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18 giugno 2008

Tesco predica bene e razzola male

 

Sembra essere passata l'ondata di entusiasmo dei sindacati che ha accompagnato lo sbarco della britannica Tesco negli Usa due anni fa, quando la grande distribuzione americana era dominata solo da Wal-Mart, con tanto di prepotenze e antisindacalismo connesse.
Si pensava, da parte sindacale, che l'«invasione» del retail britannico Tesco negli Stati uniti, iniziata con l'apertura di 6 negozi Fresh & Easy nel sud California, avrebbe inaugurato una stagione nuova nei rapporti con i lavoratori, e che Tesco - campione della responsabilità sociale d'impresa, secondo la Confederazione europea dei sindacati - avrebbe realizzato un rapporto di partnership con loro simile a quello che aveva instaurato con il sindacato britannico (Usdaw). Neanche per sogno. Perché sembra invece che Tesco in patria si comporti in un certo modo, mentre negli Usa abbia sempre alzato spallucce ad ogni richiesta di incontro avanzata dai sindacati. E due anni di rifiuti non sono pochi.
Così i sindacati americani, unitamente a quelli inglesi, hanno deciso di far conoscere all'opinione pubblica americana, ma soprattutto a quella del Regno unito, l'altra faccia di Tesco. Per denunciare «chi predica bene (in patria) e razzola male (fuori)», arriva ora un dettagliato dossier, «Le due facce di Tesco» (www.ufcw.org) curato dallo statunitense United Food and Commercial Workers Union (Ufcw), sindacato dei lavoratori della ristorazione e del commercio, e presentato proprio a Londra per intensificare la campagna contro la multinazionale inglese. L'intento - dichiarato - è quello di minare la reputazione e la credibilità della catena britannica in patria, «mostrando ai cittadini, agli investitori e ai politici del Regno unito l'altra faccia di Tesco, nella speranza che la multinazionale si fermi un attimo a riflettere sulla sua attività in America». Il lancio della catena Fresh & Easy negli Usa, intrapresa con successo da Tesco, ha fatto registrare un fatturato vendite nel 2007 di oltre 67 milioni, con un programma per il futuro che prevede, entro il 2009, l'inaugurazione di altri 200 negozi tra California, Nevada e Arizona. Altro che «rivoluzione» del mercato o commercio di nuova generazione! Ancora una volta dietro le cifre con tanti zeri c'è del vecchio: lo sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori della catena di negozi Fresh & Easy, a cui viene negato il diritto a rivendicare migliori condizioni di lavoro e un salario adeguato.

(Patrizia Cortellessa)


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17 giugno 2008

Adam Smith e il ruolo del trasporto su acqua

Adam Smith dice che il trasporto su acqua ha consentito nell'antichità un mercato ben più esteso del trasporto su terra, con trasporti più veloci e meno costosi (in termini di erogazione di energia). Da ciò egli deduce che questo spiega perchè i primi progressi della civilità si siano verificati nelle vicinanze di un grande fiume e sulle coste del mare.

I popoli che sono stati i primi ad incivilirsi sembrano siano stati quelli attorno al Mare Mediterraneo, mare abbastanza calmo, con molti attracchi e con buona capacità di orientarsi.
La prima civiltà per Smith sarebbe stata quella egiziana, dove attraverso un'opera di attenta canalizzazione si sarebbe assicurata la possibilità di muoversi via acqua per tutto il territorio, promuovendo un rapido sviluppo economico e culturale. Così pure sarebbe successo in Cina e India. Ciò non sarebbe successo per buona parte dell'entroterra africano, privo di mari interni, per l'Asia a nord del Caspio con un clima più freddo, per la zona danubiana priva di un potere politico centrale che sfruttasse il corso del fiume sino al Mar Nero.



La fidanzata di Pensatoio (la chiatta) sul Ladoga

Le considerazioni di Smith sono in parte valide, ma non si spiega comunque perchè non ci sia stata antica civiltà lungo il corso del Danubio o sulla parte del Volga più meridionale o lungo il corso del Niger, o attorno al Mar Nero e Caspio. Lungo il Danubio si sarebbe dovuto formare un potere centralizzato che già dall'antichità ne regolasse il corso delle acque (non si può quindi spiegare la cosa con l'assenza di un unico Stato).

Inoltre lo sviluppo di civiltà lungo il corso di un fiume si spiega anche (e forse principalmente) con la possibilità di sviluppo dell'agricoltura e di un surplus agricolo in quelle zone (si pensi al limo egiziano), surplus che poi avrebbe causato un aumento dei commerci lungo il fiume stesso.

