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Pensiero di Pensiero...
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La teoria delle descrizioni definite di Bertrand Russell

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Dall'assenza del segno al segno dell'assenza

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23 giugno 2008

Adam Smith e l'origine della moneta

Adam Smith dice che nella fase di transizione dall'economia di autoconsumo all'economia commerciale basata sugli scambi, i singoli soggetti economici conservavano piccole quantità di beni rifugio (diversi a seconda delle latitudini : sale, bestiame, conchiglie, cuoio, zucchero, tabacco) da smerciare nel caso il proprio sovrapprodotto non fosse richiesto e dunque non fosse scambiabile. Questi beni rifugio sarebbero stati gli antesignani della moneta.



Tuttavia quelli che sono elencati come beni rifugio sembrano essere beni o facilmente reperibili (le conchiglie) o legati comunque all'attività di autoconsumo (il bestiame), diversi da quelli particolarmente pregiati (i metalli ad es.) che compariranno in un secondo momento.
E' necessario per accettare questa ipotesi studiare la storia della produzione e del consumo di tali prodotti (es. una storia del sale o dell'allevamento) per capire se le difficoltà di  approvvigionamento fossero tali da rendere tali beni difficilmente rifiutabili al momento dello scambio.


22 giugno 2008

Cesare Pavese : Disciplina (3)

La città chiara assiste ai lavori ed ai sogghigni...
Ogni cosa può accadere e ci basta alzare la testa dal lavoro e guardare.
Ragazzi scappati che non fanno ancor nulla,
camminano in strada e qualcuno anche corre...
Tanti sulla riva del fiume si spogliano al sole.
La città ci permette di alzare la testa a pensarci,
e sa bene che poi la chiniamo.



Lavorare è stare a capo chino.
Alzare la testa è smettere di lavorare


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22 giugno 2008

Odifreddure : sostantivi, aggettivi e verbi

Odifreddi dice anche che ai sostantivi, aggettivi e verbi, corrispondono i personaggi (epica), i sentimenti (lirica) e le azioni (tragedia). 



Ma anche l’epica si occupa di un evento , come pure la tragedia fa parlare i personaggi in prima persona. Inoltre che rapporto c’è tra i sentimenti e gli aggettivi ? Forse chi attribuisce un aggettivo ad un sostantivo esprime un sentimento ?


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22 giugno 2008

Il dibattito politico in Cina

 

«Cosa pensa la Cina?», What does China think?: è questa la domanda cruciale per capire dove va il mondo, secondo l'inglese Mark Leonard, ricercatore del Center for European Reform, che ha intitolato così un libro, da poco uscito per HarperCollins, nel quale ha raccolto una serie di colloqui con i principali esponenti dei think tank cinesi. Leonard rimprovera all'Occidente di conoscere la Cina più sotto l'aspetto socioeconomico che su quello della sua autorappresentazione. Mentre ci si interrogava sulle differenze tra Europa e America, la Cina si è imposta come un interlocutore a tutto tondo che elabora un proprio modello originale e, forte della sua potenza economica e del prestigio del suo vertiginoso sviluppo, lo esporta in Asia e in Africa.
Come Reagan e Thatcher hanno tratto ispirazione da Milton Friedman e Bush ha avuto i suoi consiglieri neo-con, anche i governanti cinesi hanno i loro pensatori, talvolta su fronti contrapposti. Lo rileva Leonard, invitando a non sottovalutare le elaborazioni dei liberalisti conservatori (Zhang Weiying) e della Nuova Sinistra cinese (Wang Hui e Cui Zhiyuan), così come quella di strateghi di politica estera come Yan Xuetong e neonazionalisti come Wang Xiaodong. Merito del libro (che in diversi casi presenta figure note ai lettori del «manifesto» grazie alle corrispondenze di Angela Pascucci e alle pubblicazioni della Manifestolibri) è appunto quello di sintetizzare gli aspetti essenziali delle varie correnti di pensiero per un pubblico vasto, che percepisce la Cina come un sistema monolitico pronto a invadere il mondo con le sue merci a basso costo. In particolare, Leonard si concentra sugli insiders, gli intellettuali che hanno scelto di vivere nella Cina continentale, e sostiene che la loro influenza è paradossalmente moltiplicata proprio dalla monoliticità del sistema politico: il dibattito intellettuale diventa un surrogato della politica e moltiplica quindi le opzioni a disposizione dei decisori.

