.
Annunci online

  pensatoio passeggiate per digerire l'attuale fase storica
 
Diario
 


 

 

Sono marxista

 




Darfur Day

Annuncio Pubblicitario

gaza_black_ribbon






sotto la media l'Italia arranca, con questi media l'Italia crepa







  


        
Articoli di filosofia

Il futuro delle filosofie
http://www.italonobile.it/Il%20futuro%20delle%20filosofie.htm

L'argomentazione apagogica sulla verità in Vittorio Hosle
http://www.italonobile.it/Esiste%20verità.htm

Pensiero di Pensiero...
http://www.italonobile.it/pensiero%20di%20pensiero.htm

La teoria delle descrizioni definite di Bertrand Russell

La x è solo un segno ?

Dall'assenza del segno al segno dell'assenza

Dallo zero alla variabile


Frege e la negazione

Frege e l'esistenza

Senso e denotazione in G. Frege

Concetto e Oggetto in G. Frege

Frege e la logica

Frege e il pensiero

Concetto e rappresentazione in G.Frege

Funzione e concetto in G. Frege

Il senso e la denotazione dei concetti in Frege

La connessione dei concetti in Frege

Ontologia del virtuale
http://www.italonobile.it/Ontologia%20del%20virtuale.htm

L'eliminazione della metafisica di R. Carnap

Conoscenza e concetto in M. Schlick

Schlick e la possibilità di altre logiche

Tempo e spazio in Schlick

Schlick e le categorie kantiane

Apparenza e realtà in Schlick

Concetti e giudizi in Schlick

Analitico e sintetico in Schlick

Evidenza e percezione in Schlick

Giudizio e conoscenza in Schlick

Il reale secondo Schlick

La critica di Schlick all'intuizione

Definizioni e sistemi formali in Schlick

La logica in Schlick

La verificazione in Schlick

La verità in Schlick

Lo scetticismo nell'analisi secondo Schlick

Lo scopo della conoscenza in Schlick

Logico e psicologico in Schlick

L'unità di coscienza secondo Schlick

Schlick e la svolta della filosofia

Schlick e l'induzione

Matematica e realtà in Schlick


Alexius von Meinong e la teoria dell'oggetto


Bernard Bolzano e una logica per la matematica

Contenuto e oggetto in Kazimierz Twardowski

Jean Piaget e la conservazione delle quantità continue

L'attualità di Feyerabend

Sul Gesù storico
http://www.italonobile.it/La%20spartizione%20delle%20vesti.htm

La coscienza secondo Thomas Nagel
http://www.italonobile.it/la%20doppia%20vita%20del%20conte%20Dracula.htm

Filosofia e visione
http://www.italonobile.it/l'immagine%20della%20filosofia.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614562

Ermeneutica della luce e dell'ombra
http://www.italonobile.it/all'ombra%20della%20luce.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614557

Il test di Fantuzzing: mente e società
http://www.italonobile.it/Test%20di%20Fantuzzing.htm

Metafisica oggi
http://www.italonobile.it/metafisica.htm

La merce in Marx

Una teoria marxista della crisi : un primo livello di riflessione


Globalizzazione economica e giuridica
http://www.italonobile.it/globalizzazione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615609

Guerra, marxismo e nonviolenza
http://www.italonobile.it/Guerra,%20marxismo%20e%20non%20violenza.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615613

Utopia e stato d'eccezione
http://www.italonobile.it/utopia%20e%20stato%20d'eccezione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=622445

Il reddito di cittadinanza
http://www.crisieconflitti.it/public/Nobile1.pdf

Keynes da un punto di vista marxista

Appunti marxiani 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10



STORIA DEI NUMERI E DELLE CIFRE NUMERICHE
http://www.italonobile.it/genealogia%20della%20matematica.htm

La comunicazione nel linguaggio scientifico e la filosofia

 http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614558



Lemmi Wikipedia da me integrati
Alexius Meinong
Bernard Bolzano
Storia dei numeri
Sistema di numerazione
Sistema di numerazione cinese
Sistema di numerazione maya


Il Capitale di Marx e altro
1 2  3  4  6  7  8  9
10  11  12  13  14  15  
16  17  18  19  20  21
22  23  24  25  26  27
28  29  30  31  32 

 

Dibattito su Emiliano Brancaccio
1 2 3

Quelli che la crisi l'avevano prevista

Cazzari Nobel

Le molte cazzate del Nobel cazzaro

 

DISCLAIMER (ATTENZIONE):
l'Autore dichiara di non essere
responsabile per i commenti
inseriti nei post. Eventuali
commenti dei lettori, lesivi
dell'immagine o dell'onorabilità
di persone terze non sono da
attribuirsi all'Autore, nemmeno se
il commento viene espresso
in forma anonima o criptata.







12 giugno 2008

Il petrolio e la fame

 

Nel giro di un anno il petrolio, che era già piuttosto caro, è raddoppiato di prezzo. In dollari. Noi dell'euro ne risentiamo meno di altri perché nello stesso tempo l'euro ha guadagnato terreno sul dollaro. Ma anche noi ci sentiamo soffocare.
Ma quelli, e sono oltre un miliardo di persone, che hanno solo un dollaro al giorno? E solo un dollaro continueranno ad avere? E gli altri, i loro fratelli-nemici, quasi metà del genere umano, che arrivano a due dollari al giorno? Come faranno a mangiare? Perché da qualche anno nel mondo si mangia petrolio.
Il primo motivo per cui si mangia petrolio è che l'agricoltura industrializzata ne consuma molto, sotto forma di carburanti per le macchine agricole e di prodotti chimici. Ma per il secondo motivo, ancora più importante, per cui si mangia petrolio, va fatta una breve premessa. È noto che al diminuire del reddito, aumenta la parte di esso che è utilizzata per pagarsi il mangiare: da noi, i ricchi, il costo del cibo varia dal 5 fino al 50 o 60%. Infatti tra noi ricchi si annidano milioni di poveri, soprattutto vecchi, da buttare. Tra i poveri del mondo la spesa alimentare varia da ¾ del reddito in su. Si rinuncia al resto per sfamarsi e naturalmente non è che riesca bene, non riesce quasi mai. Non si compra niente altro: non si aggiusta il tetto; non ci si cura, non si comprano medicine; non ci si diverte - non cinema, non tv; non si mandano a scuola i figli. Si arriva al punto in cui nutrirsi è tutto ciò che conta: per sopravvivere. E su questa realtà di lunga durata si è innestata una rivoluzione tecnologica.
È avvenuto che il prezzo del petrolio ha consentito una serie di alternative e di sostituzioni industriali. In molti casi, anzi in tutti meno uno, il petrolio può essere sostituito da altre fonti. C'è però un utilizzo che per ora non consente varianti: i trasporti. Qui nessun cambiamento è per ora praticabile o in vista. I trasporti di terra su gomma, di mare e di cielo funzionano in larga prevalenza con benzina, gasolio, kerosene. 