 

 


17 giugno 2008

Il prezzo del petrolio

 

È panico sull'energia. Il prezzo del petrolio sale di oltre 10 dollari in un giorno, passando da 127,8 a 139,01 dollari al barile, per poi chiudere a 138,44. Ma già il giorno precedente aveva fatto segnare un +6 dollari davvero inusuale. Stracciato ovviamente il vecchio record (135 dollari) stabilito solo un paio di settimane fa.
Neppure i segnali sempre più evidenti di recessione americana hanno potuto frenare questa violentissima impennata. Segno che non sono solo di tipo economico le ragioni che spingono in alto le quotazioni. Ieri si è appreso che il tasso di disoccupazione Usa è salito al 5,5%, ben mezzo punto in più rispetto ad aprile (l'aumento maggiore dal 1986); ed è noto che le statistiche americane sono quanto mai improntate all'ottimismo (per capirci: se hai lavorato un'ora nell'ultima settimana non risulti disoccupato, anche se muori di fame).
Le borse stavolta hanno reagito malissimo alla notizia, con Wall Street (-2,5 a un'ora dalla chiusura) che trainava al ribasso tutte le piazze europee (quelle asiatiche seguiranno nella notte). Perdite in genere oltre i due punti percentuali, tranne che per Londra (-1,48%, comunque). In crisi soprattutto i settori più esposti al freddo vento dei rincari energetici (automobilistici, compagnie aeree, ecc) oppure alla crisi del credito (banche e assicurazioni).
Ma è stato il greggio a scandire la danza. Oltreoceano ormai non si nega più che ci troviamo di fronte a una crisi epocale, di sistema. Un report interno alla potente banca d'affari Morgan Stanley, reso noto ieri, prevede un prezzo a 150 dollari entro il 4 luglio (la festa dell'indipendenza Usa). Nelle stesse ore Samir Mirad, consulente della famiglia reale degli Emirati, in Italia per un convegno, ha spiegato che «entro fine anno il petrolio raggiungerà i 200 dollari al barile». Sulla causa di questa corsa devastante si confontano due scuole di pensiero che riflettono interessi economici divergenti: i paesi produttori danno la colpa alla speculazione finanziaria e alle politiche fiscali dei paesi avanzati; le compagnie petrolifere indicano come responsabile la «bassa produzione, nonostante le abbondanti riserve» (Cristophe de Margerie, presidente Total, due giorni fa). La terza spiegazione, quella scientifica, chiama in causa proprio l'impossibilità di aumentare l'estrazione del greggio (di fatto ferma sostanzialmente da tre anni) dato l'ormai imminente raggiungimento del «picco» produttivo. Dopo di che dovrebbe iniziare un calo delle forniture quotidiane. «In attesa del picco», titolava ieri la Cnn un proprio servizio video. Un conto alla rovescia che semina panico.

(Francesco Piccioni)


17 giugno 2008

Le bugie e i ricatti di Bush

 

Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush finisce sul banco degli imputati per la guerra in Iraq. La commissione sull'intelligence del Senato americano lo accusa di aver mentito sulle prove ottenute dagli 007 pur di iniziare il conflitto.
La notizia non è nuova. Ma, come ha sottolineato ieri il New York Times, i membri della commissione senatoriale hanno preparato «il rapporto finora più completo per stabilire che i decisori politici hanno sistematicamente dipinto un'immagine sull'Iraq molto più nera di quanto era giustificabile dall'intelligence disponibile».
L'atto di accusa è contenuto in 170 pagine che ripercorrono le dichiarazioni pubbliche di Bush e di altri esponenti di spicco dell'amministrazione: c'è un'evidente differenza tra le infuocate dichiarazioni per entrare in guerra e le incertezze (e talvolta i conflitti) che c'erano tra gli 007.
John D. Rockefeller IV, capo democratico della commissione, ha detto che «il presidente e i suoi consiglieri, all'indomani degli attacchi dell'11 settembre, hanno intrapreso una campagna pubblica implacabile per usare la guerra contro al Qaeda per giustificare il rovesciamento di Saddam Hussein».
Sul lato politico, è interessante rilevare che il rapporto è stato avallato non solo dagli otto membri democratici della commissione, ma anche da due esponenti repubblicani: la senatrice Olympia Snowe del Maine e Chuck Hagel del Nebraska.
La Casa Bianca liquida le 170 pagine come una «lettura parziale» di quello che è accaduto, sottolineando che le dichiarazioni pubbliche di Bush e degli altri membri dell'amministrazione erano basate sulle stesse informazioni di intelligence fornite al Congresso, appoggiate anche dai servizi segreti di altri paesi. Su questo punto entra in gioco l'Italia, che ha fornito informazioni di intelligence su un presunto acquisto di uranio dell'Iraq in Niger.
C'è un altro episodio che riguarda l'intelligence italiana, al quale la commissione dedica un rapporto separato di 52 pagine. Tra il 10 e il 13 dicembre 2001, in un appartamento gestito dal Sismi (oggi Aise), ci furono una serie di incontri tra alti funzionari del Pentagono e esponenti iraniani interessati a rovesciare il regime di Teheran.
L'atto di accusa del Senato potrebbe essere utile per il candidato democratico Barack Obama, visto che né il rivale John McCain né l'amministrazione Bush fanno marcia indietro sull'Iraq.
Anzi, secondo quanto scrive Patrick Cockburn sul quotidiano britannico The Independent, Washington sta facendo forti pressioni con Baghdad per avere mano libera nel Paese negli anni a venire, tramite la sottoscrizione di un patto che viene chiamato «alleanza strategica».
«È una terribile breccia nella nostra sovranità», dichiara un politico iracheno a Cockburn, aggiungendo che il patto delegittima ulteriormente il governo di Baghdad, che verrà continuamente definito una pedina degli Stati Uniti.
Secondo la ricostruzione dell'Independent, l'ufficio del vice presidente Dick Cheney sta premendo - tramite l'ambasciatore Usa in Iraq Ryan Crocker - affinché l'«alleanza strategica» sia firmata entro luglio. L'ex presidente iraniano Akbar Hashemi Rafsanjani, ha definito il patto la legalizzazione di «un'occupazione permanente».
Il primo ministro iracheno, Nouri al-Maliki, sarebbe contrario alla firma, ma allo stesso tempo sa che il governo non potrebbe rimanere al potere senza l'appoggio degli Usa. Washington, inoltre, ricatterebbe Baghdad congelando 50 miliardi di dollari iracheni alla Federal Reserve Bank di New York.
Cockburn scrive che i soldi sono «tenuti in ostaggio»: per riscattarli, il governo iracheno deve accettare il patto. Al momento le riserve irachene sarebbero «protette dai pignoramenti giudiziari grazie ad un ordine presidenziale». Se gli Usa non fossero soddisfatti dalle scelte irachene, l'ordine sarebbe rimosso. Questo farebbe perdere a Baghdad il 40% delle sue riserve all'estero.


