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11 novembre 2008

C. Reeve : assenteismo, sabotaggio e lotte operaie

Il "rifiuto del lavoro", l'assenteismo, il sabotaggio, sono tendenze nuove in seno al movimento operaio? L'assenza di una ideologia del lavoro presso i giovani lavoratori è, in sé, portatrice di una contestazione radicale del sistema? Queste forme di rifiuto oltrepassano le forme tradizionali di lotta, mettono in questione il funzionamento stesso del sistema? Esistono oggi dappertutto delle piccole tendenze gauchistes che rispondono affermativamente a queste questioni ed erigono il "rifiuto del lavoro" a principio del nuovo movimento rivoluzionario. 



la Rivoluzione e Il ministro  o meglio o' tuorten' e' pan' e a' ionta


 

Innanzitutto il sabotaggio della produzione è un nuovo aspetto della lotta di classe oppure è una delle  forme di resistenza da sempre adottate dai lavoratori di fronte alla violenza del lavoro salariato, e risale alle origini della grande industria? In un libro straordinario, che descrive i momenti più radicali della violenza di classe nella storia del capitalismo americano (Dynamite: The story of the class violence in America, 1958, Vintage Book, New Vork), Louis Adamic, un ex-membro degli IndustriaI Workers of the World (IWW), racconta come il sabotaggio fosse diventato all'inizio del secolo una delle forme di azione privilegiate degli operai rivoluzionari americani. Era quella, per i movimenti sindacalisti­rivoluzionari americani ed europei, la risposta di classe cosciente alla barbarie capitalista. E' noto il testo famoso di Pouget, segretario aggiunto della C.G.T., siridacalista rivoluzionario, sulla questione: Le sabotage. Presentare il sabotaggio come una novità del movimento operaio rivela dunque una scarsa conoscenza della sua storia.

           E' tuttavia vero che con l'integrazione del sindacato nel capitalismo ciò che era un principio dell'azione sindacale non si manifesta più che nelle azioni selvagge. Il sabotaggio ha cambiato dì forma e di significato, appaiono altre forme di rifiuto. Con le trasformazioni del capitalismo, con la fine del capitalismo liberale e lo sviluppo della forma moderna dell'intervento statale, il movimento sindacale assume una nuova funzione, quella di gestire i vantaggi sociali resi possibili da questo nuovo sviluppo. La violenza del lavoro salariato aumenta parallelamente alla integrazione dei lavoratori attraverso i meccanismi della sicurezza sociale e delle diverse forme di aiuti pubblici. Tutto ciò allo scopo di rendere meno conflittuale il processo di riproduzione della forza-lavoro. Ma questi sistemi di assistenza sociale - il cosiddetto "salario sociale" - consentono anche ai lavoratori nuove possibilità di resistenza al lavoro. L'assenteismo, l'utilizzazione del sussidio di disoccupazione, appaiono allora ad un numero crescente di lavoratori come delle nuove possibilità di resistenza da utilizzare. Il sistema lo permette sintanto che l'accumulazione capitalistica procede senza scosse, poiché questa forma di resistenza è per lui il male minore. La lotta anticapitalista non appare forse superflua finché si può "approfittare" così dei sussidi e dei contributi della sicurezza sociale?

Sempre a questo proposito ci sembra molto discutibile l'affermare che è nell'assenteismo e nelle altre forme di rifiuto del lavoro che si può trovare la fonte principale della attuale crisi di produttività del capitalismo. La diminuita redditività del capitale, l'assenza di investimenti in nuovo capitale produttivo, il basso tasso di utilizzazione delle capacità produttive esistenti sono altrettante fonti di crisi della produttività. Lo sciopero allo stabilimento General Motors di Lordstown di cui si parla nell'opuscolo è, a questo riguardo, significativo. Messo alle strette da un calo della redditività, il settore automobilistico - in cui il taylorismo ha spinto al massimo la divisione del lavoro - cerca ancora, con un grosso investimento in nuovo capitale-macchine, di accrescere questa divisione dei compiti manuali, questa violenza del lavoro. E' questo bisogno capitalistico di accrescere. una produttività un tempo sufficiente che precede e provoca la rivolta degli operai. E' il fallimento di un tale tentativo che mostra i limiti del taylorismo e pone come questione fondamentale alla sopravvivenza del sistema la sua capacità a riorganizzare completamente il lavoro industriale su nuove basi.

Inversamente si può considerare che la permanenza della crisi attuale di redditività del capitalismo non mancherà di mettere in questione quel famoso "salario sociale", che, come ogni spesa pubblica, dipende dal buon funzionamento del capitale produttivo. L'annuncio di una riorganizzazione del sistema di sicurezza sociale, un maggior controllo sui disoccupati, ne sono i segni premonitori! Una volta ridotte le possibilità di utilizzazione dì questi "vantaggi sociali", si vedrà crollare il mito dell'assenteismo come forma di lotta radicale, così come già oggi la parola d'ordine "rifiuto del lavoro" crolla di fronte al dilagare della disoccupazione. Come sempre non resterà allora ai lavoratori che la lotta aperta contro il sistema del lavoro salariato oppure sottomettersi e piombare nella barbarie che esso genera.

Ma ora ritorniamo all'assenteismo e al sabotaggio in quanto forme di lotta. Nelle società in cui sono divenuti, da qualche tempo, un fenomeno di massa, come nel caso dell'Italia nell'industria automobilistica, alcuni militanti rivoluzionari cominciano, dopo un periodo di euforia, a trarre qualche conclusione critica da questi atteggiamenti. E' così che, analizzando l'assenteismo di massa, si può constatare che: «Anche se è una importante forma di azione operaia, produce un livello organizzativo contraddittorio. Gli operai per assentarsi debbono costruire strutture informali d'organizzazione, ma assentatisi si trovano isolati sul territorio ed in pratica vivono una situazione individualizzata. Ad esempio è normale che l'assenteismo sia legato al doppio lavoro (vedi l'Alfa) o che porti all'isolamento rispetto al reparto degli operai che lo praticano in modo spontaneo - dando spazio alla repressione padronale ... Questa forma d'azione non va infatti confusa col rifiuto del lavoro salariato, rifiuto che non può che esprimersi da dentro la fabbrica, in modo collettivo e da parte di tutto il proletariato.» (da COLLEGAMENTI, bollettino dei CCRAP, n.7, giugno 1975).

Ecco qui posta in modo chiaro la questione essenziale sollevata da queste forme di rifiuto: il loro rapporto con l'azione collettiva e cosciente dei lavoratori. Certo l'ideologia produttivista, l'esaltazione del lavoro è in crisi, crisi inseparabile dallo sviluppo della divisione del lavoro. Certo questa attitudine può avere una portata rivoluzionaria se si esprime in legame con delle azioni collettive ed autonome dei lavoratori. Ma è anche vero che sovente questo rifiuto esprime una attitudine individualistica di "scansafatiche", anch'essa prodotto della crescente divisione dei lavoratori operata dai moderni metodi di organizzazione del lavoro e non ha una cosciente portata radicale. Al limite, ciò che conta è la volontà e la determinazione di battersi contro il capitalismo e, a questo riguardo, I'attitudine verso il lavoro non è a priori determinante.

Se per l'operaio rivoluzionario dell'inizio del secolo il sabotaggio si accompagnava sovente ad una fierezza di corpo, oggi l'assenza di una ideologia produttivistica s'accompagna sovente ad una ripresa di individualismo operaio. Già verso la fine degli anni '20 i sopravvissuti: del movimento sindacalista rivoluzionario americano sottolineavano il contenuto individualistico delle nuove forme di sabotaggio, la perdita di ciò che essi chiamavano "la visione sociale del sabotaggio". L. Adamic nota a questo proposito che il sabotaggio diviene allora l'espressione di un "radicalismo individuale", "di forme di vendetta che la classe operaia americana utilizza ciecamente, incoscientemente, disperatamente", e non più "una forza controllata da coloro che la praticano e le cui conseguenze non gli sfuggono".

Più che una nuova forma di lotta, il sabotaggio e altri rifiuti del lavoro non sono infatti che il risultato, la manifestazione di una debolezza dei lavoratori, la manifestazione della loro incapacità ad affrontare in maniera cosciente, indipendente e collettiva il capitalismo. Il rifiuto del lavoro, prodotto lui stesso della trasformazione dei vecchi processi produttivi e della mentalità operaia ad opera del capitalismo, non ha in se una qualunque prospettiva rivoluzionaria. Questa prospettiva può farla apparire solo lo scontro aperto, collettivo e cosciente contro il capitalismo.

A partire dal suo contenuto individualistico questa rivolta contro il lavoro rimane una conseguenza inevitabile della violenza del sistema salariato, un prodotto dell'oppressione e della divisione dei lavoratori in seno al capitalismo. In rapporto a ciò i principi dell'azione rivoluzionaria rimangono immutabili. Solo l'azione collettiva, organizzata, cosciente e autonoma dei produttori porta in sé l'abolizione del lavoro salariato. Solo essa è creatrice di solidarietà, spirito d'iniziativa e immaginazione, volontà e decisione, qualità spirituali indispensabili per farla finita con questo vecchio mondo.

Quando si constata, come fa J. Zerzan, che i lavoratori hanno oggi la tendenza nelle lotte a voler assumere il controllo delle forze produttive, allora riesce difficile rifarsi all'idea secondo cui il rifiuto del lavoro ed il sabotaggio sono le forme decisive della moderna lotta rivoluziona­ria! In effetti è solamente dalla lotta collettiva che possono nascere queste nuove tendenze alla riappropriazione da parte dei lavoratori del controllo sull'apparato produttivo. Ciononostante, le lotte in cui queste tendenze si manifestano, in maniera più o meno confusa, non sembrano provocare presso gli adoratoti del rifiuto del lavoro un qualunque interesse, o tuttalpiù esse danno origine ad un paternalistico disprezzo (vedi lo sciopero della LIP).

La confusione che si fa nello slogan rifiuto del lavoro fra il lavoro, attività umana indispensabile al funzionamento di qualsiasi società, ed il lavoro salariato, non fa inoltre che eludere il vero punto nodale della trasformazione rivoluzionaria della società. Il rifiuto del lavoro non ha niente di originale come slogan ... esso è da sempre quello delIa borghesia e dei suoi lacchè! Come non sorridere quando J, Zerzan ci apprende che "il disprezzo dei lavoro è quasi unanime dal saldatore al redattore di giornale, passando per i vecchi impiegati! " A quando, la solidarietà operaia verso i padroni sovraffaticati?

