistere alla tentazione di rinegoziare il vecchio mutuo, o contrarre in generale nuovi prestiti garantiti dal proprio stato patrimoniale, per cambiare la macchina, pagarsi il lifting, fare fronte alle spese sanitarie o partecipare all’”american way of life” in tempi di salari calanti. La concorrenza tra intermediari bancari per aumentare le proprie quote di mercato e i nuovi strumenti di finanza derivata che permettono di rivendere il rischio quasi subito hanno così fatto esplodere i mutui “ninja” (no income, no job or asset), vale a dire finanziamenti concessi anche a chi non aveva “reddito, impiego o patrimonio” dimostrabile. Secondo le cronache, era possibile richiedere via internet, per soli 75 dollari, una dichiarazione compiacente di far parte dell’organico di una certa azienda per accedere alle facilitazioni creditizie per centinaia di migliaia di dollari. Spesso veniva finanziato il 100% del valore dell’immobile, senza alcuna correlazione con il valore reale o la capacità di fare fronte ai propri impegni debitori. Mentre venivano allentati i controlli, si innovavano anche le forme tecniche di concessione dei mutui, ad esempio con la formula dell’”interest only”, cioè basando l’istruttoria solo sulla prima rata, calcolata in modo volutamente più basso di quanto preveda a regime il rimborso reale del capitale erogato. Come poi si è capito, chi prestava il denaro impacchettava nel più breve tempo possibile i crediti vantati nei confronti dei debitori insicuri in veicoli societari cartolarizzati, confezionati dalle maggiori banche d’affari, a fronte dei quali venivano emesse obbligazioni “salsiccia”, certificate dalle maggiori agenzie di rating, sparate poi ai quattro angoli del globo e diluite nel sistema finanziario internazionale, spacciando il tutto come ottimale ripartizione del rischio. Le obbligazioni offerte avevano in linea di massima la doppia o la tripla A, offrivano rendimenti superiori alla media, erano garantiti da “asset” reali costituiti da immobili e risultavano in apparenza decisamente attraenti: ne hanno fatto incetta gli hedge funds, ma anche società di gestione del risparmio, fondi comuni, fondi pensione, istituzioni conservative della vecchia Europa, colossi bancari, gestori di capitali nei paesi arabi e nei paesi emergenti. Per questo oggi nessuno sa dire con certezza dove siano finite, quanto pesino, cosa rappresentino: spalmarle equivale a perderne traccia e tracciabilità[4].

Questo meccanismo ha funzionato senza intoppi fino a quando i prezzi delle case hanno continuato a salire e i tassi di interessi a scendere. Non appena la direzione è cambiata, hanno cominciato a presentarsi i primi problemi. Nel giugno del 2004 la Fed ha cominciato ad alzare il tasso sui Fed Funds, che è passato nell’arco di due anni dall’1% al 5,25%. Il cambio della guardia tra Greenspan e Bernanke, all’inizio del 2006, ha segnato il passaggio da una gestione molto pragmatica ad una più accademica, con comunicazioni al mercato più ambigue ed incerte, spesso controproducenti. Nel secondo semestre 2006 i prezzi delle case negli Usa hanno cominciato a calare quasi ovunque, mentre i casi di insolvenza cominciavano a crescere. Il fenomeno si è acuito nel primo semestre del 2007, convincendo la Fed ad interrompere il ciclo di rialzo dei tassi. Nell’arco dell’ultimo anno il prezzo delle case negli Usa è sceso di circa l’8%, il 3,9% concentrato nel solo mese di agosto. Contemporaneamente solo saliti a 550.000 i casi di pignoramento, ma le cifre sembrano destinate a raddoppiare per i prossimi due anni. Alcuni analisti stimano che i mutui subprime rappresentino una quota del 20% sul totale dei mutui erogati, qualcosa come il 2% del PIL. Altre stime quantificano il loro ammontare ad almeno mille miliardi di dollari: sarebbero 6 milioni i mutui a rischio, con il pericolo di lasciare senza casa almeno 2,5 milioni di americani. Altri economisti arrivano a quantificare in 200 miliardi di dollari il totale dei mutui destinati davvero all’insolvenza. Le case invendute stanno rapidamente crescendo, i tempi medi di vendita delle case nuove è salito a nove mesi. Si teme che le banche, entrando in possesso di case ipotecate da mutui andati in mora, scarichino sul mercato altri immobili, deprimendo i prezzi e alimentando una spirale al ribasso che rischia di divenire una frana inarrestabile, come un fiume in piena. Non a caso, uno dei primi provvedimenti annunciati dall’Amministrazione è stato quello di rifinanziare per i prossimi due anni le agenzie governative che sostengono i mutuatari in difficoltà, in modo da aiutarli a pagare le rate dei mutui a tasso variabile diventate insostenibili, fino a quando il clima economico si sarà rasserenato e le famiglie potranno nuovamente fare fronte autonomamente ai propri impegni. E’ evidente che si cerca di turare le falle a monte del processo di insolvenza, prima che i buchi nella diga rendano concreto il pericolo di un crollo dell’intera costruzione. Le due agenzie pubbliche che finanziano i mutui, la Fannie Mae e la Freddie Mac, sono state autorizzate a splafonare rispetto ai propri limiti di indebitamento e l’Amministrazione ha addirittura richiesto al Congresso un innalzamento del 10% del tetto all’indebitamento pubblico, per poter affrontare adeguatamente l’emergenza.