(Matteo Bosco Bortolaso)


16 giugno 2008

C'era una volta :Antenati comuni tra uomini e scimmie

Secondo alcuni studiosi, gli antenati comuni di uomini e scimmie , vissuti durante i periodi Oligocene, Miocene e Pliocene, erano quelli che noi chiamiamo Dryopithecinae, più simili alle attuali scimmie, incapaci di tenere la posizione eretta, viventi alcuni sugli alberi, altri sulla terra ferma. Altri studiosi però pensano che questo primate, i cui resti sono stato trovati in Francia nel 1856 e poi in vari luoghi di Africa (es. in Kenya), Asia ed Europa, sia più che altro l'antenato di alcune scimmie africane o dei Pongidi (oranghi) e dunque un ramo collaterale dei preominidi, mentre l'ipotetico antenato comune di uomo e grandi scimmie sarebbe il Proconsul Africanus.



Il termine Dryopithecus, associabile con il termine driomorfo, rimanda ad una dentatura con un sottile strato di smalto, adatta per frutta, germogli e foglie e non per alimenti più duri. Una dentatura tra l'altro, più pronunciata nei maschi che non nelle femmine (dimorfismo sessuale).
Caratteristica di questo ipotetico antenato comune, vissuto circa 20 milioni di anni fa, è la tendenza alla brachiazione, morfologia delle scimmie antropomorfe essenziale per il dondolamento o il lancio preciso di oggetti.


