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25 giugno 2008

La repressione parte per la tangenziale

Solo dei media asserviti dai poteri forti potevano recepire la protesta pacifica  degli abitanti di Chiaiano sulla tangenziale di Napoli come una sorpresa.
Nessuno ha evidenziato e tematizzato a sufficienza il fatto che non c'era accordo sui risultati della commissione tecnica che avrebbe dovuto analizzare la fattibilità della discarica nel quartiere di Chiaiano stesso. 



Ora Berlusconi addirittura vuole far intervenire l'esercito : si puniranno persone che camminano in auto a 20 all'ora, mentre centinaia di persone muoiono all'anno a causa di chi va oltre i centotrenta all'ora. E' uno dei paradossi della fase politica attuale : il trionfo del liberismo coincide con quello dell'autoritarismo repressivo. Non è un caso.
 


25 giugno 2008

Quel vecchio scarpone : Hegel e la verità del Diritto

Di che ha mai bisogno la verità antica del diritto, dal momento che lo spirito pensante non è soddisfatto nel possederla in questo modo immediato, ma vuole anche intenderla e  ricostruirne razionalmente il contenuto,  affinchè questo appaia legittimato al cospetto di una critica libera dalla tradizione. Critica che non si ferma al dato del diritto formalmente riconosciuto, al fatto che sia emanazione dello Stato o risultato del consenso collettivo o ancora riconoscimento interiore dell'intuizione, ma procede con un metodo suo proprio.



La semplice condotta dell'animo ingenuo è di tenersi saldamente alla verità puramente riconosciuta e di fondare la sua ferma posizione nella vita.
Contro questa semplice condotta già appare però il problema di come individuare fra le diverse opinioni esistenti, ciò che viene universalmente riconosciuto ed accettato. L'imbarazzo suscitato da tale problema però è già la dimostrazione che non si vuole ciò che è universalmente riconosciuto, non si vuole risolvere un problema pratico, altrimenti ci si rifarebbe tranquillamente al diritto sostanziale emanato dallo Stato. Ciò si lega ad un'altra difficoltà e cioè che l'uomo "pensa", e cerca nel pensiero la propria libertà e il fondamento della propria eticità. Tale diritto si converte in torto quando il pensiero si riconosce libero solo quando diverge da ciò che è riconosciuto ed accettato universalmente.
 


25 giugno 2008

Il no all'Europa e la recessione

 