14 novembre 2008

R. Bellofiore : ma cos'è questa crisi (cap. 1) ?

 Dopo il fallimento di tutte le strategie messe in campo nell'ultimo decennio, oggi la sinistra, in specie in quella "comunista", ha bisogno di andare a fondo nell'analisi. Cosa non scontata né semplice, perché significa rimettere in discussione letture del capitalismo contemporaneo e dei rapporti di classe politicamente inefficaci, oltre che rozze e ripetitive in molti casi. E rimettersi in discussione fa paura, come evidenzia lo stato desolante della discussione politica dentro e fuori Rifondazione Comunista dopo le elezioni, in cui ci si divide sull'inessenziale e non si affrontano i nodi di fondo. 



In un recente articolo (Liberazione, 29 ottobre 2008) Luigi Cavallaro utilizzando la visione del capitalismo di Hyman P. Minsky - un autore, scrive, "il cui nome si ode nuovamente in questi giorni" - ci mette in guardia da chi riduce la crisi recente a conseguenza di una euforia irrazionale e non della "furia liberalizzatrice" degli ultimi due decenni. Le citazioni di Minsky ormai sono una valanga. Dal marzo 2007 si è tornato a parlare dell'approssimarsi di un "momento Minsky", e poi del rischio di un "collasso Minsky" del capitalismo. Questo sorprendente interesse alla riflessione dell'economista statunitense è venuta da subito da opinionisti tanto neoliberisti quanto social-liberisti, e non solo da circoli eterodossi.
Per Minsky, il capitalismo tende a far degenerare la stabilità in instabilità. Quando la prosperità va avanti da un po', le posizioni degli operatori da "coperte" (con entrate di cassa nette attese che eccedono le uscite di cassa contrattuali sul debito) si fanno più coraggiose, e divengono "speculative" (almeno in alcuni periodi i "profitti" sperati sono inferiori ai pagamenti per interesse e per restituzione del capitale, e ci si deve rifinanziare).
Al rischio "economico" si affianca così il rischio "finanziario", che può concretizzarsi all'aumento dei tassi di interesse (ad esempio perché la Banca centrale vuol combattere l'inflazione) o alla riduzione dei prezzi delle attività. Quando il boom degenera in bolla e l'euforia diviene irrazionale, si intrattengono posizioni "ultraspeculative" o Ponzi: ci si indebita nella speranza di guadagni "eccezionali" (aumento del corso delle azioni, rivalutazioni degli immobili, ecc.) che soli possono giustificare l'investimento. Quando la crisi scoppia, l'alternativa è secca: o deflazione da debiti e una Grande Crisi come nel 1929-1933 o intervento della Banca centrale come prestatore di ultima istanza, affiancato da un intervento di spesa in disavanzo che sostiene i profitti monetari.Il punto è che la brillante "ipotesi di instabilità finanziaria" di Minsky, che sembra calarsi perfettamente nella nostra realtà, ha bisogno di una sua attualizzazione. Altrimenti, anche nella forma in cui ce la ricorda Cavallaro, rischierebbe di restare muta rispetto ad alcuni degli aspetti più rilevanti del capitalismo che abbiamo di fronte, Finiremmo così con il non comprendere né le origini della crisi né la sua natura. Sul merito ho scritto molto, con Joseph Halevi e da solo (in lingua italiana su Alternative per il socialismo n. 2, settembre 2007, il manifesto 23 settembre 2007 e 5 ottobre 2008, e Liberazione 30 marzo 2008). E spero che Luigi Cavallaro accetti questa mia "incursione" nella sua analisi per provare ad approfondirne alcuni elementi fondamentali.
Nel ragionamento di Minsky le variabili chiave sono la domanda di investimenti privati in capitale fisso e il suo finanziamento da parte di banche e intermediari finanziari. Qui iniziano i problemi per la tesi minskyana (esposta nel libro John Maynard Keynes del 1975 e nella raccolta Potrebbe ripetersi? del 1982, i due testi che Cavallaro ci ricorda) secondo cui la "eva finanziaria" sarebbe inesorabilmente crescente nel percorso che conduce alla instabilità finanziaria e poi allo scoppio della "bolla". Mi limiterò a rilevare che, ammesso che dal punto di vista della singola impresa l'investimento richieda un indebitamento crescente, si deve però tenere conto che, visto che l'investimento dà luogo a profitti corrispondenti, non è affatto detto che a livello di sistema l'indebitamento si impenni davvero. E' questo un punto che discende dall'insegnamento di Kalecki, autore che lo stesso Minsky include nelle sue riflessioni nel corso degli anni '70, quando il suo schema di ragionamento è ormai definit. Detto altrimenti: l'ipotesi dell'instabilità finanziaria pare reggere bene microeconomicamente, ma questo non garantisce il suo verificarsi al livello macroeconomico, perché "il tutto è più della somma delle parti". Possiamo uscirne rilevando che, pur senza il carattere della necessità, l'esplosione del debito a breve rispetto ai fondi propri su cui insisteva l'economista americano si è comunque verificato nel periodo che ci interessa. E' inoltre indubitabile che, dalla svolta "monetarista" del 1979-82 in poi, le crisi finanziarie e/o valutarie alla Minsky si sono susseguite una dopo l'altra e che da un decennio investono sempre più gli stessi Stati Uniti e il "centro" capitalistico.


13 novembre 2008

La crisi economica in sintesi

La rappresentazione prevalente descrive un movimento che va dalla crisi finanziaria («originata - recita la vulgata - dalla caduta dei mutui subprime») all'economia reale.
Le implicazioni di questa narrazione ideologica sono principalmente due. La prima è che l'«economia reale» (in sostanza, il capitalismo) sarebbe di per sé sana; la seconda, che ne consegue, è che si tratta in definitiva di un problema di «assenza di regole e controlli» in grado di prevenire (e adeguatamente reprimere) i comportamenti «devianti» degli speculatori troppo ingordi.



Tale descrizione omette il dato essenziale. Prima del movimento descritto, ne opera uno opposto (dall'economia reale alla finanza) che si fa di tutto per occultare. Si capisce perché.
In realtà è il modo in cui funzionano la produzione e la riproduzione (cioè il rapporto capitale-lavoro) a decidere il ruolo della finanza e le forme concrete del suo funzionamento. Nella fattispecie, è l'ipersfruttamento del lavoro (a mezzo di precarizzazioni, delocalizzazioni, bassi salari e tagli del welfare) a far sì che all'indebitamento di massa sia affidato il ruolo di fondamentale volano della crescita. Non stupisce allora che su questo si cerchi di instaurare un tabù. Non si può dire chiaramente - pena l'esplicita delegittimazione del sistema - che all'origine della crisi è la crescente povertà imposta alle classi lavoratrici da trent'anni a questa parte.