MODELLI ALTERNATIVI
Così sono stati l'americanismo e il liberismo dell'economista Zhang Weiying ad assistere Deng Xiaoping nella costruzione dell'economia di mercato. A Zhang si deve l'allegoria del «villaggio delle zebre», nella quale gli abitanti di un villaggio tradizionalmente attaccato ai cavalli da soma vengono man mano abituati alla presenza delle zebre, presentate come cavalli dipinti a strisce: una metafora del doppio sistema dei prezzi adottato negli anni '80, nonché del metodo delle «zone economiche speciali», inaugurato a Shenzhen, ma anche del pragmatismo cinese espresso a suo tempo dallo slogan maoista «camminare su due gambe». È invece di Wang Hui l'interpretazione del massacro di Tienanmen come acceleratore della riforma liberista: la repressione antidemocratica è fatta in nome del fondamentalismo di mercato anche se si ammanta di terminologia comunista. A trent'anni dall'apertura di Deng alla riforma economica sono Wang Hui e Cui Zhiyuan a contestare il laissez-faire e le ineguaglianze sviluppate dal liberismo selvaggio per propugnare un modello alternativo, che Leonard definisce «capitalismo del fiume Giallo» (la Cina interna) contrapposto al «capitalismo del fiume delle Perle» (la Cina costiera, favorita nella prima fase), rafforzando il ruolo interventista dello Stato. La maggiore attenzione al welfare accordata da Hu Jintao e Wen Jiabao in nome della ricerca dell'«armonia» è un segnale in questo senso, anche se la Nuova sinistra ha visto colpiti di recente i suoi centri di ricerca.
Dopo avere affrontato il modello economico-sociale e l'Undicesimo piano quinquennale, che assorbe una serie di stimoli della Nuova sinistra nelle formule della «società dell'armonia» e dello «sviluppo scientifico», Leonard analizza le forme di democrazia sperimentate a livello di base (elezioni dei comitati di villaggio in base alla legge del '98), territoriale (forme di democrazia consultiva a Chongqing, con audizioni pubbliche su temi cruciali per la cittadinanza) o di Partito (distretto di Pingchang, dove le cariche di partito sono state rese elettive). Fang Ning, che ha contribuito alla stesura del Libro bianco sulla democrazia del 2005, ed è un esponente autorevole dell'Accademia delle scienze sociali, sostiene che se la democrazia occidentale consente di scegliere il cuoco, che poi stabilisce il menu, in Cina c'è un solo cuoco (il Pcc), ma si possono scegliere le pietanze, attraverso forme di governance partecipativa. Pan Wei, altro importante accademico, più conservatore, sostiene che lo stato di diritto è prioritario rispetto alla democrazia, e si ispira al modello autoritario di Singapore, paventando il caos della Rivoluzione culturale o la deriva che si è verificata nel sistema sovietico per aver anteposto la riforma politica a quella economica. E grande spazio lo studioso inglese dedica alla strategia di sviluppo della Cina, che mira ad affermarsi come potenza culturale, morale e politica, oltre che economica: per legittimarsi a livello globale, il paese punta sul soft power, utilizzando i cento «istituti Confucio» e lanciando la propria rete televisiva Cctv-9 a rivaleggiare con la Cnn, ma soprattutto proponendo ai paesi in via di sviluppo un sostegno più flessibile del Fondo monetario internazionale e accreditandosi come sostenitrice del multilateralismo attraverso le Nazioni Unite.
In conclusione, mentre in Occidente si ragiona su come indirizzare lo sviluppo della Cina, in Cina si ragiona su come gestire il declino dell'Occidente, proponendo il proprio modello di capitalismo di stato combinato col mercato, in alternativa a quello americano o ai dettati della Banca mondiale. Ne sarebbero segnali la «zona economica speciale» creata in Zambia, la competitività del sostegno finanziario cinese rispetto alla «condizionalità» del Fmi in molti paesi dell'Africa e dell'Asia, la rete di relazioni regionali che la Cina sta creando nel mercato asiatico, il sostegno a regimi autoritari come la Birmania. Insomma al Washington Consensus starebbe subentrando un Chinese Consensus, una via non occidentale allo sviluppo a cui il resto del mondo può ispirarsi.

