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10 giugno 2008

Per Bruxelles la monnezza è il governo italiano

 

Silvio Berlusconi è sceso a Napoli per sconfiggere, da vero stratega, l'immondizia e ottenerne il trionfo. In qualche modo ricorda Crasso, anch'egli spudoratamente ricco, anche se non così tanto, sceso duemila anni fa da Roma nel Mezzogiorno d'Italia, per vincere e crocifiggere Spartaco e la sua povera armata di schiavi. Sfortunato Silvio! Invece di discutere di temi elevati con Cicerone in Senato, si deve accontentare di cantargliele chiare al sottosegretario Guido Bertolaso.

Più deciso, o forse più sincero di quest'ultimo, il capo va subito allo scontro con i cittadini di Chiaiano: chi ha detto che si deve lasciare un tempo per una riflessione comune? Quelli di Chiaiano possono solo obbedire, tacendo. Altrimenti guai a loro. Più in generale, rivolto al mondo, dichiara che «le leggi non sono un Moloch assoluto, vanno cambiate a seconda delle esigenze sociali e per venire incontro ai cittadini».
Il mondo lo ascolta. Lo ascoltano a Bruxelles, dove, pur al sicuro dalle truppe italiane, temono per l'Europa. I veleni che Napoli non riesce a gestire, appaiono lassù come un segnale disperato. Il rischio di essere seppelliti da una frana immonda di ingordi resti è ben presente. I consumi delle popolazioni europee infatti si assomigliano, dal Nord al Sud. D'altro canto il modo italiano ultimo, per affrontare i problemi degli scarti, mette paura.
L'Europa dell'Unione è in una stretta. E' impaurita e trova detestabili le montagne di rifiuti che costellano le strade di Napoli, perché sono simili a ciò che altrove sanno solo nascondere meglio; e inoltre teme che gli strappi alla democrazia ambientale che oggi si presentano nel decreto sui rifiuti campani e che il governo italiano le ha fatto pervenire, diventino presto misure comuni: il rischio vero è che dilaghino insieme l'immondizia e l'illegalità di matrice italica. La rottura della convivenza che Roma pratica su Napoli ricorda che nessuna democrazia è davvero immune da rischi e da avventure.
Il decreto numero 90 (23 maggio 2008) del nostro governo è decisamente fuori legge per un'Europa dei cittadini e delle libertà. Le deroghe per la valutazione d'impatto ambientale sui siti delle discariche; e poi il lunghissimo articolo 18 del provvedimento che prevede deroghe a decine di leggi, dal regio decreto del 18 novembre del 1923 in avanti e che annullano le normative in materia ambientale, igienico sanitaria, prevenzione incendi, sicurezza sul lavoro, beni culturali. Questo dicono a Bruxelles, loro che sanno tutto perfino del regio decreto del 1923. Ma che si fa con Berlusconi? Non è meglio trattare con lui? Fargli sapere in anticipo, con qualche indiscrezione pilotata, che certe deroghe alla democrazia ambientale, certe forme dittatoriali per imporre termovalorizzatori e siti, causano guasti al vivere civile molto peggiori dei rifiuti da spalare? L'Europa si propone insomma di riaprire la trattativa, di incivilire il decreto, prima di rifiutarlo, incattivendo Crasso.
Due articoli del decreto - 8 e 13 - che forse l'Europa lascia correre, sono poi particolarmente malvagi. Uno invita il sindaco di Napoli a fissare in città un luogo per un termovalorizzatore entro 30 giorni. Altrimenti lo sceglieremo noi (io e Bertolaso) «anche in deroga alle previsioni edilizie ed urbanistiche vigenti». L'altro punta all'informazione e alla partecipazione dei cittadini: ma è una presa in giro. Nell'articolo compare tre volte il medesimo concetto «senza maggiori oneri»; «senza ulteriori oneri»; «senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica». Chi vuole capire capirà. L'apprendimento alla raccolta differenziata è lasciato alle scuole. Saranno dunque bambini e bambine a insegnare alle mamme che fare per salvare Napoli un'altra volta. 


Guglielmo Ragozzino.


9 giugno 2008

Prospettive ristrette

Giuliano Ferrara : "Non abbiamo bisogno di guardare dal buco della serratura..."



Il buco della serratura con Ferrara intorno....

Crociuzzo: "Nel caso fossi tu lo spiato, ugualmente nun capimm' manc' o' cazz'...."
 


9 giugno 2008

Smith : divisione del lavoro ed estensione del mercato

 

Poiché è la capacità di scambiare che determina la divisione del lavoro, la misura di questa divisione è sempre limitata dall’entità di questa capacità o meglio dall’estensione del mercato. Quando il mercato è assai ristretto, nessuno può essere invogliata a dedicarsi interamente ad un’occupazione stante l’ impossibilità di scambiare tuta l’eccedenza del prodotto del proprio lavoro rispetto al proprio consumo contro parti del prodotto del lavoro altrui di cui abbisogna.

Nelle case solitarie e nei villaggi piccolissimi sparsi in zone così deserte come le montagne della Scozia, ogni agricoltore deve essere il macellaio, il fornaio ed il birraio della propria famiglia. In luoghi siffatti difficilmente si potrà trovare un fabbro, un falegname o un muratore a meno di 20 miglia da un altro dello stesso mestiere.



 

Smith anche qui confonde l’incremento della specializzazione del lavoro, reso possibile dalla presenza di un mercato dove si possa scambiare (ma in realtà questo mercato è semplicemente la compresenza di più esseri umani che possono scambiare delle cose tra loro e non tanto l’istituzione che noi conosciamo) con la nascita stessa delle specializzazione del lavoro, sorta da una pluralità di soggetti associati e dalla necessità di coordinamento di attività svolte insieme (es. la raccolta e la caccia). Non è dunque la capacità di scambiare che determina la divisione del lavoro, ma la capacità di scambiare può condizionare la misura di tale divisione.