(Alberto Burgio, Vladimiro Giacchè)


12 novembre 2008

J. Halevi : la Cina e Keynes

 

In un articolo pubblicato sulla rivista statunitense The New Republic nel 1940, Keynes osservò molto amaramente che «è politicamente impossibile in una domocrazia capitalistica organizzare la spesa (pubblica ndr) su una scala tale da comprovare la mia tesi, eccetto in una situazione di guerra». Infatti oggi la grande spesa reale proviene dalla Cina nella forma di un programma, deciso ieri dal governo di Pechino, di 586 miliardi di dollari articolato su due anni, pari al 7% del prodotto interno lordo per ciascun anno. Lo scrivemmo un mesetto fa: appena la dirigenza cinese si convince che la crisi capitalistica non è arrestabile rilancerà massicciamente l'economia interna.



Così fu poco dopo lo scoppio della crisi asiatica nel 1997, portando deliberatmente in deficit il bilancio pubblico nazionale. Raffrontiamo ora il programma cinese con ciò che sta accadendo in «occidente». Dall'inizio della crisi finanziaria nel 2007 le banche centrali hanno di fatto regalato alle banche oltre mille miliardi di dollari ma solo per tamponarne gli squarci da Titanic. Questi soldi non vanno a finanziare attività effettive. Nella maggioranza dei casi finiscono in conti che le banche private hanno presso le banche centrali oppure in buoni governativi a breve termine. Gli unici stanziamenti reali degli Usa risalgono ai 100 miliardi di dollari varati lo scorso gennaio per rimborsi fiscali una tantum. Poi nulla da nessuna parte fino alle settimane recenti quando Giappone, Corea e Germania hanno annunciato spese complessive per 311 miliardi di dollari.
Vergognosamente i governi occidentali sono stati capaci stanziare meno di 415 miliardi, appena il 70% della somma cinese quando le loro economie sono nell'insieme di gran lunga più ampie di quella di Pechino.
L'incapacità occidentale di passare da una politica di regali alle banche ad una di stimolo diretto alla domanda ed all'occupazione, deriva non solo da una precisa volontà di classe: il lavoro deve in ogni caso rimanere la variabile di aggiustamento, quindi deve restare flessibile cioè, come disse Greenspan, sottoposto ad una paura crescente. Nasce anche dalla mancanza di strumenti. Il programma cinese si basa su due assi istituzionali: un sistema bancario controllato o comunque guidato dallo Stato ed il comparto dell'industria pubblica, prevalentemente concentrato nei rami della siderurgia, chimica, cemento. La spesa verrà destinata ad obiettivi pianificabili come le infrastrutture, canalizzazioni, l'edilizia e la ricostruzione delle aree colpite dal terremoto. Le industrie statali verranno dirette a fornire le produzioni necessarie ed il sistema bancario convoglierà i finanziamenti pubblici laddove verranno coinvolte imprese private.
Meccanismi di trasmissione di questo genere per tali dimensioni in occidente ne esistevano ma sono ormai molto flebili. Negli Usa permangono nell'ambito del settore militar-industriale. 3000 nuovi aerei da guerra li producono, no problem. New Orleans non la ricostruiscono e non per mancanza di cemento. E questa sarà la montagna che il buon Obama dovrà scalare. In Giappone ed in Corea esistono attraverso il sistema monopolistico integrato che lega i grandi conglomerati e le loro banche al governo. Però tali paesi sono antikeynesiani sul piano interno dato che le capacità produttive sono strutturalmente connesse al sostegno delle esportazioni.
Per stimare l'impatto del programma cinese bisognerà studiarne i particolari. Tuttavia le aree di intervento non richiederanno grandi importazioni dato che la Cina ha le capacità produttive necessarie sebbene attingerà alla siderurgia ed ai cementifici nipponici e coreani. Potrà invece subire un rallentamento il calo delle importazioni di materie prime con ripercussioni positive sull'America latina e l'Australia. E' da sottolineare che un piano concepito dalla Cina in funzione del mercato interno e diretto dai settori statali della Rpc sta diventando l'asse di riferimento dei mercati borsistici asiatici ed europei. Il fatto è tanto più rilevante se si considera che Pechino ha apertamente detto che l'aiuto alle società finanziarie multinazionali non costituisce una priorità al cospetto della sua economia.