ORGOGLIO E TRISTEZZA
Del resto, anche nel recente passato la Cina non aveva rinunciato a offrirsi come modello: prima con lo «spirito di Bandung» di Zhou Enlai negli anni '50, ispiratore del movimento dei non-allineati, poi con il «contare sulle proprie forze» del modello maoista proposto al Terzo mondo. Come scrive Yan Xuetong, direttore dell'Istituto di studi internazionali dell'università Tsinghua, nell'Ascesa della Cina agli occhi dei cinesi: «Negli ultimi duemila anni la Cina ha goduto varie volte della posizione di superpotenza... Ancora nel 1820, solo vent'anni prima della guerra dell'Oppio, la Cina rappresentava il 30 per cento del pil mondiale.L'alterna vicenda della sua posizione di superpotenza rende il popolo cinese molto orgoglioso del proprio paese, ma anche molto triste per la posizione odierna della Cina a livello internazionale. I cinesi ritengono che il declino della Cina sia stato un errore storico che bisogna correggere». Una posizione di nazionalismo assertivo, che ha nutrito forse anche molto del consenso recente interno rispetto alle critiche rivolte alla Cina sulla questione tibetana.

(Silvia Calamandrei)


22 giugno 2008

Guantanamo e la Corte Suprema

 

Mentre Berlusconi e il papa accolgono a braccia aperte George W. Bush, arriva una notizia che getta l'ennesimo cono d'ombra sulla sua figura e, indirettamente, sui suoi alleati. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha riconosciuto ai detenuti nel campo-Lager di Guantanamo il diritto costituzionale di ricorrere ai tribunali ordinari contro la loro detenzione. Si tratta della terza sconfitta del presidente Bush sulla legittimità costituzionale dell'apparato giudiziario messo in piedi dalla sua amministrazione dopo l'11 settembre 2001. Questo apparato, in nome della guerra contro il terrorismo, viola nel modo più palese i diritti elementari dei presunti terroristi, fatti prigionieri in particolare in Afghanistan e nei paesi islamici.
Contro la lettera della Quarta Convenzione di Ginevra, ai «terroristi» è stata persino negata la qualità di prigionieri di guerra, attribuendo loro, arbitrariamente, lo stigma infamante di «illegittimi nemici combattenti». Lo stratagemma persecutorio ha consentito di negare alle vittime di Guantánamo qualsiasi diritto di habeas corpus: essi possono essere detenuti per un tempo imprecisato, senza essere oggetto di alcuna accusa specifica, né essere sottoposti a un regolare processo. L'amministrazione Bush ha inoltre dato vita a Tribunali speciali con facoltà di processare e di condannare anche alla pena capitale i presunti terroristi, ignorando i normali Tribunali militari. Nella scia delle norme liberticide del Patriot Act, l'intera civiltà giuridica e giudiziaria del rule of law è stata brutalmente violata nei suoi valori più alti e nelle sue pratiche più consolidate all'origine della dottrina dei diritti dell'uomo e dell'intera esperienza dello «Stato di diritto» europeo e occidentale.
La sentenza della Corte Suprema potrebbe avere effetti sui processi in corso a Guantanamo, tra cui quello ai presunti responsabili dell'11 settembre, e sul futuro dei circa 270 detenuti della base. E offre nuove armi a chi negli Usa si oppone all'infamia di Guantanamo e delle altre prigioni create in Iraq e in Afghanistan - da Abu Ghraib a Polj-Charki, a Bagram - dove la tortura resta all'ordine del giorno. Ed è auspicabile che la decisione della Corte suprema incoraggi i due candidati alla Casa Bianca, John McCain e Barack Obama, a tenere fede all'impegno elettorale di chiudere Guantanamo.
Quali aspettative politiche da questa vicenda giudiziaria? In Italia sarebbe auspicabile che la decisione del governo Berlusconi di alterare le regole d'ingaggio delle truppe italiane in Afghanistan venisse denunciata e sanzionata dalle autorità giudiziarie competenti come una gravissima lesione dell'art. 11 della Costituzione. Sul piano internazionale dovrebbe diffondersi la convinzione che nessuno strumento giudiziario o poliziesco sarà in grado di fermare il terrorismo internazionale. Nessuna violazione delle libertà fondamentali avrà l'effetto taumaturgico di riportare la pace in Europa, in Occidente e nel mondo. Anzi, questa strategia avrà molto probabilmente effetti perversi, comprimendo il valore della libertà delle persone, della loro integrità fisica e intellettuale, della loro vita. Non è negando se stesso che l'Occidente si salverà. L'Occidente non si libererà dal terrorismo internazionale se non avrà anzitutto liberato se stesso dalla pretesa di dominare il mondo con il suo strapotere economico e con l'uso illegale della forza militare.