 E a questi prezzi del grezzo, benzina e gasolio hanno ormai ricambi, etanolo e agrodiesel, che si utilizzano sempre meglio per rifornire auto e camion. È l'alto e crescente prezzo del petrolio che dà spazio a un'industria dell'agrocarburante da derrate alimentari: soprattutto zucchero da canna e barbabietola, o mais. Si apre una gara. Chi offrirà di più per il carburante? Il suv americano o la madre di famiglia africana da un dollaro al giorno?
La domanda è retorica: la risposta è nota. È la fame africana (o asiatica o latinamericana) che va fuori mercato. Di colpo gli alimenti più comuni aumentano e raddoppiano di prezzo. Non solo ciò che può essere direttamente trasformato in carburante, ma anche quel che può essere scambiato con l'agrocarburante. E tutto questo cambiamento è reso razionale: c'è la selezione solita tra chi ha e chi non ha; e c'è una serie di accorgimenti per rendere ancora più vantaggioso il passaggio delle derrate da alimento per gli umani ad alimento per gli autoveicoli. I rimborsi per gli agricoltori dei paesi favoriti sono immutati; a fare la carità agli altri penserà la Fao.
Alla Fao da oggi sono presenti decine di capi di stato. Non però Fidel Castro, buon profeta, 14 mesi fa, alla sua prima «riflessione» dopo la malattia.
«Il mais trasformato in etanolo... Applicate questa ricetta ai paesi del Terzo Mondo e vedrete quante persone non consumeranno più mais tra le masse affamate del nostro pianeta. O peggio: concedete ai paesi poveri prestiti per finanziare la produzione di etanolo dal mais o da qualsiasi altro tipo di alimento e non rimarrà in piedi nemmeno un albero per difendere l'umanità dal cambiamento climatico». Era il 28 marzo 2007.

(Guglielmo Ragozzino)


11 giugno 2008

L'attacco alla Costituzione

 

Il 2 giugno di sessanta anni fa il popolo italiano aveva appena ottenuto il nuovo ordinamento costituzionale, la forma e la sostanza della democrazia che aveva conquistato. A definirla erano stati i suoi rappresentanti, scelti direttamente e liberamente.
È come se a dettare quelle regole fossero stati i 24 milioni, 947 mila 187 elettori (l'89 per cento degli aventi diritto) che avevano votato nello stesso giorno del 1946. Il popolo stesso, quindi, proiettato in un ambito enormemente più ristretto ma quanto mai comprensivo della molteplicità delle opinioni, delle fedi, delle culture, dei bisogni, delle aspettative, degli ideali presenti nella concreta composizione della Nazione italiana. Da due anni, infatti, era apparsa, per la prima volta nella storia d'Italia, una figura, un ideale, un principio, denso di forza morale e politica, di promesse e di esigenze, eccedente ogni altra immagine, qualsiasi diverso richiamo alla società, alla politica, al diritto, allo stato. Era la «sovranità popolare».
Non aveva deluso quella congiunzione di due parole che designavano realtà distanti per secoli, non aveva fallito la qualifica che, specificando quel nome, lo riscattava. Avevano esattamente corrisposto alle tante speranze e alle diverse istanze, intessendo una trama complessa di norme che congiungevano le libertà all'eguaglianza, il pluralismo alla solidarietà, l'internazionalismo della ragione alla storia della nazione. Insieme, a dettare quelle norme si erano ritrovati i democratici cristiani, i socialisti, i comunisti, i liberali, i qualunquisti, i repubblicani, gli azionisti, (e non mancavano alla Costituente rappresentanti di partiti che avessero ottenuto almeno lo 0, 18 % dei voti). Erano norme da attuare, tutte o quasi, con leggi.
Ma il 2 giugno del 1948 trovò spezzata l'unità politica della Costituente. I comunisti e i socialisti erano stati esclusi dalla maggioranza e dal governo. Iniziava la fase, aspra e lacerante, della conventio ad excludendum, una decretazione che nulla aveva da spartire con le norme e con lo spirito della Costituzione. Era stata prodotta, non a caso, nell'ambito denominato col termine «costituzione materiale», un ossimoro che ha avuto tanta fortuna quanto corrosiva ed inquinante è stata sempre la materia specifica cui si riferisce l'aggettivazione. Era scoppiata la guerra fredda, con essa «l'ostruzionismo di maggioranza» all'attuazione costituzionale, e quindi la lunga ibernazione delle norme costituzionali. Mai però contestate, mai rinnegate, mai delegittimate.
A sessanta anni da quel due giugno constatiamo la scomparsa di tutti i partiti costituenti, constatiamo pure che quei partiti non hanno avuto eredi. Se ne deve dedurre che, scomparsi i partiti-makers, si sia esaurita la forza prescrittiva di quella Costituzione, il suo valore?
L'insistenza con cui si parla di «legislatura costituente» allude a questa presunzione? Da trenta anni si parla e si tenta di rivedere, di modificare, di trasformare l'assetto costituzionale del nostro Paese. E non è che non ne siano state tentate modifiche. Ne sono state anche fatte. Quelle di maggior rilievo, di massima incisione sono state sottoposte al giudizio del corpo elettorale. E sono state respinte seccamente, recisamente, inequivocabilmente. Non un ventennio fa. Ma il 25-26 giugno del 2006. Fu attribuito così alla nostra Costituzione un originale primato rispetto a tutte le altre. Quello di essere stata confermata, legittimata una seconda volta, 58 anni dopo la sua entrata in vigore. Il che non riesce ad entrare nella memoria di Berlusconi e di Fini, di Veltroni e di Franceschini.
Sia chiaro. Revisioni costituzionali possono essere benissimo operate. La forma di governo può essere benissimo ritoccata. A condizione, però, che resti parlamentare. Perché fu ribadita come tale due anni fa. Si vuole introdurre una variante di tale forma come quella vigente in Germania? Si può. A condizione però che il sistema di governo tedesco lo si assuma per intero, non sopprimendone l'istituto che, appunto, lo caratterizza come parlamentare.
Si vuole altro e di più? Lo si dica. Non si tentino contorte manovre di attenuazione o di neutralizzazione dei significati e della portata delle norme costituzionali. Si vuole far slittare il lavoro dal fondamento della Repubblica all'ambito dell'economia banalizzando l'enunciato dell'art. 1 della Costituzione, come se potesse esserci un'economia... senza lavoro? Si vogliono strappare dall'iniziativa economica privata i lacci e i laccioli imposti dalla utilità sociale e per garantire la sicurezza, la libertà e la dignità umana? Il numero degli incidenti sul lavoro è un «effetto collaterale» della flessibilità necessaria per la competizione del sistema-Paese? Si ritiene eccessivo il riconoscimento ai lavoratori del diritto ad una retribuzione «in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé ed alla sua famiglia un'esistenza libera e dignitosa». L'eguaglianza sostanziale dell'articolo 3, secondo comma, è un obiettivo illiberale ed estremistico? Lo si dica.
E se non se ne ha il coraggio, lo chiariremo noi alle elettrici e agli elettori del 25-26 giugno 2006.


11 giugno 2008

Hegel : ragione e sentimento

Si è ben riconosciuta (o meglio più sentita che riconosciuta) per la scienza speculativa, l'insufficienza delle forme e delle regole della vecchia logica, di quel definire, quel dividere e quel sillogizzare, che le regole della conoscenza intellettualistica racchiudono; ma si sono scartate queste regole, considerandole solo come pastoie, per parlare arbitrariamente, col cuore, con la fantasia, per intuizione accidentale. E poichè tuttavia anche la riflessione ed i rapporti di pensiero devono avere la loro parte, si ricade inconsciamente nello sprezzato metodo dell'argomentare e del raziocinare del tutto comune.



Dunque, poichè se si parla di sentimento, comunque si è costretti a ragionare, tanto vale approfondire il ragionamento, invece di accontentarsi inconsapevolmente di forme cattive di pensiero.
Tuttavia la nuova logica che Hegel propone vuole rendere conto anche del sentimento e dell'intuizione ?


