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Dall'assenza del segno al segno dell'assenza

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13 giugno 2008

Cesare Pavese : Disciplina (1)

 I lavori cominciano all'alba.
Ma noi cominciamo un po' prima dell'alba
a incontrare noi stessi
nella gente che va per la strada.




Ciascuno ricorda di esser solo
e aver sonno
scoprendo i passanti radi.
Ognuno trasogna tra sé
tanto sa che nell'alba
aprirà gli occhi.


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13 giugno 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : il capitale cognitivo

 

A considerazioni non dissimili si perviene se si propone un approccio critico all'economia dell'informazione. Non è il caso, qui, di segnalare, se non telegraficamente, le contraddizioni del capitalismo 'cognitivo'. In primis, la produttività, lungi dall'accelerare, rallenta, come testimoniano i più bassi tassi di crescita della produttività del capitalismo postfordista rispetto a quello fordista. In secondo luogo, le innovazioni di processo spesso non si accompagnano a innovazioni di prodotto, e la domanda ristagna. In terzo luogo, dove l'accelerazione dell'innovazione di processo si traduce in riduzione di occupati, ciò finisce con l'approfondire le tendenze recessive, e quindi con l'ulteriormente deprimere la dinamica della produttività. In quarto luogo, la rincorsa a nuovi macchinari, nuovi prodotti, nuove competenze finisce con il dar luogo ad una obsolescenza troppo rapida che non innesca processi virtuosi ma una sorta di implosione, rinchiudendo l'eventuale espansione all'interno del settore e di fasce ristrette di consumatori. In quinto luogo, la maggiore qualità del lavoro è spesso 'idiosincratica', e obbliga il lavoratore ad una formazione continua il cui scopo è semplicemente quello di evitare, o più probabilmente attenuare, il peggioramento della propria condizione. E si potrebbe continuare. Ciò che più conta è che, di nuovo, la maggiore 'ricchezza' informativa del lavoro nelle aree avanzate dello sviluppo e l'incessante progresso delle tecnologie e delle competenze non si presentano come il volano di un nuovo ciclo espansivo, ma come lo strumento difensivo - per il capitale singolo da un altro capitale, per il lavoratore dal mercato del lavoro - al fine di mantenere quote di mercato e posizioni relative. Anche se, sia chiaro, questa difesa è, dal punto di vista del capitale totale, base per un attacco a tutto campo alle condizioni del lavoro, perché in tal modo è possibile una ininterrotta ridefinizione del contenuto materiale dei processi produttivi, per estendere e intensificare, a un tempo, l'estrazione di lavoro vivo.


 

 

Bellofiore individua nell’economia contemporanea quelli che sono gli effetti della contraddizione tra crescita delle forze di produzione e rapporti produttivi asfittici : ristagno della domanda dopo innovazioni di processo a cui non si accompagnano innovazioni di prodotto e obsolescenza continua che causa una sorta di implosione di nuovi macchinari, nuovi prodotti e nuove competenze.

Tuttavia la novità del capitalismo cognitivo potrebbe essere proprio la non immediata applicazione produttiva di tante competenze acquisite, per cui queste stesse competenze vagano alla ricerca di nuovi obiettivi (politici?) a cui collegarsi. L’inutilità dei lavoratori comunque formati diventa uno spazio di riflessione esistenziale e politica ad un tempo, riflessione da cui può sorgere qualcosa.

 


13 giugno 2008

Marx : considerazioni di un giovane nella scelta del proprio avvenire

La natura medesima assegna all'animale la sfera d'azione entro cui operare, senza tendere più lontano, senza neppure presagirne un altra.
Anche all'uomo la divinità diede una meta più generale, quella cioè di nobilitare l'umanità e se stesso, ma rimise a lui la scelta dei modi con i quali raggiungerla...
Questa scelta è un grande privilegio di fronte agli altri esseri del creato, ma è insieme un impresa che può distruggere l'intera sua vita, rendere vani tutti i suoi piani e far di lui un infelice.
E' dunque primo dovere di un giovane agli esordi considerare con serietà questa scelta.
Ciascuno ha dinanzi a sè una meta che a lui appare grande, e che in verità è tale, se così la designa la convinzione più profonda, la più intima voce del cuore.
Se ci accade di non essere chiamati a quella attività nella quale saremmo davvero in grado di eccellere, nella lunga serie degli anni nella quale forse l'eserciteremo, essa sarà incapace di impedire la nostra stanchezza, lascerà sommergere il nostro zelo e raffreddare il nostro entusiasmo, vedremo ben presto inappagati i nostri desideri, non  realizzate le nostre idee e mormoreremo contro la divinità e bestemmieremo gli uomini.