Presso i lavoratori rivoluzionari l'orrore quotidiano del lavoro salariato non fa che rafforzare la convinzione che la trasformazione radicale della società consiste essenzialmente nella riorganizzazione della produzione e nell'immissione nel lavoro produttivo di tutta questa immensa massa di gente che oggi vive del nostro sfruttamento: borghesi, burocrati, poliziotti dì tutte le specie, militari ed altri parassiti. Poiché, al contrario di ciò che accade nella società capitalistica, sarà sulla base della partecipazione o meno al lavoro sociale necessario che si potranno regolare i principi, di produzione e distribuzione deIla nuova società. E solamente allora si realizzerà questo vecchio desiderio del movimento operaio, il cui senso è ben chiaro: abolizione del lavoro salariato, e ... diritto all'ozio!

Articolo sicuramente interessante, ma che stabilisce un rapporto non necessario tra assenteismo e salario sociale, come pure presuppone erroneamente che il rifiuto del lavoro perda consistenza di fronte al dilagare della disoccupazione, mentre è invece il dilagare della disoccupazione che rende necessario il salario sociale, salario sociale che può dare una maggiore libertà di scelta di fronte ad un lavoro a salari sempre più bassi sottoposti come sono alla pressione esterna dell'esercito industriale di riserva.


10 novembre 2008

Disoccupazione in Usa

 

Gli Stati Uniti sono ufficialmente in recessione, ora certificata dal National Bureau of Economic Reasearch incaricato di misurare i cicli economici del paese. E a togliere di mezzo eventuali dubbi sono arrivati ieri altri due dati macroscopici. Il primo sulla disoccupazione: in ottobre, il tasso è schizzato al 6,5%, il livello più alto dal 1994. Il secondo proveniente dal mondo dell'automobile: nel terzo trimestre, la Ford ha perso altri 3 miliardi di dollari, la General Motors 4,2. In borsa, il titolo è crollato.
La giornata si era aperta con il Dipartimento al lavoro che comunicava che in ottobre 240 mila persone hanno perso il posto di lavoro, portando la cifra complessiva dei primi dieci mesi del 2008 a 1,2 milioni di unità. La recessione avanza a grandi passi e nel paese sono 10,1 milioni di persone senza un posto di lavoro. Non c'è comparto dell'economia che non paghi la crisi iniziata con la speculazione dei subprime: i disoccupati si contano soprattutto nelle costruzioni, nella manifattura e nelle vendite al dettaglio. Regge, ancora, il comparto dei servizi, in particolare in ambito sanitario e minerario.



L'auto americana invece si è proprio fermata. La Ford ha dichiarato di aver perso tra luglio e settembre 3 miliardi di dollari, con una flessione delle vendite del 25%. La Gm ha dichiarato di aver avuto perdite operative pari a 4,2 miliardi di dollari, ridotte formalmente a 2,5 miliardi dopo aver utilizzato 6,9 miliardi di liquidità. E dopo la pubblicazione dei conti, il numero uno del gruppo Richard Wagoner ha annunciato che interromperà le trattative di fusione con Chrysler, per concentrarsi sui suoi gravissimi problemi finanziari che ormai mettono a rischio le attività del gruppo.
Una delegazione delle tre di Detroit (Ford, Gm e Chrysler) hanno incontrato giovedì Nancy Pelosi, la presidente democratica del Congresso. Alla riunione hanno partecipato i numeri uno delle tre case automobilistiche - Wagoner per la Gm, Alan Mulally per la Ford e Bob Nardelli per la Chrysler insieme al capo del sindacato di categoria Uaw, Ron Gettelfinger - per chiedere ancora più aiuti. Almeno 50 miliardi di dollari; 25 miliardi liquidi e 25 miliardi di dollari per coprire le spese per l'assistenza dei dipendenti.
L'assedio delle quattro ruote a Washington arriva mentre il neo presidente Barack Obama sta mettendo a punto la sua nuova squadra per l'economia, tema centrale della campagna elettorale. La nomima del segretario al tesoro Usa è la più urgente di fronte all'attuale recessione e al crack occupazionale. Sembrano non esserci più soldi anche per gli ammortizzatori sociali e i sussidi. «Alcuni singoli stati - sostiene il National Employment Law Project - sono in bancarotta e non hanno più riserve per poter pagare i sussidi». Il numero delle richieste è sensibilmente aumentato: sono «3,84 milioni le persone che beneficiano di un aiuto, il livello più alto livello degli ultimi 25 anni». Con il trend attuale e - con i tagli che le imprese hanno annunciato per le prossime settimane - le casse potrebbero risultare presto insolventi. La CnnMoney riporta l'esempio dello stato del Michigan (dove hanno sede le Big Three) con l'industria dell'auto al collasso. Quest'anno le richieste di un sussidio sono aumentate già del 21% e il tasso di disoccupazione - in quella regione - è salito all' 8,7%, rispetto all' 7,3% di un anno fa. «Il fondo del Michigan ha già speso circa 1,1 miliardi di dollari in contributi», ha dichiarato Stephen Geskey presidente del fondo statale. Anche in Ohio, le richieste di sussidio sono salite in un anno del 40% e la cassa del fondo ha «disposizione solamente 305,6 milioni di dollari», scrive la CnnMoney.
Il dato fornito dal Dipartimento al lavoro rivela altre cose. Ovvero che è cresciuto il numero di coloro che rimangono senza lavoro per più di 27 settimane (2.3 milioni di persone); è cresciuto il numero dei dipendenti licenziati che non si aspettano di essere richiamati al lavoro (ad ottobre sono 4.4 milioni e molti tra coloro che sono stati espulsi vengono dal mondo della finanza); è salito il numero delle persone che sono impiegate par-time (più 645 mila a ottobre e complessivamente 6.7 milioni in tutto il paese); perdono per primi il posto di lavoro le minoranze nere (11.1 per cento) quella ispanica (8,8 per cento) ma i più colpiti sono il gruppo dei teenagers (20.6%).

(Maurizio Galvani)


8 novembre 2008

Pensatoio travolto dallo scandalo !

"Non sapevo che un imbecille 



avrebbe usato così male
una mia battuta
..."


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5 novembre 2008

L'abbronzato dell'avvenire

 


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4 novembre 2008

Giorgio Gattei : la grande crisi dei mutui spazzatura

 

Nel 2001, quando al collasso della new economy si è aggiunto l'attentato terroristico dell'11 settembre, gli Stati Uniti se la sono vista brutta. Che potesse prendere piede una economia della paura capace di bloccare la crescita futura del PIL? A rimedio la scienza economica consiglia di aumentare i consumi delle famiglie mediante l'aumento dei salari (che vanno però a discapito dei profitti), di favorire gli investimenti delle imprese con l'abbassamento dei tassi di interesse, di aumentare la spesa pubblica anche in deficit spending, ossia senza copertura finanziaria

E se in quest'ultimo caso i incontrano difficoltà politiche insormontabili, c'è sempre la spesa militare che non ha mai sofferto d'opposizione.

Sulla base di queste opzioni il governo di Bush «il piccolo» ha scelto da subito la via della guerra (prima in Afghanistan e poi in Irak), avendo per obiettivo il rilancio del PIL mediante le commesse belliche e a riduzione del prezzo del petrolio che si sarebbe guadagnata quando, a vittoria conseguita, sarebbero affluite sul mercato le ingenti riserve irakene. Ma pure la Federal Reserve ha fatto la sua parte abbassando il tasso di sconto dal 6,5% del gennaio 2001 all'1% del giugno 2003. Tuttavia qui è stata necessaria una modifica rispetto alla teoria, perché in epoca di globalizzazione non si poteva più fare tanto affidamento sugli investimenti delle imprese che, avendo delocalizzato all'estero dove il costo della manodopera è più basso, col credito concesso avrebbero investito sì, ma all'estero.

E' così che, con innovazione pratica straordinaria, il presidente della FED ha deciso di rivolgere la riduzione del tasso di sconto al sostegno dei consumi delle famiglie favorendone l'indebitamento ipotecario immobiliare. Che tutti diventassero proprietari di casa propria a colpi di mutuo! E siccome si annunciava pubblicamente che il tasso di sconto sarebbe ancora diminuito, si incoraggiava la stipula di mutui a tasso variabile, così che sulle rate future da pagare risultassero interessi sempre più ridotti.

E siccome il valore di un immobile è misurato dalla somma delle rate da pagare divisa per il tasso di sconto, con la diminuzione di questo le famiglie avrebbero visto aumentare il valore della casa messa a garanzia del debito contratto per acquistarla, e su quell'aumento di valore avrebbero potuto chiedere ulteriore credito alle banche da destinare questa volta direttamente ai consumi. Per sostenere poi al massimo la crescita del PIL si è deciso anche di aprire il credito a chiunque, perfino ai clienti ninja (No Income, No Job and Assets) che sono quelli che non hanno stipendio, occupazione o patrimonio, ma nonostante ciò si sono visti concedere prestiti sebbene privi di alcuna garanzia (ovviamente per tanto favore essi avrebbero pagato tassi d'interesse più elevati, che comunque erano garantiti a calare).

Ma non c'era un rischio per le banche ad essere così prodighe di credito senza copertura? Niente affatto se questi mutui, anche i peggiori chiamati sub-prime, potevano venire cartolarizzati, ossia trasformati in titoli commerciabili sul mercato, così che il rapporto creditizio si trasferisse dalla banca emittente al nuovo acquirente. Ma chi si azzarderebbe mai a comprarli? Così come si presentano, nessuno.