(Danilo Zolo)


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22 giugno 2008

Sul Kosovo l'Europa prende uno schiaffo sacrosanto

 La carta intestata del «Segretario Generale» sotto il simbolo delle Nazioni Unite, ed una paginetta e mezza di «diplomatese» in anglo-americano. Data di spedizione, il 12 giugno. Data di consegna, questa mattina, con un'anteprima tutta per noi. Lettera indirizzata da Ban Ki-moon a «Sua Eccellenza, Mister Fatmir Sejdiu, Pristina». Il presidente del Kosovo indipendente degradato a Mister dal mancato riconoscimento di Stato Sovrano da parte dell'Onu. Due pagine e mezza invece, per «Sua Eccellenza, Mr. Boris Tadic, Presidente della Repubblica di Serbia, Belgrado». Prima di tradurre dall'inglese, traduciamo la notizia. L'Onu prende atto del pasticcio Kosovo e dice, a modo suo, che bisogna provare a metterci una pezza. Non come aveva progettato Bruxelles, non come speravano gli albanesi di Pristina, non come rivendicavano i serbi di Mitrovica e Belgrado. Piatto indigesto per tutti, chi più e chi meno. A Pristina l'Onu comunica che le zone a «rilevante maggioranza di popolazione serba» godranno di uno Status speciale, sotto la diretta responsabilità delle Nazioni Unite; sarà un Kosovo con due sistemi di amministrazione e garanzia diversi. A Belgrado il Segretario Generale dice, senza azzardarsi a scriverlo, ingoiate la perdita formale del Kosovo visto che state per ottenere la partizione che chiedevate col nord Mitrovica e le enclavi serbe separate, di fatto, dal resto del Kosovo albanese. All'Unione europea, il messaggio da New York è ancora più secco: qui comandiamo noi ed a voi, al massimo, affideremo qualche «sub appalto» per salvare la faccia.
Ma stiamo ai documenti che in queste ore stanno per arrivare ufficialmente nelle mani dei due governi. Al presidente kosovaro Sejdiu, Ban Ki-moon, in quattro paragrafi, ripete per tre volte che l'Onu fa sempre e comunque riferimento alla Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, quella che riconosce la sovranità della Serbia. Prima della dichiarazione unilaterale di indipendenza e prima dello scontro politico tra Stati Uniti e Russia, col blocco di qualsiasi altra decisione al Consiglio di Sicurezza. Le parole usate sono ovviamente al miele. «Nell'assenza di altre direttive da parte del Consiglio di Sicurezza e di ulteriori consultazioni, è nella mia intenzione di riconfigurare la struttura e il profilo della presenza civile internazionale che corrisponda alla situazione attuale in Kosovo e che sia capace di dare un ruolo all'Unione Europea in Kosovo, in accordo con la 1244». Riconfigurare, implementare, dare un ruolo. Pezze, in lingua diplomatica, al buco di un Kosovo separato su base etnica. A rassicurare almeno in parte il governo albanese di Pristina, la conclusione: «Questi arrangiamenti sarebbero applicati per un periodo limitato senza interferire sullo Status del Kosovo - garantisce a Sejdiu -. In questo contesto e riguardo all'implementazione di questi provvedimenti, il mio Rappresentante Speciale la Consulterà».