11 novembre 2008

L'assenteismo nel dibattito operaio degli anni Settanta

Un documento d'epoca :

Di fronte all'uso antioperaio della crisi, la classe ha mostrato inizialmente una forte rigidità dei

suoi comportamenti sia per ciò che riguarda la mobilità del lavoro che rispetto all'assenteismo. E' chiaro che nell'aggravarsi della crisi, nella complessità e nella violenza dell'attacco al potere operaio in fabbrica, anche la pratica dell'assenteismo ha subito delle modificazioni ed assunto un'importanza diversa. Valutare questo comportamento operaio dentro la crisi vuol dire, da una parte individuare nel piano capitalista il tentativo di ridefinire un nuovo rapporto fra occupazione e produttività, e dall'altra svolgere una critica delle insufficienze nell'organizzazione operaia all'interno della lotta contro l'aumento della produttività.
La prima parte della strategia antioperaia del capitale, iniziata con la CIG alla Fiat nel '73, aveva essenzialmente due direttive: ridurre la massa complessiva degli occupati e aumentare la produttività per operaio, in modo da assicurare un tasso medio di espansione produttiva e un minor costo di produzione per unità. L'attacco capitalista si poneva direttamente sul terreno della produzione, per combattere tutti quei comportamenti operai che nelle lotte precedenti avevano incrinato l'organizzazione capitalistica del lavoro: il. controllo del capitale sulla forza-lavoro in fabbrica.
E' quindi in un periodo preciso - dal 1973 a tutto il '75 - che il problema dell'assenteismo diventa centrale nel dibattito e nell'azione delle frange operaie più incisive. In questo periodo si saldano due aspetti dell' assenteismo: quello della risposta individuale alla ripetitività e alla parcellizzazione del lavoro di fabbrica e quello politico della lotta contro un diverso rapporto fra produttività e occupazione.
Da dato sociologico - la disaffezione al lavoro derivante dalla ristrutturazione tayloristica del ciclo, che ha segnato tutta la composizione di classe degli anni '60 - l'assenteismo diventa un dato politico preciso all'interno dello sconto di classe. I limiti della strategia capitalista si sono mostrati in questa fase con chiarezza nell'impossibilità di riportare immediatamente la produttività in fabbrica.
Nel settore metalmeccanico il tasso di gravità dell'assenteismo netto si mantiene stabiIe su una media dell'11,52%, per tutto il '75, una media leggermente superiore a quella del 1972; nei settori chimici su una media (10%) superiore al 1972, mentre nel settore tessile raggiunge nel primo trimestre 1975 il 14,76%.

