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23 luglio 2008

Le contraddizioni di Lula

Una delle grandi qualità del governo Lula è non criminalizzare i movimenti sociali, repressi dal governo Cardoso, anche con l'esercito. Se li trattasse come un fatto di polizia e non di politica condannerebbe il proprio passato. Molti ricordano gli scioperi e le manifestazioni operaie guidate dall'attuale presidente nell'ABC, la cintura industriale di San Paolo; gli elicotteri militari che volavano sullo stadio di Vila Euclides puntando le armi contro l'assemblea dei metalmeccanici; la polizia che assediava la cattedrale di São Bernardo do Campo, che ospitava i dirigenti operai; i cellulari del Deops, il Dipartimento per l'ordine pubblico e sociale, che arrestavano i leader sindacali.

Erano tempi di dittatura. Oggi abbiamo recuperato lo stato di diritto, nel quale lo sciopero, le manifestazioni e le rivendicazioni sono diritti assicurati dalla costituzione federale. Eccetto che nel Rio Grande del Sud, dove l'arbitrio ancora domina Nel settembre del 2007, la Brigata militare, come si chiama la polizia di quello stato, ha tentato di impedire la marcia di tre colonne di Senza-terra verso il municipio di Coqueiros do Sul. In un rapporto consegnato al comandante generale della Brigata militare, alla Procura del Rio Grande do Sul e alla Procura federale, il vice-comandante colonnello Paulo Roberto Mendes Rodrigues definisce l'Mst e Via Campesina come «movimenti criminali». Nel dicembre del 2007, il Consiglio superiore del Procura del Rio Grandedo Sul ha nominato una equipe di giudici per «promuovere un'azione civile pubblica tendente a dissolvere l'Mst e dichiarare la sua illegalità». Quando il sistema giudiziario esigerà la fine del latifondo? Ha deciso anche di «intervenire nelle scuole dell'Mst, per prendere tutte le misure necessarie per renderle conformi alla legalità, tanto dal punto di vista pedagogico che della modalità di influenza esterna dell'Mst». Questa decisione è contraria al Patto internazionale sui diritti civili e politici, riconosciuto dal governo brasiliano (Decreto 592, 6/7/92), oltre a non rispettare la costituzione federale. L'11 di marzo di quest'anno, la Procura federale ha denunciato otto membri dell'Mst di «far parte di gruppi che hanno come obiettivo quello di modificare lo stato di diritto» e ha accusato gli accampamenti di braccianti promossi del Movimento dei Senza-Terra di costituirsi in «Stato parallelo» appoggiato dalle Farc colombiane. Questa grottesca accusa è in radicale contrasto con le conclusioni dell'inchiesta penale della Polizia federale che ha indagato sull'Mst nel 2007 e ha concluso che il movimento non ha vincoli con le Farc e non pratica crimini contro la sicurezza nazionale. L'Mst è un movimento legittimo che sostiene 150.000 persone accampate sul bordo delle strade, evitando che ingrossino la cintura delle favelas delle città. E sostiene il diritto di accesso alla terra di 4 milioni di famiglie che, negli ultimi decenni, sono state espulse dalle campagne a causa dell'espansione del latifondo e dell'agro-business e a causa della costruzione di dighe e dell'aumento degli interessi bancari. Per principio l'Mst adotta, nelle sue azioni, il metodo della non-violenza, come facevano Gandhi e Luther King (che, tuttavia, subirono analoghe accuse e sono morti assassinati). Le aree occupate sono improduttive o occupate da grileiros, come si chiama in Brasile la gente che s'impossessa di terre pubbliche sulla base di documenti falsi. È il caso di molte fazendas del Pontal do Paranapanema, nello Stato di San Paolo. Il Brasile e l'Argentina sono gli unici paesi delle tre Americhe che non hanno mai fatto una riforma agraria. Il nostro paese è quello che possiede più terre coltivabili nel continente, circa 600 milioni di ettari, con il 59% del territorio nazionale che è in situazione irregolare, occupato da grileiros, posseiros e latifondisti Oggi l'Mst lotta per la democratizzazione della terra, per mettere al primo posto la produzione di alimenti per il mercato interno (120 milioni di potenziali consumatori) attraverso piccole e medie proprietà, perché la terra sia libera dal controllo di imprese trans-nazionale, garantendo la sovranità alimentare al nostro paese. Un cambiamento sostenibile della struttura fondiaria richiede un nuovo livello tecnologico capace di preservare l'ambiente e impiantare nell'interno del paese agro-industrie in forma di cooperative e facilitare l'accesso all'educazione di qualità. Non si può ammettere che le terre del Brasile diventino proprietà di stranieri solo perché hanno più soldi. Esse devono restare alla portata delle famiglie beneficiarie della Borsa Famiglia. Così il governo non dovrà preoccuparsi di aumentargli il mensile. Più che di cibo, cucina a gas e frigorifero, queste famiglie hanno bisogno di essere in condizione di accedere alla terra, perché possano emanciparsi dalla tutela federale e produrre il proprio reddito. Tutti i diritti di cittadinanza - voto alle donne, legislazione del lavoro, sistema sanitario, pensioni - sono stati conquistati dai movimenti sociali. E la storia di tutti loro, in qualsiasi paese o epoca, non è stata diversa da quel che oggi affronta l'Mst: incomprensioni, persecuzioni, massacri e omicidi (Eldorado dos Carajás, Dorothy Stang, Chico Mendes...). Se il prezzo della libertà è l'eterna vigilanza, quello della democrazia è la socializzazione del potere, evitando che sia privilegio di una casta o di una classe