Ma essi potevano essere nascosti, insieme ad altri titoli più sicuri con tasso d'interesse più basso, dentro obbligazioni collaterali di debito (CDO, o "pacchetti-salsiccia") che, proprio per la presenza di quei titoli-spazzatura, avrebbero offerto ai sottoscrittori rendimenti superiori, ad esempio, dei titoli di stato. Per ultimo intervenivano le agenzie di rating, che istituzionalmente hanno il compito di valutare i titoli presenti sul mercato misurandone la sicurezza mediante indici di qualità (AAA per quelli più sicuri). Queste valutazioni sono fatte da esperti finanziari, ma siccome per il servizio le agenzie di rating sono pagate dalle banche che emettono i titoli, esse hanno finito per favorire i propri "datori di lavoro" assegnando la qualifica AAA anche a quei CDO con dentro i mutui subprime.

I quali, così ben nascosti nei pacchetti-salsiccia e sopravvalutati dagli indici di rating, hanno preso a circolare alla grande per il mondo (1400 miliardi di dollari nel 2005-2006 e altri 700 nel primo trimestre del 2007). Tutto congiurava a renderli apprezzabili quanti altri mai perché capaci di assicurare interessi più alti, dipendendo da debitori ad alto rischio, ma ciononostante presentandosi come più che sicuri perché favoriti della "tripla A". Gli esperti finanziari ipotizzavano che, spalmandosi su di una vasta massa di risparmiatori, nel caso di una singola insolvenza il danno per il mercato sarebbe risultato insignificante. E su questi "miracolosi" titoli di credito hanno proliferato i contratti derivati (assicurazioni, scommesse e quant'altro) inventati dalla fantasia delle banche d'affari per far sì che tutti, ma proprio tutti, ci guadagnassero dall'indebitamento crescente delle famiglie americane.


 

2. Gli anni dal 2002 al 2006 sono stati una vera pacchia per i consumatori americani (che nel 2004, per riconoscenza, hanno rieletto Bush «il piccolo» senza necessità di brogli come accaduto nel 2000: non era patriottismo, era tornaconto economico). Ma lo sforzo finanziario è stato veramente imponente se dal 2000 al 2006 si sono fatte indebitare le famiglie di 18.200 miliardi di dollari per produrre 3.800 miliardi di dollari di PIL. Si trattava tuttavia di una pacchia drogata da quel credito illimitato concesso dalle banche "a cani e porci" che sarebbe potuta durare soltanto se i tassi d'interesse avessero continuato a diminuire. Ma questo avrebbe richiesto che la guerra irakena si chiudesse in fretta, consentendo agli Stati Uniti di coprire la "bolla creditizia" interna con i proventi economici della riuscita spedizione militare di rapina.

Sappiamo però che così non è stato. A dispetto dell'annuncio di «missione compiuta» dell'aprile 2003, la guerra è proseguita e l'Irak si è trasformato in un «pantano» che ingoia militari (comunque pochi rispetto ai caduti in Vietnam) ma soprattutto consuma risorse finanziarie: 3000 miliardi di dollari, giusta la stima a marzo 2008 del premio Nobel Joseph Stiglitz, quando invece si era promesso che non si sarebbero superati i 50 miliardi. A copertura il Bush «il piccolo» ha dato fondo all'avanzo di bilancio lasciato dalla precedente amministrazione Clinton e poi si è messo a spendere in deficit spending (come da teoria) col bel risultato che il bilancio federale è finito in rosso (da +1,6% nel 2000 a -1,9% nel 2006, ma con una punta a -3,6% nel 2004). Né la spesa militare si è rivelata produttiva perché in Irak non arrivano a fruttare gli investimenti previsti per la ricostruzione, mentre il petrolio stenta ad arrivare sul mercato (si
producevano 3 milioni di barili prima della guerra, che adesso si sono ridotti a 2 milioni) proprio quando la domanda internazionale in crescita. Risultato? Il prezzo del petrolio è schizzato dai 20 dollari al barile del 2000 a oltre i 100 $/barile del 2007.

Eppure l'inflazione dei prezzi negli Stati Uniti è stata contenuta. Come mai? E' questa un'altra "magia" della globalizzazione, perché i consumi delle famiglie indebitate si sono diretti verso le merci straniere ampiamente importate dalla grande distribuzione commerciale in quanto più convenienti dei prodotti nazionali. Così i prezzi di vendita sono stati mantenuti bassi, ma al prezzo di una *bilancia commerciale* (differenza delle esportazioni dalle importazioni) è finita altrettanto in rosso (da -389 miliardi di dollari nel 2001 a -856 miliardi nel 2006), di cui si sono largamente avvantaggiati i paesi che esportano negli Stati Uniti, come ad esempio la Cina.

A fronte dei due "deficit gemelli" federale e commerciale che continuavano a crescere le autorità monetarie dovevano. Per favorire le esportazioni si è *svalutato il dollaro* (che dal cambio 1:1 con l'euro a fine 2002 è finito a 1,5 dollari per euro), mentre per evitare la fuga dei capitali dai titoli in dollari svalutati si è dovuto *rialzare il tasso di sconto* (dall'1% dell'estate 2003 al 5,25% di metà 2007). Tutto giusto naturalmente, perché la teoria insegna di fare proprio così.Soltanto che l'ultima decisione ha finito per travolgere i bilanci delle famiglie indebitate che sui mutui a tasso variabile hanno visto crescere gli interessi da pagare, mentre contemporaneamente si è ridotto il valore patrimoniale degli immobili acquistati portando allo scoperto eccedenze di credito che le banche si sono affrettate a chiedere di coprire.

Chi non è in grado di pagare il mutuo, rischia così di vedersi pignorare la casa posta in garanzia oppure è costretto a venderla, mentre i clienti ninja, per i quali non ci sono garanzie patrimoniali su cui rivalersi, non pagano e basta. Peggio per i loro creditori che, in conseguenza della circolazione dei CDO "a tripla A", sono ormai sparsi in tutto il mondo.

E' così che, di fronte al rischio d'insolvenza, dappertutto chi aveva titoli ha cercato di realizzarli non appena possibile, da cui l'altalena dei corsi di Borsa che, non appena un giorno vanno su perché c'è chi compra, il giorno dopo vanno giù perché c'è subito chi vende), mentre le banche in crisi di liquidità si tengono ben stretto il contante posseduto, chiudendo i normali canali di finanziamento tra loro oppure facendosi pagare un interesse interbancario più elevato, che è poi quello preso a misura degli interessi sui mutui. Nemmeno il pronto intervento di Federal Reserve e Banca Centrale Europea, che ad agosto 2007 hanno prestato al sistema bancario centinaia di miliardi di dollari e euro (ma con restituzione a breve termine), è stato capace d'invertire la tendenza a "tenersi liquidi". Così la FED ha dovuto rinnegare la politica monetaria di rigore riducendo il tasso di sconto fino al 2%, ma questa volta senza essere seguita dalla BCE che dal 2% del 2005 lo ha portato al 4% a metà 2007 e continua a tenerlo lì. Di conseguenza l'euro si rivaluta sul dollaro, invogliando i risparmiatori ad abbandonarlo a favore della moneta europea (dove porterà questa "guerra monetaria" non è ancora dato a sapere, ma intanto la sterlina già s'interroga sulla sua incrollabile fedeltà al dollaro...).

Da parte sua il governo britannico, al primo fenomeno di "assalto agli sportelli" ad una banca (la Northern Rock), ha invertito la salda tradizione di "privatizzazioni" alla Thathcer-Blair affrettandosi a nazionalizzarla, mentre negli Stati Uniti la Bearn Stearns sull'orlo del fallimento è stata acquistata dalla JP Morgan (ma con denaro preventivamente ricevuto dalla FED). Il fatto è che le aspettative sul futuro restano tutte al negativo perché la dimensione di quella che si presenta come una crisi finanziaria sistemica appare veramente colossale.

Una valutazione complessiva di tutto quanto è a rischio d'insolvenza - non solo i mutui sub-prime ma pure i prime a tasso variabile, non solo i debiti delle famiglie ma pure quelli delle imprese, non solo le carte di credito ma pure i contratti derivati -porta ad una cifra sui 1000 miliardi di $, secondo l'ultima stima del Fondo Monetario Internazionale (aprile 2008). E siccome finora banche ed stituti finanziari hanno effettuato svalutazioni, ossia hanno messo a perdita di bilancio, soltanto 200 miliardi, ce ne sarebbero ancora 800 miliardi da "digerire". A meno che non abbia ragione Nouriel Roubini, il più catastrofista tra gli economisti, che ha parlato di 3000 miliardi di $ di svalutazioni (la stessa cifra stimata da Stiglitz per il costo delle guerre americane in corso) che qualcuno sarà costretto dolorosamente a pagare.

Per questo alle «65 raccomandazioni» espresse dal Financial Stability Forum presieduto da Mario Draghi nell'aprile 2008, che consigliano appena «vigilanza prudenziale» sugli intermediari e «trasparenza» nella concessione dei mutui e nella valutazione dei rating, ben si addice il giudizio d'insufficienza espresso da Giulio Tremonti: «è come chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati». Né vi si parli dello strumento più efficace che potrebbe essere messo in campo per salvare il sistema inanziario: «le nazionalizzazioni che sono state fatte e si faranno ancora» (20 aprile 2004).

 

3. Se si credesse però di essere di fronte alla ripetizione della Grande Crisi del 1929, si commetterebbe un grave errore perché la situazione di oggi non è affatto come quella di allora. Oggi, a differenza di allora quando il mondo intero precipitò nella depressione economica, è soltanto una parte del sistema capitalistico che è in crisi di liquidità: gli Stati Uniti e l'Europa. Altrove si procede alla grande, sostenuti dalle straordinarie esportazioni di petrolio e manufatti proprio verso gli Stati Uniti e l'Europa, così che il Fondo Monetario Internazionale può prevedere per 2008 e 2009 un PIL al 6% in Russia, all'8% in India, al 9% in Cina.

Ma che c'entrano questi paesi, e il mondo islamico con loro, con la crisi dei mutui-spazzatura? C'entrano perché in cambio di quelle esportazioni crescenti essi ricevono dollari che servono quale riserva delle rispettive monete. Ma siccome adesso quei dollari sono in via di svalutazione e quindi acquistare titoli del debito pubblico degli Stati Uniti, come fatto in precedenza, non è più un investimento conveniente, con le eccedenze valutarie quei paesi hanno costituito dei fondi sovrani (sovereign wealth funds) che sono fondi d'investimento pubblici destinati ad acquistare assets patrimoniali (ossia immobili ed imprese) un po' dappertutto nel mondo.