Nella prima fase della crisi, il capitalismo italiano sperimenta l'impossibilità di riportare ordine in fabbrica. Si sperimenta cioè, da parte capitalista, l'impossibilità di attaccare direttamente una pratica operaia sostenuta da una forza autonoma di fabbrica che traeva le sue origini dalle lotte passate e che aveva imposto un potere operaio su tutta una serie di questioni riguardanti l'organizzazione del lavoro.
La disaggregazione di questa forza richiede l'allargamento della crisi fuori della fabbrica, coinvolgendo cioè l'intera società, i rapporti salariali, la struttura dei prezzi. La seconda fase della crisi, quella che stiamo vivendo, si apre con il tentativo padronale di formare un esercito industriale di riserva attraverso la disoccupazione e la sottoccupazione. Contemporaneamente la pressione dell'inflazione sui salari ha determinato una tendenza a ripiegare su forme di risoluzione individuale ed a usare spesso l'assenteismo in funzione di doppio lavoro. La crisi si sviluppa dalla fabbrica alla società per ritornare alla fabbrica attraverso una ridefinizione dei rapporti di potere fra classe e capitale. Questo allargamento, che trova impreparate anche quelle avanguardie interne più incisive, comincia alla lunga a logorare anche il terreno del potere in fabbrica.
L'intensificarsi della crisi ha mostrato anche i limiti dell'assenteismo come, azione autonoma di classe. I dati disponibili per il '76-'77, testimoniano una caduta netta del tasso d'assenteismo e una ripresa della produttività. Nella violenza della crisi, le due componenti dell'assenteismo, quella individuale (di massa) e quella organizzata, si sono scisse. Quasi sempre l'assenteismo è un fatto individuale di ogni singolo operaio una scelta personale di autodifesa e di autoregolazione, ma chiaramente il suo tasso in questi anni era maggiore in quei reparti e in quelle fabbriche dove era più alto il potere operaio. Scelta soggettiva dunque, ma sostenuta da una più incisiva capacità di decisione organizzativa; se questo, vien meno cresce anche la paura di praticarla. Nei reparti ove è forte una coscienza anticapitalista è stato possibile fare un uso organizzato dell'assenteismo (1). Gli operai si accordavano per distribuirsi i turni di assenza e di presenza quando addirittura non li imponevano ai capi. In questi casi. grazie a un forte potere operaio che minacciava azioni peggiori (fermate, danneggiamenti ecc.), l'assenteismo non poteva essere attaccato come fatto individuale perché era azione cosciente e collettiva, espressione di potere sull'organizzazione produttiva e l'opera di disgregazione della classe era più difficile da raggiungere.
Ciò, che si può immediatamente ricavare da un'analisi sommaria dell'assenteismo è essenzialmente la sua dipendenza strutturale da un determinato grado di potere operaio effettivo nella fabbrica, specialmente a livello di reparto. Il pericolo, insito nella contraddittorietà di questa forma di lotta si è visto quando dell'assenteismo si è tentato di fare un cavallo di battaglia per un'ideologia tesa a una centralizzazione intorno al programma del rifiuto del lavoro. Ciò che occorre contestare è la pratica di prendere una forma di lotta specifica e soprattutto complessa, astrarla dai tessuti reali di organizzazione che esprime e ribaltarla poi come pratica politica generale, come obiettivo.
In altri termini non si può organizzare l'assenteismo, come alcuni hanno preteso, propagandandolo come forma di lotta autonoma per eccellenza, ma si deve invece comprendere che questo comportamento operaio che esprime effettivamente elementi nuovi nella struttura specie ideologica della classe, può essere una pratica di lotta con una rilevanza politica nella misura in cui è parte di un tessuto di organizzazione interna reale.