16 giugno 2008

Come si fabbrica la crisi del cibo

 Quando lo scorso anno decine di migliaia di persone in Messico manifestarono contro l'aumento del 60 per cento sul prezzo delle tortillas, molti analisti diedero la colpa ai biocarburanti. Per via delle sovvenzioni governative Usa gli agricoltori americani utilizzavano sempre di più i campi di grano per la produzione dell'etanolo anziché per gli alimenti, e questo fece lievitare il prezzo del frumento. Il fatto che il grano venisse trasformato in biocarburante anziché in tortillas fu senz'altro una delle cause che fecero schizzare i prezzi alle stelle, sebbene la speculazione sul biocarburante richiesta dai mediatori internazionali possa avere avuto un ruolo più determinante.
Uno studio realizzato dalla Fao (delle Nazioni Unite) su quattordici paesi ha rilevato che la quantità di cibo importato tra il 1995 e il 1998 era nettamente superiore al periodo 1990-1994. Il fatto non destò alcuna sorpresa finché uno dei più importanti obiettivi della Convenzione sull'agricoltura del Wto (Organizzazione mondiale del commercio) fu quello di aprire i mercati nei paesi in via di sviluppo così da poter assorbire il surplus di produzione nei paesi del nord. E quindi, come disse nel 1986 il ministro dell'agricoltura americano John Block: «L'idea che i paesi in via di sviluppo si possano sostentare autonomamente è un concetto anacronistico. Essi potrebbero assicurarsi una migliore nutrizione facendo affidamento sui prodotti agricoli americani, che nella maggior parte dei casi hanno un prezzo più basso».
Quello che Block non disse è che il prezzo contenuto dei prodotti americani era determinato dalle sovvenzioni che diventavano ogni anno più corpose nonostante il Wto avesse il compito di controllarle. Dai 367 miliardi di dollari nel 1995, l'ammontare totale delle sovvenzioni all'agricoltura erogate dai governi dei paesi sviluppati è cresciuto fino a raggiungere nel 2004 i 388 miliardi di dollari. Sin dalla fine degli anni Novanta le sovvenzioni hanno inciso sul 40 per cento del valore della produzione agricola nell'Unione Europea e per il 25 per cento negli Stati Uniti. I fautori del libero mercato e i difensori delle esportazioni sottocosto possono apparire su posizioni opposte, ma le politiche che sostengono portano al medesimo risultato: la globalizzazione capitalistica dell'agricoltura.
TRA MONSANTO E CARREFOUR
I paesi in via di sviluppo si stanno via via integrando in un sistema dove la produzione della carne e del grano diretta all'esportazione è dominata da grosse industrie agricole come quelle gestite dalla multinazionale tailandese Cp e dove la tecnologia è continuamente aggiornata dai progressi dell'ingegneria genetica realizzati da ditte come la Monsanto. E l'eliminazione delle barriere tariffarie ed extra tariffarie sta facilitando la nascita di catene di punti vendita di prodotti agricoli a livello mondiale dove i consumatori di ceto medio-alto fanno il gioco di colossi commerciali quali Cargill e Archer Daniels Midland e di ipermercati come Tesco (Inghilterra) e Carrefour (Francia).
Nell'organizzazione di questo mercato globale c'è poco spazio per le centinaia di milioni di poveri che vivono nelle città o nelle campagne. Questi sono confinati in gigantesche favelas di periferia dove si trovano a combattere con costi alimentari spesso molto più alti rispetto a quelli dei supermercati, o vivono in risicate realtà rurali, intrappolati in attività agricole marginali e sempre di più vittime della fame. E così, all'interno di una stessa nazione, la carestia dei ceti emarginati coesiste spesso con la prosperità di quelli integrati nella globalizzazione.
Questo non è semplicemente lo sgretolamento dell'autosufficienza e della sicurezza nel processo dell'alimentazione ma è ciò che l'africanista Deborah Bryceson di Oxford chiama «de-ruralizzazione» - l'eliminazione di una modalità produttiva che fa della realtà rurale un terreno congeniale all'accumulazione intensiva di capitali.
Questa trasformazione rappresenta un trauma per centinaia di milioni di persone, poiché la produzione agricola non è un'attività meramente economica, è uno stile di vita atavico, una cultura spodestata o emarginata, che in India ha spinto i contadini al suicidio. Nello stato dell'Andhra Pradesh, i contadini che si sono suicidati sono aumentati da 233 nel 1998 a 2.600 nel 2002; nel Maharashtra, i suicidi si sono triplicati, da 1.083 nel 1995 a 3.926 nel 2005. Possiamo dire che 150.000 contadini indiani si sono tolti la vita.
Il crollo dei prezzi dovuto al libero mercato e alla perdita del controllo sul grano a favore delle grosse aziende biotecnologiche è parte di un problema complesso. L'attivista della giustizia globale, Vandana Shiva, dice: «Nell'epoca della globalizzazione il coltivatore (o coltivatrice) della terra sta perdendo la sua identità sociale, culturale ed economica di persona che produce.
Un contadino diventa ora un 'consumatore' del costosissimo grano e degli ancora più costosi prodotti chimici venduti da forti multinazionali grazie al potere dei proprietari terrieri e dei finanziatori locali».
La de-ruralizzazione è ad uno stato avanzato in America Latina e in Asia. E se la Banca Mondiale dice il vero, l'Africa sta viaggiando nella stessa direzione. Come fanno giustamente notare la Bryceson e le sue colleghe in un recente articolo del 2008, il rapporto sullo sviluppo mondiale che tratta per esteso l'agricoltura in Africa, nel continente è in corso un progetto di trasformazione dell'agricoltura basata sull'attività rurale ad un'industria agricola su vasta scala. Comunque, come in altri paesi oggi, i banchieri passano da una sfiducia latente a una manifesta opposizione. Al tempo della colonizzazione, negli anni Sessanta, l'Africa era una rete di export alimentare. Oggi importa il 25 per cento del suo fabbisogno; quasi ogni paese rappresenta una rete di importazione alimentare. Fame e carestia sono diventate un fenomeno ricorrente, che negli ultimi tre anni ha visto scoppiare l'emergenza cibo nel Corno d'Africa, nel Sahel e nell'Africa Centrale e Meridionale.
Ad aggravare l'impatto negativo dell'adeguamento strutturale si aggiungevano le inique regole economiche dell'Europa e degli Stati Uniti. La liberalizzazione ha permesso ai paesi europei esportatori di manzo di mandare in rovina gli allevatori dell'Africa occidentale e meridionale. Con le loro sovvenzioni legittimate dal Wto i coltivatori americani misero sul mercato mondiale il cotone a un prezzo che andava dal 20 al 55 per cento del costo di produzione, generando così il fallimento degli agricoltori dei paesi sopra menzionati.
Secondo le stime dell'Oxfam, il numero di africani del sub Sahara che vivevano con meno di un dollaro al giorno era quasi raddoppiato fino a raggiungere i 313 milioni tra il 1981 e il 2001 (il 46 per cento dell'intero continente). Il ruolo che ebbe l'adeguamento strutturale nella creazione della povertà era duro da negare. Come ammise il responsabile dell'economia africana per la Banca Mondiale: «Non pensavamo che i costi umani di questi programmi sarebbero stati così elevati, e che il ritorno economico avrebbe avuto un processo così lento».
UNA STRATEGIA ALTERNATIVA
Le organizzazioni contadine del mondo sono diventate più combattive nella loro resistenza alla globalizzazione dell'industria agricola. E' per la pressione dei coltivatori che i governi del sud del mondo hanno rifiutato un più libero accesso ai loro mercati agricoli ed hanno richiesto un taglio netto alle sovvenzioni all'agricoltura da parte di Stati Uniti ed Europa, facendo sì che Doha Round del Wto mettesse fine alle negoziazioni.
Gli agricoltori hanno creato una rete internazionale; una delle più attive è quella chiamata Via Campesina (strada di campagna). Questa, non solo cerca di far fuori il Wto dal settore agricolo e si oppone ad un modello di agricoltura industriale capitalistica globalizzata; propone anche una nuova strategia di alimentazione alternativa. Che vuol dire innanzi tutto il diritto di un paese a stabilire i termini della propria produzione e consumo di prodotti alimentari, ma soprattutto a mantenere le distanze dalle regole del commercio globale stabilite da istituzioni come il Wto.
Questo significa anche consolidare la forza dei piccoli proprietari terrieri proteggendoli dai danni di un sistema di importazione a basso costo; significa prezzi più convenienti per agricoltori e pescatori; significa l'abolizione di tutte le sovvenzioni dirette e indirette all'esportazione. Significa inoltre l'eliminazione delle sovvenzioni interne che hanno provocato l'insostenibilità del settore agricolo.
La realtà di Via Campesina è anche chiamata a mettere la parola fine al regime dei Trip, che permette alle corporazioni di brevettare le semenze. Via Campesina si oppone all'agrotecnologia basata sull'ingegneria genetica e pretende una riforma agraria. In contrasto ad una monocultura globale integrata, Via Campesina offre la visione di un'economia agricola internazionale composta da varie nazioni che commerciano tra di loro dando priorità al fabbisogno interno del paese .
Considerato una volta la reliquia dell'era preindustriale, ora il mondo contadino rappresentano l'opposizione ad un'agricoltura industriale capitalistica, fatto che lo potrebbe consacrare alla storia. Questo mondo è diventato ciò che Carlo Marx descriveva come «una classe che rappresenta la coscienza politica di un popolo», anche andando contro le sue teorizzazioni che ne pronosticavano la fine. Nella crisi alimentare i contadini sono in prima linea ed hanno alleati e sostenitori. Loro non entrano di nascosto e in punta di piedi nella lotta contro la de-ruralizzazione, i cui sviluppi nel ventunesimo secolo stanno dimostrando che la panacea del capitalismo industriale agricolo è un incubo.
Nella crescente crisi ambientale dove le disfunzioni sociali della vita urbana industrializzata si vanno accumulando e l'industrializzazione dell'agricoltura crea una maggiore precarietà alimentare, le organizzazioni del movimento agricolo hanno una sempre maggiore rilevanza non solo per gli agricoltori ma per tutti coloro che sono minacciati dalle catastrofiche conseguenze che una visione capitalistico-globalizzata potrebbe avere sul settore produttivo, sulla comunità e sulla vita stessa.