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. ragione logica sentimento hegel intuizione

permalink | inviato da pensatoio il 11/6/2008 alle 9:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


11 giugno 2008

Neofascismo e antifascismo

 

Il manifestarsi aperto e ripetuto del neofascismo a Roma porta alla luce la devastazione politico-culturale che l'ha reso possibile. Non si tratta solo del fatto si sono attesi i pogrom contro gli zingari, i pestaggi contro i gay e i diversi, le spedizioni squadristiche armate contro gli studenti per accorgersi che, forse, nella Roma felix veltroniana qualcosa non andava. Si tratta soprattutto di capire quale fascista immagine del fascismo sia stata lasciata passare in questi anni, fino a che essa è potuta diventare senso comune, egemonia. Ha detto tutto, a questo riguardo, il bellissimo fondo di Sandro Portelli sul Manifesto del 27/5.
Vorrei solo aggiungere qualche considerazione da testimone oculare di un'altra epoca in cui il neofascismo manifestava egemonia (un'egemonia che, anche allora come ora, si trasformava in violenza): mi riferisco all'Università di Roma quale fu fino all'assassinio di uno studente ventenne, Paolo Rossi, il 27 aprile 1966 sulle scale di Lettere. E prima di quell'omicidio a Ferruccio Parri era stato impedito, a sputi, di partecipare a un seminario; i neo-fascisti del Fuan (anche allora!) avevano vinto le elezioni universitarie, con i liberali e i democristiani di destra; e anche allora non si contavano le violenze: studenti colpevoli di avere in tasca Paese Sera (impensabile farsi vedere con l'Unità) picchiati a sangue, studentesse ebree insultate e minacciate; e anche allora Polizia, Magistratura e «libera» stampa minimizzavano e nascondevano, e parlavano di «risse». Per questo mi corrono brividi nella schiena vedendo in questi giorni riproporsi identiche la viltà del nascondimento e l'infamia dell'equiparazione fra aggressori e aggrediti.
Occorre ricordare che maturò proprio intorno agli ambienti romani del Fuan (di cui Gianfranco Fini era dirigente nazionale) la strategia della tensione che avrebbe insanguinato l'Italia: proprio lì il Msi di Rauti, Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale di Delle Chiaie, reclutarono i futuri attori della strategia della tensione, delle azioni terroristiche e dei rapporti più sordidi con i servizi segreti. Noi ventenni antifascisti di allora possiamo testimoniare tutto ciò a un Paese privo di memoria (perché è privo di coscienza civile) e potremmo anche testimoniare, nome per nome, che proprio i ventenni squadristi e neofascisti di allora si ritrovano adesso nei posti di responsabilità del Governo e del Comune, nei giornali, nella Rai, nei luoghi di potere dell'Italia berlusconiana.
Per questo è imperdonabile che il dibattito su Almirante cancelli del tutto e rimuova il neo-fascismo degli anni Sessanta e Settanta, di cui Almirante fu guida e protagonista. E prima si era cancellato il fascismo stesso, riducendo le sue colpe alle sole leggi razziali; così che la questione delle colpe dei fascisti sembra appartenere soltanto alla comunità ebraica romana, la quale, francamente, nei suoi attuali dirigenti non si dimostra all'altezza di tanta responsabilità etico-politica (e Dio perdoni l'on. Fiano del Pd per l'equiparazione proposta fra Almirante e Togliatti, entrambi per lui egualmente indegni della titolazione di una via).
Ma il fascismo è stato fascista e infame sia prima del '38 che dopo il 25 aprile del '45: lo è stato prima del potere, quando impediva gli scioperi, devastava e bruciava le sedi e i giornali del movimento operaio, massacrava di botte gli antifascisti o li ammazzava; e lo è stato dopo il '22, quando distruggeva sistematicamente le libertà, esiliava, corrompeva, confinava, uccideva gli oppositori coi suoi sicari o con il carcere. E il fascismo è stato infame e razzista già in Africa (prima di Hitler!) con i gas e le stragi di civili e con leggi razziali che punivano la contaminazione dei dominatori italici con l'impuro sangue africano. Così anche il neo-fascismo è stato fascista e infame negli anni Sessanta e Settanta: io ricordo Giorgio Almirante, con il cappellino piumato - lo ha ricordato in un prezioso commento Tommaso Di Francesco sul Manifesto del 30/5 - guidare nel '68 un sanguinoso assalto squadrista, ma sono centinaia gli attentati e le aggressioni di cui il suo partito si rese responsabile; e (chissà perché?) finivano tutti senatori del Msi i golpisti e i capi dei servizi «deviati», da De Lorenzo a Miceli. Insomma: se anche Almirante non fosse stato il redattore capo della «Difesa della razza» e non avesse mai firmato bandi per fucilare i partigiani, egli sarebbe stato egualmente un nemico giurato della democrazia italiana, da condannare eticamente e politicamente (altro che «padre della Patria» da omaggiare unanimi in Parlamento!).
Ma per osare dire oggi questa semplice e incontestabile verità occorre mettere in discussione oltre che il fascismo anche il neo-fascismo, cioè il Msi, cioè l'intera storia dei suoi ex-giovani che oggi ci governano: c'è qualcuno che ha il coraggio etico-politico di sollevare questo problema, magari fra una cena con Donna Assunta e l'altra?

(Raul Mordenti)


11 giugno 2008

Crisi umanitaria e politica in Sudafrica

 