Nel no all'Europa nel referendum irlandese conta certo l'insularità, un po' come la resistenza accanita che i britannici opposero per decenni all'idea di un tunnel sotto la Manica, sentito come una sorta di irreversibile guinzaglio al continente. Ma ancor più pesa il vento della recessione mondiale.
Perché negli ultimi 25 anni l'Irlanda ha costituito la «success story» della globalizzazione in Europa. La mancata crescita degli altri paesi era attribuita all'eccessiva regolamentazione, ai lacci e laccioli ivi imposti alla libertà imprenditoriale: «Guardate invece all'Irlanda dove sono stati spazzati via i vincoli, dove la deregulation ha fatto affluire capitali e investimenti accolti a braccia e portafogli aperti!».
L'Irlanda era il caso da manuale portato a esempio dai liberisti che aspiravano un'Europa tutta manchesteriana, il cui unico motto sarebbe stato «Laissez-faire!». E certo il successo irlandese era impressionante. Da paese di emigranti (il ricordo dell'ottocentesca carestia delle patate è ancora vivo nelle menti), per la prima volta l'Eire è divenuta un paese d'immigrazione. Da questo (ma solo questo) punto di vista, il «miracolo irlandese» somigliava al «miracolo italiano» del 1960. Con tutti gli sconvolgimenti sociali che questi miracoli sempre portano (non solo in Italia, ma anche in Giappone). Per la prima volta, a Dublino come a Cork e a Limerick, si reca alle urne una generazione nata nel benessere, nella relativa agiatezza (pur con tutte le povertà annidate nelle sue pieghe). Una generazione che, per la prima volta nella millenaria storia dell'isola, non ricorda ristrettezze, disagi quotidiani.
Ma ora il «miracolo» sta finendo. La stessa globalizzazione che aveva portato agio all'Eire, adesso ne minaccia la precaria prosperità. Chi aveva visto il grande mondo, là al largo, come fonte inesauribile non solo di ipod e computer, ma di settimane bianche, vacanze ai tropici, Suv e mega schermi tv ultrapiatti, lo vede ora come portatore di nubi minacciose di recessione, grondanti debiti, foriere di licenziamenti.
In Irlanda il mutare del vento è più netto, proprio perché lì l'euforia era stata più travolgente, ma è percepibile ovunque. Quest'inverno, facevano capolino scetticismi e autocritiche persino a Davos, proprio nel tempio dove ogni anno si celebravano le sorti magnifiche e progressive della globalizzazione! Qua e là nel mondo riaffiora un sentimento protezionista che il pensiero unico dava per defunto e invece rispunta in tutti i continenti. Non è un caso se in Italia il ministro dell'economia più popolare (almeno per adesso) degli ultimi decenni è un netto oppositore all'Europa, favorevole persino a ristabilire barriere doganali protezionistiche, cioè quel Giulio Tremonti che si atteggia a Robin Hood in quella foresta di Sherwood che è il sistema impositivo italiano.
Ma non hanno qualche ragione gli irlandesi a diffidare di un'Europa liberista che, proprio alla vigilia del referendum, ha abrogato il limite delle 48 ore lavorative alla settimana e le ha portate fino a 60-65 (cioè 11 ore al giorno per sei giorni, o 9 ore per sette)? Che ha abrogato cioè il fine settimana?

(Marco D'Eramo)


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25 giugno 2008

Ferma l'impianto e l'azienda lo sospende : the show must go on

 

Fermi l'impianto per motivi di «sicurezza», e l'azienda ti sospende. E' successo a Gela, alla Ecorigen, dove un capoturno è stato sospeso per tre giorni dall'azienda italio-francese, per avere fermato un impianto e avere così causato una perdita di produzione. La denuncia arriva dal segretario della Filcem cgil di Caltanisetta, Alessandro Piva, che insieme ai dirigenti chimici di Cisl e Uil, ha impugnato il provvedimento chiedendo un arbitrato davanti all'ufficio del lavoro. La Eurogen opera nel settore della rigenerazione di catalizzatori esausti, provenienti dalle raffinerie del Mezzogiorno. Secondo i sindacati, il tecnico era stato informato da due suoi operatori che nei capannoni dei forni di rigenerazione si avvertivano odori forti di idrocarburi. Dopo avere vietato l'ingresso ai locali, il capoturno avrebbe chiesto alla direzione di essere sostituito perchè anche lui aveva respirato l'aria pesante. Ma il sostituto non sarebbe arrivato, così il capoturno ha fermato l'impianto, mettendolo in sicurezza. Si è poi recato all'ospedale dove i sanitari lo hanno sottoposto a terapia di rianimazione prima di dimetterlo.


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25 giugno 2008

La middle-class ingannata da Blair

 