Per capire cosa si prepara realmente, occorre passare alle due pagine e mezza indirizzate al serbo Tadic. Due paragrafi di premessa gemelli a quelli rivolti al presidente kosovaro, poi gli elementi concreti della «riconfigurazione». Sei punti secchi: polizia, tribunali, dogane, trasporti e infrastrutture, confini, patrimonio della chiesa ortodossa serba. Qualche citazione letterale: «Il servizio di polizia del Kosovo operante nelle aree a rilevante maggioranza serba dovrà far capo alla polizia internazionale sotto l'autorità del mio Rappresentante Speciale». Due comandi diversi per i due diversi corpi di polizia, è la traduzione del cronista, una col cappello Onu e una, forse, col pennacchio dell'Unione europea. «Tribunali. Potrebbero essere creati dei Tribunali locali addizionali e di distretto che andrebbero a servire le aree a rilevante maggioranza serba». Anche in questo caso la fantasia al potere: una sola legge, dice Ban Ki-moon, ma con due strutture ad interpretarla. Sulle dogane pagano pegno i serbi, visto che si cercherà di realizzare «un'area doganale singola». Per trasporti e infrastrutture, il segretario dell'Onu dice ai contendenti, arrangiatevi, delegando al «gruppo di dialogo tecnico Pristina-Belgrado». Per i confini finalmente rispunta la Nato, «in accordo col la risoluzione 1244», ovviamente. Kfor che «continuerà a esercitare il suo mandato di sicurezza esistente in Kosovo». Infine, la ricerca di mediazione e benevolenza dalla Chiesa Ortodossa serba, dai suoi monasteri assediati, cui il segretario Onu promette, oltre alla protezione e al diritto all'obbedienza all'autorità religiosa di Belgrado, il «diritto unico a ricostruire e preservare i suo siti religiosi, storici e culturali in Kosovo».
La notizia strettamente giornalistica, come sovente accade nei documenti ufficiali, viene in fondo. Testuale: «In accordo col paragrafo 6 della risoluzione 1244 intendo nominare un nuovo Rappresentante Speciale per la prevista riconfigurazione», scrive Ban Ki-moon. Licenziamento in tronco per il tedesco Joachim Reucker, contro cui s'erano ancora ieri scagliati i rappresentanti diplomatici russi, chiedendone addirittura l'incriminazione. In Kosovo si cambia insomma, anche se è difficile capire in che direzione. Si «riconfigura» il ruolo dell'amministrazione civile Onu, si ufficializza la separazione delle zone serbe da quelle albanesi, si lascia un angolino, giusto un angolino, per la missione Eulex dell'Unione europea. «Riguardo alla presenza dell'Unione europea nella regione, intendo consultare l'Alto Rappresentante dell'Ue per la politica estera e di sicurezza comune, per determinare un ruolo operativo dell'Ue nell'implementazione dei sopra citati provvedimenti, seguendo lo status di neutralità delle Nazioni Unite». Se le parole hanno un senso, il segretario generale delle Nazioni unite, mentre l'Onu non ha riconosciuto l'indipendenza unilaterale di Pristina, ricorda all'Ue il «peccato originale» d'aver riconosciuto l'indipendenza con molti dei suoi paesi leader e con il ruolo di Javier Solana: uno schierarsi che ha provocato le ire della Serbia e della Russia ed il sospetto di scarsa neutralità che rischia di bruciare il forte candidato italiano a prossimo «Rappresentante Speciale» del segretario Onu in Kosovo