Nel campo improvvisato all'interno della stazione di polizia di Cleveland, una ragnatela malferma di teli di plastica che occupa per intero il cortile su cui si affaccia il dormitorio degli agenti, si respira un'atmosfera tutto sommato serena. Sarà per il tiepido sole invernale che scalda le ossa dopo le piogge e il freddo intenso dei giorni scorsi, sarà per l'arrivo di nuovi operatori della Croce rossa e di altri riservisti della polizia con le loro pettorine gialle, che cercano di darsi da fare come possono. O sarà semplicemente che il peggio è passato. Almeno così sembra alle 1700 persone che hanno trovato rifugio qui. Tra loro ci sono 70 donne incinte e 160 bambini. E stupisce vedere come i piccoli, solitamente anarchici e indipendenti, se ne restano appiccicati alle gonne delle mamme. Come sempre accade nelle tragedie, i loro disegni raccontano i fatti più e meglio di qualsiasi reportage. Ce n'è uno che dopo aver disegnato quello che ha visto nei giorni caldi delle violenze prova a raffigurare quello che vede adesso: una fila di panni stesi, perché nonostante l'area sia sovraffollata, si è riusciti comunque a organizzare anche uno spazio lavanderia.
Una fila lunga e ordinata si snoda verso i tavolini dove si procede a registrare gli sfollati, quasi tutti privi di documenti. Vengono prese le generalità e le impronte digitali, viene assegnato un numero. Al polso di quelli che decidono di non far rientro nel loro paese viene applicato un braccialetto azzurro, tipo quelli dei villaggi-vacanza, con la scritta «Cleveland». Ne esibisce uno anche Thomas, 19 anni, da Bulawayo, seconda città dello Zimbabwe. «Ho deciso di venire qui circa un anno fa - racconta - dopo aver perso entrambi i genitori. I miei fratelli, che hanno un padre diverso dal mio, mi hanno buttato fuori di casa dicendomi di tornare solo se trovavo i soldi per comprare una lapide da mettere sulla tomba di nostra madre». Thomas è gay. Nell'avanzato Sudafrica sperava di trovare riparo anche dagli insulti e dalle violenze quotidiane a cui era abituato, ma non conosceva ancora l'orgoglio machista degli zulu. «Sono entrati nel negozio di parrucchiere in cui lavoravo come garzone armati di machete, hanno ucciso il mio boss e hanno appicato il fuoco a tutto gridando frasi oscene contro gli stranieri e gli omosessuali. Sono vivo per un pelo». Non tornerà a casa, per ora, perché nonostante tutto spera ancora di rifarsi una vita da queste parti.
In giro non ci sono scene di disperazione ma solo tanti occhi rossi e una grande, dolente compostezza. In realtà motivi per agitarsi ce ne sarebbero, eccome. «Ci hanno appena detto che il campo sarà smantellato entro un paio di giorni - dice Felix, anche lui zimbabwano però di Harare, la capitale -, ma nessuno sa dirci dove ci porteranno. Sappiamo solo che il posto prescelto dista una cinquantina di miglia». Nel paese da sei mesi, aveva appena trovato impiego come supplente di geografia e matematica in una scuola secondaria. «Ora rischio seriamente di perdere il posto, ma non ho scelta, non posso tornare a casa così, senza nulla». Poco più in là Frankie, professione muratore, 26 anni, tiene una bambina di sei mesi in braccio mentre sua moglie è andata in cerca di cibo. Punta il dito contro gli zulu, mentre i suoi amici annuiscono con l'espressione grave: «Sono tornati a ballare e a cantare nelle strade, con le lance e i costumi tradizionali, come ai tempi dell'apartheid... Stavolta però il nemico eravamo noi. Qui ci sentiamo abbastanza sicuri, ma il problema è che anche i poliziotti sono zulu e anche molti operatori umanitari, così restiamo un po' sospettosi».
Gli zimbabwani che stanno qui sono quasi tutti di etnia ndebele, ovvero parlano quasi la stessa lingua degli zulu. Ebbene è stato quel «quasi» a essergli fatale, una sfumatura di troppo nell'accento... Danny, un elettricista immigrato da ben 13 anni, finisce il racconto: «Gli assalitori chiedevano prima di dire qualcosa in zulu, poi iniziavano i pestaggi e i roghi».
Due donne che sembrano uscite dal nulla trasportano un pentolone di porridge. Ma nessuno si muove, perché è riservato ai bambini. I grandi ricevono qualche fetta di pane, fagioli in scatola e un po' di tè. Poco dopo riappare la madre della bimba con una scodella. Si chiama Marion e mostra le ferite che si è procurata sul palmo delle mani nel tentativo di ripararsi dalle bastonate. Anche lei è d'accordo nel restare: «Vedrai - dice - anche quelli che sono partiti torneranno, tempo due o tre settimane e saranno tutti di nuovo qui. Che la situazioni migliori o meno, non c'è proprio nulla che li trattenga a casa».
Ma se la situazione non migliora, nessuno sembra disposto a tornare alle proprie attività. Troppo fresco è il ricordo del modo in cui questa gente è stata cacciata dalle proprie case e dai propri negozi, che poi sono semplici chioschetti in legno e lamiera messi su alla bell'e meglio, per ipotizzare un ritorno alla normalità. Un cartello annuncia che alle 5 del mattino partono i bus per chi intende tornare in Zimbabwe. In quanti sono partiti? Risposta: nessuno, perché nessuno li ha visti quei bus. Tra 15 e 30 mila mozambicani hanno girato i tacchi e sono tornati al di là del fiume Limpopo. Ma per chi arriva dallo Zimbabwe è diverso. A casa hanno lasciato una quantità di problemi economici e politici, disoccupazione e fame, che finché qualcuno li protegge preferiscono restare. La cosa che colpisce è che tutti parlano sottovoce, come chi ha deciso di rompere un lungo silenzio. Un silenzio preceduto dalle grida di terrore della notte in cui ha perso i suoi beni, la casa, la dignità e qualche conoscente finito bruciato o con la testa spaccata. Gente che si è costruita onestamente quel poco che aveva, attraverso anni di duri sacrifici, e con una fiammata improvvisa ha perso tutto. C'è chi è qui da una settimana, chi da due. L'ondata xenofoba ha raggiunto Cleveland, appena dieci minuti di macchina dal centro città, solo in un un secondo tempo.
Un po' in disparte se ne sta un gruppo di congolesi. Sfogliano riviste sportive e ascoltano frizzante musica soukous da un piccolo registratore a cassette, quasi come se niente fosse. «I congolesi sono così - dice un poliziotto indicandoli -. Anche quando le circostanze sono drammatiche, la prima cosa che fanno è mettere su una discoteca». Patrick è scappato dalla regione del Nord Kivu in fiamme, è stato un po' a Kinshasa e poi ha puntato tutto sul Sudafrica. «Onestamente pensavo di essermi lasciato il peggio alle spalle, invece eccomi qui». Anche Emmanuel viene dalla Repubblica democratica del Congo, è calmo ma per niente rassegnato: «Finché qualcuno si prende la briga di proteggere le nostre vite noi restiamo. Se poi il governo riuscirà a sensibilizzare la gente che ci vuole cacciare via con una seria campagna contro la xenofobia - aggiunge - il problema verrà sicuramente risolto. Ci vorrà del tempo, ma noi siamo fiduciosi». Quando si dice l'afro-ottimismo. Anche negli spot in onda alla tv, gli sponsor dei prossimi mondiali di calcio continuano a investire sul 2010, esaltando spassionatamente lo «spirito africano» dell'evento. Per fortuna non ci sono tv, nei campi.



A venti giorni esatti dalle violenze di massa che hanno sconvolto l'intero Sudafrica provocando almeno 62 morti, migliaia di feriti e oltre centomila profughi, la normalità è lungi dall'essere ripristinata. Si calcola che almeno 50mila persone abbiano fatto già ritorno in Zimbabwe e Mozambico, generando un'emergenza umanitaria anche alle frontiere. Il governo vorrebbe smantellare tutti i luoghi in cui hanno trovato asilo i profughi per creare una quarantina di grandi siti in tutto il paese dove concentrarli. Viene però rifiutata la definizione di «campi per rifugiati», che suona troppo a lungo termine, preferendo parlare di «rifugi temporanei». Ma le località e le modalità con cui dovrebbero nascere restano per ora imprecisate.
Ieri intanto è stata annullata all'ultimo momento una marcia di protesta a Alexandra, la township di Johannesburg in cui tutto è cominciato lo scorso 11 maggio, causa le profonde divisioni esistenti tra associazioni benefiche, ong, organizzazioni politiche e religiose impegnate sul campo. Venerdì inoltre si è dimessa la responsabile della Croce rossa della sezione di Pretoria, Gillian Elson, che ha denunciato gravi disfunzioni nella macchina dei soccorsi e rivolto pesanti accuse di «furto e corruzione» ai vertici dell'organizzazione. Sempre venerdì è riapparsa sulla scena Winnie Madikizela-Mandela, discussa pasionaria dell'Anc ed ex moglie del grande Nelson, che ha visitato col presidente del partito al governo, Jacob Zuma, un campo di rifugiati. «E' la peggiore tragedia dell'era post-apartheid», ha detto, prendendosela con le politiche neo-liberiste e soprattutto con il fallimento delle politiche abitative del governo: «Al momento della liberazione, 14 anni fa, il manifesto dell'Anc si impegnava a chiare lettere nella costruzione di nuove abitazioni. Ma quando sono stata a Alexandra, dopo le violenze, ho visto le stesse baracche che c'erano nel 1994».
Sotto accusa resta soprattutto il premier Thabo Mbeki, per la sua sostanziale assenza all'inizio dei pogrom e per lentezza con cui ha deciso di intervenire mandando l'esercito a presidiare le zone più calde. I dieci minuti di discorso tv rivolto alla nazione due settimane dopo l'esplosione dell'emergenza sono bollati come troppo poco e troppo tardi. Crescono le pressioni affinché si dimetta, ma con le elezioni del 2009 in vista è assai improbabile che molli ora.


