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29 giugno 2008

La discarica a Chiaiano non si può fare

 

«Insistono a dire che la cava è idonea perché se no devono rendere conto dei milioni che ci vogliono per metterla in sicurezza, soldi che usciranno dalle tasche dei contribuenti». Il professor Ortolani scalda la folla a Marano, riunita ieri pomeriggio nella sala consiliare, spiegando punto per punto i motivi per cui il progetto di fare una discarica da 700mila tonnellate di tal quale nella selva di Chiaiano è una follia. E' uno dei tecnici designati dai comitati nella commissione governativa che dovrà decidere sull'idoneità della cava di Chiaiano ad ospitare la megadiscarica. E domenica prossima avranno un nuovo incontro con la struttura commissariale. «La stampa rilancia le parole del governo, è tutto un coro di è possibile, ma come si fa a dirlo se stiamo ancora aspettando i risultati delle analisi?» il professor de Medici racconta del plico di poche pagine che, secondo la controparte, esauriva le analisi per ottenere i permessi: «Abbiamo chiesto gli approfondimenti dovuti per legge, solo allora si vedrà». Intanto gli unici risultati certi sono che i suoli delle cave sono inquinati da piombo e antimonio, per aprire lo sversatoio bisognerebbe bonificare il luogo, eliminando tonnellate di terra da stoccare in discariche speciali, spendendo cifre che in altri luoghi hanno dissuaso dall'aprire la discarica. In quanto poi alla viabilità, il professor Milone definisce l'afflusso dei previsti 130 compattatori a Chiamano, zona ad altissima presenza di pendolari, «un infarto viario, con congestione della zona e costi altissimi per la comunità». Per i comitati è evidente che solo interessi come le cave della Fibe e il braccio di ferro con le realtà locali giustifica l'apertura: «Con la volontà di dismettere i parchi, il governo apre la via per cementificare la selva e riempire le altre cave. Vuol dire che riprenderemo la lotta lì dove ci eravamo fermati». Domenica è prevista una marcia da Acerra a Napoli per un altro piano di smaltimento, a partire dalla logica dei rifiuti zero.

(Adriana Pollice)


29 giugno 2008

Londra critica i biocarburanti

 

Il boom degli agrocarburanti ha avuto un ruolo «significativo» nella scalata mondiale dei prezzi del generi alimentari, che ha provocato penuria e proteste in molte regioni del pianeta. A dirlo, questa volta, è uno studio commissionato dal governo britannico: sarà pubblicato la settimana prossima, ma «The Guardian» ieri ha pubblicato qualche anticipazione. Lo studio afferma che la Gran Bretagna, e l'intera Unione europea, dovranno ripensare la propria politica in merito a quei carburanti che si usa definire «bio» perché sono di origine vegetale: etanolo tratto dalla canna da zucchero, dal mais o dalla barbabietola, diesel prodotto da palma da olio o soia. Da usare miscelati ai carburanti classici, fino a non molto tempo fa sono stati in generale presentati come un'alternativa «ecologica» che avrebbe permesso di diminuire le emissioni inquinanti e quindi combattere il cambiamento del clima, oltre a diminuire la dipendenza dal petrolio. Per la verità già diverse voci avevano sollevato obiezioni serie: sia nel mondo ambientalista, sia tra le organizzazioni rurali di grandi paesi produttori agricoli - dal movimento Sem Terra del Brasile alle campagne per la «giustizia ecologica» in Indonesia, allarmati dall'accelerazione della corsa a deforestare per piantare palma o canna da zucchero - sia anche nel mondo scientifico. E però la generale fiducia negli agrocarburanti ha portato l'Ue a darsi l'obiettivo di introdurre il 5% di carburante di origine vegetale nella miscela di benzine e diesel in commercio entro il 2010. La Gran Bretagna è già passata ai fatti: il governo Brown ne ha fatto un elemento chiave della sua strategia «verde», e dal primo aprile tutta la benzina in vendita nel Regno unito contiene, per legge, almeno il 2,5% di agrocarburante. Il gruppo di esperti presieduto dal professor Ed Gallagher, capo dell'Agenzia per le energie rinnovabili del governo britannico, ha studiato la questione su incarico del ministero dei trasporti, che in febbraio ha chiesto di indagare l'impatto dei biocarburanti. Il gruppo non ha avuto dunque molto tempo, ma pare che non si sia limitato ad acquisire la letteratura scientifica già disponibile. In sostanza il rapporto Gallagher dice che il governo deve indagare molto di più l'impatto degli agrocarburanti sull'uso delle terre e la produzione alimentare, prima di fissare obiettivi obbligatori per il loro uso nei trasporti. Il rapporto non chiude del tutto ai carburanti di origine vegetale. Distingue però tra quelli chiamati «di prima generazione» - che trasformano derrate coltivate come cibo: canna da zucchero, soia, mais e così via, dunque stabiliscono una concorrenza diretta tra uso alimentare e benzina - e la cosiddetta «seconda generazione», per ora sperimentale: cioè il tentativo di trasformare in carburante piante non alimentari e coltivabili su terre marginali, dunque in teoria non in concorrenza con la produzione di cibo. Bisognerà vedere se e come Londra trarrà le conseguenze di questo rapporto. Certo è che la corsa agli agrocarburanti è ormai oggetto di scontri politici poderosi. Oggi un terzo del mais prodotto negli Usa va in etanolo e metà degli oli vegetali dell'Ue vanno in diesel. L'amministrazione Usa ha sostenuto, durante la recente conferenza della Fao, che gli agrocarburanti contano appena per il 3% dei rincari dei prezzi alimentari, ed è quanto ripetono le lobby delle industrie produttrici in grandi pagine di pubblicità sui grandi quotidiani internazionali. Il Fondo monetario internazionale, che pure non è un'associazione ambientalista, parla del 20-30%, altre istituzioni fanno stime ancora più alte. Alla Fao, Stati uniti e Brasile (i due grandi produttori di etanolo e agro-diesel) hanno fatto fuoco e fiamme per impedire che i documenti finali raccomandassero una moratoria sui «bio» carburanti. Eppure in gioco è la sicurezza alimentare del pianeta.

(Marina Forti)


29 giugno 2008

La geniale miseria di Tremonti

 

L'effetto più evidente della globalizzazione è riscontrabile nell'ampliamento della forbice tra ricchi e poveri: sempre più ricchi i già ricchi, sempre più indigenti, i poveri.
Nei paesi industrializzati, lo indicano chiaramente le statistiche, mediamente una cittadino su sette vive al di sotto della soglia di povertà.
Certo, si tratta di una povertà relativa, almeno se confrontata con quella dei paesi che molti si ostinano a chiamare del «Terzo mondo». Anche se relativa, però, è pur sempre povertà. E come tale provoca sofferenze, anche psicologiche, e privazioni materiali.
Per contrastare l'emarginazione, molti paesi anziché ricorrere a politiche di integrazione, preferiscono la soluzione più antica del mondo: la carità. Nel paese più ricco e potente del mondo - gli Stati uniti - l'obolo si chiama «Food stamp»: è un buono acquisto da 100 dollari al mese destinato, come contributo all'acquisto di cibo, ai molto poveri. Attualmente ne sono «elargiti» 26 milioni. Visto che la popolazione Usa supera i 300 milioni, questo significa che circa 12 cittadini su 100 hanno bisogno di un obolo mensile per poter sopravvivere. Recentemente ci sono state molte proteste: l'aumento dei generi alimentari ha reso insufficiente la somma elargita: 100 dollari al mese, poco più di 70 euro al mese. Ovvero 1.200 dollari l'anno, l'equivalente di 850 euro.
Secondo molti esperti, sarebbe necessario raddoppiare l'importo del food stamp. Ma servirebbero troppi soldi, rispondono gli uomini di Bush. In realtà quei 100 dollari al mese moltiplicati per i cittadini che li percepiscono comportano una spesa inferiore ai 30 miliardi di dollari l'anno. Non pochi, ma nulla se confrontato con la spesa per la difesa (600 miliardi l'anno) e la spesa pubblica complessiva che supera i 4 mila miliardi di dollari.
Tremonti che è uomo di mondo e conosce molto bene la realtà statunitense ha fatto una pensata: importare in Italia il food stamp. Un assegno (probabilmente una carta di credito prepagata) che sarà elargita a 1,2 milioni di molto poveri. La pensata geniale è di associare questo obolo alla Robin Hood tax, un tassa che colpirà le imprese più «odiate» dagli italiani: compagnie petrolifere, banche e assicurazioni. Però, importando dagli Usa il buono pasto per i poveri, il governo Berlusconi è stato un po' stitico: non 75 euro al mese come negli Usa, ma appena 40. Come dire 1,33 euro al giorno, neppure un cappucino e cornetto. E questo nonostante la platea dei beneficiari sia molto più limitata: 1,2 milioni di cittadini molto poveri, secondo i calcoli del governo. Che ha aggiunto: i soldi potranno essere utilizzati per acquistare da mangiare o per pagare le bollette. C'è da dubitare che con 480 euro l'anno (per una spesa complessiva che supererà di poco i 500 milioni di euro) si possano pagare molte bollette di luce, gas, riscaldamento, telefono e nettezza urbana, abbonamento alla tv.
Il proverbio dice: «A caval donato non si guarda in bocca». D'altra parte anche il centro sinistra non era stato molto generoso con i molto poveri. La tecnica era stata sempre quella della regalia a quelli che con una brutto termine sono definiti «incapienti».
Forse qualcuno si vergognerà nel ricevere la carta di credito prepagata, ma sicuramente saranno in molti a benedirla. Tutto bene, allora? Non proprio. Quello che proprio non va è l'ideologia del provvedimento di stampo liberista. Per i poveri la cosa necessaria sono i servizi. Ma sul fronte di questi trasferimenti il governo è pronto ad abbattere la mannaia in primo luogo sui fondi agli enti locali. E vedrete che i 400 euro l'anno non copriranno gli aumenti che a livello locale saranno approvati per far fronte ai tagli.

(Galapagos)

Poco più di un mese fa ha lasciato il ministero pubblicando un libro, «Il lavoro interrotto» (Rizzoli, con Angelo Faccinetto), quando ancora il suo successore (allora in pectore), Maurizio Sacconi, annunciava «continuità dove possibile». Ma il «risveglio» non è piacevole per l'ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, che si vede smantellare velocemente la gran parte di misure varate dopo un'opera certosina di concertazione con i sindacati, la Confindustria, le stesse forze - alleate - della Sinistra (che avrebbero voluto riforme più radicali). «Dopo le prime dichiarazioni di "miele", di dialogo, il governo va verso una deregolarizzazione feroce. E' un attacco generale al Protocollo sul welfare e al Testo Unico sulla sicurezza. Ancora più preoccupante perché erano testi costruiti rispettando l'equilibrio tra la competitività chiesta dalle imprese e le tutele richieste dal mondo del lavoro».

Ad esempio si abroga la tutela rispetto alle dimissioni in bianco.
Sono tanti interventi distinti rispetto all'unico, simbolico, scelto nella passata legislatura Berlusconi, l'attacco all'articolo 18. Qui sono singoli cambi silenziosi, che però insieme fanno rumore. E' grave ad esempio l'abrogazione del modulo per le dimissioni in bianco, perché purtroppo questa è una pratica ancora molto diffusa in alcune regioni e nelle piccole imprese, e che soprattutto colpisce le donne. Faccio notare che fu approvata dal Parlamento, con il voto favorevole di Alleanza nazionale. Allora: se vogliamo semplifichiamola, ma certo non va eliminata facendo venir meno lo scopo principale per cui era stata emanata.

Il governo farà saltare anche il limite ai contratti a termine e i cosiddetti «indici di congruità».
Sul limite di 36 mesi per i contratti a termine, va osservato che quella norma fu concordata con sindacati e imprese, che hanno persino condiviso la durata della proroga di 8 mesi. Stupisce che questo governo, che a parole invoca avvisi comuni e la non ingerenza nell'autonomia negoziale delle parti, voglia intervenire su un argomento pacifico. Anche gli indici di congruità erano stati concordati con le parti sociali, e sono utili per smascherare relazioni perverse tra il numero di addetti e la qualità del lavoro svolto, per sanare situazioni di nero o subappalti fittizi. Parliamo di tante misure che, secondo i dati Inail diffusi ieri - 1210 morti nel 2007 contro i 1341 del 2006 - hanno certamente influito su una diminuzione degli infortuni. Ma qui si vuole smontare tutto.

Si riferisce anche al Testo Unico sulla sicurezza?
Ci avevano accusato di averlo varato sull'«onda emotiva» di grossi infortuni, quando oggi il governo annuncia interventi di emergenza o altre misure che in realtà quello stesso Testo contiene. Noi siamo nettamente contrari al suo depotenziamento: loro puntano a una riscrittura, ma le sanzioni previste sono equilibrate e commisurate alle violazioni commesse.