Quando fu incoronato primo ministro nel 1997 Tony Blair promise agli inglesi che sarebbero diventati tutti «middle-class». I dati pubblicati nei giorni scorsi dal ministero del lavoro e pensioni dicono che oggi la Gran Bretagna è un paese molto più ineguale di quando il new Labour salì al governo. Per l'attuale premier, Gordon Brown, non poteva esserci notizia peggiore. In un momento in cui la sua popolarità è ai minimi termini e quella del Labour nel suo complesso non gode certo di buona salute, la conferma che la povertà tra bambini e pensionati è aumentata rende il cammino di Brown verso un qualche tipo di risalita ancora più difficile.
Il gap tra ricchi e poveri in Gran Bretagna si è allargato. Quel che è peggio è che i dati riguardanti i minori che vivono sotto la soglia di povertà stabilita dal governo sono allarmanti: per il secondo anno consecutivo infatti centomila nuovi minori si sono aggiunti agli esistenti poveri. Un pessimo risultato per un governo che aveva fatto della eliminazione della povertà tra i bambini entro il 2020 uno dei suoi cavalli di battaglia. Impietosi i dati parlano chiaro. Il Labour non è riuscito, nonostante i miliardi spesi, ha raggiungere il suo obiettivo che era, nel 2005, quello di ridurre di un quarto la povertà tra i minori. Che tradotto significa che se il governo Brown vuole anche solo sperare di arrivare vicino all'obiettivo fissato per il 2010, dovrà trovare qualcosa come due miliardi e ottocentomilioni di sterline all'anno. Una sfida che gli analisti e i consultenti del Labour definiscono «tough», dura, visto che le casse dello stato sono già in un profondo rosso.
Il ministero del lavoro e pensioni rivela che la crescita economica che pure c'era stata all'inizio del terzo mandato laburista ha fallito nell'aiutare i meno abbienti. Le entrate del 20% di famiglie più povere sono diminuite dell'1,6% tra il 2005-06 e tra il 2006-07 mentre quelle delle famiglie più ricche sono aumentate dello 0,8%. Una disparità che è confermata dai dati riguardanti la crescente importanza della City rispetto all'economia. La forbice della diseguaglianza è oggi la più alta da quando sono disponibili dati in materia, cioè dal 1961. Il governo si è affrettato a controbattere che se il Labour non avesse fatto tutto ciò che ha fatto in questi undici al potere per combattere la povertà ci sarebbero oggi un milione e mezzo di bambini poveri in più e altrettanti pensionati. Il problema, fanno notare le associazioni che si occupano di povertà, è che Tony Blair aveva promesso ben altro.
Help the Age per esempio sostiene che il fatto che oggi ci siano trecentomila pensionati in più «è mortificante per il governo perché dimostra che le politiche adottate non sono state efficaci». Non solo, per l'associazione, «il problema è che quando gli anziani vivono contando su un'entrata fissa è per loro praticamente impossibile uscire dalla condizione di povertà».
Per Gordon Brown la pubblicazione dei dati sulla povertà è in qualche modo una doppia batosta. Infatti anche nei suoi dieci anni da ministro del tesoro, l'attuale premier, aveva fatto della lotta alla povertà la sua bandiera. La realtà dice che un bambino su cinque oggi vive in condizioni di relativa povertà. Sono infatti due milioni e novecentomila i minori che vivono in relativa povertà. E questo è il dato che non considera i costi della casa. Se si considerano anche i costi della casa, allora il numero sale a tre milioni e novecentomila. Per il secondo anno consecutivo dunque c'è stato un aumento consistente nel livello di povertà tra i minori.
Per Donald Hirsch, consulente della Joseph Rowntree Foundation che ogni anno pubblica un dettagliato rapporto sulla povertà, «i due miliardi di sterline messi a disposizione dal governo per affrontare il problema della povertà tra i minori negli ultimi due anni sono serviti a migliorare le condizioni di cinquecentomila minori. Ma per raggiungere l'obiettivo che il governo si è prefisso per il 2010 - ha aggiunto - cioè quello di ridurre drasticamente la povertà sarebbe necessario migliorare le condizioni di un altro milione e duecentomila bambini». Un'impresa titanica.
La metà dei minori che vivono in condizioni di indigenza sono in famiglie dove almeno un componente lavora. Quando poi i minori diventano maggiorenni e entrano nel mondo del lavoro la loro condizione non migliora. Infatti il tasso di disoccupazione tra gli under 25 è aumentato costantemente dal 2004. Un dato che è opposto rispetto a quello che riguarda gli over 25 tra i quali la disoccupazione è praticamente costante. Nel complesso tra il 2004 e il 2006 il numero di persone che vivono in povertà è aumentato di circa settecentocinquantamila persone. Attualmente ci sono tredici milioni di persone in stato di indigenza. Di queste un milione e mezzo sono giovani adulti di età compresa tra i 16 e i 24 anni. Due terzi sono single e senza figli a carico, molti vivono ancora con i genitori. Le donne in stato di indigenza sono più degli uomini (circa cinque milioni contro i quattro milioni di uomini).
L'altro dato inquietante riguarda le persone diversamente abili o con problemi di tipo psichiatrico. La povertà delle persone tra i 25 e i 65 anni arriva al 30%, il doppio rispetto a quelle senza problemi. Due milioni e duecentomila le persone che ricevono sussidi per oltre due anni. Di questi, tre quarti sono diversamente abili.