Loren B. Landau è un giovane professore universitario americano residente da sei anni in Sudafrica. Attualmente insegna all'Universita del Witwatersrand a Johannesburg, dove è direttore del programma Forced Migration Studies.
Tutta questa violenza... Era davvero così inaspettata come sostengono alcuni membri autorevoli del governo sudafricano?
Se parliamo della recente esplosione di follia generalizzata, l'unica novità che si può riscontrare sta nella scala senza precedenti con cui si è manifestata. E l'unica cosa sorprendente è che ha impiegato molto tempo per raggiungere Johannesburg. I segnali di avviso però erano lì da un pezzo. E di fatto sono ancora lì. E' stato detto che la risposta della polizia è stata debole e incerta perché ci si è trovati a fronteggiare un problema del tutto inedito. Ma è del tutto evidente che è falso. Lo prova la lunga scia di violenze e di delitti che ha preceduto questa emergenza.
Quindi lei considera il governo responsabile per non aver saputo prevenire l'orrore di queste ultime settimane?
Non voglio dire che la condotta del governo sia la causa della violenza, ma certo l'ha agevolata in molti modi. La gente responsabile delle violenze ha avuto la percezione che poteva farla franca. Detto meno esplicitamente, le politiche di detenzione di massa e deportazione, le dichiarazioni pubbliche riprese dai media sugli stranieri che hanno fatto impennare i livelli di criminalità, e non ultimo un sistema di asilo e di immigrazione semplicemente ingestibile - in particolare rispetto allo Zimbabwe -, ebbene tutto questo ha incoraggiato le attitudini più negative. Molti di quelli che hanno commesso le violenze dicono di averlo fatto per compensare le carenze evidenziate nel controllo dei confini. Ma il problema non è che il Sudafrica non controlla bene le frontiere o non arresta abbastanza clandestini, come sostiene la gente, ma che semplicemente queste misure non funzionano. Nel 2006 il Sudafrica ha espulso quasi 250 mila persone, 5 volte più che nell'anno precedente. Questo è il risultato.
C'è anche qualcuno che nel tentativo di frenare le violenze è ricorso alla retorica dei «paesi fratelli» - i cosiddetti frontline states - riferendosi al debito che i sudafricani avrebbero nei confronti di chi ha sostenuto a caro prezzo, dall'esterno, la lotta contro il regime dell'apartheid.
E' indiscutibile che il paese debba molto ai suoi vicini, ma questa logica sembra voler suggerire che i cittadini dello Zimbabwe o del Mozambico andrebbero rispettati solo perché sono creditori nei confronti dei sudafricani. E' vero che in questo caso le vittime vengono soprattutto da questi due paesi, ma nelle precedenti violenze se la sono presa con i somali, i cinesi, i pakistani. Solo lo scorso anno a Cape Town sono stati assassinati una cinquantina di cittadini somali e nessuno ha detto niente. Il motivo per cui non bisogna attaccare e uccidere le persone non è perché hanno aiutato il Sudafrica in passato, ma perché il Sudafrica si è dato delle regole costituzionali e morali mediante le quali ci si impegna a difendere i diritti di chi vive qui, al di là delle questioni di razza, religione e nazionalità.
E per quanto riguarda la «terza forza», l'influenza nefasta di ambienti legati al vecchio regime razzista che qualcuno ha tirato in ballo?
Se ci sono le prove che i fatti sono stati orchestrati e organizzati da queste persone, andrebbero semplicemente rese pubbliche. Altrimenti l'ipotesi serve solo a distoglierci dai gravi problemi di convivenza inter-etnica che abbiamo in questo momento.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. razzismo sudafrica zimbabwe mbeki zuma

permalink | inviato da pensatoio il 11/6/2008 alle 3:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


11 giugno 2008

Terra Preta : il controvertice della Fao

 

Campesinos, paysans, camponeses, peasants, kisan, krishok, fellahin. Solo il termine italiano «contadini» evoca il medioevale servaggio al «conte» di turno. Nelle altre lingue i piccoli coltivatori sono definiti con sostantivi che si riferiscono alla terra, al campo, ai villaggi.
E insieme, «contadini, produttori piccoli e medi, senza terra, donne rurali, popoli indigeni, gioventù rurale e braccianti» - è l'elenco di attori stilato dal movimento internazionale Via campesina - compongono il settore di lavoratori tuttora più vasto al mondo: i produttori di cibo.
Hanno mandato i loro rappresentanti a Terra Preta, il Forum parallelo - inizia oggi - alla Conferenza della Fao su Crisi climatica, energie e cibo. Sostengono di fronte ai governi che vada dichiarato formalmente lo «stato di emergenza dei popoli per crisi alimentare», per permettere alla politica di derogare alle regole affamanti del neoliberismo, per affermare «il diritto dei produttori, dei popoli e dei paesi di definire le proprie politiche agricole e del cibo».
La mappa delle organizzazioni contadine, iniziamola dall'Africa. A Thomas Sankara, il presidente burkinabè paladino dell'autosufficienza alimentare africana, sarebbe piaciuta la decisione presa il 23 maggio ad Addis Abeba da quattro reti rurali africane che hanno dato vita alla Piattaforma panafricana delle organizzazioni contadine e dei produttori agricoli d'Africa.
Hanno dichiarato Fanny Makina del Sacau, Philip Kiriro dell'Eaff, Elizabeth Atangana del Propac e Ndiougou Fall del Roppa: «L'agricoltura africana può nutrire il continente solo se le organizzazioni contadine con le loro poche risorse agiscono insieme a livello continentale; i nostri stati, le Comunità regionali e l'unione africana devono concertarsi, qui in Africa e non altrove».
Il Roppa riunisce organizzazioni contadine e di produttori dell'Africa occidentale, rappresentando circa dieci milioni di lavoratori dei campi. Dice il coordinatore Ndiougou Fall: «L'aumento dei prezzi delle derrate agricole potrebbe essere anche un'opportunità per rilanciare il mondo rurale africano: riducendo la povertà dei coltivatori e le spese nazionali per l'importazione di alimenti».
E il pressing sui governi qualcosa ha ottenuto: «Nei paesi della Cedeao la politica agricola comune adesso sembra voler favorire l'idea dei mercati locali e regionali. Quello che però ci preoccupa è che molti stati continuano a pensare che questo rilancio possa avvenire in un contesto neoliberista, senza protezione dell'agricoltura nazionale. Noi insistiamo sul sostegno da dare alla produzione locale per i mercati locali».
Via campesina è il più grande coordinamento mondiale di organizzazioni di piccoli produttori, rappresentato in 56 paesi di America Latina, Africa, Asia, Europa, Nord America.
Promuove un modello di agricoltura contadina e familiare, ecologica finalizzata all'autoconsumo e ai mercati locali. Via campesina ha aderenti d'eccellenza. In Brasile spicca il Movimento Sem terra che da oltre venti anni organizza centinaia di migliaia di famiglie rurali senza terra ed è da decenni il simbolo del sogno della riforma agraria.
Le occupazioni di massa, l'organizzazione degli insediamenti, la scelta di un'agricoltura sociale ed ecologica, la lotta per la distribuzione delle terre hanno dovuto far fronte a nuovi impegni: contro la distruzione della foresta per via dell'espansione dell'agribusiness, pascoli e coltivazione di soia da mangimi (il Mst ha come alleati naturali in Amazzonia i seringueiros e i popoli indigeni), contro il deserto verde degli agrocarburanti, contro gli Ogm.
La lotta per la riforma agraria ha contrassegnato anche la lunga lotta dell'Anpa in Nepal; ora è fra le priorità del governo maoista. Nelle Filippine la lotta per il diritto alla terra, da parte del Kmp, ha spesso conosciuto arresti e repressioni di contadini, senza terra, braccianti.
In Via campesina sono ben rappresentati i popoli indigeni: in Messico nell'Unorca, e in Bolivia nel Consiglio andino dei produttori di coca, in Bangladesh nella Bas, che riunisce i tribali, o adivasi. In India le associazioni aderenti a Via campesina - come il Krrs del Ksrnataka - si misurano con i suicidi di massa, per debiti, nei campi.
A Via campesina aderiscono anche sindacati di piccoli coltivatori dei paesi occidentali, che mutatis mutandis si riconoscono nel «grande sudore di un lavoro mal remunerato», come recita la definizione della Piattaforma contadina africana.