 


9 giugno 2008

L'appiattimento di Bankitalia

  Il tavolino della politica economica ha la terza gamba: dopo il governo e la Confindustria, a dare stabilità ieri è arrivata Bankitalia. La quarta gamba (quella sindacale) è, invece, ancora un po' zoppa, visto che la Cgil - al contrario di Cisl e Uil - non è ancora perfettamente allineata. L'appiattimento è generale: lo dimostra il consenso per la relazione di Draghi. Non poteva essere altrimenti. Il governatore ha tessuto lodi per tutti. Per i progetti di Brunetta e Tremonti; per gli sforzi del precedente governo; per il federalismo fiscale della Lega; per la bravura delle imprese italiane che si sono confrontate con la globalizzazione; per le banche italiane molto «accorte», salvo una tiratina d'orecchie sulla trasparenza. E la crisi finanziaria? Draghi ha un alibi: lui già nel 2006 aveva richiamato «l'attenzione sugli squilibri che si erano determinati» a causa dell'innovazione finanziaria.Chi invece non si era accorto di nulla (o aveva fatto finta di non vedere) erano state le istituzioni globali e le banche centrali che, per evitare una crisi «sistemica», sono dovute intervenire iniettando enormi masse di liquidità.
Nelle «Considerazioni» di Draghi c'è molta logica, soprattutto quando affronta le distorsioni del sistema economico italiano in crisi di crescita (e di produttività) da un decennio. Il governatore non è omertoso, ma sfuma le responsabilità. Quasi che la crisi attuale sia colpa di un «destino cinico e baro». E visto che il modello di riferimento è la globalizzazione tutto deve essere piegato alla necessità di competere. Cioè del capitale.
Draghi fa un lungo elenco di quanto non va: al contrario di quanto predicava il suo primo maestro - Federico Caffè - al centro non ci sono mai le persone, ma le compatibilità. L'uso di alcune parole e concetti ne è la prova. Si parla genericamente di caduto dei consumi; di salari che crescono meno dell'inflazione; di pressione fiscale troppo alta per chi paga le tasse. Cosa significa tutto questo? Semplice: l'inflazione sta accelerando la disuguaglianze (parola mai usata da Draghi) distributive e i soggetti forti (anche con l'evasione fiscale) mangiano quote di reddito dei soggetti deboli. Che gli effetti dell'inflazione non si distribuiscono in maniera proporzionale, nel volume della «Relazione» è scritto, ma Draghi non l'ha detto: l'uguglianza non è obiettivo dei governatori.
Un tempo in via Nazionale si sosteneva (il primo fu Carli) che le liberalizzazioni erano necessarie per evitare le interferenze della politica. Oggi privatizzazioni e liberalizzazioni vengono rilanciate come panacea per ridurre le posizioni di rendita e dare più competitività a un sistema economico sempre più duale dove larga parte dei settori produttivi non innova e tira a campare pagando bassi salari. La questione salariale è la vera emergenza, e dividere i lavoratori sminuendo i contratti nazionali non può che portare a nuovi squilibri all'interno della stessa classe. E innalzare - lo chiede Draghi - l'età di pensionamento, rilanciando i fondi pensione (con quali risorse, visti i bassi salari?) non serve di certo a far crescere la produttività, ma ad aumentare il malessere.

(Galapagos)


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8 giugno 2008

Impunità assoluta

La Merda vuole che l'uso investigativo delle intercettazioni sia limitato alle indagini su organizzazioni mafiose  e terroristiche. Per fortuna che la Merda è mafiosa. La magistratura potrà continuare ad indagare su di lui.
I giovani imprenditori, degni emuli dei giovani leoni di "Gomorra", hanno applaudito.
Già hanno pensato per i lavoratori ad un contratto su misura, Come la bara.
I gruppi dirigenti (il primo e il secondo stato, i potenti ed i loro megafoni) dell'Italia e del mondo si stanno preparando a restaurare l'Ancien Regime. Vogliono fare i loro comodi e massacrare a campione proletariato e vecchia piccola borghesia.  La loro fretta è compulsiva : sa di sveltina, di fellatio in un cesso pubblico, di esplorazione rettale. Per costoro il centro del piacere è nella prostata. Ormai bastone e carota li mettono in confusione, non sanno cosa va qui e cosa va lì. Ora useranno solo il bastone. Dobbiamo sperare solo che a loro piaccia troppo per riservarlo a noi.


Non parliamo poi della Sinistra di governo : come una vergine torrida, cede su tutto. I rom ? Gli immigrati ? Lo straordinario ? Le discariche ? Il contratto nazionale ? La guerra in Afghanistan ?
Ormai non hanno più orifizi dove farselo mettere. Si bucano giusto per fornirne di nuovi.
Ad "Anno zero" Chicco Testa sembrava un afflitto da un morbo epatico, con il viso allungato come il pelo della Sharpei o come un ernia in cui si infilava il cervello. E come un cadavere si lasciava cullare stancamente dai tempi nuovi, dall'emergenza, giusto per fare un altro giro di giostra. Giusto per stare (da cadavere) sulla cresta dell'onda.
Parlava di una discarica del centro di Roma e sembrava esserne strisciato fuori proprio allora.
Vogliono parlare e dire ciò che a loro fa comodo e pretendere anche di convincere tutti.
I loro desideri sono illimitati.
Siamo una società in putrefazione. E' noto che chi desidera molto, desidera la morte.
Costoro sono inseguiti dai loro desideri quasi questi fossero delle Erinni.
E non vedono l'ora di gettarsi nel baratro con tutta la baracca, come i demoni in forma di maiali scacciati nel Vangelo.
Forse Ratzinger lo sa e basta guardarlo mentre li riceve in Vaticano per capire che schifa gli esseri umani da capo a piedi : ghigno pauroso di circostanza, busto proiettato all'indietro, braccia distese in avanti ad evitare qualsiasi ulteriore contatto.
Non posso dargli tutti i torti. L'arrembanza di questi squali fa gelare il cuore. Sono loro i veri estranei, i veri stranieri che andrebbero cacciati a pedate dallo Stivale.
Ma hanno il coltello dalla parte del manico. E i loro volti si alternano sullo schermo come i nostri riflessi negli specchi storti dei luna-park.
La contraddizione tra forze e rapporti di produzione sta assumendo la forma di una fatale costipazione.
E ' per questo che per tanti anni l'immagine degli aerei che si infrangono sulle Torri Gemelle è rimbalzata nelle televisioni di tutto il mondo. A modo suo era un'immagine liberatoria. Come una diarrea.
Servirebbe una generale regolarità. Ma il mercato ha un andamento nevrotico, oscillazioni tipicamente anali. Non vuole contenersi e ballonzola come Giumbolo, Jabba the Hut, Giuliano Ferrara, Goffredo Bettini, come un mostro di gelatina.



Come il barone Harkonnen prende una vittima predestinata (l'Iraq, la Serbia, adesso l'Iran) e ne succhia linfa vitale e sangue. E come ultimo sfregio, vomita sul selciato del tomato ketchup.
Alla faccia dello Slow Food.
A questo serve la libertà.


8 giugno 2008

Per un bilancio storico di Israele

 

Il sessantesimo anniversario della fondazione di Israele e della Nakba, l'espulsione di oltre 700.000 palestinesi dalle loro terre, ha suscitato com'era prevedibile commemorazioni e bilanci. Pochi - anche questo era prevedibile - hanno abbandonato le tradizionali interpretazioni teleologiche. Per i sionisti, Israele incarna la redenzione di un popolo martirizzato da secoli di antisemitismo; per i palestinesi, costituisce invece l'epilogo della lunga storia dell'imperialismo e del colonialismo occidentali. Queste letture contengono entrambe un nocciolo di verità. Difficilmente si potrebbe contestare l'appartenenza di Theodor Herzl e dei fondatori del sionismo alla cultura imperiale e colonialista europea della fine dell'Ottocento. Aldilà della retorica sionista, tuttavia, altrettanto incontestabile è la vitalità dell'attuale nazione israeliana, letteralmente «inventata» da tutti i punti di vista: territoriale, politico, culturale e perfino linguistico, grazie alla metamorfosi di un idioma antico in una lingua nazionale moderna. Ma questa realtà non è il prodotto di una diabolica causalità imperiale né di un messianico disegno provvidenziale. Si tratta piuttosto, come sottolinea Dan Diner, del frutto di una contingenza storica.
Israele nasce tra la fine della seconda guerra mondiale e lo scoppio della guerra fredda, in un momento eccezionale e transitorio di convergenza tra le grandi potenze, in un mondo scosso dall'Olocausto e posto di fronte a centinaia di migliaia di profughi in cerca di un tetto. Prima della guerra, soltanto la leadership sionista pensava di trasformare in uno stato la piccola colonia ebraica della Palestina (salvata nel 1942 dalle truppe alleate che bloccano l'avanzata tedesca ad El Alamein). I britannici vi erano ostili e ben pochi ebrei europei desideravano trasferirsi a Gerusalemme o Tel Aviv. Pochi anni dopo, al tempo della decolonizzazione, i sovietici difendevano la causa del nazionalismo arabo e le grandi potenze non avrebbero più potuto tracciare a loro piacimento le frontiere politiche del Medio Oriente. Insomma, Israele può essere interpretato come un miracolo o una tragedia della storia, secondo i punti di vista, ma non come un suo prodotto ineluttabile. Il fatto che i leader sionisti fossero in molti casi la versione caricaturale del colonialismo europeo (caricaturale perché incarnata da intellettuali paria) e che quelli palestinesi riproducessero tutti i tratti del nazionalismo antimperialista, non modifica il quadro d'insieme.



Opportunismo giordano
Specchio di questa contingenza fu la guerra arabo-israeliana del 1948, scoppiata al momento della proclamazione di Israele da parte di Ben Gurion, ma preceduta da una guerra civile ebraico-palestinese durante gli ultimi mesi del mandato britannico, dopo il voto favorevole delle Nazioni Unite alla divisione della Palestina. Agli occhi del mondo, la causa araba non era quella di un movimento di liberazione nazionale ma di un insieme di principati feudali che, opposti al dominio britannico, si erano compromessi con le forze dell'Asse durante la seconda guerra mondiale (e durante la guerra del 1948, cercheranno di tirare profitto dalla sconfitta araba, come la Giordania, il cui re sarà vittima di un attentato palestinese). Gli ebrei suscitavano invece la compassione dei paesi europei, come riconosceva esplicitamente Gromiko, ministro degli esteri sovietico, evocando nel suo intervento all'Onu lo sterminio nazista. Così si spiega la passività dei britannici durante il conflitto del 1948 quando, dopo quattro anni di mortiferi attentati sionisti contro l'autorità mandataria, si limitarono ad osservare i massacri e le espulsioni dei palestinesi. Così si spiega anche il sostegno sovietico alle forze sioniste, decisivo sul piano strettamente militare. L'esercito ebraico, formato dalla Haganah e dalle milizie del gruppo Stern, era dotato di armi cecoslovacche. Ben pochi, nel 1947, avevano tirato la lezione delle due prime intifada palestinesi (nel 1929 e nel 1936) o espresso dei dubbi sul progetto sionista, chiaramente formulato da Theodor Herzl fin dal 1897, di dar vita in Medio Oriente a uno stato europeo, «avamposto della civiltà» contro la «barbarie» orientale. Non solo i nazionalisti arabi, ma neppure i «sionisti culturali» come Martin Buber o il rettore dell'Università ebraica di Gerusalemme, Jeudah Magnes, furono ascoltati. Nessuno, all'epoca, commentò le analisi premonitrici di Hannah Arendt, che al momento del voto sulla partizione decise di interrompere la sua collaborazione critica con il sionismo (e la sua amicizia con Gershom Scholem).
La guerra del 1948 - la prima di sei guerre arabo-israeliane - è stata oggetto negli ultimi due decenni di ampie revisioni storiografiche che hanno definitivamente rimesso in discussione la vecchia tesi sionista dell'«aggressione» araba e della «fuga volontaria» palestinese. Il racconto della Nakba (catastrofe) da parte dei profughi è stato confermato dalla documentazione conservata negli archivi israeliani. Una divergenza rimane tra gli storici «funzionalisti» come Benny Morris, che vedono nella cacciata di oltre 700.000 palestinesi «il prodotto di un insieme di fattori e di un processo cumulativo», e gli storici «intenzionalisti» che, sulla scia di Ilan Pappe, descrivono invece un'epurazione etnica pianificata e sistematica. Benché non vi attribuiscano lo stesso ruolo, entrambi hanno messo in luce l'esistenza di un progetto di evacuazione forzata - il famigerato «Piano Dalet» - e documentato i massacri contro i palestinesi, da Der Yassin a Tantura, tipici delle guerre civili e dei conflitti senza legge: esecuzioni sommarie di civili, distruzione di case, a volte stupro collettivo delle donne. Le atrocità arabe, nella maggior parte dei casi reattive, furono ben più limitate.
Certo è che la condotta israeliana durante il conflitto si inscriveva nel disegno sionista di uno stato ebraico senza arabi. Potevano i palestinesi approvare un piano di divisione che attribuiva agli ebrei, un quarto della popolazione del paese, il 60% delle terre? Fatto sta che la guerra permise ai sionisti di ottenere molto più di quanto l'Onu volesse concedere. Nel 1947, gli ebrei possedevano circa il 10% delle terre della Palestina mandataria; nel 1949, alla fine del conflitto e in seguito alla promulgazione delle leggi che sancivano le espropriazioni, ne controllavano ormai l'85%. La «legge del ritorno» apriva le porte del nuovo stato agli ebrei del mondo intero, chiudendole invece a chi era stato cacciato dalla sua terra (nonostante una risoluzione dell'Onu che ne prevedeva la restituzione). In virtù di una delle tante ironie della storia, i primi a usufruire di questa legge saranno gli ebrei del mondo arabo, che il sionismo classico di matrice europea aveva sempre ignorato. Incarnazione dell'«arretratezza» orientale, essi furono sottoposti a un'intensa campagna di dearabizzazione e assimilazione ai codici culturali dell'ebraismo askenazita. Quanto ai palestinesi, essi daranno vita a una nuova diaspora e affolleranno i campi profughi di tutti i paesi limitrofi. Traumatizzata e impotente, la minoranza palestinese rimasta entro i confini del nuovo stato acquisirà una cittadinanza di seconda classe. Questi palestinesi continueranno ad abitare la propria terra diventata un paese straniero, nel quale saranno percepiti come una «quinta colonna». Mentre offriva una cittadinanza ai superstiti del genocidio nazista, un terzo della popolazione israeliana negli anni cinquanta, il nuovo stato creava una nuova massa di profughi palestinesi, autentici «paria» nel senso arendtiano del termine: esseri umani senza stato e senza diritti. Oggi, la memoria di queste vittime è sostanzialmente incompatibile con quella dell'Olocausto di cui Israele si vuole guardiano e redentore.


Israeliani nel ghetto
Iniziò dunque allora, dentro un'inespugnabile fortezza dotata di armi sofisticate e ben presto della bomba atomica, la costruzione di una «comunità immaginata» all'insegna della Bibbia, dell'ecologia e dell'Occidente: la Bibbia come fonte legittimante in ultima istanza; l'ecologia delle foreste verdeggianti al posto dei villaggi palestinesi cancellati; l'Occidente di una nazione di pionieri europei alleata degli Stati Uniti, la nuova potenza egemone del blocco atlantico. Tutti, illustra Pappe, hanno dato il loro contributo alla rinascita nazionale: dai militanti dei kibbutz (spesso avamposti militari più che isole di uguaglianza sociale) agli architetti che ridisegnavano le città, fino ai filologi, agli storici e agli archeologi che facevano riaffiorare la Palestina ebraica di duemila anni fa dalle macerie della Palestina araba moderna. Guardando oltre questa facciata, Arno J. Mayer interroga i paradossi di uno stato che sembra incarnare non il trionfo ma il fallimento del sionismo. Questi era nato, a detta dei suoi fondatori, per sottrarre definitivamente gli ebrei ai ghetti in cui l'Europa cristiana li aveva rinchiusi e in cui l'antisemitismo voleva ricacciarli. Lo stato cui ha dato vita vuole oggi costruire le mura di un nuovo ghetto - materiale e metaforico - in cui proteggere gli ebrei, separandoli ermeticamente dal mondo arabo circostante e facendone il bersaglio di un'ostilità radicale storicamente sconosciuta in seno all'islam.
Forse ha ragione Dan Diner quando scrive che Israele è stato, «fin dall'inizio, un progetto teologico-politico della modernità». Prendendo in prestito l'ideologia e il linguaggio dei nazionalismi novecenteschi, il sionismo ha secolarizzato un'aspirazione millenaria il cui postulato risiede nell'identità tra un popolo e una religione. La collisione con il mondo arabo diventa ancora più acuta nel momento in cui, dopo la crisi di tutte le ipotesi laiche, dal panarabismo al socialismo, i palestinesi sono rimasti imprigionati in un vicolo cieco dal quale sembrano voler uscire ridefinendosi come nazionalismo religioso, nella forma dell'islamismo radicale. Potremo allora assistere a guerre di religione in versione postmoderna dalle quali tutto potrà venir fuori tranne la democrazia. Questo è il dilemma di fronte al quale si trova Israele a sessant'anni dalla sua nascita. O diventerà davvero, come dice di essere, una democrazia, ritirandosi dai territori che occupa illegalmente e trasformandosi nello stato di tutti i suoi cittadini, senza distinzioni di appartenenza etnica, linguistica, culturale e religiosa, senza un diritto al «ritorno» riservato agli ebrei del mondo intero e negato ai palestinesi che furono espulsi dalla loro terra; oppure rimarrà uno «stato ebraico», e inevitabilmente la sua democrazia assomiglierà sempre di più a quella del Sudafrica bianco ai tempi dell'Apartheid. Nei tempi lunghi della storia - su questo punto Arno Mayer ha ragione -, non lo salveranno né la Bibbia né la bomba atomica.

(Enzo Traverso)


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8 giugno 2008

Le conseguenze economiche della pace

 

Qualunque dietrologia guarderebbe con sospetto l'assoluto silenzio che ha accompagnato e seguito, sulla «grande» stampa, la pubblicazione del fondamentale libro dell'inattuale John Maynard Keynes, Le conseguenza economiche della pace, (Adelphi, pp. 233, euro 22). Eppure il «libello», uscito in Gran Bretagna alla fine del 1919, non può proprio essere definito una chiosa a margine o una delle tante composizioni di circostanza che accompagnarono la fine della prima guerra mondiale. Anzi, esso funziona come un documento, agile e solenne, a commento di una catena di eventi che al tempo stesso era un punto di arrivo e di partenza, uno snodo crucialissimo di quella decisiva fase della storia dell'umanità, che Eric Hobsbawm avrebbe definito «secolo breve». In quella speciale congiuntura Keynes era presente come un rappresentante del Tesoro britannico alla conferenza di Versailles e insieme era anche delegato del Cancelliere dello Scacchiere al Supremo Consiglio Economico, dunque dall'osservatorio privilegiato dell'élite politica continentale, vincitrice della guerra, chiamata a ridisegnare lo scenario delle relazioni internazionali all'indomani del crollo del Secondo Reich.
La partecipazione al tavolo delle trattative in realtà persuase rapidamente il giovane economista che a Versailles si stavano preparando le condizioni per la spirale di eventi che avrebbe condotto al secondo conflitto mondiale, a causa delle «pecche disastrose» della conferenza internazionale e della generale insipienza degli attori. Così, contestualmente alle proprie dimissioni, Keynes affidava a un testo teso e vibrante considerazioni non episodiche sugli effetti delle decisioni prese sul futuro assetto del continente: decisioni che avrebbero alimentato un risentimento verso il paese, sanzionato dal Trattato stesso quale responsabile unico e «solitario» dello scoppio della guerra (la Germania), quasi annientandone il profilo statuale.
Inoltre, Lord Keynes considerava l'atteggiamento delle nazioni vincitrici, in particolare quello della Francia e dell'Inghilterra, come una riedizione dello spirito ottocentesco da grande potenza corresponsabile dell'inizio della prima guerra mondiale e anticipatore della seconda.
Nelle sue pagine appassionate, il grande economista non mancava di segnalare l'irresponsabilità di una condotta politico-diplomatica che associava alla vessazione antitedesca l'accanimento ideologico antibolscevico, giudicato altrettanto insulso della revanche antigermanica, ai fini di una ricomposizione della frattura europea e di un reale ristabilimento della pace.
Il «blocco» sanzionatorio e il «cordone sanitario» imposti al paese dei Soviet gli apparivano «provvedimenti stolidi e miopi», che avrebbero danneggiato non tanto l'esperimento lì in corso quanto l'Europa stessa, incapace di riprogettarsi creativamente.
L'invocazione keynesiana, come si sa, sarebbe rimasta lettera morta e quell'accidentato percorso negoziale avrebbe prodotto l'ennesima eterogenesi dei fini. Non a caso la stagione storica che aveva appena terminato di aprirsi era quella della «seconda guerra dei trent'anni».

(Enrico Maria Massucci)


8 giugno 2008

I comunisti e Luigi Nono

 

Anni settanta. Prima metà direi. Il Palazzo dello sport di Roma è gremito fino all'inverosimile. Roba picista della specie comunista: bandiere rosse + falci e martelli + qualche stellina carina il giusto. Concerto. Del Nuovo Canzoniere Italiano s'è in tanti: Giovanna Marini e il figlio Francesco, Paolo Pietrangeli, io con l'Alberto e il Paolo Ciarchi e altri musicisti e cantori. E Luigi Nono. C'è di che godere e si gode. Va Pietrangeli con la Contessa va la Marini coi Treni per Reggio Calabria vado io con la Cara moglie. Pugni alzati cori alla grande. Applausi a scroscio. Poi, Nono. Una cosa sua registrata con lui che armeggia a vista intorno a magnetofoni: suoni strani, altri, difficili da capire. Silenzio del pubblico. Poi, un fischio. Due fischi. Una selva di fischi. Nono imperterrito prosegue. Il Palazzo è tutto un fischio. Nono blocca i registratori. Silenzio. In quel silenzio Nono avanza e, solo, raggiunge il proscenio. Prende il microfono. «Compagni» - dice - «il Partito comunista italiano, il nostro partito, ha bisogno vitale di tutta la nostra cultura, di tutta la nostra intelligenza, di tutta la nostra arte e di tutto il nostro impegno». Si alzano in piedi alcuni ex zufolanti, in piedi commossi cominciano ad applaudire e io ora non posso proprio dire come proseguì l'intervento pieno di cuore e di mente di Luigi Nono e non posso dirlo perché tutti si alzarono in piedi e applaudirono e levarono i pugni e sventolarono le bandiere: non so se per la musica, certo per la forza morale di Luigi Nono che a muso duro e con la voce forte eppur trepida per l'emozione ci disse di che cosa abbisognava il comune partito.
Propongo questo ricordo a chi s'industria oggi per una nuova e altra sinistra di cui c'è grande bisogno: nuova e altra. E un secondo ricordo propongo: ebbe a scrivere Gianni Bosio, quarant'anni e più or sono «essere la politica il livello più alto della cultura». Il livello attuale della politica non gli dà ragione, anzi. Ma da Bosio ho imparato che ogni tanto l'intellettuale deve provare ad arrovesciarsi e allora io, che grossissimo intellettuale sono: 120 chili ca., dico essere la cultura il più alto livello della politica, laonde ragion per cui impegno primo è la difesa a oltranza di quello che abbiamo: dei nostri giornali, dei nostri istituti, dei nostri archivi, della nostra editoria, dei nostri valori: dal liberté egalité fraternité per intenderci al «proletari di tutto il mondo unitevi», e assumere come militanza il compito della diffusione della nostra stampa e riscoprire la propaganda elementare socialista ed entrare nell'associazionismo come propositori di iniziative fuori dalla logica dei grandi eventi spettacolari in favore di un fare minuto ma costante; e, questa, non è «la mini-cultura caricaturale della vecchia Internazionale comunista» come dice Nichi Vendola (il manifesto 20/5) e certo «c'è bisogno di un campo vasto come il mappamondo» come no? Ma dobbiamo essere capaci sempre di fare quei sette otto passi solitari che fece Luigi Nono in quel Palazzo dello sport per dire e dirci ciò che lui disse; e dobbiamo liberarci di tutte le presunzioni dirigenziali e dei presenzialismi multimediatici per imparare ad ascoltare e tornare davanti alle fabbriche e ai luoghi di lavoro per riscoprire il noi del fare comune contro l'io del dirigente e dare aria e fiato alla fantasia e inventarsi una piazza un'agorà e lì sollecitare tutti a dare il meglio di se stessi e a mettere a disposizione la propria intelligenza e la propria cultura perché di questo ha bisogno, più che dei frizzi e lazzi di candidati segretari o già segretari in pectore, una sinistra che davvero voglia essere nuova e altra: ma non è detto che lo voglia.

(Ivan Della Mea)


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8 giugno 2008

la Germania dice sì al mercato nelle ferrovie

 

Lo stato continuerà a controllare i 30.000 chilometri della rete ferroviaria tedesca (almeno per i prossimi 15 anni). Ma passerà ai privati il 24,9% della società che gestirà i treni passeggeri e merci. Questa parziale privatizzazione è stata approvata ieri dal parlamento.
Secondo i sondaggi, il 70% dei tedeschi è contrario alla privatizzazione, perché teme che porti a privilegiare le linee più redditizie e a trascurare i trasporti locali. Ma i politici della grande coalizione tra democristiani e socialdemocratici non sentono ragioni.
Al Bundestag i rapporti di forza sono rovesciati rispetto agli orientamenti dell'opinione pubblica: 355 i voti a favore dell'apertura ai privati, 158 contrari (socialisti, ma anche verdi e liberali pur favorevoli in linea di principio alla privatizzazione). Hanno votato no anche 27 deputati socialdemocratici, che si sentono traditi dai capi del loro partito.
Non si è votato su una proposta di legge, che l'opposizione avrebbe comunque preferito per garantire almeno alcuni standard minimi per i servizi ferroviari, ma su una mozione che dà carta bianca al governo per regolare molti dettagli controversi, in un contratto ancora da negoziare tra ministero dei trasporti e la Deutsche Bahn.
Il documento approvato ieri prevede che dalla holding Deutsche Bahn (le cui azioni restano in possesso dello stato federale) venga scorporata una società partecipata, la DB Mobility Logistics, cui sarà affidata la gestione dei treni. A settembre si inviteranno i privati a sottoscrivere opzioni sul 24,9% del capitale.
A fine ottobre dovrebbe essere stabilito il prezzo delle azioni che, se le turbolenze dei mercati finanziari non imporranno rinvii, dovrebbero essere quotate in borsa a a novembre. All'azionariato diffuso andranno solo poche briciole. Per circa il 20% del capitale la DB cerca un misterioso «investitore strategico». Tra gli interessati sono in pista anche le ferrovie russe.
Gli analisti si attendono un ricavato attorno ai sei miliardi di euro, che sarà ripartito in tre parti uguali, per il risanamento del bilancio federale, per aumentare il capitale della holding DB, per investimenti sulla rete ferroviaria. Per ammodernare le infrastrutture resteranno non più di due miliardi.
Troppo poco per aspettarsi i miracoli di cui favoleggia il ministro dei trasporti Wolfgang Tiefensee (Spd): «I cittadini si accorgeranno presto dei vantaggi che verranno da questa parziale privatizzazione. Perché le ferrovie potranno ammodernare stazioni, ridurre il rumore, migliorare decisamente velocità, puntualità, qualità del servizio».
L'argomento principale su cui da più di dieci anni insistono i fautori della privatizzazione è che la concorrenza tra società ferroviarie diverse le indurrebbe a competere con migliori tariffe e servizi più vantaggiosi. Già adesso sui binari tedeschi viaggiano vagoni e locomotive di colori diversi, con società specializzate nel trasporto merci, e società per trasporti di persone su scala regionale, ancora controllate dalla DB ma largamente finanziate dai Länder. Di vantaggi per gli utenti non se ne sono visti.
Il modello ora scelto dal Bundestag non intacca affatto la posizione privilegiata della DB, che manterrà il controllo della DB Mobility Logistics e ovviamente cercherà di favorirla. La strettezza del legame sarà sottolineata dalla circostanza che il presidente della holding, Hartmut Mehdorn, assumerà in unione personale anche quella della Mobility Logistics.
La mancata neutralità nella gestione della rete viene criticata sia dai verdi che dai liberali. Ma mentre i primi condividono la scelta di lasciare la rete nelle mani dello stato, i liberali vorrebbero vendere pure quelli.
A difendere i vantaggi della proprietà pubblica restano, oltre ai dissidenti socialdemocratici (che avrebbero almeno voluto limitare l'influenza dei privati, offrendo solo azioni senza diritto di voto), solo i socialisti della Linke.
Anche se la partecipazione privata sarà minoritaria - obietta Oskar Lafontaine - la quotazione in borsa costringerà a perseguire «normali» margini di profitto, con tutte le conseguenze del caso: «Quando si mette in primo piano la ricerca di utili, si devono tagliare linee e posti di lavoro. I privati sono interessati a una linea se possono cavarci un profitto. Altrimenti la chiudono».

(Rudi Ostler)


8 giugno 2008

Sulla Conferenza della Fao

Il Forum di Terra Preta

 Crisi del cibo? «Non è un problema contingente: è il segno che il tanto osannato "mercato" non è in grado di redistribuire. L'impennata dei prezzi di alcune derrate agricole è una conseguenza della scelta sistematica di liberalizzare a oltranza il settore agricolo». Antonio Onorati è il coordinatore («focal point») del «Comitato pianificatore internazionale per la sovranità alimentare», cioè l'organismo che coordina circa 800 organizzazioni contadine, sindacati rurali, movimenti e gruppi della società civile in qualche modo legati alla produzione del cibo in tutto il mondo. Insomma, è uno degli organizzatori di Terra Preta, il Forum internazionale della società civile che comincia domenica a Roma alla «città dell'Altra economia» (ex mattatoio del Testaccio), e che precede e accompagna la «conferenza ad alto livello» convocata dalla Fao la prossima settimana. E in quel Forum, insiste Onorati, «vogliamo presentare idee concrete e anche richiamare i governi alle loro responsabilità». Infatti «per noi questa crisi non è una sorpresa», gli fa eco Alvaro Santin, rappresentante del Movimento dei Sem Terra del Brasile.
Terra Preta non è un «controvertice», anche se è chiaro che darà letture alternative della crisi: lo hanno chiarito gli organizzatori, che ieri hanno presentato il programma del Forum «su crisi alimentare, cambiamenti climatici e sovranità alimentare». Il Forum infatti è un interlocutore riconosciuto dalla Fao stessa, secondo una prassi consolidata nel sistema delle Nazioni unite. E' un forum rappresentativo della società civile mondiale, tiene a sottolineare Onorati: «Ciascuno dei delegati che sbarcheranno a Roma rappresenta un'organizzazione o rete di organizzazioni legate alla terra e alla produzione del cibo», con una scelta di equilibrare la rappresentanza di aree geografiche, settori (coltivatori, pescatori, allevatori e così via), Nord e Sud del mondo (ricchi e poveri, primo e terzo mondo, inclusi ed esclusi dall'economia globalizzata, o come li si voglia definire).
Interlocuzione, dunque. «Il confronto con i governo però sarà duro», anticipa Onorati. Perché la posta in gioco è alta. La Conferenza della Fao, convocata inizialmente per trattare di «cambiamento del clima, agrocarburanti e cibo», ha ormai assunto l'aspetto di un vertice d'emergenza: la fiammata dei prezzi dei generi alimentari, e le «rivolte del pane» che hanno segnato i primi mesi dell'anno, non lasciano alternative.
Siamo di fronte a una crisi alimentare, un'emergenza: come rispondere, quali misure d'emergenza, quali politiche a lungo termine? Questo è in gioco - e questo renderà aspro il confronto.
«Un gruppo di paesi, minoritario ma poderoso per influenza politica ed economica, farà leva sulla conferenza Fao per rilanciare in pieno le politiche di liberalizzazione anche nel settore agricolo, e vuole usare la crisi alimentare per portare a termine il negoziato di Doha», ovvero un nuovo round di negoziati sul commercio, spiega Onorati. Ancora più liberalizzazione dei mercati e dei servizi...
Le organizzazioni e movimento rappresentati nel Forum sono invece sicuri di una cosa: che «la produzione di cibo non può essere considerata un capitolo delle politiche del commercio», e che bisogna investire e sostenere l'agricoltura su scala locale e regionale. E' questa la base della «sovranità alimentare», principio guida di Terra Preta. E' un fatto: per i piccoli produttori il mercato più importante è quello locale e regionale, che però è quello più negletto negli investimenti pubblici. «Il mercato globale non è un vero mercato: è una struttura monopolistica controllata da pochi soggetti influenti, organizzazioni finanziarie internazionali e aziende transnazionali», continua Onorati.
In sottofondo c'è una seconda posta in gioco: il ruolo della Fao. I protagonisti del Forum hanno spesso criticato l'Organizzazioni delle Nazioni unite per l'agricoltura e l'alimentazione: «Però pensiamo che abbia un ruolo, in quanto organizzazione di tutti gli stati», fa notare Onorati: eppure, quando il segretario generale dell'Onu ha formato una task force per affrontare la crisi alimentare, non ne ha affidato il coordinamento alla Fao bensì al Programma alimentare mondiale: in un'ottica di emergenza umanitaria, non di rilancio di politiche agricole sul lungo termine. Proprio ieri Robert Zoellick, presidente del Gruppo Banca Mondiale, illustrava (sul Financial Times) i suoi «dieci punti» per affrontare la crisi: comincia con un appello a che la Conferenza di Roma decida di finanziare il programma di emergenza del Pam (e conclude con il suggerimento di tagliare le tariffe sull'importazione di etanolo, cioè un agrocarburante, in Europa e negli Stati uniti).