(Maeve Kelly)


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24 giugno 2008

Senilità politica precoce (Walter Gump)

 Basta un Parisi qualsiasi e già hai bisogno dell'accompagnamento di Rotondi e D'Alema




E pensare che
volevi correre da solo...

 


24 giugno 2008

Odifreddure : la prevalenza degli oggetti

Odifreddi dice che i bambini hanno più facilità a distinguere gli oggetti che le azioni ed imparano più facilmente i sostantivi dei verbi. In parte ciò si verifica anche negli adulti, visto che le lingue parlate moderne, hanno in genere molti più sostantivi che verbi. Il mondo ci apparirebbe così più naturale come insieme di cose che come insieme di eventi, benchè, secondo Odifreddi, nel greco antico era vero il contrario ed i nomi erano in gran parte derivati da verbi.



Il fatto che si imparano più facilmente i nomi che i verbi è presto spiegato. Per imparare un verbo un bambino tra tempi, modi,  persone e numeri deve imparare più di cinquanta locuzioni, mentre nella nostra lingua per imparare un nome bastano dalle due alle quattro locuzioni (genere e numero). Nelle lingue con le desinenze, per imparare i nomi si va da 10 a 20 locuzioni, mentre per gli aggettivi le locuzioni da memorizzare sono una trentina.
Il mondo ci appare più un mondo di cose, perchè per memorizzare ciò che accade tendiamo ad oggettualizzare. Se le cose cambiassero nel mentre le apprendiamo, potremmo ambire solo ad un difficile apprendimento comportamentale (come per il ghepardo inseguire la gazzella).
Probabilmente, se è lecito parlare filosoficamente di esperienze originarie queste riguardavano eventi, anche se la situazioni descritte erano statiche ("Oh che bel fiore !", "Ma come porti i capelli bella bionda !"), come teorizza un grande filosofo ed epistemologo del XX secolo,
A.N. Whitehead (ed in questo viene in parte ripreso da Quine).
Il passaggio ad un mondo di oggetti, avviene quando si deve ricomprendere in un quadro plausibile la differenza di durata degli eventi : ad es. l'evento "capelli rossi" unito a "naso aquilino"
ha una durata maggiore dell'evento "corre" (ci si stanca più a correre che ad avere i capelli rossi), per cui i primi due eventi (i capelli ed il naso) vengono considerati connaturati ad un qualcosa ed oggettivati attraverso una descrizione, che è il passaggio dal verbo (o da una relazione) al nome. Molti nomi infatti racchiudono una descrizione (Es. Nicola è "vincitore di popoli", Filippo "appassionato di cavalli" etc etc) non solo in greco (Sargon vuol dire "re legittimo,  riconosciuto",
almeno secondo alcuni, in accadico)