(Walden Bello)


16 giugno 2008

La concentrazione del capitale

 

Aumentano le dimensioni, cresce la globalizzazione delle attività e si allarga il «gap fra la produttività (valore aggiunto pro-capite) e il costo del lavoro che rimane su livelli minimi, in particolare in Italia, ma soprattutto nell'area russo-asiatica. Queste le principali tendenze di lungo periodo emerse dall'indagine di R&S, il Centro Studi di Mediobanca, sulle multinazionali del settore manifatturiero, energetico, telecomunicazioni e utility. Per quanto riguarda l'Italia, R&S sottolinea che sono poche, in generale piccole, con una scarsa spesa per la ricerca e la tecnologia e crescono relativamente meno rispetto a quelle europee, nordamericane e giapponesi.
Quelle veramente importanti sono solo Eni, Enel e Fiat, di cui le prime due sono a controllo statale, mentre solo Fiat fa capo ad azionisti privati. Tra le multinazionali italiane è comprese Telecom che entra a far parte dell'indagine avendo superato il 10% delle esportazioni all'estero (uno dei criteri di selezione della campionatura dell'indagine). A proposito di Enel, il Centro Studi di Piazzetta Cuccia, rileva come il gruppo energetico italiano nel nel 2007 si è collocato al terzo posto fra le utility più grandi del mondo con un attivo totale di 95,6 miliardi di euro. L'Enel ha recuperato due posizioni rispetto al 2006 in seguito all'acquisizione (conclusa nell'ottobre 2007) del 45,62% del capitale di Endesa. Al top delle atility rimane la francese Edf con un attivo totale di 176,5 miliardi.
Il contributo al fatturato aggregato europeo delle grandi imprese italiane è del 7% contro il 23% di Germania e Gran Bretagna e il 17% della Francia. La produttività (il valore aggiunto pro-capite) è la più bassa in Europa, così come lo è anche il livello del costo unitario del lavoro. Si registrano altresì bassi margini in tutti i settori manifatturieri, ad eccezione del comparto energetico che macina invece profitti notevoli. Al contrario, italiane evidenziano una sempre maggiore componente di debito bancario che supera i livelli europei.
Ai vertici delle maggiori multinazionali si collocano quelle giapponesi. La Toyota primeggia nel 2007 fra le imprese industriali più grandi al mondo, con un totale dell'attivo di 209,2 miliardi di euro, seguita dalla britannica Royal Dutch Shell (179,4) e dalla russa Gazprom (177,7). Se invece si tiene conto della capitalizzazione di Borsa, a primeggiare è la compagnia petrolifera americana Exxon-Mobil (347,7 miliardi di euro) che quest'anno, però, cederà il primo posto alla cinese Petrochina (Cnpc) che capitalizza alla Borsa di Shangai 466 miliardi.
Lo studio di R&S offre anche una analisi di quanto accaduto nell'ultimo decennio che vede presenti sul globo 342 multinazionali (17 in Italia). Tra il 1997 e il 2006, le utility hanno visto un aumento del totale dell'attività del 103%, le tlc sono cresciute mediamente del 78%, mentre le imprese industriali hanno piazzato un aumento del 59%. «Globalizzazione» è la parola d'ordine delle multinazionali: hanno continuato nel periodo la delocalizzazione produttiva e diversificato i mercati di sbocco.