(Marinella Correggia)


11 giugno 2008

A Chiaiano aspettano la repressione

 

«L'esercito è arrivato?» chiedono ironicamente le signore al presidio di Chiaiano. «Ma quando mai, qui ci sono i soliti carabinieri, polizia e finanzieri a perdere tempo». Tutti bardati, l'aria da duri che si scioglie con il caldo. Intorno molto fermento e loro sono gli esclusi dalla festa, c'è la manifestazione nazionale da organizzare (ore 16 fermata di Chiaiano della metropolitana). Stamattina sono attesi gruppi dal nord al sud della penisola: i No Dal Molin da Vicenza, i No Tav della Val di Susa, i collettivi universitari della Sapienza, Rdb e Cobas, i centri sociali del nord est, di Bologna e Roma, la rete No cpt di Bari e altre adesioni continuano ad arrivare per difendere il territorio dalla minaccia di militarizzarlo per realizzare comunque la discarica da oltre 700 mila tonnellate di tal quale, ultima uscita del presidente Berlusconi, quello che sa gli esiti dei carotaggi nelle cave prima dei tecnici.
Arriva al presidio la notizia che l'Ue ha molti dubbi sul decreto rifiuti e si prepara a respingerlo: «E' la conferma di quello che diciamo - dice Pietro Rinaldi - ma intanto il governo ha 60 giorni per attuare quello che ha minacciato, fino al voto in parlamento, dove per altro il Pd si è già dichiarato disponibile a dare il suo appoggio. Non sarà l'Unione europea a fermarli ma una ferma protesta di massa». «Ci mettiamo in viaggio stasera - raccontava ieri Francesco dei No Dal Molin -, siamo una sessantina e ci paghiamo il biglietto del treno, non abbiamo trovato un pullman che ci portasse a Napoli. Il problema di Chiaiano da noi è molto sentito, abbiamo avuto un'assemblea su questo, eravamo in 150».
A unire le proteste la composizione orizzontale e popolare, la dimensione assembleare: «Ci accomuna - conclude Francesco - la difesa del bene comune, la scelta di praticare la democrazia dal basso contro l'arroganza del potere». E ci saranno anche i rappresentati della rete per l'autoformazione della Sapienza: «In segno di solidarietà - dichiara Francesco Raparelli - per chi, come Pietro Spaccafuoco un nostro amico e compagno, viene arrestato mentre è in piazza a chiedere il diritto all'autogoverno». Anche i vertici di Prc e Pdci invitano a mobilitarsi per Chiaiano.
Ma intanto c'è l'intera manifestazione da organizzare al presidio. Sono stati invitati Peppe Lanzetta ed Erri De Luca, ma si tenta di avere anche Ascanio Celestini, che è a Scampìa il pomeriggio per il progetto Punta Corsara. Intorno il gazebo con la bandiera zapatista e i libri editi da Ja Basta, lo stand dei mediattivisti di Insu tv, il banchetto dove si raccolgono fondi per il ricorso al Tar e poi un fiorire di prodotti dell'agricoltura del luogo per l'inaugurazione ufficiale della Festa di Primavera, il sistema studiato dal sindaco di Marano per liberare le strade d'accesso alle cave senza abbandonare il territorio fino al 16 giugno, fino cioè al risultato dei carotaggi.
«Berlusconi apre la discarica a Chiaiano nonostante il parere negativo dei tecnici? Vuol dire che non ha problemi a scatenare una guerra civile». Non sono i comitati civici ma il sindaco di Marano, Salvatore Perrotta.
Venerdì sera le parole del presidente del consiglio avevano fatto salire di colpo la tensione al presidio della rotonda Titanic, ma si fa fatica a prendere le sue parole per oro colato. «Ho invitato il premier a visitare la selva, sto ancora spettando che risponda. Abbiamo siglato un accorto con il sottosegretario Bertolaso - conclude il sindaco Perrotta - e a questo ci atteniamo. Gli stessi titolari della cava evidenziano difficoltà tecniche. Chiaiano sta diventando una questione di principio».
I residenti restano determinati a impedire lo sversatoio: «Durante la stessa conferenza stampa Bertolaso smentiva Berlusconi, ribadendo di attendere gli esiti della commissione paritetica - ragiona Giovanni, del presidio -, un modo per tenere la porta aperta con i comitati e i sindaci». Berlusconi il primo disobbediente d'Italia, rincara Pietro: «Per il premier le norme non sono un moloch però poi dichiara che userà l'esercito per obbligare noi a rispettare leggi speciali, create in corso d'opera, che violano i diritti a cominciare da quelli alla salute e al dissenso, tutelato in Italia ma messo in mora in Campania, laboratorio della repressione».

(Adriana Pollice)


11 giugno 2008

L'onda lunga della crisi finanziaria

 

Per George Soros la crisi finanziaria legata al crollo delle cartolarizzazioni dei mutui del subprime del 2007 è stata la più grave dallo sprofondamento della borsa di Wall Street del 1929. Secondo il finanziere statunitense essa non è stata ancora smaltita in quanto la restrizione creditizia sta facendo emergere delle grosse crepe nel mercato dei credit default swaps. Si tratta cioè di quei prodotti derivati che «assicurano» contro un eventuale fallimento del debitore.
La vicenda del 2007 dunque è tutt'altro che rientrata e il sistema bancario funziona ancora grazie a regolari iniezioni di droga. Queste vengono erogate dagli sportelli di rifinanziamento delle banche centrali ad un tasso di interesse mediamente inferiore a quello dell'inflazione. Un vero regalo alle banche le quali hanno tutta l'aria di esservi assuefatte, tant'è che alcuni giorni fa la Bce si è sentita in dovere di negare la deriva verso la tossicodipendenza delle banche private.
Leggendo la parte della Relazione Annuale della Banca d'Italia dedicata ai mercati finanziari e valutari, si riceve l'impressione che la crisi apertasi nel 2007 sia stata un fulmine a ciel sereno e che sia essenzialmente rientrata grazie all'azione delle banche centrali ed alle misure porposte dal Financial Stability Forum, una commissione di vigilanza formata dai G7 nel 1999 e presieduta dal governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi.
La Relazione riconosce che la cartolarizzazione dei prestiti e la loro collocazione sul mercato, ha comportato ulteriori elementi fragilità finanziaria rispetto al mantenimento della titolarità dei prestiti fino alla loro scadenza. Questo stesso fenomeno ha però permesso una maggiore disponibilità di fondi. Peccato che ciò sia avvenuto con un indebolimento dei criteri applicati alla concessione del credito, nonchè di quelli che hanno condotto ad attribuire delle valutazioni (ratings) elevate a molti prodotti strutturati (carte i cui intrecci si sono rivelati indecifrabili).
In tale contesto viene data importanza risolutiva alle raccomandazioni del Finanacial Stability Forum concernenti il rafforzamento delle norme prudenziali di Basilea II. Non si spiega però che molte delle operazioni di cartolarizzazione sono state effettuate tramite condotte che operavano fuori dal bilancio ufficiale delle banche proprio per aggirare Basilea II. Non sembra però che le misure proposte dal Forum possano creare una legge che impedisca di trovare l'inganno. Semmai il Forum ha sanzionato il rischio morale rendendo accettabili come valori collaterali delle cartacce senza valore.
Cartolarizzazioni e prodotti derivati sono espressioni di mutazioni endogene al sistema capitalistico e, dato che si concentrano sull'acquisizioni di plusvalenze future, non sono regolabili come ben capì Alan Greenspan in na lucida deposizione al Congresso. La loro natura è per necessità di cose antiprudenziale. L'elemento più significativo che emerge dalla Relazione è il suo essere in sintonia con l'idea che il sistema finanziario debba essere sistematicamente salvato e sostenuto mentre le varie parti dell'economia reale si aggiustano secondo le condizioni del mercato. In questo «nuovo» capitalismo del rischio morale protetto, le vittime se vogliono minimizzare le loro perdite devono darsi da fare da sole, grazie alla flessibilità del mercato del lavoro, garantendo aumenti di produttività e via dicendo. E quelle che non ci riescono? Peggio per loro. Così deve funzionare il mondo.