(Frei Betto)


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22 luglio 2008

Con Petraeus la situazione in Iraq è di molto, ma di molto migliorata...

Alcuni giornali (ma soprattutto lo stesso Petraeus) sostengono che la strategia detta surge abbia prodotto un grande miglioramento della situazione americana in Iraq (alcuni sono addirittura trionfalistici). Eppure a parte chi non è d'accordo (vedi 1 e 2). l'elenco che segue conferma  la legge di Schopenhauer sull'entropia per la quale "Un bicchiere di monnezza in un barile di vino produce monnezza"




22 Giugno


24 Giugno

26 Giugno

27 Giugno

3 Luglio     

7 Luglio

13 Luglio

15 Luglio

18 Luglio

21 Luglio


22 luglio 2008

Illogica logica : cosa determina la validità di un argomento ?

Irving Copi dice che la verità e la falsità della conclusione non determina la validità dell’argomento.

 

 

 

In realtà la validità dell’argomento è come la verità del funtore dell’implicazione. Essa non è condizionata né dalla verità delle premesse né da quella della conclusione. Essa è legata solo alla regola per cui un argomento per essere valido deve , date delle premesse vere, condurre a conclusioni vere.


21 luglio 2008

Cesare Pavese : "Rivolta" (parte terza)

Pare morto anche il mucchio di cenci
che il sole scalda forte, appoggiato al muretto.
Dormire per la strada dimostra fiducia nel mondo.
C'è una barba tra i cenci e vi corrono mosche che han da fare.
Come mosche i passanti si muovono in strada.
Il pezzente è una parte della strada.



La miseria ricopre di barba
i sogghigni come un'erba
e dà un'aria pacata.
Questo vecchio che poteva morire stravolto nel sangue
pare invece una cosa ed è vivo.
Così tranne il sangue
ogni cosa è una parte di strada.
Pure, in strada le stelle hanno visto del sangue.


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21 luglio 2008

Il piano inclinato..a novanta gradi

Se Berlusca può fare una legge per risolvere un problema personale, perchè Umberto Bossi non può ridisegnare la geografia dell'insegnamento pubblico per consentire finalmente al suo figliolo di ottenere il diploma ?