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22 giugno 2008

Un sindacalista della Fisac-Cgil scopre l'altarino dei prestiti facili del banco di Sicilia

 

Il caso era stato segnalato sul il manifesto lo scorso 21 dicembre. Tre giorni fa la Repubblica l'ha ripreso con un titolo che riassume ottimamente quello che è successo: «I mutui facili del Banco di Sicilia. La procura di Roma: truffe immobiliari da 160 milioni». vediamo di riassumere lo storia. Partendo, però, dal protagonista che ha fatto scoppiare il caso: Enzo Carfì, un esponente storico della Fisac Cgil del Banco Sicilia. Ma l'ha Pagata cara: prima è stato allontanato dal suo ufficio romano che si occupava della concessione dei mutui. Poi, una volta reintegrato, è stato licenziato con l'accusa di aver diffuso volantini «diffamatori» che denunciavano l'accaduto. Ora Enzo è in attesa della causa di reintegro, accompagnato, sarebbe doveroso, anche dalle scuse delle banca della quale recentemente è stato nominato presidente una persona per bene: il presidente della Confindustria siciliana Lo Bello.
Per quanto riguarda i «mutui facili», la storia è semplice, anche se complicata. Ma quello che è certo - emerge da una nota informativa della Guardia di Finanza al sostituto procuratore di Roma - è che di abusi ce ne sono stati tanti. Il punto di partenza è che una massa enorme di mutui è stato «canalizzato» (che significa intermediato e chi intermedia riceve anche un compenso per il lavoro fatto) o concesso direttamente ad una sola persona che ha ricevuto somme sostanziose: i 190 milioni citati da Repubblica. La cosa un po' «bizzarra» è che a fare affari con la banca siciliana (le cifre maggiori attraverso una Srl) era (nomi non ne facciamo) una sola persona. Mentre a ricevere fisicamente l'importo dei mutui era un'altra persona alla quale - secondo i documenti della finanza - erano riconducibili una moltitudine di società i cui amministratori erano quasi sempre gli stessi. Di più: in alcuni casi la sede legale di molte società corrisponde alla residenza anagrafica dell'amministratore. Ovviamente un prestanome. Senza contare che le varie società hanno spesso siglato contratti di compravendita di immobili tra di loro. E, ovviamente, a ogni cessione corrispondeva la concessione di un mutuo.
Un capitolo a parte è quello che riguarda il valore degli immobili sui quali veniva concesso il mutuo. A fare la parte del leone è stato un architetto romano. Ma alcune perizie (ufficialmente non retribuite dal Banco) sono state svolte anche da un geometra che non risulta iscritto alla Camera di commercio, ma è dipendente dei Monopoli di Stato. Ma erano eque queste perizie? Secondo una indagine interna del Banco e della controllante Capitalia, assolutamente no. Da verifiche eseguite risulta che «in ben 16 casi su 20 la revisione ha accertato valori di gran lunga inferiori a quelli individuati» dall'architetto di fiducia. E questo nonostante la bolla immobiliare seguitasse a gonfiare i prezzi degli immobili. Addirittura l'architetto per un immobile ha fornito una perizia non commissionata dal Banco, ma da un soggetto terzo.


(Marlowe)


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22 giugno 2008

Guariniello sulla sicurezza sul lavoro

 

Prevenzione, cultura della sicurezza: «Parole al vento», secondo il procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello, titolare dell'inchiesta lampo sui morti della ThyssenKrupp: «La cultura della sicurezza rischia di essere uno slogan, una formula retorica dietro cui nascondere una sostanziale evasione dagli obblighi di prevenzione». Dieci giorni fa Guariniello era proprio a Catania per illustrare ai magistrati del tribunale il nuovo codice varato dal governo di centro sinistra. «Sono passato dalla Calabria alla Sicilia cercando di portare il messaggio della legge. Il fatto è che la legge è un ottimo messaggio, ma se gli organi di vigilanza funzionano a stento e se i processi non si fanno, come mi hanno detto i magistrati catanesi, è un messaggio quasi pittoresco». «Ma lei lo sa qual'è la legge più importante in materia di sicurezza sul lavoro?