(Joseph Halevi)


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. subprime crisi mutui banche Sylos Labini

permalink | inviato da pensatoio il 11/6/2008 alle 0:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


10 giugno 2008

Illogica logica : linguaggio e autoriferimento

 

Il Prof. Malatesta dice anche che per studiare il linguaggio ci serviamo comunque del linguaggio. Il linguaggio è autoreferenziale. Il linguaggio che studiamo è il linguaggio oggetto, il linguaggio con cui studiamo è il metalinguaggio. Una grammatica greca scritta in lingua italiana presenta la lingua greca come linguaggio oggetto e la lingua italiana come metalinguaggio.

Lo studio di una grammatica greca scritta in latino vede la lingua greca come linguaggio oggetto, la lingua latina come meta-linguaggio, la lingua italiana (di chi studia questo testo) come meta-meta-linguaggio. Anche il metalinguaggio può essere oggetto di studio e ciò rende necessario il meta-meta-linguaggio e così ad infinitum

Ogni linguaggio di livello N, dove N è un numero naturale, richiede a sua volta un metalinguaggio di livello N+1

 



A mio parere comunque va fatta qualche precisazione.

Se io studio una grammatica sanscrita in lingua inglese, perché in italiano non c’è una buona grammatica sanscrita e se io conosco bene l’inglese, allora la lingua sanscrita è il linguaggio oggetto e l’inglese il metalinguaggio (l’eventuale traduzione che faccio in mente mia dall’inglese all’italiano non ha rilevanza nel contesto). Se io studio una grammatica greca in latino, per studiare come si traduceva dal greco all’interno del mondo culturale latino (ad es. sto studiando San Girolamo), allora il linguaggio oggetto è il latino, il metalinguaggio è l’italiano e il greco potrebbe essere pure la floricoltura.


Se questo mio ragionamento ha una plausibilità perché mai bisognerebbe parlare di una illimitata gerarchia di linguaggi piuttosto che di una relazione tra linguaggio oggetto e metalinguaggio che si può applicare reiteratamente ? Cambierebbe qualcosa ? O sarebbe solo un diverso modo (statico quello della gerarchia dei linguaggi, dinamico quello senza gerarchia) per rappresentare le stesse situazioni ?

Inoltre le regole di linguaggio e metalinguaggio sono le stesse ? Devono essere le stesse ? Possono o debbono essere diverse ? L’eventuale differenza ha una rilevanza  per i risultati di uno studio del linguaggio oggetto ? Sono possibili diverse grammatiche di un linguaggio oggetto a seconda del metalinguaggio usato ? L’uso di una grammatica standard  è l’effetto di una oggettività scientifica o è dovuto alla egemonia di un certo metalinguaggio ?

 

 

 

 

 


10 giugno 2008

Cgil e partecipazione dei lavoratori all'impresa

 

Raffaele Bonanni e Maurizio Sacconi ne parlano quotidianamente. «Collaborazione» tra impresa e lavoro, dice il ministro del Lavoro (che pensa all'azionariato dei dipendenti). «Partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese», ripete il leader Cisl (che teorizza invece la presenza dei sindacati nei consigli di amministrazione delle aziende). Due ipotesi accomunate dalla volontà di superamento dell'antagonismo nei rapporti tra capitale e lavoro e l'approdo a un modello collaborativo. Un cambio di «cultura sindacale» che Emma Marcegaglia ha messo al centro della sua prima relazione davanti alla platea di Confindustria (ma i padroni sono da sempre contrari alla partecipazione dei lavoratori). E in Cgil?
Guglielmo Epifani, concludendo la conferenza d'organizzazione, ha posto una domanda: «Siamo sicuri che la versione tradizionale dei rapporti tra capitale e lavoro, per cui ci sono interessi non conciliabili o comunque distinti, sia ancora valida?». La confederazione di corso d'Italia non ha mai fatto mistero della propria contrarietà tanto alle incursioni di Sacconi, quanto allo storico cavallo di battaglia Cisl. Ma il tema della partecipazione dei lavoratori alla vita dell'impresa mai è stato tabù.
In Cgil il modello tedesco non viene considerato riproducibile in Italia, mentre l'azionariato non è considerato un modello di vocazione sindacale. Convince invece ciò che una volta si diceva «democrazia economica», il fatto cioè che i lavoratori possano partecipare e pesare nelle decisioni di impresa, su piani distinti da quelli di competenza della contrattazione. Susanna Camusso, segretaria della Cgil Lombardia, si dice convinta del fatto che una forma di partecipazione, «mai risolutiva comunque della condizione materiale dei lavoratori», potrebbe anche favorire la contrattazione. «Il conflitto non è a prescindere - dice Camusso - ma in funzione di un obiettivo». Alberto Morselli, segretario generale dei chimici Cgil, parla di un «sindacato partecipativo, sulla base di piattaforme rivendicative», e va a nozze anche con la «versione collaborativa dei rapporti tra capitale e lavoro». La segretaria generale dei tessili, Valeria Fedeli, lo definisce «un diverso modello di relazione industriale, che comunque andrebbe calibrato sull'assetto produttivo del paese, dove il lavoro, con la partecipazione, può godere di ulteriori vantaggi economici».
In quali sedi? «Potrebbero essere i consigli di sorveglianza, ma si potrebbero trovare anche altre forme», dice Camusso, che pensa a un sistema duale. Storicamente, è stato il cosiddetto «modello Iri» al centro del dibattito in Cgil sulla democrazia economica. Il congresso della Fiom dell'88, che tutti ricordano come «il congresso della codeterminazione», quello richiamava: un sistema informativo molto avanzato in cui tutte le fasi più importanti di un'azienda venivano discusse anche con le organizzazioni sindacali. Non se ne fece mai nulla. E anche allora le imprese non volevano saperne.
«La democrazia economica non si fa in un'azienda sola, ma con strumenti di politica economica e politica industriale», dice Giorgio Cremaschi (Fiom), «quello che propone Bonanni è una forma di aziendalismo, poi se davvero potessero esserci forme e luoghi per un ulteriore potere dei lavoratori, sarei favorevolissimo». Fermo restando, conclude, che si tratterebbe di una ulteriore via per i lavoratori, perché «la partecipazione non è il sindacato».
Alla Zanussi (oggi Electrolux) esiste ancora, ma solo sulla carta, un sistema partecipativo fatto di commissioni composte da rappresentanti sindacali e aziendali: in realtà non ha mai funzionato, racconta Cremaschi. Fallimentare - racconta Fabrizio Solari, segretario della Filt Cgil - anche il tentativo dell'azionariato in Alitalia, dove qualche anno fa è stato distribuito il 20% delle azioni tra i lavoratori come acconto degli aumenti salariali a venire. Quel che è certo però, dice Solari, è che «oggi le emergenze sono altre e hanno più a che fare con la legittimazione del sindacato dal basso, che con la sua legittimazione nell'impresa».