24 giugno 2008

La riflessione di Carl Schmitt

 Di Carl Schmitt si è discusso molto. E molto si continua a discutere. È del 5 Giugno, ad esempio, l'ennesimo intervento di Charles-Yves Zarka che, rinvigorendo la polemica ingaggiata qualche anno fa con Etienne Balibar in occasione dell'edizione francese degli scritti schmittiani su Thomas Hobbes, attacca su «Le Figaro» la «sinistra» italiana per la fascinazione subita da parte del grande pensiero reazionario e per il ricorso all'incandescente critica antilberale di un giurista e filosofo della politica liquidato per il suo indifendibile antisemitismo. È inequivocabile che per molti altri protagonisti del Novecento il fascismo sia stato un orizzonte di riferimento. È sufficiente, a questo proposito, menzionare Martin Heidegger. O uno storico importante come Otto Brunner. E tuttavia lo straordinario lavoro di decostruzione critica della modernità politica operato da Carl Schmitt rende significativo il suo pensiero. Basti ricordare a questo proposito il senso del tragico che lo inquieta; oppure il suo perimetrare il limite dell'esperienza politica dello Stato, riferendola all'efficacia con il quale la decisione sovrana neutralizza la crisi sulla quale quell'esperienza si fonda, lo smascheramento, da parte di Schmitt, infine, della parzialità dell'universalismo dei diritti e del suo rovesciarsi in ulteriore macchina da guerra.
Sono questi i temi che hanno alimentato una fitta produzione critica e un enorme lavoro di traduzione dell'opera di Carl Schmitt. In Italia, l'attenzione si è concentrata, tra la fine degli anni Settanta e gli anni Novanta del Novecento, su Schmitt teorico della teologia politica e delle categorie del politico, sul costituzionalista dell'età di Weimar, l'interprete di Hobbes, delle dottrine politiche del Romanticismo, del cattolicesimo romano come forma politica. La traduzione in lingua inglese, nel 2003, de Il Nomos della Terra ha invece suscitato una notevole attenzione sulla sua produzione «internazionalistica». La recente riedizione in Germania e la traduzione italiana de Il concetto discriminatorio di guerra (Laterza, euro 15) testimoniano questo rinnovato interesse.
Al centro del saggio schmittiano, come nota in una densa prefazione all'edizione laterziana Danilo Zolo, si staglia una data emblematica: il 2 aprile 1917. È il giorno in cui il presidente americano Woodrow Wilson, revocando la neutralità del proprio paese, annuncia l'entrata in guerra degli Stati Uniti contro la Germania. Quella data indica almeno due cose di assoluta rilevanza per Schmitt, oltre all'ovvio insediarsi degli Usa nel ruolo di potenza imperiale. Da un lato, la fine dello jus publicum europaeum, il contemporaneo entrare in crisi dell'idea di guerra come strumento di politica internazionale e del concetto di Stato che ne era stato il fondamento. Dall'altro, con la denuncia wilsoniana della guerra navale tedesca come atto di pirateria e come «guerra contro l'umanità» (il pirata è classicamente la figura dell'hostis humanis generis), la messa in funzione di un concetto discriminatorio di guerra globale per mezzo del quale gli americani si attribuivano il potere di decidere su scala internazionale chi fosse dalla parte della ragione e chi dalla parte del torto, reintroducendo di fatto una nozione di guerra giusta potenzialmente interminabile e rendendo di fatto impossibile, con la moralizzazione dello scontro tra amico e nemico, il suo mantenimento all'interno del quadro di regolazione giuridica delle relazioni internazionali.

I NEMICI DELL'UMANITÀ
Tramontava così l'equilibrio sul quale si erano sorretti, per più di duecento anni, la neutralizzazione politica della guerra di religione e il sistema di relazioni internazionali incardinato sullo Stato moderno. Uno Stato, d'altronde, che sul piano interno disponeva di una secca separazione tra pubblico e privato come principio per mezzo del quale si era riservato, attraverso la nozione di legalità e l'univocità della sua interpretazione, il monopolio dell'idea di giustizia. Sul lato esterno, la giuridificazione del rapporto tra gli Stati, la codificazione di uno specifico diritto di guerra e la possibilità di posizioni di neutralità in caso di conflitto tra alcuni di essi che, per quanto spinto sino al massimo grado di intensità, non poteva sospendere le norme di diritto internazionale, che prevedevano una dichiarazione dello stato di belligeranza, trattati di pace, formule di compensazione risarcitoria per i danni di guerra.
Schmitt denuncia con preveggente lucidità i rischi dell'universalismo. Combattere il nemico in nome dell'umanità - si tratta dell'implicito contenuto della dichiarazione di guerra alla Germania, del riferimento al pirata come al «nemico del genere umano»: la medesima retorica oggi attivata contro il fantasma del terrorismo globale - significa negare al nemico ogni qualità umana, eccedere la misura che permette attraverso il riconoscimento del nemico la «messa in forma» della guerra, riconcettualizzare quest'ultima con le categorie teologiche della «guerra giusta» (bellum justum) e dilatarne indefinitamente la fine, dato che il «nemico» (lo justus hostis della tradizione giuridica) non lo si riconosce ed esso viene, al contrario, disumanizzato.
Trascrivere la guerra in «intervento umanitario» (Humanitäre Intervention, scrive Schmitt, registrando con forte anticipo la transizione in atto sin dagli anni Trenta), significa «denazionalizzare» la guerra, abolirla come forma di rapporto tra gli Stati, internazionalizzarla e trasformarla, quindi, in guerra civile globale. Aprire lo spazio, come sempre Schmitt rileva, ad un'egemonia imperiale che si incarichi di compiti di «polizia» non contro un «nemico» ma contro gangsters o terroristi la cui minacciosa presenza possa essere unilateralmente accertata sulle lisce rotte del capitalismo globale. Distinguere le guerre in lecite o illecite significa dunque rendere inoperoso il diritto di guerra (con il suo «onore» e la sua «dignità», come Schmitt li chiama) e far sfumare, senza che sia possibile sostituirvi nulla, il confine tra guerra e pace modulato dal reciproco riconoscimento delle parti in lotta.
Mettersi dunque sulle tracce di gangsters da distruggere, annichilire il confine tra civiltà e barbarie. Come dimostra il grande rimosso del nuovo ordine mondiale eretto sulle macerie del secondo dopoguerra: la catastrofe di Dresda, la bomba di Hiroshima o quella di Nagasaki. Imprese rese possibili e legittimate solo da una guerra di annientamento e di riscatto condotta contro chi si sia macchiato di crimini contro l'umanità e dall'universalismo di quest'ultima possa dunque essere dichiarato bandito.

SCORCIATOIE DEL MORALISMO
Quella di Schmitt è la consapevolezza della definitiva crisi del dispositivo concettuale della modernità politica, maturata attraverso il corrosivo lavoro della genealogia sulle categorie politiche del liberalismo e sulle pretese di universalità di quest'ultimo, come riconosce la critica più filosoficamente avvertita. Quella cioè che non si concede alle scorciatoie del moralismo. E che non assume come universali ed eterne le nozioni di «individuo» o di «diritti» in nome dei quali possono essere condotte guerre umanitarie per l'esportazione della democrazia.
Tra i più recenti significativi contributi di questa accorta critica va inscritto Lo sguardo di Giano. Saggi su Carl Schmitt (Il Mulino, euro 16.50), una raccolta di saggi di Carlo Galli, probabilmente il più autorevole studioso dell'opera di Carl Schmitt in Italia con la sua monumentale Genealogia della politica.
Giano è dio biformis. Capace di uno sguardo volto simultaneamente all'Origine e alla Fine. Di Giano, scrive Galli, Schmitt ha avuto non solo lo sguardo bifronte, ma anche la natura. È stato capace di sostenere l'esperienza di una teoria sospesa tra tradizione e spregiudicatezza, tra filosofia e ideologia, tra decostruzione e - costitutivamente arrischiata - costruzione. Ed è esattamente questa la cifra della radicalità del pensiero. Quella che chiama ad un confronto che non può essere evitato con la via di fuga del giudizio di valore. Schmitt ragiona sulle strutture profonde dell'immaginazione politica moderna. Sullo Stato non come fenomeno universale, ma come «concetto concreto» intimamente legato ad un'epoca precisa dell'esperienza storica occidentale. Quella la cui vigenza coincide con la forma determinata di un'esperienza tragica dell'individuazione e della libertà.