Qui Marx, nel romanticismo tipico di un giovane studente, già però evidenzia come il Beruf su cui Weber costruirà parte delle sue analisi, non è qualcosa che possa realizzarsi nel contesto di produzione capitalistico, in un contesto in cui la domanda di lavoro è determinata non dai bisogni concreti, ma da ciò che il capitale ritiene sia vendibile sul mercato, cosa che solo in maniera indiretta, obliqua e simbolica ha a che fare con i primi.
La vita di Marx sarà un tentativo di rispondere seriamente a questo dilemma : la sua vita di organizzatore e di teorico, di politico als Beruf, di spostato (che vive grazie ai debiti ed alle elargizioni di Engels) che disegna nuove dimensioni di attività umana, ma lo fa nella ricerca di un modello di società che consenta effettivamente di effettuare quella scelta di cui parla in questo suo componimento giovanile.


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13 giugno 2008

Neo-imperialismo di Usa e Ue: il «biofuel» e la crisi alimentare

All'indomani dell'annuncio del governo Usa di aumentare il consumo di etanolo Fidel Castro disse immediatemente - azzeccandoci in pieno - che ciò avrebbe comportato inflazione alimentare ed un ulteriore impoverimento delle masse più misere del terzo mondo. L'inflazione è tale che anche i coltivatori di papaveri per l'oppio afghani stanno seminando cereali.
Questo stato di cose fa risaltare le pessime politiche agricole perseguite sia dagli Usa che dalla Ue, la principale responsabile della marginalizzazione economica dell'agricoltura africana. La Ue si comporta in maniera neo-mperialisica verso l'Africa ricattandola affinchè apra le proprie economie all'importazione di prodotti sia industriali che agricoli. Nel primo caso essa è ormai perdente nei confronti della Cina, nel secondo caso, concernente l'agricoltura, è riuscita, nell' arco degli ultimi tre decenni, a scardinare le coltivazioni di sussistenza africane.
E' stata la confluenza di interessi dell'agro-business europeo con i progetti di industrializzazione, anche in campo agricolo, dei governi africani ad aprire le porte alle esportazione del surplus europeo, schiacciando in tal modo la produzione di sussistenza locale. Per rimetterla in piedi ci vorranno molti anni per cui il continente è completamente esposto all'inflazione dei prezzi agricoli proveniente dall'Europa. Senza aver fatto il salto verso livelli in cui la spesa per alimentazione non supera il 20% del reddito delle famiglie , i paesi poveri soffrono dell'indebolimento dell'agricolutra di sussistenza.
Passiamo al Messico e quindi agli Stati uniti. La politica dell'etanolo inaugurata da Bush ha fatto lievitare i prezzi dei cereali e dunque dei beni alimentari di base in Messico causando anche sommosse. Con la crisi debitoria degli anni '80 il Messico, seguendo le condizioni poste da Fmi e Banca mondiale, ha drasticamente tagliato sussidi e sostegni all'agricoltura nazionale, colpendo soprattutto quella di sussistenza ed aprendosi alle importazioni dagli Usa. Ciò ha prodotto una valanga di importazioni di mais statunitense a basso costo, sussidiato dal governo di Washington, a basso costo che ha creato una profonda deflazione e crisi nella produzione di mais messicano. Lo spostamento del mais Usa verso l'etanolo ha avuto un contraccolpo immediato sul ben più povero vicino. Si tenga presenta che la trasformazione del mais Usa in combustible è un processo molto inefficace sia dal punto di vista dell'uso dell'acqua che in termini di quantità di petrolio. Il procedimento meno costoso è quello connesso alla trasformazione dello zucchero effettuata in Brasile su cui Wasington impone dazi del 25-30%.
L'agricoltura è uno dei rami in cui si perpetua la relazione Nord-Sud che prima si incentrava sull'industria ma che la trasformazione cinese ha ormai indebolito. I beni di base agricoli sono diventati anche strumenti finanziari su cui si costruiscono aspattative speculative. La grande ondata inflazionistica attuale è nata in gran parte dal dimezzamento del raccolto cerealicolo australiano l'anno scorso, destinato prevalentemente all'esportazione. Ciò ha fatto scattare la speculazione sui mercati futuri, sui prezzi del foraggio e via dicendo. I paesi ove vive la maggiornaza della popolazione mondiale che spende l'essenziale del reddito sui prodotti alimentari sono i più colpiti dallo svuotamento del settore di sussistenza.