(Sara Farolfi)


sfoglia     maggio   <<  4 | 5 | 6 | 7 | 8 | 9 | 10 | 11 | 12 | 13  >>   luglio
 

 rubriche

Diario
Filosofia
Politica
Articoli
deliri
Schegge
Ontologia
Epistemologia
Storia
Ermeneutica
Conto e racconto
Comunismo

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

italo nobile
Periecontologia
blog filosofia analitica
porta di massa (filosofia)
Crisieconflitti
Blog di crisieconflitti
Rescogitans
Spettegolando
Being and existence
Josiah Royce
filosoficonet
Russell on proposition
Wittgenstein against Russell
Landini on Russell
Kalam argument
Internet enciclopedy of philosophy
Sifa
swif
Moses
Grayling
Bas Van Fraassen
Gilbert Harman
Nordic journal of Philosophical logic
Paideia Project
Ousia
Diogene : filosofare oggi
formamentis
riflessioni
Articoli filosofici
Ancient Philosophy
Dialegesthai
Hegel in MIA
MIA . risorse filosofiche
Gesù e la storia
piergiorgio odifreddi
renato palmieri
Dizionario sanscrito
Lessico aramaico
Cultura indù
Lessico indiano
Mitologie
Egittologia
Archeogate
Popoli antichi
Antichi testi cristiani
Bibbia
Testi biblici e religiosi
Agiografia
Eresie
Critica della Bibbia
Psychomedia
Rabindranath Tagore
La Pietà di Michelangelo
Sapere
google
Wikipedia
Libri in commercio
google traduttore
libri su google
Emiliano Brancaccio
Libri in commercio2
Dispense
crisieconflittiblog
l'ernesto
Essere comunisti
manifesto
Liberazione
Proteo Vasapollo
Appello degli economisti
Krisis
Rivista del Manifesto
n+1
Temi marxisti
Ripensare Marx
Gianfranco La Grassa
Ripensare Marx 2
Costanzo Preve
CriticaMente
Mercati esplosivi
Intermarx
Archivio marxista
35 ore
Gianfranco Pala
Contraddizione
falcemartello
Comunisti internazionalisti
Comedonchisciotte
Che fare
Teoria critica libertaria
Bellaciao
Anarcocomunisti
Informationguerrilla
Scambio senza denaro
Chaos
Guerra globale
Peacelink
Altraeconomia
Brianza popolare
indymedia napoli
Partito comunista internazionale
Prometeo
Giano
Cervetto
Rivoluzione comunista
P.C.internazionale (sinistra)
Teoria e prassi
Contropiano
Mazzetti
mazzetti2
vis a vis
Rotta comunista
Erre
Indymedia lavoro
Il pane e le rose
Articoli neweconomy
Noam Chomsky
Malcom X economia
La Voce.info
Z-Anarchismo
Iura Gentium
Domenico Gallo
Articolo 21
ansa
Openpolis
Asca (agenzia stampa)
Repubblica
Corriere della Sera
Adnkronos
Agenzia giornalistica italiana
Il Foglio
Informazioni on line
Rapporto Amnesty
Governo italiano
Inail
Avvisatore Parlamento
Inps
Istat
Censis
Rete no-global
Greenpeace
Utopie
Associazione pro Cuba
Rassegna stampa
Rassegna sindacale
Lucio Manisco
Nonluoghi
Osservatorio Balcani
Comunisti italiani
Rifondazione
Peace reporter
Centroimpastato
Democrazia e legalità
Società civile
Beppe Grillo
Alternative
Un mondo possibile
Laboratori di società
Antiutilitarismo
Mediawatch
Megachip
Le monde diplomatique
Report
Forum Palestina
Il filo rosso
Il Dialogo
Giulietto Chiesa
Guerraepace
Namaste
NensVisco Bersani
Unità
Sinistri progetti
Socialpress
Cafebabel
Terreliberedallamafia
Maria Turchetto
Carta
Carmilla
Lettera internazionale
Jacopo Fo
Globalproject
Attac
Anarchivio
Resistenze
Micromegas
Sbilanciamoci
War news
Tobin tax
Un ponte per
Uruknet
Lettera 22
Rainews
Reti invisibili
Centomovimenti
Euronews
Nidil Cgil
Chain workers
Cani sciolti
Ivan Ingrilli (sanità)
Sanità mondiale
Almanacco dei misteri
Rapporto Amnesty
Diritto del lavoro
Atlante geopolitico
Criticamente
Disinformazione
istitutobrunoleoni
Statistiche Bankit
Debitopubblico
Economia politica
Rasegna stampa economia
Dizionario economia
Cnel
formazionelavoratori
Confcommercio
Affari esteri
Teocollectorborse
Businessonline
Linneo economia
Economia e società aperta
Statistiche annuario ferrarese
Eures
Cgil Lombardia
Fondazione Di Vittorio
Fai notizia
Luogo comune
Zoopolitico
ok notizie
Wikio
La mia notizia
Youtube
Technorati
Blog
Answers
La leva di Archimede
Eguaglianzaelibertà
Liberanimus
Link economici
campioni pugilato
All words (dizionari)
Babelfish traduttore
Dieta
Cucina 2 : Buonissimo
Calorie
Cucina
Primi piatti
Dieta 2
Last minute
Dica 33
Schede medicinali
Dizionario etimologico
Dizionari
E-testi
Foto da internet
Ferrovie dello Stato
La Gazzetta dello Sport
Incucina
Cucina napoletana
Tabelle nutrizionali
Altalex
Pagine bianche
Calcola inflazione e interessi
Film Tv
Fuoco
Studium
Amica Mia di Pigura
prc valdelsa
Siddhartino
Altromedia
Trashopolis
lotte operaie nel mondo
vulvia
Korvo Rosso
La tela di Penelope
Conteoliver
Mario
Cloroalclero
Fronesis
Il mondo di Galatea
Polpettine
Tisbe
Lameduck
aiuto
Daciavalent
Arabafenice
Batsceba
Pibua
Guevina
Vietato cliccare
Cattivomaestro
Khayyamsblog
Francesco Nardi
Alex321
Ciromonacella
Comicomix
Devarim
Raccoon
La grande crisi del 2009 (cronache)
Giornalettismo
Zio Antonio
Radioinsurgente
Garbo
Vita da St(r)agista
sonolaico
serafico
jonathan fanesi
Valhalla
Millenniumphoenix
gianfalcovignettista
occhidaorientale
Undine
Capemaster
Mimovo
antonio barbagallo
Nefeli
Secondoprotocollo
Nessunotocchisaddam
Pragmi
Rigitans
Alessandro
Formamentisblog
Corso di traduzione letteraria
Filosofia del web
Mediamente
Psicopolis
Blog cognitivismo
Dswelfare
Caffeeuropa
Stefano Borselli
Domenico De simone
Andrea Agostini
democrazia diretta
Finkelstein
Movisol
Società e conflitto
menoStato
Settantasette
la Cia
misteri e cospirazioni
Globalizzazione
Centroimpastato
Tugan Baranovsky
Wright su reddito garantito
Contro il lavoro
Assenteismo e operai
Auschwitz e il marxismo
Cestim migrazioni
Salute naturale
Signoraggio
Umanitànova
Crisi della liquidità
Cooperazione tra cervelli
La Grassa su Bettelheim
Marx e Lange
Gramsci e la globalizzazione
Marx e la crisi
Prc quinto Congresso
Lessico gramsciano
Il virus inventato
Lotte disoccupati francesi
Biospazio
Storia nonviolenza
Tax justice network
Marx e la crisi
Seminari della controra
Valori e prezzi
Veti Usa a risoluzioni Onu
Anarchici
Nuovi mondi media
Stele e cartigli egizi
Libro dei morti
Egitto
Egitto2
Egitto3
Egitto4
Egitto5
Storia delle Brigate Rosse
Guide di Dada net
Aljazira.it
Arab monitor
Il Giornale
Cultura cattolica
Il denaro
Aldo Pietro Ferrari
Asianews
Storia della birra
Storia contemporanea
Dossier Legge Biagi
Ateneonline

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom