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27 giugno 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : disoccupazione e domanda effettiva negli anni Novanta

 

Conviene cominciare a chiedersi se nella situazione economica europea e mondiale esista o meno,  un problema di domanda effettiva: se, insomma, il riemergere in vaste aree del pianeta della disoccupazione di massa sia o meno dovuta (anche!) ad un insufficiente utilizzo della capacità produttiva, o se invece la disoccupazione non abbia esclusivamente origine nel progresso tecnico. È chiaro che, in molti settori, la disoccupazione ha natura tecnologica. Ciò è vero, in particolare, per il lavoro poco qualificato delle grandi imprese manifatturiere, tanto più nel caso delle produttrici di beni di consumo di massa e, ancor di più, se il loro paese di origine è soggetto ad un rapido processo di integrazione internazionale. Un profilo che, non a caso, si adatta bene a quella parte del 'vecchio' triangolo industriale dentro l'Italia costretta alla rapida convergenza nominale imposta dall'adesione alla moneta unica. In un paese a scarsa autonomia tecnologica, il rapporto tra ristrutturazione industriale, la riduzione degli organici e la ridefinizione dell'organizzazione del lavoro non è peraltro una novità di questo decennio, ma risale al passaggio dagli anni Settanta agli anni Ottanta. È altrettanto evidente, però, che questo è soltanto un aspetto delle dinamiche attuali.
In generale, il tasso di crescita dell'occupazione dipende dal tasso di crescita della produzione meno il tasso di crescita della produttività. La dinamica del prodotto sociale può cadere al di sotto della dinamica della produttività perché la domanda effettiva cresce poco, e così creare una disoccupazione indotta dal basso livello della domanda di merci. Visto che la domanda di consumi 'segue' le componenti autonome della domanda aggregata - esportazioni nette, investimenti privati, spesa pubblica - viene da chiedersi quale sia stato l'andamento di queste componenti nelle varie aree.




Per Krugman la disoccupazione degli anni Novanta prima è legata al progresso tecnico e solo in un secondo momento alla nascita di un grande serbatorio mondiale di forza-lavoro. 

Oggi il problema si dice sia l'aumento della produttività. Ma se la produttività aumenta quale saranno le conseguenze sull'occupazione ? 


27 giugno 2008

C'era una volta : come si fa a distinguere l'uomo dalla scimmia ?

Per i paleontologi e gli antropologi uno dei problemi fondamentali è stato quello di distinguere i resti fossili degli appartenenti alla linea filogenetica dell'uomo da quelli appartenenti dalla linea filogenetica delle scimmie. 



Dal punto di vista morfologico tale distinzione sembra quasi impossibile : in genere per trovare il padre comune delle tre specie animali si tentava di trovare un primate che avesse caratteristiche abbastanza generiche da essere attribuite a tutte tre le specie, ma spesso tali tentativi erano fallimentari, dal momento che l'antenato generico con il progredire dei ritrovamenti si rivelava un ramo collaterale specifico (i casi sono molti e saranno in parte esemplificati in seguito).
Per questo motivo si è tentato di fornire una distinzione strettamente culturale : resti umani o pre-umani sarebbero così quelli accompagnati da utensili lavorati per svolgere una certa funzione. L'essere umano è il primate che perfeziona consapevolmente gli utensili (usati anche dagli animali) o li fabbrica ex-novo.
Forse tale distinzione non era tale da farci classificare molti reperti, per cui è venuta in aiuto dell'antropologia la genetica e la biologia molecolare : la distinzione tra specie sarebbe così definibile in maniera più rigorosa tramite l'analisi delle proteine e  del Dna, anche se questa ci può aiutare indirettamente e non applicandosi direttamente ai reperti.


27 giugno 2008

Non c'è più religione : Marx e la morte di Dio

Menzionando qui un tema famigerato, le prove dell'esistenza di Dio, osserviamo che Hegel ha completamente rovesciata, vale a dire rigettata, questa prova teologica per giustificarla.
Ma che razza di clienti sono quelli che l'avvocato non può strappare alla condanna altrimenti che ammazzandoli ?
Hegel interpreta per es. la deduzione di Dio dal mondo in questa maniera "Poichè il contingente non è, allora Dio o l'Assoluto esiste". Ma la prova teologica suona invece "Poichè il contingente realmente è, allora Dio esiste". Dio è la garanzia del mondo contingente.



Dio è morto, Marx è morto e neppure io mi sento tanto bene... 

Qui Marx sbaglia dal punto di vista logico, ma ha un'intuizione storica eccezionale.
Sbaglia dal punto di vista logico, perchè nell'implicazione "Se il mondo esiste, allora Dio esiste", qualora questa sia vera, il mondo può anche non esistere, mentre Dio esiste necessariamente.
Inoltre quel che la prova teologica vuole dire è che il mondo non esistendo autonomamente, presuppone qualcosa che esiste in maniera assoluta (autonomamente) e cioè Dio.
Marx però intuisce che dietro quel che verrà chiamato successivamente "la morte di Dio", c'è l'istanza hegeliana di cancellare la distinzione tra Dio e il mondo cosmico-storico.


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27 giugno 2008

L'aggravamento del precariato

 

Adesso che stanno al governo il gioco si fa serio: e infatti cominciano i tagli pesanti ai servizi pubblici e una forte ri-precarizzazione delle leggi sul lavoro. Bastino due misure, scelte tra le tante annunciate ieri e in arrivo al consiglio dei ministri di oggi: il ritorno del job on call (ovvero quello che trasforma il lavoratore in manodopera «squillo» a disposizione dell'impresa, chiamato o no a seconda della bisogna); e l'abolizione della legge sulle dimissioni in bianco, una delle meno conosciute ma delle più civili del passatogoverno: quella che obbligava a utilizzare lettere di dimissione con uno speciale codice alfanumerico a progressione cronologica, in modo da impedire che un imprenditore facesse firmare la comunicazione (più spesso alle lavoratrici) insieme al contratto di assunzione. Il ministro del Lavoro Sacconi vuole tornare al sistema precedente, ridando carta bianca alle imprese. Deroghe si annunciano anche per i contratti a termine, la cui proroga era stata limitata dal ministro Damiano, e Sacconi prevede anche l'abolizione totale del divieto di cumulo lavoro-pensione. Ma non basta, perché i problemi li vivranno tutti i cittadini, grazie al fatto che la finanziaria taglia molte voci di bilancio destinate alla sanità e al trasporto pubblico locale, proprio quei servizi destinati alle fasce più deboli. E non è ancora tutto: verranno favoriti anche gli evasori fiscali, dato che il governo ha intenzione di smantellare la riforma di Visco sulla tracciabilità dei pagamenti. Questa mattina l'esecutivo incontrerà le parti sociali, nel pomeriggio si terrà il consiglio dei ministri.
Enti locali: via 17 miliardi in tre anni. La manovra annuncia dolori per le regioni e i comuni, in particolare verranno martoriate sanità e trasporti: si taglieranno 3 miliardi nel 2009, 5 nel 2010 e 9 nel 2011. La manovra complessiva nei tre anni è di circa 34 miliardi, di cui 13,1 nel 2009, ed è obiettivo del governo ottenere il pareggio di bilancio nel 2011. «La manovra non è condivisibile», spiega il presidente delle Regioni Vasco Errani dopo un incontro con i rappresentanti del governo. I governatori prima ancora che sul merito, non concordano sul metodo: definiscono «inaccettabile mettere in discussione accordi già formalizzati e che hanno proiezioni pluriennali». Preoccupati si dicono anche i sindaci dell'Anci, con il coordinatore Leornardo Domenici. E la Cgil afferma che «il governo mette in ginocchio il Paese, tagliando di 9 miliardi in tre anni la spesa degli enti locali, di 2 miliardi la sanità, di 17 i ministeri e di 3 le spese del pubblico impiego e della scuola». Tra l'altro, insieme alla manovra, verrà presentato oggi anche il piano del ministro Brunetta orrendamente battezzato come «anti-fannulloni», che riduce tutta l'idea del servizio pubblico al problema del «nullafacentismo» e annuncia licenziamenti a raffica per chi non accettera mobilità, trasferimenti di funzioni e altre sanzioni. Non a caso, si prevede anche di privatizzare i servizi pubblici locali, permettendo grossi ingressi di capitali privati nelle cosiddette utility, secondo il principio di concorrenza.
Robin Tax, porte aperte agli evasori. La cosiddetta «Robin Tax» sulle compagnie petrolifere dovrebbe essere un sistema di tassazione «una tantum» (valido solo quest'anno) che darebbe circa 800 milioni di euro: si imporrebbe alle compagnie di dichiarare le plusvalenze realizzate grazie alle scorte (petrolio comprato quando il prezzo è più basso e rivenduto quando è più alto), applicandovi poi l'aliquota Ires (28% medio). E, restando in tema tasse, il governo pensa di abolire la «tracciabilità» dei pagamenti introdotta da Vincenzo Visco, ovvero la norma che impone di pagare con assegni non trasferibili, bonifici bancari e postali, o elettronici, i compensi sopra i 100 euro.

(Antonio Sciotto)


27 giugno 2008

L'integrazione difficile dell'Europa

 

Fin dai referendum sul trattato di Maastricht, approvato per un soffio dall'elettorato francese e bocciato da quello danese, la prova delle urne ha messo sistematicamente in crisi l'Europa istituzionale. Le bocciature dei trattati europei sono viste come un attaccamento anacronistico agli stati nazionali mentre, si dice, la globalizzazione li svuota di significato.
La realtà è ben diversa. Sul piano dell'integrazione economica l'Europa è pienamente inserita nel processo mondiale sia sul piano reale che su quello finanziario. La stessa Irlanda ne costituisce un esempio. Nella fase cumulativa gli aiuti da Bruxelles e la detassazione dei capitali hanno trasformato il paese in una base per multinazionali farmaceutiche ed elettroniche proiettate verso il mercato europeo ed oltre.
Oggi, dopo aver raggiunto i più alti livelli dell'Unione europea, Dublino è in fase decrescente, con perdite di aziende verso i paesi dell'est, tra i quali l'altrettanto piccola Estonia emerge come una base offshore dell'elettronica scandinava in diretta contrapposizione all'Irlanda. Nel frattempo poli di avanzata tecnologia globale come Grenoble in Francia si stanno svuotando per le rilocalizzazioni in Cina. È l'integrazione politica che è da tempo fallita in Europa impedendo quindi di affrontare la globalizzazione.
A differenza dell'integrazione economica che, dal Piano Marshall in poi, ha coinvolto l'intera Europa occidentale dalla Norvegia alla Grecia, il cuore dell'integrazione politica si basa su un nocciolo di paesi continentali. In particolare sulla Germania, sulla Francia e sull'Italia.
Questo nucleo, come vedremo non omogeneo, ha dovuto poi mediare con le esigenze di liberismo finanziario (quello aspramente criticato dalla Merkel per intenderci) provenienti dalla Gran Bretagna per la quale l'Europa è unicamente uno spazio per il libero traffico di capitali e servizi finanziari. La caratteristica principale del nucleo europeo è il neomercantilismo: cioè la dinamica economica e sociale di ciascun paese viene fatta dipendere dall'ottenimento di eccedenze nei conti esteri che, concretamente, non possono che realizzarsi in Europa stessa e, solo in parte, negli Usa. Con l'Asia è impossibile. Ne consegue che il neomercantilismo del nocciolo europeo è un gioco a somma zero. I due estremi neomercantilistici dell'Europa sono quello forte tedesco e quello debole italiano. La Scandinavia, l'Olanda e l'Austria gravitano su quello tedesco anche per le connessioni intersettoriali che esibiscono nei confronti dell'economia della Germania.
Questi paesi accumulano sistematicamente un surplus con il resto dell'Europa drenando domanda effettiva europea. Invece l'export italiano andava bene per l'insieme dell'economia nazionale solo grazie a sgambetti ed a lire ballerine. Finita la disponibilità di questi espedienti l'export dell'Italia può andar bene per le regioni della Lega e dell'ex Pci, nonché per il tessile della Napoli di Saviano, ma non fa sistema; non traina niente. Il colbertismo straccione di Tremonti e l'antieuropeismo della Lega nascono da questa debolezza.
In mezzo ai due neomercantilismi c'è la Francia, la quale vorrebbe essere industrialmente come la Germania ma non ce la fa, perché non ha la produzione dei macchinari tedeschi. Invece ha una componente di beni di consumo di tipo italiano solo che in questo campo è surclassata dalle regioni lego-rosse, nonché dalla Napoli di Saviano.
Le stesse regioni, ma non Napoli, fanno mangiare la polvere alla Francia, in termini di export, anche nel campo della meccanica e dei macchinari intermedi senza minimamente intaccare la supremazia tedesca sull'insieme del mercato dei macchinari. Un feroce critico thatcheriano del trattato di Maastricht, Bernard Connolly (The Rotten Heart of Europe. London: Faber and Faber, 1996) ebbe così a sintetizzare la mediazione che portò al trattato: le grandi industrie tedesche vogliono il potere di mercato in Europa mentre la Francia, non avendo il suo capitalismo la stessa capacità, vuole usare il suo superiore apparato statale per controllare le istituzioni europee e specificamente togliere alla Germania la supremazia del marco.
Condivido queste osservazioni. Ho studiato le centinaia di pagine della bocciata costituzione europea, da cui è scaturita la versione rimaneggiata di Lisbona. Essa è imperniata a difendere le esigenze dei due obiettivi egemonici in conflitto fra loro cercando poi, con infiniti ed anodini contorcimenti, di creare dei tasselli per le altre componenti. A mio avviso l'unico modo per affrontare la problematica europea è attraverso un'ottica federalistica. Ma a ciò si oppongono sia gli stati che una buona fetta delle imprese che concentrano potere economico e politico: possiamo pensare a Mediaset o alla Fiat senza l'appoggio dello Stato italiano?

(Joseph Halevi)


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26 giugno 2008

C'era una volta : l'emoglobina ci distingue

Dice Francesco Cavalli Sforza che se guardiamo una stessa proteina (es. l'emoglobina) di due individui della stessa specie troviamo che è identica o molto simile, mentre in due organismi separati da un'evoluzione più o meno lunga è diversa, perchè sono stati sostituiti o mancano o si sono aggiunti alcuni aminoacidi. 



Si possono contare le differenze esistenti e tanto più sono diversi due organismi, tanto più grande è il numero degli aminoacidi che li differenzia.
Ad es. l'uomo e il cavallo si differenziano tra loro per due aminoacidi, mentre entrambi si differenziano dal pollo per sei aminoacidi. Ciò spiega il fatto che cavallo e uomo sono mammiferi, mentre il pollo è un uccello.
 


26 giugno 2008

Odifreddure : il breve gioco delle coppie

Odifreddi dice che nelle lingue in genere il singolare è più frequente del plurale e ciò vorrebbe dire che riconosciamo più facilmente gli individui che non i generi e le specie o gli insiemi. E il plurale generico è più frequente di quello specifico (es. il duale) e ciò significherebbe che riconosciamo più facilmente generi e specie che i loro tipi cardinali.





In realtà può essere che non riconosciamo facilmente gli insiemi, ma l'uso del singolare è spesso legato all'esemplare (il campione), per cui il singolare vale conoscitivamente come il plurale e viene spesso legato o ad un articolo determinativo o scritto con la lettera maiuscola (come in tedesco) come in "Il cane è fedele" (che vuol dire "la maggior parte dei cani è fedele")
Inoltre inizialmente nelle lingue i plurali specifici sono usati più frequentemente, perchè una coppia è cosa ben diversa da un trio ed il numero è non mera molteplicità ma ordine e configurazione. La molteplicità all'inizio non è una classe, ma 
tutto ciò che non può essere computato (lo possiamo chiamare "l'assai"), una sorta di categoria residua che solo successivamente diventa classe per ricomprendere poi anche una coppia. Al tempo stesso inizialmente il numero era legato alla molteplicità e dunque l'1 non era un numero in senso proprio (e da questo forse il Neoplatonismo prenderà uno dei fondamenti della sua riflessione)


26 giugno 2008

Un intervento di Sinistra critica

 La sconfitta della Sinistra Arcobaleno viene da vicino e da lontano insieme. Da vicino, perché è il frutto della partecipazione di Prc, Verdi, Pdci e Sd all'esperienza fallimentare del governo Prodi. Oltre al lungo elenco delle speranze tradite dall'esecutivo, l'esperienza degli ultimi due anni ha segnato uno smottamento senza ritorno, in particolare del Prc, sul terreno dell'avversario. Rifondazione, e il suo leader, hanno pagato lo snaturamento della propria esperienza, l'aver teorizzato e realizzato il governo della settima potenza mondiale con forze che rappresentano una fetta consistente della borghesia italiana. La lezione del 15 aprile è inequivocabile: una sinistra «radicale» che sostiene le logiche del capitale muore. Potremmo fermarci qui, e limitarci a ricordare che la rottura con Prodi era stata additata come un «mettersi fuori dalla politica»; chi l'ha sostenuto, oggi è fuori dalla politica più di ogni altro. Potremmo ricordare come il gruppo dirigente del Prc, che oggi mette in scena una spaccatura violenta, sia stato monolitico nel respingere ogni voce critica o abbia sostenuto unita l'espulsione di Turigliatto.
Ma tutto questo non basta per chi voglia capire gli elementi che parlano sia del fallimento di un progetto politico che dell'egemonia sociale e culturale delle destre. La sconfitta di aprile viene infatti da lontano, è il frutto di rapporti di forza sociali deteriorati da oltre vent'anni, frutto della concertazione o dell'incapacità della sinistra «radicale» di cimentarsi davvero con il tema del radicamento sociale. Un lavoro lungo, faticoso, spesso oscuro, ma unico vero antidoto all'egemonia delle destre e del mercato. Nella stagione di Genova avevamo visto la possibilità di una una ripresa di protagonismo sociale, ma quella speranza è stata gettata, sciaguratamente, sul tavolo del governo.
In questo contesto ci sembra fuorviante cercare vie d'uscita alla crisi sul terreno delle ricomposizioni politiciste. Né pensiamo che ci si possa salvare solo sventolando la bandiera rossa e la falce e martello, se si è sostenuta ogni politica liberista e di guerra. Il lavoro da fare è enorme, sia sul terreno sociale che su quello dell'elaborazione politica. Oggi c'è bisogno di un processo di ricomposizione sociale, di riconnessione di ciò che il liberismo ha frammentato, di tessitura di nuove solidarietà per ricominciare a contendere il consenso popolare che le destre si sono guadagnate sulle macerie prodotte dalla sinistra. Un lavoro fatto di unità delle lotte - sul fronte antirazzista, ambientalista, sindacale, studentesco - ma anche di costituzione di progetti di lavoro che recuperino un rapporto con la società, un «sindacalismo sociale» attorno al quale far convergere forze diverse. Per questo proponiamo la raccolta di firme per una legge d'iniziativa popolare per istituire anche in Italia il salario minimo intercategoriale e il salario sociale.
Serve però anche la costruzione di una nuova sinistra di classe. Noi proponiamo la Costituente della sinistra anticapitalista, ci stiamo già lavorando perché sappiamo che il processo richiederà tempi lunghi, nonché lo sforzo di descrivere «un altro mondo possibile» che faccia, finalmente, il bilancio dei disastri del Novecento ma anche l'analisi delle potenzialità andate perdute. Senza scorciatoie ma con la consapevolezza che una forza politica adeguata all'esistente o è anticapitalista o non è in grado di agire. Con questi obiettivi lavoriamo a partire dalla prima Conferenza nazionale che terremo dopo l'estate, convinti che una nuova sinistra di classe sarà il frutto di una nuova generazione politica

(Flavia D'Angeli)


26 giugno 2008

Povertà ed etnie nella Gran Bretagna del dopo Blair

 