I fondi sovrani sono nati nei paesi esportatori di petrolio, come Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar, ma c'è un fondo sovrano anche in Norvegia (si tratta del fondo pensione pubblico) e poi a Singapore che, incassando i pedaggi per il passaggio dello stretto di Malacca, ha costituito il fondo Temasek che è uno dei più attivi. Anche la Cina, che si trova a possedere un ingente avanzo commerciale, ha costituito nel 2007 il suo fondo sovrano, la China Investment Corporation, con dotazione iniziale di 200 miliardi di $.

Sebbene quindi la presenza di questi fondi sovrani non sia una novità, solo con la crisi dei mutui-spazzatura sono venuti alla ribalta perché, disponendo di ingente denaro liquido, possono ripianare "pronta cassa" proprio le svalutazioni a cui banche ed istituti finanziari sono costretti dalla crisi dei mutui. E così è stato: nel 2007 i primi 10 fondi sovrani hanno investito 3 miliardi di $ spalmati su 52 diverse operazioni di salvataggio o acquisizione e nessuno ha eccepito sul fatto che fossero investitori di Stato esteri. Gli Emirati Arabi Uniti sono entrati in Citigroup con 7,5 miliardi di $, Singapore in UBS con 11,5 miliardi di franchi svizzeri e poi in Merrill Lynch con 5 miliardi di $ e in Barclays con 2 miliardi, mentre il fondo sovrano di Pechino ha investito 5 miliardi in Morgan Stanley, 3 miliardi in Blackstone e 1,9 nella petrolifera Total.

I fondi sovrani non sono però del tutto innocui, avendo alcune caratteristiche difficili da far digerire ad un "libero mercato". Prima di tutto sono statali (sono governi, non proprio democratici, a possederli) e perciò non sono trasparenti (non sono tenuti a dare comunicazione ai mercati delle loro operazioni d'investimento); non rispondendo ad azionisti privati, non hanno di mira un dividendo annuo e quindi possono investire a lungo termine con ottica strategica piuttosto che speculativa con obiettivi di partecipazione strategica in settori come infrastrutture, finanza, high tech, risorse energetiche e materie prime; sono particolarmente appetibili perché offrono liquidità immediata, ma se finora sono rimasti investitori "passivi", potrebbero nel futuro esigere di contare nelle decisioni aziendali (a partire, per esempio, dal diritto di voto in assemblea).

Ovviamente c'è già chi si preoccupa per questa invasione di capitale straniero. Ma dire sì o no dipenderà dalla dimensione e dalla durata della crisi. Attualmente i fondi sovrani sono presenti sul mercato con un ammontare complessivamente stimato attorno ai 2500 miliardi di $, ma per il 2015 si prevedono 12.000 miliardi che, tanto per avere un'idea, corrispondono grosso modo al PIL degli Stati Uniti. Troppi soldi per lasciarli stare alla finestra, se la crisi dovesse aggravarsi. E così, come è stato osservato da Francesco Arcucci, «il primo a cogliere questa necessità è stato il presidente della FED Bernanke che ha capito che per scongiurare il disastro... era necessario aprire il capitale azionario del Gotha bancario ai barbari. L'impero romano, mutatis mutandis, non ha fatto lo stesso per sopravvivere ancora alcuni decenni?» ("La Repubblica", 10.3.2008). Vero, però alla fine Roma i barbari se la sono presa.


Settembre nero.

Avevo finito le pagine precedenti a maggio 2008, convinto che la crisi finanziaria si sarebbe approfondita fino ad intaccare l'economia "reale" (il sistema delle imprese). Ma le Grandi Crisi non si manifestano mai con un botto e via (come i terremoti), procedono con movimenti entissimi e progressivi alla maniera di quei fenomeni di bradisismo che poi alla fine hai Venezia sott'acqua. E' questo carattere che inganna: al primo segnale di sosta tutti si sbracciano a dire che «ne siamo già fuori» e tu fai la figura del menagramo che si augura sfasci che non ci sono più.

Non ero convinto. E così quando Henry Paulson, segretario USA al Tesoro, proclama al mondo che «il peggio è alle spalle; sono ancora possibili sorprese ma non ci sono dubbi che le cose vanno meglio» (26 maggio), mi sono messo a ritagliare i giornali. Dopo il fortunoso salvataggio di Bear Stearns, quale la prossima bancarotta? "Terremoto Morgan Stanley" (22 marzo); "Si aggrava la crisi Merrill Lynch" (18 aprile); "Scossone a Deutsche Bank" (30 aprile); "Affondano AIG e Citigroup" (10 maggio); "Lehman perde 2,8 miliardi" (10 giugno); "Fallimento IndyMac" (13 luglio); "UBS crolla in borsa" (26 luglio); "Merrill: mega-svalutazione" (30.7); "Freddie Mac al tappeto" (7 agosto); "Crolla Fannie Mae" (9 agosto); "Columbian getta la spugna" (25 agosto); "Merrill brucia gli
utili" (30 agosto) - e non ho ritagliato tutto.

Ritorno dalle vacanze e, come dissero a Chernobyl, «si fonde il nocciolo». Freddie Mac e Fannie Mae sono due benemerite istituzioni finanziarie private, ereditate dal New Deal, che hanno erogato mutui immobiliari alle famiglie per 5.200 mld di $. Ora succede che le famiglie no arrivano più a pagare le rate. Saranno i bassi salari, la disoccupazione in aumento, l'inflazione in crescita, gli alti tassi d'interesse - ma quelle non ce la fanno più ad onorare il debito. Però Freddie Mac e Fannie Mae hanno emesso proprie obbligazioni per fornirsi di liquidità e queste obbligazioni (sicure perché garantite dalle case) sono finite un po' dappertutto, in altre banche e fondi comuni, perfino nelle casse di banche centrali. Ma senza le rate come possono fare Freddie Mac e Fannie Mae a pagare le proprie obbligazioni in scadenza?

Non le pagano e dovrebbero fallire. E' il mercato, bellezza! – direbbero i liberisti di stretta osservanza. Però ne sarebbero travolti i mille sottoscrittori e proprio mentre si approssimano le elezioni presidenziali. Non si può proprio. E così, a dispetto del mercato «da lasciare a se stesso», si corre al salvataggio. Paulson (sempre lui) annuncia che Freddie Mac e Fannie Mae passano sotto il controllo del governo che ne assume i debiti impegnandosi per 100/300 mld di $ (8 settembre). I liberisti mugugnano, ma non c'è da temere: è solo una misura una tantum, l'eccezione che conferma la regola della non ingerenza dello Stato nel mercato (e così «Obama e McCain: bene così»).

Passano pochi giorni ed è Lehman Brothers a vedersi il titolo precipitare in borsa del 40% (10 settembre). Questa volta non si annunciano salvataggi pubblici; si cerca una "cordata privata" ma gli interpellati (tra cui la coreana Kdb, China Investment e l'inglese Barclays) si defilano. Si chiede a Bank of America, è impegnata a salvare Merrill Lynch. Risultato: Lehman Brothers porta i libri in tribunale (16 settembre). E' fallimento e peggio per il Fondo pensione integrativo Cometa (dei metalmeccanici) che si trova in pancia 3,5 ilioni di euro di titoli Lehman.

Passa un giorno e la nuova vittima sacrificale è American International Group, la più grande compagnia d'assicurazione del mondo, per cui non si temevano rischi di fuga dei clienti perché (si diceva) «è molto più difficile riscattare una polizza che chiudere un conto corrente» ("La Repubblica", 13 settembre). Invece tutti vendono e McCain virilmente annuncia: «Lasciamo che fallisca, un salvataggio pubblico sarebbe un azzardo morale» (17 settembre).

Ma non si può e il perché me lo spiega Luigi Spaventa (L'enigma americano, "La Repubblica", 18.9.2008): AIG aveva sviluppato una divisione «gagliardamente impegnata in tutte le magie della nuova finanza», soprattutto in 440 mld di $ di credit default swaps con cui i sottoscrittori si assicuravano da insolvenze delle obbligazioni da loro possedute (io ti pago lo swap, ma se le mie obbligazioni non vengono pagate, me le rimborsi tu). Se fallisse AIG, «vanificando il riparo dall'insolvenza» si metterebbero in gioco non soltanto i CDS, ma si vedrebbero «liquefare i valori degli strumenti protetti nel portafoglio delle istituzioni finanziarie» che non avrebbero più paracadute. Se finisse così, gli investitori potrebbero liquidare in fretta tutti quegli "strumenti", precipitando la crisi di borsa. Non potendo lasciar fare così al mercato, anche AIG viene salvata dal governo con l'acquisizione dell'80% del capitale in cambio di un «prestito» (ma vorrà dire acquisto!) di 85 mld di $ (18 settembre). E' la seconda eccezione che questa volta sconferma la regola. E infatti...

Mentre si attende un'altra vittima (Goldman Sachs o Morgan Stanley?) il 0 settembre 2008 Bush «il piccolo» annuncia a sorpresa «una svolta nella storia dell'economia americana» che di fatto sancisce la fine della pratica (e dell''ideologia) liberista. Il governo americano costituisce un «veicolo federale» (leggi: ente pubblico!) che s'impegna ad acquistare da banche e assicurazioni tutti i titoli invendibili sul mercato, in particolare tutti quelli legati ai mutui sub-prime, al 65% del loro prezzo nominale. E' roba da crisi del '29 con lui lo Stato si propone come aspirapolvere di spazzatura, liberando la finanza dei suoi guai semplicemente perché se li accolla lui. Paulson (sempre lui) spiega che tutto questo implicherà «un uso significativo di risorse del contribuente» stimabile attorno ai 700/1000 mld di $.