Un altro capitolo sono gli orari: conteggiare le 35 ore di riposo su 14 giorni anziché 7, e poi arrivare a 65 ore lavorative settimanali.
Il governo svolge un'azione preoccupante sugli orari. Ha cambiato le alleanze europee: noi eravamo in un cartello, con Francia e Spagna, per la difesa del modello sociale europeo, per respingere la proposta britannica di allungare gli orari fino a 65 ore. Adesso il nuovo esecutivo italiano, insieme alla Francia, cambia fronte e vara una direttiva che porta alle 65 ore. E' vero che l'Italia è protetta dalla contrattazione collettiva, che va in un'altra direzione, ma sembra che il governo voglia preparare un «terreno» che poi recepisca quella direttiva. Io spero che venga affossata al Parlamento europeo, con un'alleanza del Pse anche con forze del campo avverso che con la direttiva non sono d'accordo.

In conclusione, il Pd riuscirà a fare un'opposizione efficace?
Io ho chiesto a Walter Veltroni di tenere una riunione del governo ombra sui temi del lavoro, e di farne parte integrante dell'Assemblea costituente del Pd. Ma credo che dobbiamo lanciare una mobilitazione forte: non solo del partito, ma anche delle forze sociali, del territorio, delle aziende. E spero che il sindacato ci sostenga nel difendere il Protocollo welfare e il Testo Unico sulla sicurezza.


(Antonio Sciotto)


29 giugno 2008

Truffe contro le assicurazioni negli Usa ?

 

Se i roghi di auto nelle notti bollenti delle banlieues francesi vi sembrano privi di senso, sentite un po' questa. Crisi economica e recessione negli Usa, «tragica realtà» o «allarme ingiustificato»? Per avere una risposta sembra utile rivolgersi non tanto a economisti e analisti, ma ai pompieri. Se l'economia cresce, i roghi diminuiscono, se rallenta non ci sono abbastanza cisterne per spegnere gli incendi.
Cominciamo con le case. La recente crisi del mercato immobiliare è stata descritta in lungo e in largo, salvo forse per questo «scottante» aspetto. Sul piano economico le cose sono abbastanza chiare: negli ultimi anni, seguendo (e alimentando) la bolla speculativa, le banche hanno deciso di espandere il settore dei subprime. Quei prestiti, cioè, concessi a chi non offre una situazione finanziaria tale da garantire gli standard per la restituzione del premio. Con la cartolarizzazione, poi, i mutui sono rivenduti sui mercati internazionali, sollevando le banche dalla responsabilità di verificare che il debitore sia in grado di ripagare il prestito. Con i subprime, infatti, si abbassano gli standard richiesti, si punta sul tasso variabile, si allunga il periodo previsto per il rimborso, e tutti vissero felici e contenti con la casa di proprietà, che è forse il principale status symbol interclassista a stelle e strisce.
Tutto bene, finché il mercato regge e si gioca a nascondino passando di mano in mano (cioè di banca in banca) questi pacchetti creditizi. Acquistare debiti è stata per anni una delle attività più lucrative nel settore finanziario. Ma il sistema, per parafrasare Günter Grass, è come un cesso intasato: più tiri la catena e più la merda viene a galla, finché un giorno la bolla scoppia e chi ha «osato» troppo paga: un pugno di banche particolarmente esposte e i «maldestri» debitori: 1,3 milioni di famiglie che perdono la propria casa e si trovano sotto sfratto nel solo 2007, il 79% in più dell'anno precedente.
In inglese, il «processo esecutivo» con cui il creditore si riappropria del bene, sottraendolo al debitore insolvente, si chiama foreclosure. Una parola interessante, che rimanda al dominio della psicologia e alla «forclusione», parente inasprito della «rimozione»: mentre in questa il rimosso può infine riemergere, nella forclusione questo ritorno non è dato.
Sogni infranti
Ora, sembra accadere il contrario. Mentre le banche voltano pagina, cosa fanno gli sfrattati? Qualcuno piange il sogno di una casa andato in fumo, qualcun altro perferisce mandare in fumo la casa stessa. C'è chi simula un furto andato storto, chiedendo a un amico di essere legato a una sedia, appiccare il fuoco e chiamare (in fretta) i pompieri. C'è chi, semplicemente, cosparge tutto di benzina, getta il cerino e si siede sul ciglio della strada, sorseggiando una birra e godendosi lo spettacolo.
In assenza di statistiche esaustive le ipotesi si moltiplicano sulle ragioni dei roghi: dalla «banale» truffa (riscuotere il premio di un'assicurazione sulla casa) alla ancor più «banale» disperazione (se non posso avere la mia casa, nessuno l'avrà). Altri vanno indietro con la memoria, ricordando che il fenomeno è tutt'altro che nuovo. Quando il mercato salta, per non parlare dei legami sociali, sono interi quartieri ad andare in fumo, come il South Bronx nella calda estate del 1977 o la città di Utica (NY), quando vent'anni dopo viene dichiarato il coprifuoco (mai parola fu più azzeccata) e la Guardia Nazionale deve intervenire per rimediare a una delle «crisi incendiarie» più gravi degli Stati Uniti. Altri ancora dicono che si tratta di pure illazioni e che il raddoppiare dei casi «sospetti», come in California nell'ultimo anno, non è ancora indicativo di una tale epidemia.
Questa cautela, in un paese che ha fatto dell'«emergenza» una ragione di vita, è davvero significativa. I media, com'è naturale, sono attenti al fenomeno delle foreclosures. Non proprio a questo aspetto però: una delle principali preoccupazioni, ad esempio, sono le zanzare. Quando gli inquilini lasciano le case, non si preoccupano certo di svuotare le piscine, che nella stagione calda diventano dei veri e propri ricettacoli in cui si formano milioni di fastidiosi insetti, portatori nel peggiore dei casi del temibile virus del Nilo. Un altro problema attraverso cui i media si esercitano nell'arte della rimozione, in un terribile gioco al massacro tra i sommersi e i salvati, è la svalutazione della proprietà immobiliare: l'incuria in cui languono le case abbandonate mina il buon nome di interi quartieri, facendo calare anche il valore degli immobili dei vicini, che insolventi magari non sono ma che si trovano ad abitare nel posto sbagliato.
Oppure, un'altra strategia retorica davvero formidabile consiste nel mischiare ogni tipo di «fuoco», mettendo in un unico calderone le vittime umane di roghi non dolosi con gli incendi dei boschi e le speculazioni finanziarie, mantenendo un basso profilo sul fenomeno politicamente e socialmente più significativo: la distruzione deliberata della proprietà, che se una volta era «privata», ora è solo «perduta». Può darsi che si tratti di pure illazioni, di voci messe in giro dai soliti anti-americani o disfattisti di turno. Facciamo allora un piccolo salto e cambiamo prospettiva, per vedere cosa succede in un diverso mercato.
La California - e Los Angeles in particolare - rappresenta la civiltà dell'automobile, ancora uno dei principali status symbol di questo paese. Nel ridicolo sottosviluppo della rete di trasporti pubblici, nella città degli angeli o si ha un'auto o non si vive. Curiosa, però, è l'impressione che si ha guidando tutto d'un fiato dai ricchissimi quartieri di Bel Air o Beverly Hills, ai poverissimi quartieri di Pico Union o South Central. Com'è possibile incontrare la stessa quantità di Suv, di Hummer, Mercedes o BMW da una parte della città, dove il reddito medio annuo è 100mila dollari, all'altra, dove invece è di soli 9mila dollari? Certo l'illegale gioca un ruolo, ma non spiega tutto, se proviamo a interpellare di nuovo il nostro pompiere-economista.
Status symbol chiavi in mano
L'evoluzione del mercato creditizio fa crescere il numero delle auto andate in fiamme. Non tutte in una notte, come appunto nelle banlieues francesi, ma con lento snocciolarsi mese dopo mese, anno dopo anno. Cosa accade, di preciso, in quest'altra no man's land del mercato creditizio? Diciamo che voglio un'auto, che non sia «solo» un'auto ma che mi faccia anche sentire qualcuno o qualcosa. Se sono ricco, firmo l'assegno ed esco dalla concessionaria «chiavi in mano». Se sono povero, nessun problema. Il dealer - ma sarebbe meglio, davvero, chiamarlo pusher - non fa una piega e senza perdere il suo sorriso californiano dice che posso portarmi a casa l'auto senza bisogno di controllare la mia «storia creditizia» e senza tirare fuori un dollaro e con una rata di 300 dollari al mese (circa 200 euro al cambio attuale).
Naturalmente non si scende troppo nei dettagli. Se voglio l'auto, non mi preoccupo del fatto che il prestito può arrivare anche a 7-8 anni, con un tasso di interesse assurdo: chiunque abbia un lavoro può pagare la rata mensile. Ma il lavoro va e viene. Oppure accade ciò che non era difficile immaginare. Dopo tre, quattro anni la macchina comincia ad avere bisogno di manutenzione, oppure semplicemente esce un modello nuovo, più grande e più bello. Allora entro dal rivenditore e, di nuovo, il pusher non fa una piega. Anzi, è ben contento di spiegarmi che se voglio cambiare l'auto basta prendere il debito residuo e metterlo insieme a quello nuovo, con un tasso ancora più assurdo, un periodo di estinzione del debito ancora più lungo ma, naturalmente, una rata mensile alla portata delle mie tasche. Al terzo o quarto passaggio di questo tipo non è raro trovarsi indebitati per 60-70 mila dollari per un'auto che vale la metà.
Ora, nel mercato immobiliare si riteneva che a un alto indebitamento corrispondesse una crescita del valore di mercato dell'investimento, com'era avvenuto negli ultimi anni ben oltre ogni ragionevole aspettativa. L'ipotesi, con l'esplosione della bolla, si è rivelata inconsistente e sta di fatto inchiodando i proprietari di case al proprio acquisto: in caso di difficoltà, non si può più neanche rivendere l'immobile, che vale ora meno di quando è stato acquistato. Per le auto, invece, il loro valore si «consuma» velocemente, molto più velocemente della durata del prestito contratto per acquistarle.
Ecco allora un altro tipo di bolla, di cui il pompiere si accorge subito, perché se non riesco più a fare il pieno di benzina, o a pagare la rata o semplicemente cerco una exit strategy dalla gabbia del debito, il modo migliore è dar fuoco all'auto. E qui, ancora una volta, si hanno gli esempi più tragicomici: un rivenditore è stato arrestato in Texas con l'accusa di offrire un servizio davvero speciale: si sarebbe occupato lui di incendiare l'auto, dividendo con il proprietario il premio assicurativo e finanziando l'acquisto della nuova auto. Oppure, nello stesso Stato, due studenti sono finiti in manette insieme al professore, con l'accusa di avergli bruciato l'auto in cambio della promozione, poiché il docente voleva un nuovo modello.
Pratiche di resistenza
Gli italiani - maestri nel settore - non impallidiranno certo di fronte ai racconti di truffe assicurative. Tuttavia qui c'è qualcosa di più. Non si tratta solo di spillare qualche soldo alle odiate compagnie, né di disperazione autodistruttiva. C'è un fenomeno interessante di resistenza nei confronti di un mercato la cui esistenza dipende dal drenaggio forsennato di denaro dai poveri ai ricchi: il subprime e suoi derivati sono davvero la cifra di un vampirismo che coniuga l'induzione di bisogni e la scelta mirata delle popolazioni a più alto «rischio» speculativo.
E tuttavia non è solo il capitale, questa volta, a fare «terra bruciata». Il rogo, dell'auto o della casa, può certo essere un gesto disperato. Ma risponde anche a strategie sottili di sopravvivenza in un sistema che è tutto fuorché impazzito, che calcola i rischi e i profitti corrispondenti. I subprime più estremi, oggi, sono quasi scomparsi. Dunque l'«affidabilità» del debitore torna a essere essenziale, non solo per acquistare, ma anche per affittare un immobile. Bruciare in tempo utile la casa può aiutare a uscire indenni da un indebitamento insostenibile e ritentare successivamente. Bruciare la propria auto invece di consegnarla alla banca può evitare l'infame etichetta di «insolvente» e conservare lo status di debitore appetibile. Naturalmente le autorità non stanno a guardare. Ma il debitore incendiario «scommette» di non esser pizzicato, di non essere condannato e di farla franca.
Ciò di cui nessuna statistica potrà mai render conto, è la sottile e strisciante vendetta, che solo una certa distanza dalla massa critica impedisce ancora di chiamare sabotaggio. Nella scena in cui Bonnie Parker e Clyde Barrow si esercitano al tiro con le colt 45 automatiche, nel bellissimo film di Arthur Penn che annuncia il Sessantotto, credono di trovarsi in una casa disabitata. In realtà - siamo all'inizio degli anni Trenta, sullo sfondo della Grande Depressione - i due malviventi sono sorpresi da una famiglia di poveri contadini che viveva in quella casa e che, vittime di una foreclosure, sono venuti a visitare per l'ultima volta. «Noi rapiniamo banche», dice fiero Clyde, e i colpi delle colt si scatenano senza pietà contro il cartello che indica lo sfratto. Quei colpi sembrano davvero risuonare nel crepitio di questi roghi del ventunesimo secolo.

(Filippo del Lucchese)


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permalink | inviato da pensatoio il 29/6/2008 alle 1:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


29 giugno 2008

Chiaiano frontiera di democrazia

 

Dice Alex Zanotelli: «Adesso c'è paura. La gente, i ragazzi, temono di essere arrestati». Il missionario comboniano vive a Napoli, sabato parteciperà alla «Marcia dei mille» che comincerà ad Acerra, dove si sta costruendo l'unico inceneritore prodotto dalla valanga di denaro che il governo e Antonio Bassolino hanno versato nelle tasche di Fibe-Impregilo (Romiti); poi la gente si sposterà in treno fino a Napoli, Piazza Dante.
Perché «mille»? «Un po' per via dei garibaldini - dice Alex - e anche per i 'mille volontari' che Berlusconi vorrebbe mandare a ripulire la Campania». Zanotelli, con una limpidezza che è difficile trovare ormai nelle parole e nelle azioni delle sinistre politiche - le quali non accennano ad abbandonare il barcone del presidente della Regione - indica il problema sostanziale. Che, è vero, è stato a suo tempo, e con scarso successo, segnalato su «la Repubblica» da Stefano Rodotà: il decreto sui rifiuti, oltre a insistere sulla fallita strada dell'«emergenza» degli ultimi quindici anni, oltre a violare ogni norma ambientale, avvia alla rottamazione la democrazia. Non solo la ex «sinistra radicale» campana si confonde nel mucchio, ma il Partito democratico non ha trovato nulla di strano nel fatto che si minaccino arresti e pene severe contro i cittadini, le comunità, che vogliano opporsi appunto a quella demente politica sui rifiuti, e che i loro comitati vengano sciolti d'autorità.
L'esercito a sorvegliare le discariche (così come le strade metropolitane) sono il compimento esibizionistico di un piccolo colpo di stato. A Veltroni sembra fregare solo di Rete4 e dei processi di Berlusconi, e lasciamo stare i rom e i «clandestini», la detassazione degli straordinari e gli annunci di una ulteriore «flessibilizzazione» del lavoro, ecc..
Ma, dice ancora Zanotelli, la Campania è una cavia: se l'esperimento funzionerà qui, sarà esportato - come la democrazia di Bush - nelle valli piemontesi e nelle città venete e ovunque cittadini organizzati oppongano coesione, resistenza e democrazia costituente a ogni tipo di «grande opera» e di aggressione a un territorio esausto.
Io non so se questa - tra «sviluppo» e territorio, parola che comprende l'ambiente e le società locali - sia la «contraddizione principale».
Credo non sia nemmeno interessante stabilirlo: è un vecchio sport che non suscita più l'entusiasmo delle folle.
Certo, se le teste pensanti della sinistra italiana rispolverassero il vecchio vizio di piegare la schiena e guardare da vicino il loro prossimo, magari scoprirebbero che il novanta per cento di quel che vanno ripetendo sulla «ricostruzione della sinistra» serve solo a confortare, e confermare, se stessi. Là fuori c'è vita, c'è una società che resiste e che avrebbe bisogno di aiuto.
E invece no: sentiti e letti dirigenti che non dirigono più nulla e intellettuali che rimasticano il passato dire e scrivere che sì, la politica fa schifo, ma tanto fa schifo anche la società, e anzi è la politica a dover «rimettere ordine» nella società. Alibi.
Domenica prossima, il giorno dopo la «marcia dei mille», sarà reso noto il responso su Chiaiano, cavia numero uno del parco-cavie campane. E già si annuncia - la Protezione civile, cioè Bertolaso, cioè il governo - che la cava è idonea.
Cosa accadrà poi? Che la gente di lì, e tutti i loro amici, si arrenderanno di colpo? O che non si arrenderanno, e allora rivedremo Genova in un'altra dimensione e forma, tanto poi ogni violenza poliziesca viene perdonata, anzi premiata?
Siamo alla vigilia di un «dentro o fuori» molto più drammatico, ed essenziale, della partita tra Italia e Francia. Per chi tifiamo, noi? Chiaiano è sola?
Post Scriptum. La nostra maglietta «Clandestino» sta avendo un successo imprevisto. Ce ne stanno chiedendo a pacchi sedi sindacali di Fiom e Cgil, circoli dell'Arci, commercio equo, associazioni, perfino alcuni edicolanti, e centinaia di persone.
L'altro giorno è venuto un ragazzo del Bangla Desh per comprarne sei: «Sono fatte nel mio paese», ha spiegato. E noi: «Come l'hai saputo?». «Sono un lettore di Carta, no?».
Non abbiamo avuto il coraggio di dirgli: se vai in giro così, magari qualche poliziotto ti prende sul serio.

(Pierluigi Sullo)


28 giugno 2008

C'era una volta : la distanza tra uomo e pollo in scala temporale

Come si può misurare la distanza biologica tra mammiferi e uccelli sulla scala temporale dell'evoluzione ? Luca Cavalli Sforza dice che i mammiferi non dovrebbero avere più di 65 milioni di anni, in quanto hanno cominciato a diventare numerosi solo dopo un cataclisma avvenuto in quel periodo. Secondo la teoria oggi prevalente un grandissimo meteorite caduto in Messico avrebbe alzato una colossale nuvola di polveri da oscurare la luce del sole e provocare un inverno lunghissimo durante il quale si estinsero i dinosauri dando ai piccoli mammiferi di allora la possibilità di diffondersi e di differenziarsi tra loro. Mentre dunque i mammiferi si sarebbero differenziati verso i 65 milioni di anni orsono, gli uccelli si sarebbero invece differenziati 200 milioni di anni fa. La differenza tra cavallo e uomo (due aminoacidi) e quella tra uomo o cavallo e pollo (sei aminoacidi) stanno in un rapporto tra di loro uguale a tre (6/2). Dunque la differenza di due aminoacidi corrisponde ad una differenziazione interna ai mammiferi risalente a 65 milioni di anni, mentre la differenza di sei aminoacidi corrisponde alla differenziazione degli uccelli (65 x 3 = 195).



Lupo Alberto: " Cosa ci separa, amore mio ?"