(Sandro Chignola)


24 giugno 2008

L'enigma Mugabe

 

Clima sempre incandescente nello Zimbabwe che si prepara a tornare alle urne il prossimo 27 giugno per il secondo turno delle presidenziali. Ieri, l'ottantaquattrenne presidente Robert Mugabe, leader dell'Unione nazionale africana dello Zimbabwe-Fronte patriottico (Zanu-Fp), ha riferito al quotidiano The Herald che, in caso di vittoria dell'opposizione, molti di coloro che hanno combattuto la guerra di liberazione negli anni '70 sarebbero pronti a riprendere le armi per difendere il paese dalle ingerenze esterne: «Ma abbiamo risposto loro che non vogliamo cominciare un'altra guerra», ha detto Mugabe. E ha aggiunto che il Movimento per il cambiamento democratico (Mdc) di Morgan Tsvangirai - che al primo turno ha ottenuto il 47,9 per cento contro il 43,2 per cento di Mugabe, e che ieri è stato liberato dopo un ennesimo fermo -: «non è un partito per i neri, ma un partito britannico, finanziato dai britannici». Per la sua consonanza con le posizioni laburiste «morbide», quello di Tsvangirai sarebbe dunque un partito pilotato dagli interessi dell'ex potenza coloniale - di certo più che presente nelle 400 imprese che ancora dettano legge nel paese.
Immediata la replica degli Stati uniti, che in un comunicato diffuso ieri hanno chiesto al Consiglio di sicurezza dell'Onu di intervenire «immediatamente sulla questione», in ragione delle «evidenti violazioni» degli standard elettorali fissati dalla Sadc (Comunità di sviluppo dell'Africa meridionale), l'organizzazione regionale a cui appartiene lo Zimbabwe. Anche un gruppo di 40 personalità africane (da Kofi Annan a Desmond Tutu) ha lanciato un appello perchè le elezioni nello Zimbabwe si svolgano in modo «libero ed equo» e perché i «grandi sacrifici compiuti durante la lotta di liberazione non siano vani».
L'Mdc ha poi ribadito la sua lettura del «partito marxista al potere»: una struttura politica animata anche da sinceri progressisti, ma prevalentemente gestita da militari, poliziotti e personale dei servizi penitenziari, timorosi di essere processati per crimini di guerra (commessi, secondo la Commissione cattolica per la giustizia e la pace, nei primi anni '80 nel sud del paese, durante il tentativo di rovesciare il primo ministro dell'epoca, Joshua Nkomo). Ma sarebbe troppo semplice ridurre i problemi alla «dittatura di Mugabe» senza inquadrarli nel contesto storico e nelle eredità del colonialismo, che riguardano tutta l'area dell'Africa australe. Dopo 14 anni di lotta armata, e 50.000 morti in un paese di 10,4 milioni di abitanti, oggi il 2 per cento della popolazione, composta da coloni provenienti dall'epoca del passato regime, controlla l'80 per cento delle risorse di un paese ricco di oro, uranio, diamanti e risorse umane: un tipo di colonizzazione che non riguarda solo l'agricoltura ma tutti i settori dell'economia e che la recente legge «indigenista» (per cui il 51 per cento delle terre deve andare alle popolazioni nere) ha solo tentato di contrastare.

(Geraldina Colotti)


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23 giugno 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : fine del lavoro ?