La condizione di povertà ha vari livelli. E' definito in condizione di povertà anche chi pur lavorando guadagna meno del 60% dello stipendio medio che in Gran Bretagna è definito di 100 sterline alla settimana per adulto single senza figli a carico, 183 sterline per una coppia senza figli a carico, 186 sterline per un genitore solo con due figli a carico e 268 sterline per una coppia con due figli a carico. La percentuale di indigenti varia in modo sostanziale a seconda dell'appartenenza etnica. Così per esempio il 65% dei cittadini del Bangladesh, il 55% dei pakistani, il 45% degli africani sono indigenti. I caraibici neri hanno una percentuale di indigenza attorno al 30%, gli indiani attorno al 25% come altre etnie «bianche». I «bianchi» inglesi hanno la percentuale più bassa di povertà, al 20%.
Per quello che riguarda la popolazione che appartiene o ha un background diverso da quello «bianco» la percentuale di povertà è molto più alta in qualunque categoria, nuclei familiari mono parentali, coppie, single. Le differenze sono maggiori nelle famiglie dove almeno un componente lavora. In queste famiglie circa il 60% dei bangladeshi, il 40% dei pachistani e il 30% degli africani sono registrati come poveri. Percentuali che superano di molto il 10-15% che riguarda gli inglesi bianchi. Questi ultimi si ritrovano in percentuali simili un po' in tutto il paese. Mentre gli appartenenti a minoranze etniche hanno percentuali molto diverse. Per esempio ci sono molti più poveri a Londra e nel nord del paese che nelle Midlands o al sud. Il 70% delle persone che vivono in stato di indigenza a Londra appartiene a minoranze etniche.
C'è poi un divario enorme rispetto alle donne. Secondo il censimento del 2001 circa il 15% degli uomini inglesi bianchi over 25 non hanno un lavoro pagato. Simili proporzioni si riscontrano in uomini indiani. Ma tra i bangladeshi, i pakistani, gli africani e i neri caraibici la percentuale è tra il 30 e il 40%. Per le donne, se tra le donne inglesi bianche over 25 la percentuale di quelle che non hanno lavoro è di circa il 30%, tra le donne africane si arriva al 50%. Ma il dato più impressionante riguarda le donne bangladeshe e pakistane: l'80% non è occupata. Anche se in possesso di una laurea gli uomini pakistani e bangladeshi hanno meno possibilità di trovare lavoro. Ancora una volta oltre alle donne sono i bambini quelli che soffrono maggiormente. Infatti due terzi dei bambini pakistani e bangladeshi vivono in condizione di povertà. Un dato che è il doppio rispetto ai bambini inglesi bianchi. Se un bambino su quattro tra i minori inglesi bianchi vive in povertà, ben il 74% dei bambini pakistani, il 60% di quelli bangladeshi e il 56% di quelli africani vive in condizioni di indigenza. Le associazioni che lavorano sulla povertà concordano nel sostenere che i pakistani e i bangladeshi sono nello scalino più basso, sono cioè i più discriminati anche sula qualità del lavoro e sui salari.

(Maeve Kelly)


25 giugno 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : azione sociale e intervento politico

 

Da un lato, una diversa politica economica è di difficile realizzazione, perché il lavoro è frammentato e disperso, cioè a causa di una autentica impotenza 'sociale'. Dall'altro, le condizioni del lavoro potranno migliorare soltanto se vi sarà un impulso 'politico', dal lato della gestione statuale. Questa contraddizione la si risolve soltanto nella pratica, riscoprendo la politicità dell'azione sociale e il fondamento sociale dell'intervento politico. La situazione attuale, con il generalizzarsi dei costi sociali e dei rischi di crisi sistemica, fa sembrare non completamente folle la scelta di chi vuol provare ad attraversare la cruna dell'ago, di chi vuol rovesciare quel circolo vizioso in un circolo virtuoso che dalle lotte va alla politica e viceversa. Dividersi tra chi sostiene il primato della politica e chi sostiene il primato del sociale, senza vedere l'impasse reciproca e l'intreccio necessario tra le due dimensioni, mi sembra un lusso che non possiamo permetterci. Piuttosto, oggi c'è bisogno di un forte richiamo alla causazione ideale, c'è bisogno di credere che le idee, se sorgono dalle contraddizioni sociali e con queste interagiscono, sono in grado di trasformare la realtà. Penso che questa sia una scommessa, pascalianamente, da rischiare.

(Riccardo Bellofiore)


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