Qualche domanda è d'obbligo :
1) Con quale metodo si è pervenuti a stabilire la fine dei dinosauri a 65 milioni di anni orsono ? La data di 200 milioni di anni fa si è stabilita in rapporto al valore cronologico di 65 milioni o in maniera indipendente ?
2) Perchè il dominio dei dinosauri avrebbe impedito la differenziazione sic et simpliciter ? Esso al massimo avrebbe impedito (per quel che riguarda i dinosauri carnivori) un certo livello di differenziazione. Ma non si possono stabilire a priori i rapporti tra mammiferi e rettili prima di 65 milioni di anni fa.
3) Le differenze in termini di aminoacidi interne ai mammiferi non sono tutte uguali a due. Ciò non comporta anche delle conseguenze all'interno della scala temporale ?
4) Cosa si intende per differenziazione degli uccelli ? La differenziazione tra uccelli e mammiferi ? o la differenziazione interna (correlata all' incremento e alla diffusione) degli uccelli ? In questo secondo caso però come la differenza tra pollo e mammifero c'entra con la datazione della differenziazione degli uccelli tra loro ?


28 giugno 2008

L'andamento discorde del lavoro nero

 

Diminuisce l'economia sommersa, cala il suo peso sul Pil, ma cresce il tasso di irregolarità tra i lavoratori indipendenti, in agricoltura e nei servizi. Lo rivela uno studio dell'Istat sul lavoro nero in Italia dal 2000 al 2006.
Il peso massimo del sommerso nel 2001 sfiorava il 20% del Pil; dal 2002, invece, il valore aggiunto prodotto nell'area del sommerso economico ha evidenziato una positiva contrazione. Nel 2006 il valore era compreso tra un minimo del 15,3% (227 miliardi) e un massimo del 16,9% (250 miliardi). Sei anni prima le percentuali erano rispettivamente del 18,2 (217 miliardi) e del 19,5% (228 miliardi). Per quale motivo si è verificata una progressiva riduzione? Secondo l'Istat, principale responsabile è la sanatoria rivolta ai lavoratori extracomunitari: 647 mila sono stati regolarizzati da famiglie o da imprese. Nel 2004 gli effetti della santoria sono cessati e il valore aggiunto del sommerso è rimasto per lo più stabile, intorno al 6,5% del Pil. Il trend di «regolarizzazioni» dopo il boom sembra essersi bloccato: sono, infatti, seppur in cifre più ridotte, aumentate di nuovo le occupazioni non regolari.
Se scomponiamo il «nero» prodotto nel 2006 notiamo che l'8,9% è dovuto alla sottodichiarazione del fatturato ottenuto con un'occupazione regolarmente iscritta nei libri paga, al rigonfiamento dei costi intermedi, all'attività edilizia abusiva e ai fitti in nero. Proprio a questi fattori l'Istat imputa il picco del 2001: insieme raggiungevano il 10,9% del Pil. Ritornando al 2006, il 6,4% del sommerso deriva espressamente dall'utilizzazione di lavoro non regolare e l'1,6% dalla riconciliazione delle stime dell'offerta di beni e servizi con quelle della domanda.
È interessante poi rilevare come il peso del valore aggiunto differisca a seconda dei vari settori. In agricoltura, dove l'attività produttiva è frammentaria e stagionale, il fenomeno del lavoro nero è in crescita. Aumentano i lavoratori temporanei pagati alla giornata. Nel 2006, nell'ipotesi massima, il valore aggiunto sommerso nel settore agricolo ha toccato il 31,4% (8.5 milioni di euro). Più marginale il dato dell'industria: 10,4% (42 milioni di euro). Nel terziario, dove il fenomeno lascia esente il settore pubblico, il valore aggiunto è del 20,9% (199 milioni di euro). Nei servizi il lavoro «nero» diventa davvero rilevante nel comparto relativo a commercio, alberghi e trasporti. È un panorama sostanzialmente diverso rispetto a sei anni prima quando in agricoltura risultava sommerso il 29,7%, nell'industria il 14% e nel terziario il 23,2%.
L'indagine definisce non regolari tutte le prestazioni lavorative svolte senza il rispetto della normativa vigente in materia fiscale e contributiva. L'Istat ha stimato che nel 2006, su un totale di 24 milioni e 826 mila di lavoratori, 2 milioni e 969 mila non erano regolari. Dal 2000 sono aumentati gli occupati regolari, infatti, all'inizio decennio quelli in «nero» erano 3 milioni e 111 mila su un totale di 23. 412 occupati. Si è verificata una diminuzione del 4,6%.
Il tasso d'irregolarità (calcolato come incidenza delle unità di lavoro non regolari sul totale elle unità di lavoro) si attesta intorno al 12% (13,3% nel 2000). Il tasso diminuisce tra le unità di lavoro dipendenti ma cresce tra quelle indipendenti dall'8,5% al 9,2%. E qui suona il primo campanello d'allarme, che risquilla quando si tratta di categorie di lavoratori. Aumentano, infatti, gli irregolari residenti (da 1,540 milioni nel 2000 a 1, 614 nel 2006), seppur diminuiscano gli stranieri irregolari non residenti: 352 mila nel 2006 (656 mila nel 2000). Infine, le attività plurime non dichiarate registrano un pericoloso ritmo di crescita: da 915 mila unità di lavoro nel 2000 sono passate a un milione nel 2006.

(Mauro Ravarino)


28 giugno 2008

L'autogestione della monnezza

 

Per certi versi è un po' come l'occupazione delle fabbriche del 1921; ma i tempi sono cambiati e nessun giornale o telegiornale ha riportato la notizia. Da più di quindici giorni in Campania gli operai dei sette «Cdr» fanno marciare gli impianti «da soli». I direttori degli stabilimenti sono stati tutti arrestati nell'ambito della retata che ha messo in galera i vertici della Protezione civile; poi sono stati rilasciati (hanno dimostrato di aver avvertito per tempo l'ex commissario straordinario, ora sottosegretario, della pessima qualità dei materiali che uscivano dagli impianti); ma sono stati diffidati dal riprendere il loro posto. Il Genio militare, che il governo ha incaricato di sostituirli, non è ancora subentrato. Ma quando lo farà, non servirà a molto: l'Esercito non ha knowhow in questo campo e i suoi ufficiali ci metteranno un po' prima di acquisire una competenza anche solo paragonabile a quella degli operai che ci lavorano da anni.
Nel frattempo i «Cdr» hanno funzionato come sfogo per la monnezza raccolta sulle strada (l'esportazione in Germania non basta), prevenendo l'accumulo di decine di migliaia di tonnellate in più. Per garantire questa funzione di pubblica utilità, il 13 giugno i sindacati hanno persino revocato uno sciopero indetto per protestare contro lo smantellamento degli impianti previsto dal decreto governativo sull'emergenza rifiuti in Campania del 23 maggio scorso. Il decreto prescrive infatti che i «Cdr» campani vengano chiusi, messi in vendita e - eventualmente - riutilizzati dai nuovi compratori come impianti di compostaggio, riattivando cioè solo la linea di stabilizzazione della frazione organica e dismettendo quella di trattamento della frazione secca. Il che comporterebbe il licenziamento della metà, e anche più, delle maestranze in forza negli impianti, e la possibilità per gli altri di riprendere il lavoro solo se gli impianti troveranno dei compratori. La lotta degli operai dei «Cdr» va sostenuta, anche perché sul loro destino si gioca una partita più grande.
In merito, gli indirizzi enunciati dalla Regione Campania e illustrati a suo tempo dal nuovo assessore all'Ambiente Walter Ganapini, sono quelli di un'urgente riabilitazione e adeguamento (revamping) di questi impianti, attualmente fermi o malfunzionanti non per fondamentali difetti di progettazione e costruzione (come è invece il caso dell'inceneritore di Acerra), ma perché inspiegabilmente sigillati senza essere mai entrati in produzione (è il caso dell'impianto di Tufino); oppure, perché intasati da cumuli ancora non lavorati di Fos (Frazione organica stabilizzata: è il materiale che si ricava dal trattamento della parte organica del rifiuto urbano indifferenziato: destinata, se il ciclo di lavorazione viene completato, alla copertura di discariche o a bonifiche ambientali); oppure ancora, e per lo più, perché fatti funzionare per anni al di sopra delle loro capacità, senza preoccuparsi di separare correttamente la frazione organica putrescibile e mescolando al tutto anche rifiuti radioattivi e rifiuti tossici introdotti surrettiziamente dalla camorra, insaccando il tutto in milioni di ecoballe che attendono il fuoco purificatore dell'inceneritore di Acerra; con il beneficio delle generosissime tariffe incentivanti per l'energia elettrica prodotta (Cip6), erogati a spese delle energie rinnovabili e delle bollette elettriche pagate da tutti noi.
Il revamping dei «Cdr» - per il quale l'assessore Ganapini, dopo un'ispezione tecnica agli impianti, aveva stimato un costo complessivo di 3-5 milioni di euro e pochi mesi per essere completato - permetterebbe di avviare immediatamente la frazione secca combustibile (plastica, carta e stracci, e non quell'ammasso di rifiuto indifferenziato e triturato di cui sono fatte le ecoballe) a impianti in grado di utilizzarli come combustibile addizionale, perché già dotati degli apparati di abbattimento delle emissioni che ne verrebbero generate: cementifici o centrali elettriche alimentate a carbone; oppure a uno stabilimento di arricchimento con l'addizione di pneumatici fuori uso: trattamento per il quale la Pirelli dispone già di un impianto in provincia di Cuneo, che intende potenziare. Trattative per attivare questi sbocchi sono state avviate da tempo. Quanto alla Fos, una volta completato il trattamento e depurata da materiali estranei, può essere utilizzata con effetti benefici (assorbe la diossina presente nel suolo) nella bonifica di terreni agricoli compromessi e non utilizzabili per diversi anni in colture alimentari. Da mandare in discarica resterebbe in tal caso solo il «sottovaglio», cioè lo scarto di lavorazione (cocci, cicche, frammenti di plastica e vetro, polveri, ceneri, ecc.). Infine, un potenziamento delle linee di lavorazione della frazione «secca», con operazioni sia meccaniche che manuali, potrebbe portare a un recupero quasi completo dei materiali contenuti. Impianti del genere (detti Mbt) sono già in funzione in diversi paesi; in Italia una performance di eccellenza, con il recupero integrale di tutto il rifiuto conferito, è stato raggiunta in un impianto di Vedelago (Tv). Il costo complessivo di interventi del genere è una frazione di quello di un inceneritore di capacità equivalente, e non ha bisogno di incentivi Cip6. La capacità di trattamento dei sette «Cdr» campani è comunque già oggi sufficiente ad assorbire tutta la produzione di rifiuti urbani della regione.
Ma non ce ne sarà bisogno. Il decreto governativo del 23 maggio prescrive di portare la raccolta differenziata al 50% entro il 2010 (e al 25% entro il 2008). Complessivamente sono 3-3.500 tonnellate di rifiuti urbani al giorno che verranno recuperati dai consorzi aderenti al Conai (Conosorzio nazionale imballaggi) in impianti già esistenti o in programma e in impianti di compostaggio che la regione Campania si accinge a finanziare e di cui sono in corso identificazione, dimensionamento e localizzazione. Se questi ambiziosi obiettivi verranno raggiunti, o anche solo avvicinati, sarà grazie alla riorganizzazione del servizio promosso dalla regione attraverso la creazione di nuove società che sostituiranno i consorzi inefficienti, e non certo grazie agli «angeli della monnezza» reclutati in via estemporanea dalla Protezione Civile. L'altra metà dei rifiuti campani (altre 3-3.500 tonnellate al giorno) viene destinata dal decreto del governo a finire direttamente nei quattro inceneritori previsti (quando ci saranno), saltando il passaggio nei «Cdr» e, in attesa che gli inceneritori vengano realizzati e attivati, nelle 10 discariche presidiate dall'esercito. Ma la capacità prevista per i quattro inceneritori è il doppio del rifiuto residuo destinato a combustione. Se poi i «Cdr» verranno riabilitati, ci sarà un eccesso di capacità di incenerimento ancora maggiore: il governo intende utilizzarlo per bruciare le ecoballe già prodotte e altri rifiuti tossici estratti dalle zone di bonifica (materiali che richiedono soluzioni e impianti di tutt'altro tipo); ma potranno venir inceneriti in Campania anche rifiuti provenienti da regioni che non godono degli incentivi Cip6. La popolazione della Campania non ne sarà molto contenta; l'Unione europea probabilmente neanche. Le misure per rimettere in sesto i «Cdr» prima che il piano di incenerimento si concretizzi è una corsa contro il tempo.

(Guido Viale)


28 giugno 2008

Una manovra federalista e classista

 Al governo non basta presentare il Dpef, il documento di indirizzo della politica economica: vuole mostrarsi decisionista - come era già successo nel 2001 con i famosi e nefasti «100 giorni» - varando provvedimenti immediati per dare un segnale forte. L'azione del ministro Tremonti questa volta si è fatta più prudente e meno sfacciata, ma quello che il governo si appresta a varare fa lo stesso parecchio schifo. Giulio Tremonti e i suoi soci cavalcano l'onda emotiva anti «casta» e programmano interventi di stampo populista per dare l'impressione di fare un po' di pulizia.

La parola d'ordine è: dagli ai «fannulloni». E nel mucchio finiscono anche incolpevoli e utili (al territorio) comunità montane e soprattutto lo smantellamento dello stato sociale con tagli pesanti nei trasferimenti agli enti locali. Il problema delle risorse indubbiamente esiste, ma quello che sta per varare il governo è diverso e soprattutto è un insieme di provvedimenti molto opachi. Non è chiaro a cosa serviranno i tagli e la «Robin tax» che sarà accolta con molto favore visto che colpisce gli odiati petrolieri, le banche e le assicurazioni. Per quest'anno risorse supplementari non ne servivano, visto che la due diligence commissionata dal governo per sputtanare Prodi ha verificato che lo scostamento sarà di appena lo 0,1 per cento rispetto alle previsioni. Cioè il deficit rispetto al Pil dovrebbe essere del 2,5 per cento anzichè al 2,4 lasciato in eredità. Di più: se la congiuntura dovesse migliorare un po' le cose andrebbero decisamente meglio. Mentre se dovesse peggiorare, la manovra sarebbe una vera iattura. Per il 2009 anche Pordi aveva previsto una «correzione», ma di entità minore e soprattutto finalizzata a una distribuzione del reddito in senso egualitario e di alleggerimento della pressione fiscale per i redditi più bassi. Come nel 2001 la politica economica del governo ha una componente decisamente di classe, che avvantaggia pochi. Apparentemente è neutrale, ma in realtà non lo è. Non a caso, nessuno parla di risorse per onorare i contratti dei pubblici dipendenti, ma solo di mazzate ai fannulloni; per tutti i lavoratori (e i pensionati) non c'è un centesimo di sgravi fiscali; per il lavoro, c'è un ripensamento di quei pochissimi provvedimenti buoni presi dal centro sinistra per limitare la precarietà. E in più, con la benedizione dell'Unione europea, c'è anche un ripensamento degli orari di lavoro. C'è l'abolizione del divieto di cumulo tra pensione e lavoro. Chi favorirà: i manager delle aziende o i manovali di 65 anni che torneranno sulle impalcature dei cantieri? Con la scusa di incrementare le risorse alla lotta all'evasione, si comincia a smantellare quello che di buono aveva fatto Visco e la lotta all'evasione diventerà sempre più complicata. E per chi verrà pizzicato, cioè per evasori che hanno subito un controllo della finanza, sarà sempre possibile un concordato fiscale in piena concordanza con lo stile di Silvio Berlusconi in fatto di giustizia. Difficile dire se in Italia ci siano pochi o tanti insegnati, ma tagliarne 100 mila sembra una enormità. Il dubbio è che il depotenziamento della scuola pubblica risponda in realtà alle promesse che il cavaliere ha fatto al papa. Per ultima la sanità: circolano strane voci. La più gettonata indica un taglio di due miliardi ai fondi previsti da Prodi. Di più: si parla di reintrodurre un ticket di 10 euro. E si parla con sempre maggiore insistenza di sanità complementare: dopo la previdenza, ora è la volta del diritto alla salute a essere messo in causa. O meglio: sarà messo in causa nelle regioni del Sud, perché la manovra avviata dal governo non è che il primo passo del federalismo fiscale. Anche i conti hanno un loro senso politico.

(Galapagos)


28 giugno 2008

Il benessere è un investimento

 

Industrial designer inglese, James Irvine vive a Milano dove si è formato con Ettore Sottsass, e ha collaborato al progetto per «Geodesign» lavorando alla sistemazione di un'area all'interno del Parco del Valentino.
Il suo lavoro per «Geodesign», legato alla città e allo spazio pubblico, ha dei precedenti: per esempio, lei ha progettato un autobus di linea per la città di Hannover. Come può contribuire il design alla nostra vita urbana?
Il mio progetto per «Geodesign» consiste in una riqualificazione abbastanza semplice di un'area pubblica, in modo tale da renderla più vivibile per i cittadini. Progettare significa dare forma a qualcosa, e dunque non vedo differenza tra un prodotto con finalità pubbliche o commerciali: la differenza ha piuttosto a che fare con il finanziamento, perché i progetti pubblici sono usualmente pagati con i soldi delle tasse. Il che, spesso, condiziona tutto e mira a costi più bassi possibili, inevitabilmente con minore qualità. Le nostre città sono piene di questi progetti in triste contrasto con i prodotti dell'industria commerciale.
Lei pensa sia ancora possibile legare la logica del profitto economico con la responsabilità verso le comunità locali, mantenendo allo stesso tempo uno spazio per la creatività e il design?
Naturalmente è possibile. Il profitto sta nel benessere dei cittadini, anche se spesso non si hanno vedute abbastanza larghe per capire che anche il vivere con agio ha un suo valore commerciale. L'industria crea prodotti che poi dovrà convincere a consumare attraverso la pubblicità, anche se tutti sanno che questi prodotti non serviranno davvero. È una situazione abbastanza perversa. Bisognerebbe guardare avanti, rendersi conto che il benessere è un investimento a lungo termine, piuttosto che limitarsi al profitto immediato.
Lei lavora con molte aziende importanti, e allo stesso tempo ha avuto una collaborazione significativa con Ettore Sottsass, che ha lasciato l'industria per un avvicinamento politico al design. Nella sua esperienza, come traduce la parola partecipazione nel ruolo del designer?
Essendo un designer freelance, ho sempre pensato ai miei clienti identificandoli con i consumatori finali piuttosto che con l'industria. Dobbiamo ricordarci sempre che la società si esprime attraverso persone che lavorano, le quali a loro volta comprano i prodotti con i soldi guadagnati. È un movimento circolare quello che determina la vera natura della società capitalistica. Se qualcosa va male, vuol dire che l'industria non «partecipa» più a una relazione bilanciata con la società. E la partecipazione, che è una forma di relazione salutare, viene pesso rimpiazzata dallo sfruttamento.
Lei viene da un'educazione londinese, si è trasferito in Italia e intrattiene collaborazioni in giro per il mondo. Crede che sia ancora possibile fornire soluzioni locali e contemporaneamente collaborare con aziende multinazionali e globali?
La globalizzazione delle aziende comporta il fatto che gli interessi commerciali non hanno più una coscienza locale. Sono finiti i tempi delle aziende come Olivetti che avevano programmi sociali per le città dove risiedevano: Ivrea era un gioiello. Sarà difficile convincere gli interessi globali a finanziare progetti locali senza profitti. Le imprese preferiscono tenersi i soldi per sostenere i prezzi oppure investire nelle loro personali attività di ricerca. L'unica soluzione sta nelle tasse e nel creare localmente lavoro per progetti finalizzati al luogo.

(Lorenzo Imbesi)


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