Intervista a Tejo Pramano

Tejo Pramano, dell'Unione federativa contadina indonesiana (Fspi) indica il tavolino allestito verso l'ora di pranzo e pieno di piatti, forchette e bicchieri assolutamente vuoti di cibo. Lo hanno allestito, su un prato non lontano dal grande palazzo della Fao, il movimento rurale internazionale La Via Campesina e le altre organizzazioni contadine e movimenti sociali che nei prossimi giorni animeranno il Forum internazionale Terra Preta. Avevano chiesto l'area dove sorgeva l'obelisco di Axum rubato e restituito all'Etiopia, ma gli è stato concesso uno spazio un po' più in là. La denuncia si riferisce anche alla difficoltà di concertare dei tavoli di trattativa con i governi. Lo striscione della Via Campesina indica la ricetta forte per la realizzazione del diritto al cibo: «Contro la crisi alimentare, sovranità alimentare». Come dice Tejo, quasi un miliardo di persone non mangiano abbastanza, anche se il cibo c'è. Ed è prodotto in gran parte da piccoli coltivatori, a dispetto del dominante modello di concentrazione fondiaria, di speculazioni finanziarie e di mercato neoliberista. Centinaia di milioni di piccoli coltivatori che in molti paesi sono protagonisti di lotte politiche faticose e pericolose.
Vista da un produttore indonesiano, cosa suggerisce un'emergenza alimentare così profonda da far temere che gli affamati nel mondo salgano oltre il miliardo?
Constatiamo sulla nostra pelle che il sistema agroalimentare è sempre meno nelle mani dei piccoli agricoltori, ormai diventati in gran parte dei braccianti giornalieri. L'agribusiness multinazionale si è impadronito delle terre e produce per il profitto, gli speculatori e i mercati internazionali, non per nutrire persone.
Voi contestate la scelta di destinare sempre più terre alla produzione di agrocarburanti, anche in Indonesia dove le piantagioni di palma da olio sostituiscono la foresta tropicale, polmone del pianeta...
È l'agribusiness a distruggere le foreste. E ad affamare. A proposito di «bioenergie», tanti governi parlano di creazione di posti di lavoro e di reddito, ma nel mio paese ad esempio, con l'aumento dei prezzi dell'olio di palma le grandi piantagioni - che sono private - esportano a più non posso e i poveri, che spendono il 70 per cento per mangiare, non possono più permettersi di comprare l'olio per scopi alimentari...sono costretti a lunghe code per ottenere le razioni distribuite dal governo. Insomma, il cibo c'è ma non è nelle mani dei poveri, né dei contadini poveri.
Cosa chiederete come organizzazioni di produttori ai governi che parteciperanno alla conferenza Fao su crisi climatica, energia e cibo?
La produzione alimentare deve essere nelle mani dei contadini, affinché possano nutrire se stessi e le comunità locali. Questo significa che i governi devono favorire: l'accesso alla terra (la riforma agraria), l'autoproduzione dei semi, la distribuzione locale, i mercati regionali. Dunque occorrono fondi, incentivi, protezione: l'Unione Europea ha sempre protetto la propria agricoltura, e poi ci chiede di aprire i nostri mercati agroalimentari!

Il Summit di Caracas

Ventisei paesi latinoamericani sono riuniti da ieri a Caracas, in Venezuela, per affrontare l'emergenza mondiale del caro-cibo e trovare, o almeno cercare, una posizione comune da portare al vertice della Fao, a Roma il 3 giugno.
Non è il «solito» summit subcontinentale: il peso dell'America latina come produttore di cibo è enorme, il solo gigantesco Brasile potrebbe sfamare un continente e anche di più, e molti governi di sinistra stanno imprimendo sterzate rispetto alle tradizionali politiche alimentari - proprio quelle che hanno portato numerosi paesi a diventare importatori di alimenti, da esportatori che erano. L'Argentina neoperonista di Cristina Kirchner, ad esempio, ha pesantemente tassato le esportazioni di granaglie per farle restare nel paese e impedire agli agricoltori di venderle al lucroso mercato estero, e sta affrontando le durissime reazioni degli imprenditori agricoli. La Bolivia di Evo Morales ha vietato e/o ipertassato le esportazioni di grano e carni. Altri paesi, più classicamente, si sono limitati a ridurre le tasse sulle importazioni. Ma tutti sembrano avere in mente una cosa: la costituzione di un fondo comune per finanziare lo sviluppo dell'agricoltura latinoamericana. Non sarebbe una mano temporanea a un comparto in difficoltà. Nella migliore delle ipotesi (siamo ai sogni, ma non si sa mai...) significherebbe l'affrancamento dei campi dell'America latina dalla schiavitù della speculazione finanziaria: invece di produrre dividendi per i finanzieri che operano su futures e options alla borsa merci di Chicago, si tratterebbe di produrre tre pasti al giorno per i suoi abitanti.
La protesta contro il caro-cibo, che ora è diventata mondiale e ha già compreso un certo numero di disordini e qualche vittima in numerosi paesi (dalle manifestazioni di decine di migliaia di persone in Mongolia alle cariche della polizia contro le rivolte per il pane in Egitto) era cominciata in sordina in Messico, nel gennaio corso, quando contadini e consumatori scesero in piazza contro la triplicazione del prezzo della tortilla e il governo conservatore giurò che avrebbe fatto scendere i prezzi. Il Messico è il paese che ha inventato il mais, se così si può dire, e che ha insegnato al resto del pianeta che cos'era. Fino al 1994 era un paese esportatore. Poi arrivò il Nafta, il trattato di libero scambio del Nordamerica, e i campesinos messicani vennero invasi da tonnellate di mais statunitense prodotto col massimo della tecnologia e fortemente sussidiato dal governo. Il Messico diventò un paese importatore, cosa che adesso paga a caro prezzo. E quella protesta che sembrava colore locale - i campesinos col sombrero che reclamavano tortillas, i mariachi che cantavano nelle strade dietro gli striscioni dei sindacati contadini... - diventò un fenomeno planetario. Fino ad oggi sono 30 i paesi in cui il caro-cibo ha provocato rivolte di piazza.
L'America latina che a Caracas discute della crisi del cibo è di fronte, grosso modo, a due strade: riformare l'agrobusiness con una serie di correttivi o rivoluzionare la produzione di alimenti scollegandola dal mercato finanziario.
La prima strada è quella su cui si indirizza la Banca mondiale, che ha lanciato un piano di salvezza alimentare da un miliardo e 200 milioni di dollari (solo 200 milioni dei quali destinati alle emergenze dei paesi poveri). E' denaro in grado di essere erogato rapidamente, ma in iniziative quasi puramente assistenziali come pasti nelle scuole o prestiti a piccoli agricoltori prima della semina. Il presidente della Bm Robert Zoellick ha anche criticato tutti i paesi - a oggi 28 - che hanno imposto limiti alle esportazioni nel tentativo di sfamare i loro abitanti prima dei finanzieri altrui.
La seconda strada significa ribaltare la situazione: cancellare i sussidi dei paesi ricchi che buttano fuori dal mercato quelli poveri, finanziare (e tassare) la produzione agricola per il consumo interno e alimentare in modo diverso da quella da export e per uso industriale - come il cosiddetto biofuel, che si è mangiato tre quarti dell'aumento della produzione di grano degli ultimi tre anni.
Nell'assistenza, infine, c'è anche del veleno: la Banca mondiale ha invitato i paesi assistiti a «riconsiderare» le proprie politiche sui vegetali geneticamente modificati. La fame è un grimaldello potente.


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