(Galapagos)


15 giugno 2008

Il precariato nascosto

 

Non si parla più tanto dei lavoratori precari, ma esistono ancora. La «vulgata» diffusa dal nuovo governo è che la legge 30 avrebbe risolto le ambiguità tra chi è veramente autonomo e chi non lo è (e una recente intervista del segretario Cisl Raffaele Bonanni sul Magazine del Corsera dava la medesima lettura), salvo condannare quei «rari abusi» che dovrebbe essere il giudice a sanzionare. Ma certo non si può mandare un ispettore ogni giorno in ogni impresa del Paese, e così le aziende e la pubblica amministrazione continuano a utilizzare quelle tipologie contrattuali come il cococò e cocoprò, l'associato in partecipazione e la Partita Iva, che di fatto assicurano un notevole risparmio dei costi, garantendo oltretutto il «licenziamento libero» non appena l'imprenditore ne dovesse sentire la necessità. Una descrizione aggiornata di questa particolare «specie» di precari - limitata cioè al lavoro parasubordinato e in Partita Iva - viene dall'ormai consueto rapporto del Nidil Cgil e della Sapienza di Roma, giunto alla sua terza edizione.
QUEI VENTIMILA STABILIZZATI
I numeri sono relativi agli iscritti del fondo parasubordinati dell'Inps, che nel 2007 ha registrato 1.556.978 persone che hanno fatto almeno un versamento. Ma questi non sono tutti tecnicamente «precari», dato che circa 500 mila sono amministratori di enti o condomini, o collaboratori che hanno anche rapporti dipendenti o una pensione; il Rapporto si concentra allora sui lavoratori il cui reddito proviene esclusivamente dal contratto parasubordinato: e sono in tutto 836.493. Mentre il totale dei parasubordinati si è praticamente stabilizzato (contando un aumento del 2,4% rispetto al 2006; ma tra il 1996 e il 2004 erano aumentati del +108%, con una media del 9% annuo), i veri e propri «precari» hanno subito per il primo anno una «curiosa» contrazione: -20 mila unità nel 2007, rispetto al 2006, che potrebbero essere (almeno in parte) quei 20 mila operatori dei call center stabilizzati proprio nel 2007, anche se questo la statistica non può dirlo.
La Cgil legge questa «inversione di tendenza» come risultato delle azioni del precedente governo: dalla circolare sui call center, all'aumento dei contributi pensionistici (passati dal 18% al 23,5%), fino agli incentivi per la stabilizzazione. Quanto ai redditi di questi lavoratori, però, la povertà che li contraddistingue è rimasta immutata: il loro reddito medio annuale è di 8.800 euro lordi, che divisi per 12 mensilità fanno poco più di 700 euro al mese. Soglie di reddito tipiche da «no tax area»: e si prefigura, se in futuro la loro condizione non dovesse cambiare, un assegno pensionistico sui 300 euro mensili (anche se non è il Rapporto a calcolarlo, ma gli estensori confermano che gli importi stanno sotto il sussidio sociale). Rispetto al 2006 il reddito è cresciuto di 405 euro annui, pari a un +4,8%, inferiore dunque all'inflazione. Le donne sono particolarmente penalizzate, perché i loro redditi sono in media inferiori del 30% rispetto agli uomini: il reddito annuale medio calcolato è di 6800 euro. I mesi medi di contrattualizzazione sono 7 ogni anno: circa 5 mesi, insomma, restano in media scoperti, senza occupazione.
HANNO UN UNICO DATORE DI LAVORO
Il 90% dei parasubordinati ha un solo committente: forte segnale del fatto che questi lavoratori sono in realtà dei «dipendenti mascherati». La precarietà è in molti casi «persistente»: il 70% aveva un contratto atipico anche nel 2006, e il 50% lo aveva pure nel 2005. L'anno prossimo il rapporto si propone di analizzare se il committente, negli anni, sia sempre lo stesso: il tassello confermerebbe che i cocoprò dovrebbero essere assunti non solo con contratto subordinato, ma anche, molto spesso, a tempo indeterminato. L'età media dell'intera platea è di 40 anni, ma scende a 34 se consideriamo gli atipici monocommittenti. Interessante, infine, è la concentrazione dei precari nelle differenti zone del paese e nei settori produttivi. Se il 55% del totale dei parasubordinati si trova a Nord, e solo il 28% al Centro e il 17% al Sud, le percentuali in qualche modo si invertono se passiamo a considerare i precari veri e propri in rapporto all'intera platea: sono «appena» il 29% in Trentino, ma arrivano quasi al 75% in Calabria e Lazio, e al 65% in Sicilia, Campania, e Puglia. La «maglia nera» spetta a Reggio Calabria: 82,2%, e anche Roma si difende con un bel 74%. I settori più «popolati» sono le telecomunicazioni (87%), i servizi di consulenza (76%), sanità (76%) e ricerca (75%), l'informatica (67%) e l'istruzione (67%). Le partite Iva, infine, conteggiate al 2006, erano 187.334.
Quanto alle possibili «cure», il segretario Cgil Fulvio Fammoni ha indicato ieri che si dovrebbe «continuare nel contrasto sul piano normativo, ispettivo e sul fronte dell'innalzamento dei costi»: «Le stesse agenzie interinali ci hanno indicato come peggiori concorrenti, quelli che fanno dumping applicando contratti atipici o appalti al massimo ribasso». Per Filomena Trizio (Nidil Cgil) «l'aggancio ai minimi del contratto nazionale deve diventare cogente», perché la norma di mera indicazione della passata finanziaria non è servita ad aumentare i compensi.

(Antonio Sciotto)


14 giugno 2008

Illogica logica : l'argomento deduttivo

Copi dice che un argomento deduttivo è valido quando le premesse e la conclusione stanno in una relazione tale che risulta impossibile che le premesse siano vere e la conclusione falsa.



Non si può dire più semplicemente che quando un argomento viene riconosciuto come valido (analizzandone il senso) lo si definisce "argomento deduttivo" ? O ci sono argomenti non deduttivi che sono validi ? O ancora ci sono argomenti deduttivi che non sono validi ? In quest'ultimo caso bisognerebbe definire diversamente la locuzione "argomento deduttivo". O meglio bisognerebbe veramente spiegare perchè un argomento deduttivo garantisca in modo assoluto la verità della conclusione data la verità delle premesse. Da cosa si riconosce un argomento deduttivo ? Come la sua forma implica il fatto che esso "garantisce etc etc" ?


14 giugno 2008

Ecomafie

 

Ogni due ore «qualcuno» in Campania si inoltra nelle campagne e sversa scarti industriali illegalmente, sale su per le colline, di notte come di giorno, e immette diossine, arsenico, piombo nel terreno e nell'acqua, prende rifiuti pericolosi e li impasta, all'insaputa dei cittadini, con il cemento usato per l'edilizia. Ieri, nel giorno della presentazione del dossier di Legambiente sulle ecomafie che vedono la regione «leader nel settore» per il 14esimo anno consecutivo, Giorgio Napolitano, in visita a Napoli, ha puntato il dito contro questi criminali. Quel «qualcuno» che si divide tra manodopera e committenza, tra chi sversa e chi paga per sversare e che anche per il presidente della repubblica ha due nomi: camorra e industriali del Nord.
Napolitano aveva detto che nel suo giro, culturale e privato, non avrebbe affrontato il tema, ma davanti a quel reato su sei commesso quotidianamente in Campania, nella sua regione, si è sentito colpito. E ha detto, confermando le stime dell'associazione, che «in gran parte sono arrivati dal nord» e che «ne sia consapevole l'opinione pubblica di queste regioni, perché è una cosa abbastanza trascurata dai "nordisti"».
Per Legambiente Campania, da tempo impegnata in questo campo, si tratta di un vero tzunami ambientale, un disastro che tra scempi ambientali, ciclo dei rifiuti illegale, racket di animali, cemento a go go, non sembra temere crisi di mercato. I numeri spesso non riescono a dare la percezione reale di cosa accade nella regione, ma aiutano a capire. Sono 13 i crimini commessi ogni contro l'ambiente e che nel 2007 hanno portato a 4.695 illeciti accertati (+56% rispetto al 2006); 3.289 persone denunciate o arrestate (+16%) e 1.463 sequestri effettuati. Un business nel quale la camorra da tempo si è tuffata, preferendolo spesso a quello degli stupefacenti, perché più sicuro e parimenti remunerativo. Sono infatti a livello regionale almeno 75 i clan con le mani in pasta, casalesi in testa, come confermato dall'inchiesta Eco4 e dal delitto dell'imprenditore Michele Orsi domenica. Ma il rapporto va oltre, disegnando uno scenario in cui le cosche sono in grado di organizzare un commercio di macellazione del bestiame senza controlli, di far sorgere dalla sera alla mattina anche interi quartieri, ma soprattutto di garantire agli imprenditori settentrionali pozzi e terreni dove far sparire i rifiuti nocivi, in barba alle regole e a prezzi stracciati. «In Italia - spiega Raffaele Del Giudice, il protagonista del documentario Beautiful Cauntri, neodirettore di Legambiente Campania - in 9 anni sono scomparsi 143 milioni di tonnellate di rifiuti speciali e crediamo che in gran parte siano sotterrati qui. Spesso - continua - le denunce sono il frutto dei circoli degli umili, dei contadini che riescono a sottrarsi dalle minacce. Ma se ci fosse una legislazione più chiara in materia questo disastro potrebbe essere più contenuto». Tre sono dunque le proposte lanciate dallo stesso direttore e dal presidente Michele Buonomo: Un patto con la Confindustria affinché aiuti a individuare gli imprenditori che delinquono, un appello alle istituzioni perché partano con la bonifica dei territori; una richiesta al parlamento affinché accelerino l'iter legislativo per approvare il reato di delitto ambientale, fermo da oltre 5 anni.
Ma è anche la «cemento connection» a mettere la regione in ginocchio e farle conquistare il primato nel mercato abusivo. Gli ecocriminali lavorano anche nell'edilizia senza regole e senza sosta, distruggendo i campi agricoli, bruciando e devastando i terreni boschivi, corrodendo le coste. Sono 6mila le costruzioni sorte in un anno senza alcun tipo di permesso, Costiera amalfitana e penisola sorrentina in testa. A nulla è valsa dunque la tragedia a Conca dei Marini lo scorso agosto, quando crollò un terrazzo abusivo provocando la morte di un barbiere di Soccavo, l'imperativo resta costruire e guadagnare. Piscine ricavate dalle rocce, nessuna differenza tra mattoni, scogli e cemento, alberghi ampliati, ville e villette, ecomostri. «Qui - dicono dall'associazione - il colore preferito è il verde dei teloni che nascondono i lavori in corso». Ma anche la provincia di Napoli è «competitiva» nel settore, non si contano le «case fantasma» che non compaiono in nessun catasto e di cui nessuno si accorge.

C'è un'azienda in Italia che purtroppo non conosce crisi, ed è quella legata ai reati ambientali. Un business capace di garantire ai clan che la gestiscono un fatturato da capogiro, che nel 2007 si è attestato sui 18,385 miliardi di euro, raccolti operando nei due principali settori di intervento criminale, come il mercato illegale (gestione dei rifiuti speciali, abusivismo edilizio e traffico di animali) e i cosiddetti investimenti a rischio (appalti e gestione dei rifiuti urbani). E nonostante l'attività di forze dell'ordine e magistratura abbia portato a una flessione dei guadagni rispetto all'anno precedente (-4,4 miliardi di euro) insieme a un parallelo aumento delle inchieste e degli arresti, nelle quattro regioni a maggiore concentrazione criminale il traffico dei rifiuti resta tra le attività principali e più lucrose. Basti pensare che, come denuncia Legambiente nel suo rapporto Ecomafie 2008 presentato ieri, «ogni anno sparisce nel nulla una montagna di rifiuti speciali alta poco meno di 2.000 metri». «Le ecomafie gestiscono nel nostro paese un vero e proprio sistema eco-criminale, estremamente flessibile e diversificato - spiega il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza - - al quale dobbiamo contrapporne uno legale ed eco-sostemibile». Perché si possa parlare di una vera difesa dell'ambiente, però, anche quest'anno, come accade ormai da parecchi anni, l'associazione torna a chiedere l'introduzione nel nostro codice penale dei delitti contro l'ambiente «per punire in maniera congrua chi avvelena l'aria che respiriamo, inquina l'acqua , saccheggia il territorio, minaccia la nostra salute, penalizza le imprese pulite».
Per avere un'idea di quanto imponenti siano gli affari illeciti collegati all'ambiente, basti pensare che ogni ora vengono commessi più di tre creati di questo tipo, ben 83 al giorno. Gli illeciti contestati complessivamente nel 2007 sono stati il più di 30 mila, con un incremento rispetto all'anno precedente del 27,3% . Un'attività,q quella della magistrata, che ha portato anche a un incremento delle persone denunciate, (22.069), con un incremento del 9,7%) e i sequestri effettuati (9.074, +19%). A far la parte del leone, ovviamente è il traffico dei rifiuti. nel 2007 i reati accertati di questo tipo sono stati oltre 4.800, A sorpresa, subito dopo la campania, la regione nella quale si concentrati il maggior numero di rati è il Veneto, seguita dalla puglia, con il foggiano che si conferma come una terra dove si scaricano illegalmente nei terreni agricoli i rifiuti prodotti dal centronord, scorie che spesso vengono fatte passare per compost.
per quanto rigiatda le altre attività criminali, cresce il numero di infrazioni riscontrate nel ciclo illegale del cemento (7.978, il 13% in più rispetto al 2006), con 28 mila casi abusive costruite rispetto alle 30 mila del 2006 e alle 32 mila del 2005.
Pesante anche il bilancio degli incendi boschivi (oltre 10 mila, con 225 mila ettari di boschi e foreste distrutti) e il racket degli animali, settore che, stando alle cifre fornite dalla Lav, la Lega antivivisezione, nel 2007 ha fruttato circa 3 miliardi di euro tra corse clandestine di cavalli, combattimenti tra cani, traffici di fauna esotica protetta e macellazione clandestina.

(Francesca Pilla)


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