Insomma: pagherete caro, pagherete tutto! E forse non sarà abbastanza perché la ricaduta della crisi finanziaria sul sistema delle imprese potrebbe (dovrà) costringere a salvare anche queste. Trasecolo, e mi sovviene un ricordo di Enrico Cuccia, mitico patron di Mediobanca, che appena assunto all'IRI (l'ente di salvataggio costituito negli anni '30 da Mussolini) vedeva affollarsi la sala d'aspetto dell'Istituto d'imprenditori che presentavano senza vergogna le ferite dei propri bilanci pur di ricevere soccorso dalla mano salvifica dello Stato. Adesso negli Stati Uniti mi sembra che prenda a girare un po' così, almeno finché il bilancio federale terrà. Ma poi? Restano solo i fondi sovrani stranieri, «seduti sulla riva del fiume ad aspettare il cadavere del nemico».

da "La Contraddizione" 

 

 


3 novembre 2008

Fiom lux : intervista del Manifesto a Gianni Rinaldini

 

Cinquemila delegati rappresentano il sistema circolatorio della Fiom, una rete fittissima di vasi e capillari che irrorano il corpo e il cervello del più forte sindacato dei metalmeccanici italiani. Venerdì hanno accolto con un'ovazione, tutti in piedi, la proposta di sciopero generale della categoria accompagnato da una grande manifestazione a Roma il 12 dicembre, avanzata dal loro segretario Gianni Rinaldini. Stessi applausi convinti quando Rinaldini ha rivendicato il ruolo della Cgil, casa naturale della Fiom, e quando Guglielmo Epifani ha detto: «La Fiom e la Cgil sono la stessa cosa». Un'affermazione che da tempo questi metalmeccanici non sentivano e di cui, verosimilmente, sentivano il bisogno. Una scena d'altri tempi, una passione che ha colpito l'intero gruppo dirigente della Cgil presente all'assemblea dei delegati.

Rinaldini, come spieghi le ovazioni dei tuoi delegati?

Do un giudizio molto positivo dell'assemblea che ha coniugato una preoccupata consapevolezza delle difficoltà prodotte dalla crisi con una forte combattività. Non è usuale l'ovazione negli attivi dei metalmeccanici che per natura, abitudine alla critica, raramente eccedono negli applausi di cui sono assai parsimoniosi. E' importante questa determinazione in una stagione così complicata, con la crisi finanziaria, economica e produttiva che pesa sulla condizione dei lavoratori. Siamo all'emergenza sociale, finora oscurata da chi nascondeva la realtà sostenendo che il problema riguardava solo le banche e il sistema finanziario.

Non pensi che ad avere fortemente compattato i delegati abbia contribuito una ritrovata unanimità del gruppo dirigente?

L'unanimità del gruppo dirigente c'è da alcuni mesi e non ha nulla a che fare con la ricerca di chi in passato avesse ragione e chi torto. Nasce piuttosto dalla consapevolezza collettiva della gravità della situazione che mette il sindacato di fronte a un bivio, rispetto a uno scenario segnato dalla pretesa del governo e della Confindustria di utilizzare la crisi per sancire un cambiamento strutturale dei rapporti con i sindacati. I quali possono decidere di accedere a una gestione della crisi vissuta come fase temporanea, da superare con il salvataggio pubblico del sistema finanziario, per poi riprendere lo stesso meccanismo di sviluppo fondato su basse retribuzioni, peggioramento delle condizioni lavorative e precarietà. Così il sindacato si renderebbe funzionale in cambio di una gestione diretta di pezzi di stato sociale, dal collocamento alla formazione, agli ammortizzatori sociali.




E' la strada imboccata dalla maggioranza delle organizzazioni sindacali. Qual è quella della Cgil e della Fiom?

Un sindacato che voglia difendere i valori della solidarietà, dell'uguaglianza e della democrazia deve aprire la strada a uno scenario nuovo, attraverso un'ipotesi alternativa al sistema di potere governo-Confindustria e a un modello di sviluppo che ha prodotto troppi guasti sociali, ambientali, culturali. La Fiom, così come la Cgil in questi mesi, si dice indisponibile a farsi inglobare dentro un processo che distruggerebbe i suoi valori, la sua cultura. Bisogna svelare i presunti paradossi dell'ideologia dominante, per cui mentre esplode la cassa integrazione e fioccano i licenziamenti dei precari si detassano gli straordinari e si controriforma la legislazione del lavoro per allungare gli orari; si dice che gli stipendi finiscono alla terza settimana e poi si fanno accordi nel pubblico che prevedono aumenti netti di 40 euro, e nel privato si siglano linee guida che comportano la riduzione dei salari. Siccome non sono tutti matti, la spiegazione è che c'è un disegno che mette nel mirino lavoratori pubblici e privati, studenti e pensionati. Dietro i tagli alla scuola e alla ricerca c'è una concezione della produttività basata sul peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita. Noi, nel percorso individuato con l'assemblea dei delegati abbiamo messo insieme le questioni inerenti la prospettiva con la necessità di costruire una rete di protezione sociale, utilizzando le risorse pubbliche che devono essere ingenti per elevare ed estendere gli ammortizzatori sociali a tutte le tipologie contrattuali. A questo scopo bisogna liberarsi della Bossi-Fini che prevede l'espulsione di quei lavoratori migranti che perdano il posto: al contrario, bisogna estendere anche a loro, oltre che ai precari, le coperture a cui ha accesso chi ha un contratto stabile nelle grandi aziende.

Il segretario della Funzione pubblica, Carlo Podda, ha chiesto dalle pagine del manifesto alla Cgil di arrivare, prima dell'approvazione della Finanziaria, a uno sciopero generale di tutte le categorie. Che ne pensi?

Quel che dice Podda è di assoluto buon senso: è evidente che l'articolazione delle iniziative di lotta già messe in campo e quelle già programmate per novembre richiamano la necessità di trovare un momento di unificazione che non può che essere lo sciopero generale, ed è di questo che dovrà discutere l'organismo dirigente della Cgil, valutando le tappe necessarie.

Podda ha aggiunto che, qualora la Cgil decidesse di percorrere strade diverse, la Funzione pubblica sarebbe pronta a fissare per il suo sciopero generale la stessa data dei metalmeccanici.

E' un'altra considerazione di buon senso, nel caso in cui i tempi dello sciopero generale deciso dalla Cgil fossero diversi da quelli della Finanziaria. Sarebbe paradossale arrivare a due iniziative nazionali determinanti come gli scioperi dei meccanici e dei pubblici, le due principali categorie dei lavoratori attivi, in momenti diversi, separati, proprio mentre governo e Confindustria fanno di tutto per dividere e contrapporre i lavoratori, dicendo infamie sia contro quelli pubblici - fannulloni - che contro i nostri.

Il presidente di Federmeccanica Bombassei ha commentato così la vostra dichiarazione di sciopero generale: «La Fiom, come la Cina, non è più un fenomeno ma una certezza». Per molta stampa siete colpevoli di aver portato la Cgil sulla cattiva strada facendola «regredire» all'epoca Cofferati...

Questa poi non è un'offesa, se ci si riferisce al 2001-2002. Gli organi d'informazione si trasformano in organi di partiti: hanno auspicato l'isolamento della Fiom e la rottura con la Cgil, ci hanno lavorato con impegno e oggi sono isterici per aver fallito il loro obiettivo. Non parlano mai del merito, delle condizioni dei lavoratori, dei pensionati, degli studenti, tutto e tutti vengono ricondotti alle manovre e agli schieramenti politici. Stanno aprendo una campagna di denigrazione nei confronti di Epifani perché ha osato dire che questa volta non c'è una posizione diversa tra la Cgil e la Fiom nel giudizio sugli accordi che abbiamo deciso di non firmare.

A proposito di schieramenti politici, si fa un gran parlare di quanti danni produrrebbe al Pd il presunto arroccamento della Cgil.

Le scelte della Cgil aprono uno scenario nuovo con cui tutti, compreso il Pd e comprese le forze alla sua sinistra, dovranno fare i conti. Uno scenario che riporta al centro la questione sociale
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3 novembre 2008

Emiliano Brancaccio : segmentare i mercati finanziari

 
Partirei da alcuni segnali provenienti dall’interno del sistema bancario, epicentro del terremoto in atto. La scorsa settimana siamo giunti ad un passo da quella che tecnicamente si definisce la “trappola della liquidità”. Abbiamo infatti assistito a una migrazione di capitali dai titoli privati verso i titoli pubblici, e in una certa fase la fibrillazione è arrivata al punto che nemmeno i titoli pubblici sono sembrati sufficientemente liquidi per gli operatori. Abbiamo inoltre assistito a uno stallo completo del mercato interbancario, cioè il mercato nel quale le banche si prestano denaro a vicenda. E abbiamo registrato a livello di sistema una lieve ma cumulativa riduzione delle riserve liquide, che è stata causata da una serie ripetuta di ritiri di contante. Il che significa che siamo pure giunti non lontani da una corsa agli sportelli. Dopo i provvedimenti dei vari governi la situazione non è rientrata del tutto, ma sembra essersi stabilizzata. Siamo in uno stato temporaneo di quiete, in attesa degli eventi. Ebbene, questi segnali sono di una gravità inaudita. Direttori generali con esperienza trentennale nel mondo bancario non sanno trovare precedenti comparabili.



Friedrich Engels

Ora, tenete presente che queste notizie non rappresentano solo dei segnali che preannunciano una possibile trappola keynesiana della liquidità, e una conseguente grande crisi. Per qualcuno queste notizie rappresentano anche delle occasioni. Bisogna capire infatti che al momento qualcuno detiene grandi masse di liquidità disponibile. In termini tecnici, si tratta di tutti coloro i quali abbiano ottenuto liquidità a chiusura di un volume notevole di transazioni definitive. Si tratta dunque in primo luogo di venditori di merci e servizi in posizione di monopolio, dalle multinazionali ai fondi sovrani. Ma si tratta pure di quelle banche di grandissime dimensioni, il cui valore del patrimonio liquido è particolarmente alto in rapporto al capitale dei concorrenti. A questo riguardo, è interessante osservare il tasso interbancario. Diversi analisti hanno giustamente notato che questo tasso si situa troppo in alto rispetto al tasso che la BCE applica sulle operazioni di rifinanziamento. Cioè esiste un divario tra i due tassi, un divario che va al di là dei differenziali di rischio e che sembra ormai trovare una spiegazione condivisa da numerosi osservatori, anche di diversa matrice teorico-politica. La spiegazione è che probabilmente è in atto un meccanismo “preda-predatore” all’interno degli assetti del capitale, europei e mondiali. Ossia, gli operatori che dispongono di liquidità tengono i tassi alti perché vogliono soffocare coloro i quali necessitano di prestiti. I grandi detentori di capitale liquido infatti sanno bene che, dopo la tempesta, sulla scena resteranno in piedi pochi attori, e quei pochi potranno fare razzia dei capitali rimasti per terra. Questo tipo di interpretazione trova adesso diversi sostenitori, persino in ambito mainstream (uno di essi è Francesco Giavazzi). In ambito marxista tuttavia non ci pare in fondo una gran sorpresa. Si tratta infatti di una tipica sequenza che va dalla crisi di realizzo alla centralizzazione autocratica del capitale.
E’ opportuno chiarire che lo scontro inter-capitalistico in atto spiega pure lo stallo politico al quale più volte abbiamo assistito in queste settimane, e che potrebbe a lungo andare accendere la miccia per una crisi generalizzata del sistema. Semplificando al massimo, possiamo dire che a livello europeo e mondiale chi punta a tenere stretti i cordoni della borsa pubblica ed osteggia le varie forme di protezione da parte dello Stato rappresenta i capitali relativamente forti, che da una carenza di liquidità potrebbero entro certi limiti trarre notevole vantaggio. Chi invece vorrebbe estendere le garanzie e le emissioni pubbliche teme di più per la tenuta dei capitali che in un modo o nell’altro si trova a rappresentare politicamente. Questa contrapposizione tra capitali forti e capitali deboli arriva fin dentro il direttorio della BCE. E sotto date condizioni potrebbe anche rivelarsi fatale. Perché vedete, per il momento gli operatori si sono spostati dai titoli privati ai titoli pubblici. Ma se dovessimo piombare nel mezzo di una vera e propria trappola della liquidità, allora vi sarebbero pressioni al ribasso anche sui titoli pubblici. E poiché fino a questo momento le coperture governative sui depositi sono garantite da emissione di titoli pubblici, capite bene che se a quel punto non interviene il banchiere centrale si finisce dritti nel baratro della corsa agli sportelli.

***

Ma c’è di peggio. Il conflitto inter-capitalistico può infatti dare luogo a uno stallo politico che va ben al di là dei confini europei. Per chiarire questo punto occorre fare una premessa sulle determinanti di fondo della crisi. Finora la tempesta è stata spiegata secondo i canoni della cosiddetta sintesi neoclassica. Si è cioè data al dissesto finanziario una motivazione di tipo meramente soggettivo e psicologico, fondata sul rischio di uno stallo nei meccanismi di fiducia necessari al corretto funzionamento del sistema finanziario. E’ questa una linea interpretativa che contraddistingue ad esempio il fresco premio Nobel Paul Krugman, così come anche numerosi osservatori nostrani della tempesta, da Lorenzo Bini Smaghi a Francesco Giavazzi. L’idea più o meno implicita di questi autori è che, se si ripristinano i meccanismi istituzionali necessari per risollevare la fiducia, le cose dovrebbero tornare a posto.
A queste interpretazioni dominanti è possibile tuttavia contrapporre una lettura alternativa della crisi: quella di tipo oggettivo, tipica delle scuole di pensiero critico, basata sul dato materiale della colossale sperequazione tra profitti e salari. Secondo queste interpretazioni critiche, questa può essere definita la crisi di un mondo di bassi salari. Le deregolamentazioni che si sono attuate in questi ultimi decenni e che hanno interessato tutti i mercati, da quello finanziario a quello del lavoro, sono state tali da generare un mondo di bassi salari, sistematicamente al di sotto della crescita della produttività, e più in generale un mondo in cui la quota di prodotto destinata direttamente e indirettamente al lavoro subordinato risulta in ogni dove decrescente. Un mondo che è strutturalmente instabile. Ogni Paese punta infatti a tenere bassi i salari e bassa la domanda interna e cerca all´esterno dei propri confini uno sbocco per le proprie merci. Nell’ultimo decennio questo meccanismo ha funzionato soprattutto perché gli Stati Uniti hanno agito come una sorta di "spugna assorbente" delle eccedenze produttive degli altri Paesi. Il problema è che questa spugna funzionava non certo perché i salari dei lavoratori americani fossero alti o perché il welfare fosse generoso, ma perché negli Usa montava un debito privato gigantesco, che era in grado di finanziare qualunque eccedenza di spesa rispetto ai redditi correnti. L’espandersi del debito ha via via coinvolto tutti gli strati sociali della popolazione. Si è passati dai dirigenti ai quadri del sistema americano, fino ad arrivare ai lavoratori delle periferie estreme delle metropoli, spesso già insolventi e pignorati. Il sistema era ormai talmente spinto che permetteva a un operaio di pagare i debiti di un mutuo accendendo un nuovo prestito, e di rimborsare i soli interessi del prestito attivando una carta di credito, e così via. Insomma, parafrasando un grande economista, Hyman Minsky, potremmo parlare di “ultra-speculative working poors”, cioè di poveri tramutati loro malgrado in ultra-speculatori. Naturalmente, l’accensione progressiva di nuovi mutui spingeva il prezzo degli immobili verso l’alto. Il valore delle ipoteche dunque cresceva, e questo permetteva alle banche d’affari di spezzettare i mutui e di collocarli in ogni angolo del mondo. E badate che finché i prezzi delle case ipotecate salivano, questo sistema traeva addirittura linfa dalle insolvenze dei lavoratori coinvolti. Tuttavia, con la crescita delle insolvenze e con i contraccolpi subiti dai valori immobiliari, la bolla speculativa è esplosa. E il problema è che ora gli Stati Uniti non sembrano più in grado di fungere da “spugna assorbente” della produzione mondiale. Insomma, la locomotiva mondiale si è rotta. E di sostituti, unilaterali o multilaterali che siano, non si vede nemmeno l’ombra.
Si fa un gran parlare a questo proposito dei fondi sovrani. Si tratta di istituzioni che si sono sviluppate in quei paesi caratterizzati da avanzi commerciali crescenti, e quindi da accumuli crescenti di liquidità. Queste istituzioni stanno in effetti cercando di ritagliarsi un ruolo nella razzia capitalistica che abbiamo descritto in precedenza. Ma le loro mosse, al momento, rivelano degli intenti di tipo finanziario, al massimo di tipo strategico-industriale, in ogni caso ben lontani da qualsiasi mira ad una vera e propria leadership politica da parte dei paesi che li manovrano. Dunque, la vera minaccia prossima ventura è costituita dall’assenza una leadership politico-monetaria mondiale. Questo è il vero, grande pericolo di fronte al quale il sistema si trova. E voi sapete che si tratta di un pericolo che all’epoca della lunga, sofferta transizione dalla leadership politico-monetaria britannica a quella americana si concretizzò in una guerra mondiale.

***

Crisi di realizzo, centralizzazione dei capitali, scontro inter-capitalistico e conseguente stallo politico. Sembra una di quelle tempeste perfette che venivano descritte nei manuali bordighisti dei primi del Novecento. Quei testi in verità davano per scontata e automatica la crisi irreversibile del modo di produzione capitalistico. Da allora però di vaccini anti-teleologici ne abbiamo ingoiati. Per dirla con Althusser, sappiamo bene che “l’emergenza” crea una condizione, la quale però richiede a sua volta ulteriori condizioni per essere sfruttata. Queste ulteriori condizioni attengono alla organizzazione del conflitto, e attualmente sono ben lungi dall’esser soddisfatte. Nell’assoluto silenzio politico del lavoro ci sono dunque buone probabilità che la crisi e il relativo conflitto tra i capitali arrivino a ricomporsi proprio caricandosi sulle spalle del lavoro, che sarà dunque vittima anziché protagonista dell’emergenza.
Potranno mai i comunisti e le sparute rappresentanze politiche e sindacali del lavoro rientrare in gioco, in questa fase che li vede oggettivamente al margine? Una risposta negativa forse è quella giusta, ma è anche la più facile. In realtà c’è da tener conto del fatto che la crisi potrebbe questa volta rivelarsi grave e profonda. Concepire una nuova spugna, una nuova locomotiva mondiale, è infatti cosa lunga e travagliata. L’Europa dovrebbe infatti rinnegare il suo assetto, e rivoltarlo come un calzino. La Cina è giovane sul piano monetario internazionale ed è più fragile di quanto non si pensi. Per non parlare della Russia, i cui avanzi e disavanzi commerciali seguono esattamente il corso ballerino del petrolio. In assenza dunque di un meccanismo multilaterale c’è la possibilità che ogni paese punti all’espansione della domanda interna, con la conseguenza però a quel punto di dovere introdurre barriere protettive più o meno surrettizie per evitare i pericoli del deficit con l’estero. Nel frattempo, le ristrutturazioni e la disoccupazione potrebbero raggiungere livelli tali da stravolgere il quadro politico. Se così fosse le carte del gioco politico forse potrebbero rimescolarsi. Ma se non dal punto di vista organizzativo, i comunisti e le sinistre sarebbero almeno pronti sul piano teorico all’eventualità di un rimescolamento degli equilibri politici? Al momento vi è da dubitarne. A me pare infatti che esista un problema, che attraversa in svariati modi l’intera Europa ma che in Italia assume un’evidenza tutta particolare. Il problema, dal punto di vista dei comunisti, è che essi sono circondati. Sono circondati da un Partito democratico che si è fatto a lungo portatore del principio di “non interferenza” sui mercati e di apertura dei medesimi agli scambi globali, e che oggi appare chiaramente imbambolato di fronte alla tempesta in corso. E sono circondati da una pseudo-cultura globalista che si è fatta largo persino tra alcune frange di movimento. Insomma, è come se alcuni degli eredi del vecchio internazionalismo operaio avessero completamente stravolto e deformato l’istanza globale delle origini, arrivando a confonderla con l’apertura dei mercati, vale a dire con l’internazionalismo del capitale.
In una situazione come questa, dunque, va bene dire più salari e più pensioni, ma non basta. Vanno bene le vertenze, ma sarebbe gravemente intempestivo cadere in un mero vertenzialismo. Se infatti il Partito democratico rimane in bambola, e se gli arcipelaghi di movimento faticano anche solo ad afferrare il senso di questo trapasso storico, è forse tempo che i comunisti si facciano carico di un compito politico generale: offrire una lettura reale del presente mettendo costantemente in chiaro qui e altrove che c’è una fuffa globalista, a sinistra, di cui è bene liberarsi. Il che significa, in sostanza, che non basta regolamentare i mercati, che è ancora l’incredibile, ottusa chimera dei socialisti europei e dei democratici nostrani. Occorre piuttosto ridimensionarli, segmentarli, imporre controlli sui movimenti dei capitali e, se serve, anche delle merci. Ed è bene sempre aggiungere, al riguardo, che in assenza di controlli sui movimenti di capitali c’è il serio rischio che l’obiettivo della liberazione dei migranti sostenuta dai comunisti e dalle sinistre si ritorca contro di essi. La libera circolazione dei capitali rende infatti il profitto una intoccabile esogena, e scatena quindi una guerra tra nativi e migranti sulla parte residua spettante ai salari. Una guerra che sposta lentamente ma inesorabilmente a destra, verso il fascismo.
Nella prefazione all’edizione italiana del Manifesto del partito comunista, Engels scrisse che «se ciascuna nazione non avesse riacquistato la propria autonomia e unità, non si sarebbero potute compiere né l’unione internazionale del proletariato, né l’intelligente cooperazione delle nazioni per il raggiungimento di scopi comuni». Sebbene collocata in un contesto storico-politico enormemente diverso dal nostro, questa enunciazione presenta una sua attualità logica. Il punto da comprendere, infatti, è che un nuovo internazionalismo operaio potrà fiorire solo dal suo opposto speculare, e cioè da un rinnovato processo di segmentazione dei mercati globali, a partire dal mercato finanziario.


2 novembre 2008

Claudio Jampaglia : la nuova economia come la vecchia. Migliaia di "esuberi" ad Hp ed Eds

 

Per i santi e i morti ad Hp ed Eds si lavorerà. Nel week-end. Un regalino della firma separata di Cisl-Uil del contratto del commercio che permette all'azienda di comandare 26 domeniche lavorative. Si lavora anche se non siamo in fonderie a ciclo continuo o in un centro commerciale. Si lavora perché ci sono ordini da smaltire. Ma si taglia personale. L'altra faccia della crisi ha i volti di impiegati quarantenni, giacca e cravatta, zainetti e pc. Prendono il volantino che gli spiega che tra poco andranno a casa, ma non si fermano al presidio di una cinquantina di colleghi. Sono gli informatici. Quelli a cui è stato promesso un futuro senza sosta. E che fino all'altroieri ci potevano anche credere. «Quando sono entrata in Hp - racconta Laura - mi ricordo il "coffe speech" dell'amministratore delegato con da una lato un cartellone con scritto "cosa dice il contratto nazionale", dall'altro un altro cartellone arrotolato con nastro rosso aperto scenograficamente con scritto "quello che vi dà Hp"». E in effetti era tanto. Salari migliori, formazione, bonus, non c'era nemmeno bisogno di timbratura o integrativi solidi. Li davano già. E poi c'erano i "valori" che facevano sentire chi lavorava qua dentro al centro dell'impresa, indispensabile. Adesso è rimasta la benedizione del prete con l'interfono (i manager sono molto ciellini, si dice) che per l'assemblea sindacale è stato negato. E otto persone con assunzione obbligatoria sono state già messe fuori. Non sarebbe mai successo, prima. Come i nuovi venditori senza commissioni o i tecnici senza auto aziendale. Di colpo si diventa più "normali", lavoratori come numeri, fino ad esuberi. «I tempi sono cambiati per tutti», dice Fulvio. «Io ho fatto questo errore di pensare di bastare a me stesso perché prima andavi dove volevi, gli aumenti non erano un problema, ma i tempi sono cambiati già da un po'. E mi sono iscritto al sindacato. Ho capito che è finita, che tocca a tutti, Engineering, Ibm, per non parlare delle piccole». Mobilità un tempo significava cambiare lavoro, città. Dinamismo. Adesso significa procedure per essere licenziati.
A vedere i pochi qua fuori, non molti l'hanno capito. «Oh, a Roma erano in 200 è andata bene». «Eh ma lì c'è un'altra mentalità. Hanno i ministeri, sanno che farsi sentire serve». Qui, tra i capannoni e la statale Padana Superiore, non è un gran bel farsi vedere. Lo sciopero è nazionale e i numeri sono importanti. 2600 dipendenti in Italia per Hp, 800 solo nella sede di Cernusco sul Naviglio. 3200 dipendenti per Eds, sparsi in tutta Italia (600 a Milano, 100 a Torino, 200 a Pozzuoli e così via). Gli slogan sono sobri: "No alle riduzioni, sì al piano industriale"; "Il patrimonio di conoscenza va salvaguardato"; "Riduzione costi? Tagliate la paga ai manager yesman". Scioperano insieme, perché ormai sono la stessa azienda. Un solo amministratore delegato, di Hp, che si è mangiata l'altra multinazionale per diventare numero 1 mondiale del settore e superare Ibm. Eds porta in dote clienti pubblici (in Italia il ministero dell'Istruzione e tante amministrazioni locali) e privati come l'Eni. Business. E lavoratori. Ma mentre si mangiano fette di mercato, si ristruttura. Si dice "merger & acquisition" (fusioni e acquisizioni) con "downsizing" (riduzione costi). I tagli ci sono da tempo. Per Hp l'ultima sede a chiudere è stata Genova (prima c'erano state Firenze, l'Aquila). Per Eds Potenza (trasferiti a Bari). Ma è nulla rispetto a quello che sta arrivando.



Fuori i quarantenni
Silicon Valley licenzia. Da mesi. In questa settimana Zillow, Pandora, AdBrite, Hi5, Jive, Redfin sono alcuni nomi di softwarehouse, aziende di marketing, servizi e piattaforme del web che hanno lasciato a casa un po' di gente. Yahoo! il portalone al centro degli appetiti di Microsoft ha annunciato altri 1000 licenziamenti (altrettanti li ha fatti a gennaio). Ci sono voci di crisi a Ebay. E adesso arriveranno le aziende meno note al pubblico che dipendono interamente dal mercato finanziario. Un quarto degli investimenti mondiali in tecnologia vengono dai servizi finanziari. Sarà ancora così? I titoli viaggiano male (solo Google è sempre in positivo), il Nasdaq è sott'acqua ma non più del resto della borsa. Il punto è che sarà dura trovare soldi. Private equity e venture capitalist, in breve coloro che danno soldi ad aziende che pensano possano esplodere in borsa o dare ritorni a breve a doppia cifra, non investono più. In compenso lo shopping tra aziende continua. E' una fase di classica ristrutturazione. Che spazza via logiche e mentalità di lavoro acquisite per sostituirle con più giovani e flessibili attitudini. Perché i tagli si fanno sulle persone.
Hp ha avuto anni costanti di profitti, tra il 10-15% del fatturato. Nel 2004 si sono mangiati la concorrente, mondiale, Compaq (200 lavoratori in mobilità volontaria in Italia). I profitti non ne hanno risentito. «Tanto che con la cassa si sono comprati Eds e anche le loro stesse azioni sul mercato». Si fa quando l'azienda vuole sostenere il proprio titolo. Solo che bisogna avercene di liquidità. E Hp ne ha. Nel mondo. E per diventare il "number one" vuole continuare a comprare, tagliare. «Nell'anno verranno eliminate 24.600 posizioni» ha annunciato testualmente il Ceo Mark Hurd, Businessperson 2007 secondo Business Week. Il 7,5% della forza lavoro, 1,8 miliardi di "risparmio". Una distruzione creatrice, spiega sempre Hurd, che porterà 17mila nuove posizioni. Dove? Nei paesi dove costa meno. Paesi come India e Bratislava dove si fa già il back office di Hp Italia o l'Ungheria per Eds. «Li chiamano "best shores", i lidi migliori, come costi, solo che poi a noi ci tocca di sistemare un sacco di pasticci», racconta Beppe. L'orgoglio dei lavoratori è uno. «Sai di 1472 lavoratori Eds in Ungheria quanti esuberi: zero», spiega Piero, «chiaro, no?». Tra quelli che saranno "eliminati" circa 10mila sono in Europa. 8mila in Eds, il resto in Hp. In Italia ancora non si sa. Al primo tavolo al ministero dello Sviluppo non l'hanno detto. «Ma i piani sono già fatti, mancano solo i nomi». Mobilità, cassaintegrazione? Molti ad Hp non se lo aspettavano. Pensavano che gli "esuberi" toccassero alla neoacquisita Eds. Ma non sarà così. E davanti ai cancelli ci sono Ermanno e Laura di Hp, insieme ad Antonio, Fulvio e Beppe di Eds. Insieme a Filcams e Fiom. Solo Cgil. La loro preoccupazione sono i colleghi. «In entrambe le aziende veniamo da anni di mobilità volontaria e da un processo di "svecchiamento" ormai finito». Più o meno tutti gli over 50 sono stati mandati via. «Adesso tocca agli over 40, gente che lavora nel settore da vent'anni e che difficilmente è riciclabile altrove».

I furbetti di Engineering
Ma serve scioperare? La risposta la dà l'azienda. In Eds l'integrativo è scaduto dal 2004. Alla richiesta di rinnovo hanno risposto con la disdetta di indennizzi, trasferte, buoni pasto, reperibilità... Poi hanno offerto di ripristinarle fino a marzo in cambio di una rinuncia allo sciopero. Evidentemente... E queste sono multinazionali. Perché poi esiste un mercato intermedio di aziende italiane e un mare di piccolissime, per lo più softwarehouse. Lì impossibile dire cosa succede. Non ci sono nemmeno contratti di lavoro. Tutto consulenza e partita Iva. Non è il caso della Engineering.it dove hanno scioperato otto ore lunedì. Ed è andata bene a Milano e Roma. L'azienda, quotata in Borsa, è una delle più grandi italiane e lavora per lo Stato, le banche, le assicurazioni. 6mila dipendenti da quando nel 2007 si è mangiata per 45 milioni pagati cash, la Atos Italia. Un ottimo affare, visto che il primo semestre 2008 registrava un notevolissimo +56% nei ricavi (a 340 milioni di euro). Un exploit seguito da voci di interessamento di Ibm e pure di Telecom. Una società in splendida crescita è una rarità di questi tempi. Eppure vuole lasciare a casa 236 persone, "non riqualificabili". Aveva annunciato un nuovo piano industriale, ha presentato invece il conto ai lavoratori. Licenziamento collettivo. Nessun confronto. Ma come? Con le vacche grasse non si manda a casa lo stalliere.
Ma qui siamo nella grande rete immateriale e la parola d'ordine è "cambio mix" . Vorrebbe dire rinnovare formazione, funzioni, età nelle posizioni. Ma finisce coi licenziamenti. Così tagliano chi ha anni di contributi e prendono con contratti leggeri gente più giovane e più ricattabile. «Purtroppo è lo sport del settore - raccontano Marco Mandrini e Jorge Torre della Fiom - licenziamenti non per crisi ma per ridurre il costo annuale». L'informatica ha la "variabile" lavoro inserita nel dna. «Stanno lasciando a casa tutti i 6°-7° livello, gente in media di 45 anni, per tenersi i 4°-5° livello e assumere in precariato». E' arrivata la fabbrica anche qua. Si poteva prevedere. E si capisce da un dato: si investe pochissimo in formazione. Un tempo era l'abc del mantenimento del proprio capitale, le persone. Adesso se ne fa davvero poca.
La storia di Engineering è particolarmente spiacevole per quel numero: +56%. Ma non è la sola. C'è ad esempio Value Partners, "multinazionale italiana della consulenza manageriale e del Information technology", che fa shopping e tagli. Poi ci sono le eterne questioni, come Almaviva Finance, "leader italiano per l'informatica nelle banche", che di fatto è la vecchia Finsiel che la cura Telecom di Tronchetti Provera ha portato da 12mila a 2500 dipendenti (con mobilità anche per 8 anni) per poi essere ceduta ai call center Almaviva. E poi c'è Comdata la società d'informatica e call center torinese, 186 milioni di ricavi e 25 sedi, che ha appena finito di acquisire la sua sesta società del settore It, Kelyan. E prevede una riorganizzazione. Poi ci sono le eterne promesse dei "poli dell'informatica" ovunque, Caserta, Bari, l'Aquila, Cagliari. Promesse. Di un settore che ha preso tutti i vizi del nuovo e sta imparando a comportarsi come il vecchio. Ora tocca ai lavoratori, tornare al vecchio. Iscriversi al sindacato, in tanti lo stanno facendo, e ragionare come in una fabbrica.


1 novembre 2008

Martino Mazzonis : il fantasma di Detroit

 

Detroit è un fantasma. La civiltà industriale del '900 si sta sgretolando e coprendo di ruggine sulle rive del lago Michigan. Motown, la città che è stata l'emblema della civiltà dell'automobile, la fucina del taylorismo, quasi non esiste più. E' vuota, spenta, priva di un futuro immaginabile. Qui si costruivano le grandi auto scintillanti dai nomi strani che tutti sognavano di avere. Chevrolet, Buick, Cadillac, figlie della General Motors e della altre due Big three, i giganti incontrastati del mercato dell'automobile: Ford e Chrysler. Le auto non si fanno quasi più qui - tutt'al più si assemblano - e i giganti se la passano male. Proprio ieri GM ha diffuso i dati relativi all'ultimo trimestre: meno 11,4 per cento di auto vendute, più di due milioni, meno peggio dello stesso trimestre dello scorso anno. Comunque un disastro tale de far prevedere che quest'anno Toyota, gli odiati giapponesi che diedero il primo colpo al mercato dell'auto Usa negli anni 80, diventerà il primo gruppo per quantità di veicolo venduti. Il mese scorso la coreana Hyundai ha aperto una fabbrica in Indiana, Chrysler ha tagliato 5mila impiegati, in cinque anni il comparto auto americano ha perso (nel mondo) 100mila posti di lavoro. Le "Big three" - come scriveva il Wall street journal domenica scorsa - sono in crisi da anni, hanno un disperato bisogno di capitale per rimanere a galla e ripensare le loro produzioni - ma la crisi finanziaria è destinata a colpirle sua sul fronte bancario che su quello dei consumi. Facendo accelerare la discesa verso il basso: se precipiti non fai in tempo ad aggiustare i conti tagliando i costi, nemmeno licenziando. Si parla di fusione tra GM e Chrysler, «Non avrei mai pensato che Big Three finissero con il diventare le piccole due», dice triste Jamie, una volontaria per Obama che sta lavorando nei pressi dell'ufficio elettorale.



«Il declino non è cominciato con la crisi delle Big three, è precedente. Certo, questa situazione non aiuta», spiega John Mogk, che insegna alla facoltà di Legge della Wayne University e si occupa di pianificazione urbana. Con una serie di mappe racconta l'espansione della città, che dalla fine dell'800 in poi cresce a ondate, per fermarsi negli anni '50 e cominciare a svuotarsi. «Con il boom dell'auto Detroit era il centro tecnologico del Paese e la città che cresceva più rapidamente. Il primo stop è tra la depressione e la Seconda guerra. Verso il 1955 ci vivevano due milioni di persone e il reddito medio cittadino era il più alto del Paese, il 125 per cento di quello del Paese». Oggi gli abitanti sono 900mila. Secondo Mogk uno dei fattori determinanti della decadenza è il cambiamento della struttura della fabbrica dopo gli anni '50. «Lo spazio era finito e gli impianti industriali non vengono più costruiti in altezza, diventano a un piano. Così si edifica fuori città, i sobborghi crescono in densità e numero di abitanti, la città si comincia a svuotare». E così dalle fabbriche modello, si passa agli scheletri di cemento.
La crisi ha fatto il resto: oggi la città è piccola e per l'80 per cento afroamericani. Attraversare il centro e le zone periferiche che portano a 8 Mile - vialone che segna il limite cittadino divenuto famoso per essere il titolo del film interpretato da Eminem, il rapper bianco più famoso d'America - è un viaggio nella decadenza. Il centro, che come racconta Mogk, era così pieno da non poter ospitare più fabbriche, oggi è vuoto. Rimangono i grandi edifici che segnano i fasti di un tempo, l'ex quartier generale della GM, oggi trasferito in un grattacielo, gli edifici dell'università, qualche teatro, molte grandi chiese, diverse cattoliche, segnale di un tempo ancora più remoto quando la città era abitata di polacchi, italiani, irlandesi. In mezzo spazi vuoti, enormi stabilimenti abbandonati: in venti anni, in tutta la città, sono stati demoliti più di centomila edifici, mentre le licenze concesse per costruire sono 5mila. Fuori dal centro lo spettacolo è apocalittico. Strade che un tempo dovevano essere piene di gente sono vuote, gli unici negozi sono i liquor store, i tutto a un dollaro e qualche banco dei pegni. Sui viali già commerciali le insegne sono cadute, i negozi sono stati buttati giù, non c'è nessuno che cammina. Pochi autobus e una coppia di cinquantenni sdentate che arrancano su un marciapiede sconnesso. Nelle strade con le villette tipiche di ogni città americana, una casa su tre o quattro è vuota, semi distrutta, bruciata. Carcasse di auto, prati incolti, muchi di copertoni o di immonidizie. Qualche senza tetto che occupa i telai rimasti in piedi, uno ha un'inquietante passamontagna di quelli che si usano per le rapine. Se da queste verande negli anni 50 e 60 usciva la musica della Tamla Motown suonata dalle radio locali, oggi si sente solo il rumore degli alberi. In città si fa molto rap e qui è cresciuta la musica elettronica negli anni 90. Segno dei tempi: dalle note allegre di Marta Reeves, Stevie Wonder o dei bambini Jackson five, all'asprezza delle rime di Eminem o del sound post-inudstriale della techno.
Nelle case occupate rimangono famiglie indigenti, senza lavoro, qualche bambino e diversi ragazzi maschi si aggirano per le strade, cappuccio in testa e aria povera e senza futuro. In queste strade la criminalità è diffusa, mentre in centro, che le autorità cittadine tengono pulito e stanno cercando di ravvivare, non si commettono più reati. «Il lavoro del comune è solo per un pezzetto della città - dice sconsolato Mogk, che la città la conosce palmo a palmo e si capisce che soffre a vederla ridotta tanto male - Sulla stampa si scrive spesso di Detroit, se ne dice bene e male». Indicando la pianta della città spiega: «Le cose buone sono qua - e circoscrive un pezzettino lungo il fiume - le cose cattive qua», e indica tutto il resto dell'area urbana. Per quello che non è il centro non si hanno idee e né soldi. Il tasso di povertà è sopra il 20 per cento, quindi le tasse pagate sono poche e nessuno sembra intenzionato a investire da queste parti: «C'è un poco di sviluppo lungo due direttrici fuori città, niente di clamoroso. Se poi aggiungiamo che le autorità delle contee che confinano con Detroit non collaborano tra di loro, si fanno la guerra, non pensano al futuro, capisci bene che di futuro non sembra essercene». L'ex sindaco democratico, Kwame Malik Kilpatrick, eletto nel 2002 poco più che trentenne, si è dimesso a settembre dopo aver ricevuto accuse di ogni tipo. Oggi è in carcere.
La crisi dei subprime sta dando un altro colpo. E coinvolge anche i sobborghi. Per le strade vuote spesso si vedono i cartelli «Si vende, 1000 dollari». Ovvero, se proprio non sapete dove andare a vivere, qui potete comprare una casa con meno di mille euro. Da gennaio a settembre in città ci sono state 37mila procedure di appropriazione da parte delle banche. Il prezzo medio di una casa in città è diecimila dollari. Nelle strade con qualche casa abitata in più, sulle verande delle case ci sono le luminarie e le zucche pronte per la notte di Hallowen. Meno che altrove, più tristi. Sul giornale locale c'è il racconto di una madre che spiega che quest'anno sua figlia non potrà andare in giro a chiedere «dolcetto o scherzetto?». Nel viale dove vivono, in un sobborgo della città, non abitano più bambini. Hanno tutti dovuto lasciare la loro casa. «L'anno scorso ho comprato dieci pacchi di caramelle e cioccolatini - spiega la signora - quest'anno due, magari qualcuno si presenta e non vorrei non avere nulla da regalare».


1 novembre 2008

Halloween

In occasione delle festività dei morti,
Dalla Notte della Repubblica....

 

...Zio Tibia


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