Quanto sta avvenendo si rivela un gigantesco processo di subordinazione reale del lavoro al capitale. La 'subordinazione reale' non va affatto identificata con una riduzione della concretezza del lavoro, con una dequalificazione del lavoro. Il lavoro è subordinato al capitale in quanto le 'qualità' della prestazione lavorativa individuale sono dettate dall'organizzazione capitalistica del lavoratore collettivo: un processo del genere è compatibile con ondate di dequalificazione come con fasi di riqualificazione. Allo stesso modo, l'idea che il lavoro divenga mezzo di produzione accanto ad altri mezzi di produzione, cancellato nella sua natura di elemento 'attivo' della produzione, è da rigettare. Come il lavoro nella produzione è, sempre, lavoro 'concreto', così il capitale ha, sempre, bisogno dell'attività del lavoratore; il processo lavorativo è, sempre, segnato dalla cooperazione come dal conflitto, in gradi diversi. Il punto chiave non è eliminare la volontà del lavoratore, ma controllarla e manipolarla. Obiettivo di gran lunga facilitato, oltre che dalle dinamiche tecnologiche e manageriali, dalla transizione dai mercati del 'keynesismo' degli anni sessanta e settanta ai mercati del 'neoliberismo' degli anni ottanta e novanta.
Il nodo dunque non è soltanto la quantità del lavoro (la questione della disoccupazione), ma anche, intrecciata alla prima, quella della qualità del lavoro (la frammentazione e precarietà del lavoro, tanto qualificato quanto non qualificato). Alla mancanza di occupazione si accompagna la mala occupazione. Le due cose talora si presentano unite, talora separate. D'altra parte, la questione del risorgere della disoccupazione di massa viene oscurata, più che chiarita, dalle tesi che sostengono che saremmo in presenza di una tendenziale 'fine del lavoro'. Oscurata, innanzi tutto, perché la base empirica di quella asserzione è debole. Come ha osservato di recente Vittorio Valli, l'occupazione nel mondo è nettamente aumentata, sia pure in modo assai differenziato fra paesi ed aree ed a ritmo spesso inadeguato per far fronte all'aumento della forza di lavoro. Se, poi, è da registrare una inversione di tendenza tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli anni ottanta, essa consiste piuttosto nell'interruzione o nel rallentamento, a seconda dei paesi, del movimento secolare alla riduzione dell'orario di lavoro. Per di più, se si effettua una comparazione tra l'epoca 'fordista' (sino al 1974) e quella 'postfordista' (gli anni successivi), assumendo come pietra di paragone il tasso di crescita del PIL necessario per far crescere l'occupazione, il risultato a prima vista sorprendente è che tale tasso è caduto pressoché ovunque, sicché la crescita 'postfordista' ha, paradossalmente, un più alto contenuto di lavoro. Ovviamente, a determinare l'autentico assorbimento di forza lavoro tra gli occupati concorre il tasso effettivo di crescita, e nella gran parte dei paesi esso è crollato ancora più in basso.

Il lavoro non pare proprio in procinto di 'scomparire', dagli stessi dati ufficiali - dati che certamente sottostimano così gli orari effettivi di lavoro come il lavoro sommerso. Ciò che pare caratterizzare il passaggio di secolo, sembra, semmai un allungamento e una intensificazione della giornata lavorativa sociale, che si accompagna spesso a un aumento della disoccupazione, in un misto di precarietà e di esclusione.



 

Quello che si può ipotizzare sia aumentata è la difficoltà di riprodurre il lavoro salariato, difficoltà che si può concretizzare a volte come aumento di disoccupazione, ma a volte anche come diminuzione della disoccupazione dovuta all’incremento di lavoro precario e/o dell’inoccupazione

Tale ipotesi è compatibile con quella che Bellofiore appunto chiama allungamento ed intensificazione della giornata lavorativa sociale, che potrebbe essere rappresentata dalla diminuzione del salario reale orario lordo pro capite.

 

 

 

 

 

 


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