Caduta l'ipotesi fantasiosa di organizzare un astratto attacco al lavoro prescindendo dalla complessità dei comportamenti di classe, si corre il pericolo di restare intrappolati nei suoi derivati, la teoria della figura politica che pratica una forma di lotta specifica, la frazione operaia o il settore di classe. In concreto si tratterebbe di individuare chi oggi pratica l'assenteismo, e si indicano giovani contro vecchi, sinistra operaia contro destra operaia: questi fornirebbero il soggetto politico della nuova orga­nizzazione di classe.
Ma la realtà dell'assenteismo è molto più complessa. Si può notare che chi pratica l'assenteismo non è tanto l'operaio giovane rispetto all' anziano, in quanto ciò che più condiziona sono le mansioni del lavoro (e quindi la fasce salariali), le condizioni di lavoro, la nocività. Generalmente l'operaio giovane preferisce restare a casa più spesso per periodi più brevi, mentre l'anziano nel corso dell'anno si mette in malattia per periodi lunghi. Chi svolge mansioni individuali (es. manutenzione, attrezzeria, ecc.) è meno assenteista di chi lavora alla catena. Così chi lavora nei reparti più nocivi lo è di più di chi lavora in un ambiente meno nocivo. D'altra parte chi fa i lavori più schifosi è anche il peggio pagato, perciò per lui assenteismo significa anche ridefinire il suo salario rispetto alla fatica. E' anche risaputo che l'assenteismo nasconde il doppio lavoro: sia che venga recuperato nelle fabbriche dell'indotto (cioè che fanno parte del ciclo produttivo che ruota attorno alla grande industria) e in questo caso è favorito dai capi stessi che a volte sono titolari delle fabbrichette; sia che si riversi nel lavoro marginale e nel lavoro nero, e in questo non vi è nulla di eversivo, al contrario passa il recupero del capitale.
L'assenteismo è stato attaccato già quando il suo livello stava scendendo. Diventa chiaro che tutto il moralismo dell'etica del lavoro sfoderata dal sindacato e dal P.C.I. contro un comportamento medio operaio, non ha nulla di metafisico, ma era una precisa azione politica tendente a contrattare il controllo sugli operai con una maggiore corresponsabilità nel potere (cogestione).
Andavano disarticolati i metodi organizzativi e le forme di lotta, espressione della coscienza operaia contro l'organizzazione del lavoro di fabbrica, cioè tutto ciò che poteva aggregare la classe con comportamenti consapevoli ed attivi, mentre l'assenteismo non ha questo carattere, caso mai lo riflette. Quasi sempre l'assenteismo è un fatto individuale di ogni singolo operaio, una scelta soggettiva di autodifesa e di autoregolazione, e in questi anni il suo tasso è stato tanto più alto quanto più potere operaio esisteva nei reparti. Scelta soggettiva dunque, ma sostenuta da una più incisiva capacità di decisione organizzativa; se questa viene meno, cresce anche la paura e viene meno la sicurezza di praticarla. Salto individuale che, il capitale recepisce come comportamento di massa e come costo, come fenomeno da controllare, ma non da estirpare, perché non è azione collettiva cosciente.
Contro l'assenteismo il sindacato riportava il discorso della produttività, quando poi nei fatti non solo contratta l'assenza rispetto alla cassa integrazione, (che significa lasciare al padrone le decisioni di quando e come usare gli operai) ma accetta il discorso della professionalità e mobilità che significa divisione di classe e smembramento organizzativo. 