Qual è?
È una norma che abbiamo dal 1930 e che dice una cosa molto semplice: chiunque omette di adottare misure contro infortuni è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni, se poi da quella omissione deriva un infortunio la reclusione passa dai tre ai dieci anni. E' una norma che punisce chi consapevolmente omette le misure anti infortunistiche e, dopo la prescrizione dell'ispettorato, non si mette in regola. Bene, questa è anche una delle norme più disapplicate del paese. Nell'ultimo anno, la Cassazione se ne è occupata due volte, con due sentenze: significa che questi processi non si fanno, che non si fanno accertamenti approfonditi, che le procure sono disorganizzate. Poi magari capita una tragedia come quella che è successa e c'è tutta un'energia ispettiva e giudiziaria che viene messa in campo: bisogna seguire i processi che riguardano la violazione delle norme di sicurezza, non solo dopo la tragedia.

Che rapporto c'è tra azione legislativa, giudiziaria e quella può competere alle parti sociali sul luogo di lavoro?
Il processo legislativo in Italia è sempre stato molto attivo, dagli anni '50 ad oggi. Abbiamo ottime leggi ma completamente disapplicate e credo sia un grande errore delle forze sociali e politiche quello di vedere nelle leggi il momento risolutivo della questione. La dimostrazione palese sta in quello che è avvenuto: si è fatta una nuova legge, ma non è che i luoghi di lavoro siano diventati più sicuri. Non si fanno accertamenti, le procure non sono organizzate, e anche dopo gli infortuni, i processi, quando si fanno, finiscono in prescrizione. La cultura della sicurezza, nel senso di impunità generalizzato, non si svilupperà mai. E anche le sanzioni, sono un deterrente se realmente applicate.

Pensa che anche sul versante del lavoro scarseggi la cultura della sicurezza?
Il lavoratore è la parte debole del rapporto di lavoro, è sempre stato così, e i singoli riescono a portare avanti istanze di sicurezza non in quanto singoli, ma se adeguatamente rappresentati. Le organizzazioni sindacali lo stanno facendo, ma la maggior parte degli infortuni avvengono nelle piccole aziende, dove la rappresentanza sindacale è più debole. La capacità e la forza di imporre sicurezza nasce anche dalla formazione, che non può esaurirsi nella distribuzione di opuscoli e nella firma del lavoratore a riprova dell'avvenuta consegna.

E le imprese, quali responsabilità hanno?
Cultura della sicurezza significa che tutti devono essere convinti della necessità. Ma la convinzione, realisticamente, nasce anche dal fatto che ci siano vincoli effettivi perchè la tentazione che può esserci di risparmiare è forte e risponde a una logica comprensibile. «Diffondere la cultura della sicurezza», è una di quelle frasi frequenti, quasi mitiche. Ma se vogliamo essere realistici e concreti la diffusione della cultura della sicurezza passa anche attraverso un'adeguata vigilanza degli organi preposti e un'efficiente azione dell'autorità giudiziaria. Tutto il resto mi sembrano parole al vento. Un paese in cui questo è carente, è un paese in cui la cultura della sicurezza vacilla.



(Sara Farolfi)


22 giugno 2008

l'Africa vista dal satellite

 

Per secoli, l'Africa è stata vista come un continente «selvaggio» e pieno di ricchezze (cioè, risorse naturali) tali da attirare appetiti incontenibili. Oggi quelle risorse naturali continuano ad attirare appetiti folli, ma altre immagini del continente emergono. Parliamo di immagini in senso proprio, fisiche: oltre 300 foto satellitari, scattate nell'arco di 36 anni su oltre un centinaio di ubicazioni su ogni singolo paese africano. Quelle foto sono ora raccolte in un atlante compilato dal Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente: Africa. Atlas of our Changing Environment. Messe insieme, compongono un quadro impressionante dei cambiamenti avvenuti negli ultimi decenni.
Il metodo del «prima» e «dopo» è particolarmente efficace. Dalle foto del lago Ciad nel 1972 e poi nel 2007 è quasi scomparso il colore blu: quella che era una volta la seconda più grande area umida del continente, attorno a cui vivono 20 milioni di persone, oggi è ridotta al 5% della sua ampiezza. Analoga impressione per il monte Kilimanjaro, che ha perso il suo tetto di ghiacci eterni. E fin qui abbiamo citando casi noti. L'Atlante però presenta anche casi meno noti, o addirittura osservati in dettaglio per la prima volta. I ghiacciai del monti Rwenzori, in Uganda, si sono dimezzati tra il 1987 e il 2003 (come in tutto il mondo, il riscaldamento del clima minaccia i ghiacci eterni, mettendo in pericolo i bacini idrici a valle). Nel nord della Repubblica democratica del Congo sono comparsi ampi corridoi deforestati lungo le strade in espansione dal 1975: nuove strade in zone forestali permettono l'accesso a zone impervie accelerando il taglio illegale di legname e amplificando il traffico di bushmeat, carne di animali selvatici. Un'ampia porzione della foresta del South Malagasy, in Madagascar, è scomparsa tra il 1973 e il 2003 per l'avanzata di agricoltura e raccolta di legna da ardere. A nord di Città del Capo le coltivazioni e l'espansione urbana ha cancellato gran parte del fynbos, la macchia di vegetazione nativa unica della regione (circa 6.000 specie vegetali endemiche che non esistono altrove al mondo). Ancora: la perdita di alberi e arbusti del fragile ambiente di Jebel Marra, le colline del Sudan occidentale, dovuto in gran parte all'arrivo di profughi che fuggono la siccità e il conflitto nel vicino Darfur settentrionale.
Un elenco simile dice che le cause del degrado ambientale sono diverse e intrecciate. La deforestazione: l'Africa perde oltre 4 milioni di ettari di foresta ogni anno, il doppio della media globale, con conseguente grande perdita di biodiversità. La ricerca di nuove terre da coltivare è parte del problema; lo sfruttamento intensivo, inquinamento, erosione hanno degradato circa il 65% delle terre coltivabili del continente. Le risorse idriche: oltre 300 milioni di persone in Africa fanno fronte a scarsità d'acqua, e si prevede che nella regione sub-sahariana la penuria sarà più acuta. Si aggiunga l'espansione urbana e la crescita demografica. Poi l'effetto di conflitti armati e spostamento di masse di profughi. Infine, si consideri che «il cambiamento del clima è una forza trainante dietro a molti di questi problemi», avvertono i curatori dell'Atlante: e qui c'è un problema di giustizia globale, se si pensa che l'Africa produce appena il 4% delle emissioni globali di anidride carbonica, ma i suoi abitanti soffriranno in modo sproporzionato le conseguenze del riscaldamento del pianeta. Il continente così ricco di risorse naturali si rivela così fragile e vulnerabile.

(Marina Forti)


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21 giugno 2008

Primo Levi : l'alba come dissoluzione

L'alba ci colse come un tradimento; come se il nuovo sole si associasse agli uomini nella deliberazione di distruggerci. I diversi sentimenti che si agitavano in noi, di consapevole accettazione, di ribellione senza sbocchi, di religioso abbandono, di paura, di disperazione, confluivano ormai, dopo la notte insonne, in una collettiva incontrollata follia. 




Il tempo di meditare, il tempo di stabilire erano conchiusi, ed ogni moto di ragione si sciolse nel tumulto senza vincoli, su cui, dolorosi come colpi di spada, emergevano in un lampo i ricordi buoni delle nostre case.
Molte cose furono allora fra noi dette e fatte; ma di queste è bene che non resti memoria.

(Primo Levi)


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