(Joseph Halevi) 


12 giugno 2008

Vittima di Magoo

Mr Magoo (mio padre, ad Ottobre 99 anni) sta davvero maluccio e ormai sto con lui più che posso.
Comunque nei rari momenti in cui non è aggredito da dolori e malesseri è sempre una sagoma di altissimo livello. Quando lui ordina ed io eseguo la comica è garantita : lui sembra Totò quando carica Peppino di bagagli in "Totò, Peppino e la malafemmina", io dall'alto del mio quintale somiglio a Fabrizi, che ansima, si fa paonazzo e si confonde.



La mattina :  "Il latte quando me lo porti...!!!", "Stai da un ora sveglio e che cosa hai fatto...", "Me la devi misurare la pressione o no ?", "Quando te ne vai o vai in ritardo al lavoro pure stavolta ?".
Un tiranno. Io come esecutore sono la schifezza di tutti gli esecutori e lo avverto "Non mi portare fretta che faccio qualche stronzata...", "Papà, nu' fess' a vot'..."
Infatti l'altra mattina ho dimenticato di portarmi il cellulare e di telefonare il medico curante per un appuntamento.
Quando telefono a metà mattinata per sapere come sta, lui subito mi ammonisce "Mi raccomando, quando torni, torna a  casa tua. Non tornare a casa di qualcun altro..."
 


12 giugno 2008

Illogica logica : cosa comporta un argomento ?

Irving Copi dice che, mentre ogni argomento comporta l'asserzione che le sue premesse provano la verità della conclusione, un argomento deduttivo comporta l'asserzione che le sue premesse garantiscono in modo assoluto la conclusione.



Che vuol dire "in modo assoluto" ? Qual è la differenza tra "provare" e "garantire" ?
Sarebbe meglio dire : l'uso di alcuni connettivi definisce una proposizione molecolare come "argomento" (e cioè una proposizioni molecolare in cui alcune proposizioni chiamate "premesse" implicano la verità di una delle proposizioni chiamata "conclusione"). L'analisi del senso delle varie proposizioni costituenti l'argomento ci può suggerire se quest'ultimo sia valido o meno.


12 giugno 2008

Le tesi di Wolfgang Sachs

 

Allievo di Ivan Illich, nel corso della sua attività Wolfgang Sachs si è esercitato costantemente con gli strumenti della scienza e della sociologia, ma prima ancora con quelli della teologia. Non l'ha fatto però «con l'intenzione di edificare un ulteriore piano nell'edificio teorico delle varie discipline accademiche», ma per mettere quegli strumenti «al servizio del cambiamento sociale ed ecologico». Convinto che sostenibilità significhi, «prima ancora che la salvezza delle balene», «la ricerca di una civilizzazione che sia in grado di estendere l'ospitabilità del pianeta» e promuovere la cittadinanza globale, e che a sua volta il cosmopolitismo sia «immaginabile soltanto sulla base di una trasformazione ecologica degli attuali modelli di produzione e consumo», Wolfgang Sachs ricerca da tempo la giusta via per combinare giustizia sociale ed ecologica.
E suggerisce che una società compatibile con l'ambiente e con le richieste di redistribuzione e riconoscimento avanzate da chi ha meno privilegi possa passare solo attraverso un doppio binario: «sia attraverso una razionalizzazione intelligente dei mezzi sia moderando la portata dei suo scopi». Per farlo - questa la convinzione più profonda di Sachs - occorre però trasformare i valori culturali (e gli schemi istituzionali) che contribuiscono a formare l'universo simbolico di una società. Se ieri questa trasformazione era una opzione, oggi è una necessità: l'alternativa, «per dirla in modo rozzo, è tra giustizia e autodistruzione».
Abbiamo incontrato Wofgang Sachs a Firenze, dove è stato tra i protagonisti di Terra Futura, la mostra-convegno dedicata alle «buone pratiche di sostenibilità ambientale, economica e sociale».
In molti dei suoi libri - per esempio in «Ambiente e giustizia sociale», così come nell'introduzione al «Dizionario dello sviluppo» - lei fa riferimento in modo esplicito «al magnetismo spirituale» di Ivan Illich e al debito intellettuale maturato nei suoi confronti: in che modo Illich ha influenzato il suo lavoro?
Tra il 1972 e l'anno seguente mi sono ritrovato in Messico, a Cuernava, all'epoca del Centro di documentazione interculturale, e grazie alla mediazione di Illich ho avuto modo di conoscere non solo alcune specificità di quell'area geografica all'epoca definita Terzo mondo ma anche molte delle persone che gravitavano intorno a lui. I miei studi di teologia mi portavano a un certo scetticismo nei confronti della razionalità occidentale e della modernità in generale e questo scetticismo ha trovato poi una declinazione particolare nell'incontro con Illich, che aveva individuato strumenti molto efficaci per riconoscere e interpretare la gigantesca collisione, per dirla schematicamente, tra le culture non moderne e la modernità; o - in altre parole - per comprendere la grande transizione dalle società agricole alle società industriali e moderne. Proprio dalla lettura di Illich a questa transizione ho ricavato elementi essenziali per il mio lavoro.
A proposito di collisioni, nell'introduzione ad «Ambiente e giustizia sociale» lei scrive: «Più o meno tutte le mie ricerche ruotano introno a un ricorrente sospetto: che il modello di sviluppo occidentale sia fondamentalmente in disaccordo tanto con la richiesta di giustizia per i popoli del mondo quanto con l'aspirazione di riconciliare l'umanità con la natura». Ci dice qualcosa di più di questo sospetto?
È ormai sotto gli occhi di tutti il fatto che questo modello di sviluppo contraddice e compromette la salvaguardia ambientale, tanto che il sospetto viene condiviso perfino da gran parte dell'élite economica e politica, almeno in Europa. Tre elementi in particolare vanno esaminati: nessuno nega più che ci troviamo a vivere nel caos dal punto di vista climatico, e molti sono consapevoli del fatto che questa situazione genererà conflitti, crisi e catastrofi mai viste prima. Allo stesso modo, tutto sommato nessuno nega in via di principio che l'età del petrolio sia giunta alla fine. Certo, si discute se la crisi arriverà tra cinque o venticinque anni, ma la questione non è importante, perché se una «stoffa» così imprescindibile alla civiltà industriale come il petrolio sta per terminare comunque la scossa per questa civiltà sarà rilevantissima, tale da cambiarne profondamente i connotati. Il terzo aspetto è forse il più importante: fino a quando l'occidente è stato l'unico «colpevole ecologico» la consistenza del disastro ambientale poteva essere tenuta nascosta, ma con la crescita di India e Cina l'occidente è attraversato da un forte nervosismo. È una forma di vendetta del colonialismo, perché il colonizzato ha imitato il colonizzatore e ora l'imitazione minaccia la stessa integrità e sopravvivenza del colonizzatore. Se Cina e India non possono essere fermate, anche noi siamo costretti a modificare il nostro sistema. Oggi questi tre fattori hanno diffuso il sospetto, molto più acuto di quanto non fosse dieci anni fa, che questo modello di sviluppo non sia sostenibile a lungo termine.
Nonostante la fiducia nel «progresso» risalga - come lei stesso riconosce - ad almeno duecento anni prima, lei è solito fissare l'inizio dell'epoca dello sviluppo al 20 gennaio 1949, in occasione del discorso inaugurale al Congresso del presidente americano Truman. Quale è la novità racchiusa nel discorso di Truman?
Anche in questo caso ci sono tre elementi da considerare. Truman sostenne che tutte le nazioni del mondo corressero sulla stessa strada, il che vuol dire che sarebbero state inglobate all'interno della medesima concezione del tempo: un tempo unico, che come il progresso conosce solo il movimento in avanti o che si arresta; un tempo lineare, in cui il futuro è migliore del presente e il presente migliore del passato. L'idea di sviluppo deriva inoltre dal mondo biologico, e se per valutare lo stato di sviluppo di un fiore dobbiamo necessariamente conoscerne lo stato compiuto, maturo, allo stesso modo in termini socioeconomici non si può parlare di sottosviluppo senza implicare l'idea di una società completamente sviluppata, che in questo caso è quella occidentale. In questo senso non c'è sviluppo senza la contestuale attribuzione di una egemonia culturale alle società occidentali. Il terzo fattore invece rimanda forse con più evidenza ai temi ambientali: lo sviluppo, per dirla in termini schematici, introietta una concezione materialista della società, ovvero l'idea che la qualità di una società si possa giudicare dal livello della produzione economica. Prima di Truman questa idea non esisteva, perché anche il colonialismo ha sempre tenuto distinta la capacità produttiva di un paese e le sue risorse economiche dal livello morale della cultura e degli individui. Nello sviluppo inteso come modello di realtà, invece, queste due prospettive convergono, tanto che si stabilisce un'equivalenza tra il livello economico e il grado di civiltà.
Oltre all'equivalenza tra il livello economico e il grado di civiltà, spesso, anche a sinistra, il paradigma «sviluppista» ha stabilito una equivalenza tra la crescita economica e la giustizia sociale, sulla base dell'idea che progresso e crescita potessero di per sé risolvere le diseguaglianze sociali. Lei invece ha spesso sottolineato la necessità di pensare insieme giustizia e limiti, più che giustizia e crescita...
La concezione sviluppista rimanda a un'idea di crescita senza limiti, che si fonda sulla speranza per cui la crescita potrebbe essere infinita e non si dovrebbe badare più di tanto alla giustizia perché grazie alla crescita anche i poveri otterranno la loro parte. Vale qui la famosa metafora delle barche, per cui si crede che l'alta marea possa alzare tutte le barche insieme e allo stesso livello: è questa l'idea socialdemocratica della giustizia, oggi smentita drasticamente dalla storia. Perciò dobbiamo pensare giustizia e limiti insieme. Lo sviluppo, così come lo abbiamo inteso negli ultimi decenni, non può più essere la ricetta per garantire dignità ed equità a popoli e nazioni, ed è proprio questo il dramma odierno: il desiderio di dignità e i limiti della natura confliggono, e da questo scontro deriva la drammaticità della situazione in cui viviamo.
In «Per un futuro equo», l'ultimo rapporto del Wuppertal Institut tradotto in italiano, si sostiene che per promuovere giustizia e libertà occorre concentrarsi non solo sui diritti dei deboli, ma anche, e soprattutto, sui doveri dei forti. Ma come è possibile diffondere un'etica kantiana, che postuli non tanto diritti universali quanto doveri universali, in un mondo in cui chi gode di più privilegi continua a sostenere che il proprio tenore di vita non è negoziabile?
Già oggi la formula dello «stile di vita non negoziabile», usata da Bush padre nel 1992 durante la conferenza Onu di Rio de Janeiro, non tiene più. Nel corso della storia la giustizia non è mai opera del solo idealismo, ma della combinazione di idealismo e forza delle cose. Oggi la forza delle cose suggerisce la necessità di dimezzare le emissioni globali e per farlo bisogna convincere anche gli «altri», quegli altri che, come Cina e India, ogni anno acquisiscono un maggiore potere di negoziazione. Credo di non esagerare nel sostenere che ormai la politica ufficiale europea dia per scontato il fatto che lo stile di vita sia negoziabile: l'affermazione di Bush appartiene all'era fossile.

L'Europa, secondo gli auspici del Wuppertal Institut, dovrebbe abbandonare la lealtà transatlantica e «presentarsi come portatrice del progetto di una società cosmopolitica, i cui pilastri si chiamano cooperazione, diritto ed ecocompatibilità». Sembra però che la strada da compiere sia ancora molto lunga...
È una scommessa. Ci sono spinte che vanno in questa direzione ma anche in senso contrario. Nel caso dell'Europa mi sembra siano da evidenziare due linee di conflitto: la prima spaccatura, piuttosto evidente, è tra i paesi ex comunisti, che tendono ad apprezzare di più la libertà di mercato e a ridimensionare il ruolo dello Stato, e i paesi per così dire fondatori. L'altra spaccatura, troppo poco tematizza, è quella tra la politica ambientale e quella commerciale. L'interessante politica ambientale europea viene usata anche come uno strumento attraverso il quale dotare l'Europa di un profilo mondiale più riconoscibile, e rimanda alla necessità di individuare limiti e cambiare modelli di produzione e consumo; la politica commerciale invece è in contrasto rispetto a quella ambientale e riflette in gran parte le indicazioni del Wto: è un modello di libero mercato che non tiene in gran conto bisogni e diritti, interessato al predominio economico dell'industria europea e ossessionato dalla concorrenza con gli Stati Uniti e la Cina.

Torniamo alla «polarità principale» individuata in «Per un Futuro equo»: «da un lato il desiderio di uguaglianza e dignità delle persone e delle società è rivolto ai modelli di benessere dei paesi ricchi», dall'altro «la finitezza della biosfera impedisce di trasformare lo standard di vita del Settentrione in un modello di giustizia». Una delle possibili vie d'uscita suggerite è racchiusa nel modello concettuale di «convergenza e contrazione». Ce lo spiega?
Partiamo dalla contrazione, che su un grafico apparirebbe come una curva discendente. Nel giro dei prossimi cinquant'anni i paesi «grassi», quelli che consumano molte risorse devono ridurre il consumo. Dall'altro lato molti paesi hanno la necessità e il diritto di ottenere di più anche in termini di uso delle risorse, aumentandone il consumo, entro un limite generale valido anche per loro; la loro curva nei prossimi cinquant'anni sarebbe in leggero rialzo, con un'ascesa che convergerebbe poi con il livello minimo dei paesi grassi. Tuttavia, se il discorso su convergenza e contrazione è ancora corretto nel suo complesso, quando lo abbiamo articolato, un paio di anni fa, non ci eravamo resi conto di un aspetto essenziale: per quanto riguarda le emissioni di CO2, anche se il nord drasticamente e abbastanza velocemente finisse di usare l'atmosfera come una discarica non rimarrebbe molto spazio per i paesi recentemente industrializzati. Se dovessimo rifare oggi quello schema, dovremmo essere molto più cauti.

(Giuliano Battiston)


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12 giugno 2008

Intervista al viceministro cubano Regueye

 

Solidarietà, condivisione, multidisciplinarietà. Sono questi i concetti ai cui ricorre più spesso Orlando Regueiye Gual, viceministro cubano per la cooperazione, l'investimento estero e la cooperazione economica internazionale, presente al vertice Fao come responsabile degli organismi economici internazionali nella delegazione cubana al vertice Fao.
Lei rappresenta Cuba nelle relazioni con gli organismi economici internazionali come la Fao, il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo e Pma, il Programma mondiale per l'alimentazione. Quale efficacia hanno queste istanze nella crisi del cibo?
Vi sono paesi come Haiti in cui molte persone che non hanno neanche un pasto al giorno assicurato sono obbligate a mangiare la terra per procurarsi i sali minerali che contiene. Il fallimento mondiale delle politiche neoliberiste ha prodotto una deformazione strutturale dell'economia che richiede riforme radicali, basate sullo sviluppo sostenibile. Mandare alimenti è l'equivalente di apporre cerottini su una ferita infetta che richiede una soluzione chirurgica radicale. Il Pma, il programma mondiale alimentare è invece diventato l'ambulanza del sistema delle Nazioni unite. C'è un terremoto, un cataclisma o una carestia? Arriva il Pma, e le telecamere inquadrano la gente che si batte per accaparrarsi i sacchi di riso. E domani? E ieri, cosa si è fatto per prevenire? Le catastrofi non sono esclusivamente colpa della natura. Da anni sento dire che le nazioni sviluppate devono destinare a quelle sottosviluppate lo 0.7 per cento del Prodotto interno lordo. Ma questo aiuto, quando c'è, riguarda un fondo di aiuto allo sviluppo legato al debito estero e alle condizioni di acquiescenza imposte ai governi locali, ed è spesso un modo indiretto per far ritornare i guadagni al paese donatore: si manda uno stuolo di esperti che deve essere assicurato da compagnie facenti capo alla madrepatria, protetti da eserciti privati di medesima provenienza, e via discorrendo. Quando sento un paese europeo dire che destina 15 milioni di euro allo sviluppo, rispondo chiedendogli di calcolare, se vuole, il costo di 50.000 cubani che lavorano all'estero gratuitamente in 70 paesi, oppure quello dei 30.000 studenti, provenienti da 121 paesi, che studiano a Cuba a spese dello stato. Noi pensiamo che l'essere umano sia fondamentale, è questo il nostro aiuto. Non sono, però, fra quelli che considerano incontri come questo della Fao privi di utilità. Se non a prendere decisioni (quanti paesi importanti hanno mandato rappresentanti di peso?) servono a far conoscere il problema.
Nella recente riunione di Caracas i paesi dell'America latina hanno raggiunto una posizione comune?
Ci sono stati vari incontri per discutere della crisi alimentare, prima la conferenza di Brasilia, poi l'iniziativa di un gruppo di paesi, che hanno convocato una riunione a Managua per impulso del presidente del Nicaragua Daniel Ortega, un vertice dei paesi dell'Alba, alternativa bolivariana delle Americhe, e poi la cumbre di Caracas, del Sistema economico latino-americano, il 30. Un'iniziativa lodevole, ma tardiva, perché quasi tutte le delegazioni erano già partite per Roma. Indipendentemente dall'occasione specifica, esiste comunque il riconoscimento dell'urgenza comune. Nella riunione di Managua solo alcuni paesi, come il Salvador o il Costa Rica hanno presentato riserve ad alcuni paragrafi di un testo comune che evidenziavano il legame tra le politiche neoliberiste e la natura della crisi alimentare.
Una delle questioni in gioco riguarda l'uso degli agro-combustibili e degli ogm. Qual è la posizione di Cuba?
Ci sono due versanti del problema: uno è quello degli alimenti, come il mais, usati per riempire i serbatoi e non la pancia delle persone. Come in Messico, dove si deve importare grano sussidiario dagli Stati uniti perché quello che si produce serve agli agro-combustibili. Poi c'è il bio-combustibile che si ricava dalla canna da zucchero, nel cui processo di produzione ci sono molti derivati come gli alcol che possono servire per il rum o per uso medico o utilizzati per i carburanti. Oggi il prezzo dello zucchero, a differenza degli altri alimenti, è rimasto invariato, dunque c'è il rischio che grandi quantità di terreno vengano indirizzati alla produzione di canna da zucchero non tanto per lo zucchero ma per l'etanolo e che possano danneggiare terreni prima dedicati alla produzione di altri tipi di alimenti. Bisogna invece avere una politica razionale, senza inutili guerre di religioni.
Che succede invece oggi nell'industira degli agro-combustibili? Che simultaneamente si stanno sviluppando nuove tecnologie per produrre bio-carburanti a partire da rifiuti vegetali di cellulosa di molte piante. Attenzione, perché chi sta lavorando su questo tema sono grandi multinazionali che possono pagare grandi quantità di denaro per la ricerca e averne l'esclusiva sul mercato. E così, dopo aver distrutto la produzione di mais, produrranno cellulose con le loro tecnologie ad uso esclusivo. Per questo bisogna imporre il diritto alla condivisione dei brevetti e delle licenze, cercare una soluzione integrale.
Altro tema è quello degli ogm, del transgenico. Cuba non ha adottato gli ogm, ma sta facendo ricerca per conto suo.

(Geraldina Colotti)


12 giugno 2008

Affamati contro affaristi

 Si apre questa mattina a Roma il vertice «di alto livello» della Fao, l'agenzia dell'Onu per l'alimentazione e l'agricoltura, che per tre giorni porterà nella capitale italiana un centinaio di delegazioni in rappresentanza di altrettanti paesi. Tutte impegnate a dibattere un tema che è diventato centrale per moltissimi paesi, e non solo quelli più poveri: la sicurezza alimentare e l'impatto che i cambiamenti climatici e il diffondersi degli agrocarburanti hanno su di essa.
Con i prezzi dei prodotti alimentari in vorticosa ascesa, il tema è di un'attualità stringente. E se il presente è già fatto di proteste e scioperi in molti paesi del mondo, in alcuni casi sfociati negli ultimi mesi in vere e proprie sommosse, le previsioni per il futuro sono tutt'altro che rosee. Secondo un rapporto congiunto della Fao e dell'Ocse, pubblicato il 29 maggio, la media dei prezzi dei beni agricoli nei prossimi dieci anni rimarrà ben al di sopra di quella registrata nell'ultimo decennio. A farne per primi le spese saranno i paesi poveri, in particolare quelle persone che, nelle città come nelle campagne, non producono cibo in proprio. Tra aumenti dei prezzi del petrolio, calo delle scorte, speculazioni finanziarie sui fondi di investimento legati ai prodotti agricoli, cambiamenti climatici e accresciuto utilizzo di terreni per la produzione di agrocarburanti, gli aumenti dei prezzi dei prodotti agricoli continueranno. Particolarmente a rischio, secondo un altro rapporto preparato dalla Fao in occasione del vertice, sono quindi quei paesi che sono allo stesso tempo importatori netti sia di cibo che di prodotti energetici e che già presentano alti livelli di malnutrizione. Tra essi spiccano l'Eritrea, il Niger, le Comore, Haiti e la Liberia. E la lista potrebbe continuare.
Ma in che modo, in che percentuale e fino a che punto ognuno di questi elementi influisca sull'aumento dei prezzi - e quindi quale sia la strada da seguire per uscire dalla crisi - è difficile da stabilire. Fare ordine e sbrigliare una matassa intricata fatta di cause ed effetti non sempre chiari e dimostrati non sarà cosa facile. Basta un'occhiata all'agenda dei lavori del vertice per capire che rispondere alle molte domande che la situazione attuale pone richiederà forse molto più tempo dei tre giorni previsti. Dopo i saluti di rito, che saranno aperti dall'intervento del presidente Napolitano e seguiti dai discorsi di presidenti e premier, oggi pomeriggio sarà la volta dei forum del settore privato e di quello della società civile e delle organizzazioni non governative. Domani, accanto agli interventi dei capi-delegazione, toccherà invece alle tavole rotonde sull'incremento dei prezzi dei beni alimentari, sui cambiamenti climatici e sulla sicurezza ambientale. A cui seguiranno quelle su malattie transfrontaliere, sulla bioenergia e sulla sicurezza energetica, oltre a forum ad hoc per le realtà insulari e per l'Africa.
In molti casi i rappresentanti degli stati o quelli delle agenzie internazionali che interverranno hanno già la loro ricetta da proporre al summit. A iniziare dal padrone di casa, il senegalese Jacques Diouf, direttore generale della Fao. Che ieri, in un'intervista al Financial Times, ha detto che per uscire dalla crisi provocata dai prezzi dei prodotti alimentari bisogna ripartire dall'agricoltura, da orientare innanzitutto alla produzione di cibo. Per farlo, i paesi ricchi dovranno decuplicare gli incentivi diretti in particolare verso il sud del mondo, investendo 19,3 miliardi di euro all'anno per far aumentare i livelli di produzione.
Secondo il presidente brasiliano Lula, invece, è fondamentale eliminare i sussidi ai prodotti agricoli dei paesi industrializzati, ma anche affrontare l'impatto «del petrolio usato nei trasporti». E non è un caso che una tale sollecitazione venga da un paese, il Brasile, che ha da anni scommesso sugli agrocarburanti. Che rimangono un tema controverso: con nullo o scarso impatto sulla determinazione dei prezzi agricoli secondo Fao, Usa e altri attori, condannati come «crimini contro l'umanità» da Jean Ziegler, fino a pochi giorni fa special rapporteur dell'Onu sull'alimentazione.

(Irene Panozzo)


12 giugno 2008

Stop ai futures alimentari per ecceso di rialzo

 

Come Jaen Ziegler, un'autorità morale e scientifica nello smascherare le sgiagurate politiche che affamano un terzo dell'umanità, anche la Fondazione diritti genetici individua nella speculazione finanziaria la causa principale dell'impennata dei prezzi dei generi alimentari. Dopo lo scoppio della bolla immobiliare, i capitali in fuga dal mattone taroccato hanno fatto rotta sulla Borsa di Chicago, il magacasinò globale dove si fanno le puntate sui futures delle materie prime alimentari. «Giocando con i fiammeri nei loro uffici di Wall Street, i traders hanno provocato un incendio che ha coinvolto l'intero pianeta». Per spegnerlo occorre mettere al bando, o almeno sospendere «per eccesso di rialzo», i futures alimentari. E' quanto chiede alle istituzioni italiane l'appello «Salviamo il cibo, salviamo la vita» della Fondazione diritti genetici, sottoscritto tra gli altri da Marcello Cini, Barry Commoner, Stefano Rodotà, Giorgio Ruffolo, Stefano Sylos Labini, Emanuele Severino, Shel Shapiro. Alla vigilia del vertice Fao, ne parliamo con Mario Capanna, presidente della Fondazione.
Perché in cima e prima della lista delle concause - biocarburanti, siccità, crescita della domanda, aumento del prezzo dei carburanti - mettete la speculazione finanziaria?
Perché è la pura verità. Lo dicono i fatti e le cifre. Negli ultimi due mesi il prezzo del riso è aumentato del 75%, in un anno quello del grano è cresciuto del 120%. Questo è sucesso non mentre la produzione dei cereali è diminuita, ma mentre è cresciuta. E' la riprova lampante che, oltre alle concause che tutti elencano e che ci guardiamo bene dal negare, c'è una causa prima che imbarazza ammettere. E' la speculazione finanziaria. Nel solo mese di gennaio 3 miliardi di nuovi dollari sono stati investiti alla Borsa di Chicago.
Invece ci si accanisce a dar la colpa ai cinesi e agli indiani che, sfrontati, «pretendono» di mangiare quasi quanto noi.
Appunto, ogni alibi è buono per occultare la speculazione. Che agisce sulle materie prime esattamente come sul petrolio. Masse di denaro il libertà scommettono sul rialzo dei prezzi. E tutto cospira perché il rialzo si verifichi. Danone e Nestlé negli ultimi mesi hanno triplicato gli utili. Idem le multinazionali, come Monsanto e Yara, che producono concimi e fertilizzanti. E' la prova del nove.
La richiesta di mettere al bando i futures alimentari assomiglia a una bella ed ingenua speranza.
E allora procediamo per tappe. E' prassi corrente nelle borse di tutto il mondo sospendere i titoli per eccesso di rialzo. Qui da noi è capitato di recente per i titoli di Alitalia e della Roma calcio. Alla borsa di Nuova Dheli per eccesso di rialzo hanno sospeso le contrattazioni dei titoli dei generi alimentari. Qualcuno in Italia lo sa? Certo, il nostro paese da solo conta poco. Però può far pressioni in Europa e nel mondo perché si sospendano i titoli alimentari quando i rialzi sono palesemente eccessivi.
L'aumento dei generi alimentari, e di conseguenza del numero degli affamati, rilancia la campagna pro ogm. Brutta notizia per la tua Fondazione che è nata proprio per contrastarli.
E' noto a chi non mente che le piante geneticamente modificate non producono di più di quelle tradizionali. Anzi, producono di meno e quindi costano di più. Inoltre, fior di studi Onu dimostrao che le attuali tecniche agricole bastano per sfamare 10 miliardi di persone. Senza ogm.


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