Accanto alla trasformazione dei processi lavorativi e della organizzazione del lavoro, l'iniziativa del capitale procede - parallelamente - a ridefinire le sue strutture statali quali la Magistratura del lavoro e il sistema mutualistico. Da tempo il regolare scorrere delle funzioni dello Stato, necessario alla continuità del potere, procede tra continui intoppi. Pretori e giudici del lavoro sono Presi da una parte tra la morsa dei padroni e dei sindacalisti, gli uni preoccupati di riaffermare il loro potere decisionale ed esecutivo nella fabbrica, i secondi tesi a propagandare e ad imporre l'ideologia della moralità del lavoro; e dall'altra parte dalla pressione operaia che richiede l'applicazione delle norme dello statuto dei lavoratori, quando non si trasforma in azione diretta contro i giudici, come ultimamente si è verificato. Così si assiste ad ogni sorta di sentenze, le piú contraddittorie tra loro. In questa incertezza padroni e Stato sono costretti a muoversi contro i pretori che hanno velleità democratiche o che applicano alla lettera la legge, ora in un piano apertamente repressivo - trasferimenti da pretura a pretura o di funzione - ora, ed è questa la fase, tendendo a creare un consenso giuridico, vale a dire cominciare a far passare i casi più macroscopici ed indifendibili, per far seguire nella scia tutti gli altri.
Anche il sindacato con il quale gli uffici del personale giustificano i licenziamenti per assenteismo, avalla la motivazione che la continua mancanza al lavoro arreca danno all'attività produttiva. In questo modo la motivazione oggettiva, economica riceve la sua sostanza politica e ha come effetto di ridurre gli spazi di utilizzo della legalità. A queste operazioni politicamente pulite, il sindacato affianca iniziative di puro stile intimidatorio, indicendo riunioni alla Camera del Lavoro tra pretori e membri degli esecutivi di fabbrica che spiegano ai primi quanto sia dannoso far rientrare gli assenteisti. Anche i medici dal certificato facile vengono torchiati; hanno cominciato al sud. Il 9 maggio a Reggio Calabria il pretore ha incriminato Per truffa e falso ideologico un operaio e il suo medico in relazione a presunta malattia; dopo ciò nella provincia di Reggio la percentuale di assenze per malattia è diminuita del 45 per cento. Ora arrivano al nord. Rompere la collusione di interessi tra il medico e il suo cliente non sarà facile: ma anche qui lo Stato riscopre la necessità del problema; per conservare il potere, è necessario ampliare il controllo, e lo Stato lo sta facendo.


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