Una vecchia abitudine....
Un esercizio di riabilitazione per coloro che sono stati colti da ictus...


E' questa la domanda che giuristi e politologi si stanno ponendo, in primis con l'intervista della Gelmini a Repubblica che ricorda la necessità del radicamento della scuola nel territorio.
Questo è quello che si chiama "piano inclinato", dispositivo che consente a chi approva una cazzata di dirne un'altra più grande, secondo quei processi sistemici e cumulativi indicati da tutti quegli studiosi che vogliono scagionare speculatori, politici corrotti, evasori fiscali dai mali che attanagliano il mondo ed il nostro paese.
Che volete farci ? La situazione è sfuggita di mano....volete prendervela con qualcuno ? Il vostro culo è un attrattore di cazzi, mica è colpa di chi vi inchiappetta. 


21 luglio 2008

Adam Smith e un'altra teoria del valore lavoro

Ogni uomo è ricco o povero nella misura in cui è in grado di concedersi i mezzi di sussistenza e di comodo ed i piaceri della vita.
Ma una volta affermatasi la divisione del lavoro, con il proprio lavoro si può ottenere solo una parte piccolissima di questi. La parte di gran lunga maggiore deve essere tratta dal lavoro degli altri e quindi uno è ricco o povero secondo la quantità di lavoro di cui può disporre o che è in grado di acquistare. Il valore di ogni merce, per la persona che la possiede e che non intende usarla o consumarla personalmente ma scambiarla con altre merci, è dunque uguale alla quantità di lavoro che le consente di acquistare o avere a disposizione. Il lavoro è quindi la misura reale del valore di scambio di tutte le merci.



Questo passo è molto interessante e vanno fatte a tal proposito molte osservazioni :
La prima è che chi è in grado di procurarsi i mezzi di sussistenza e di comodo e i piaceri della vita non è ricco ma è capace o quanto meno potente.
Ricco è chi con la divisione del lavoro ha accumulato un gran quantitativo di beni durevoli da lui prodotti o di beni scambiabili (se non addirittura di beni-moneta) e può disporre di una grande quantità di lavoro altrui. Quindi la definizione di "ricco" presuppone quanto meno la divisione del lavoro se non un abbozzo di economia monetaria.
La seconda considerazione è che qui viene delineata una teoria del valore lavoro diversa da quella marxiana. Il valore di una merce non corrisponde al lavoro necessario per produrla in quanto merce, ma al lavoro che il possesso di tale merce può comandare verso chi volesse acquistarla

(naturalmente è possibile che nei fatti tali definizioni diverse diventino equivalenti per effetto di un gran numero di scambi).

Essa dunque è legata sia al grado di utilità attesa per una sola persona, al numero di persone per le quali ha un certo grado di utilità attesa, alla scarsità (e di riflesso al lavoro necessario per produrla in quanto merce). Naturalmente se tale concetto di valore/lavoro è più comprensivo, al tempo stesso è più vago. Comunque è molto interessante e andrebbe sviluppato.


20 luglio 2008

Cesare Pavese : "Rivolta" (parte seconda)

Quando dormono, sembrano il morto.
Se c'è anche una donna
è più greve il sentore, ma paiono morti.
Ogni corpo si stringe stravolto al suo letto
come al rosso selciato :
la lunga fatica fin dall'alba,
val bene una breve agonia.



Su ogni corpo coagula un sudicio buio.
Solamente quel morto è disteso alle stelle


La morte per Pavese sembra essere l'unica cosa che consenta di respirare liberamente.

Voglio dedicare questo pensiero a Guido. Guido era un segretario regionale e nazionale del sindacato a cui appartengo. Sembrava l'emblema della burocrazia sindacale. Le sue relazioni introduttive erano monocordi e cantilenanti (per quanto esaustive) e spesso ridacchiavamo a pescarci assonnati e distratti durante tale rumore di fondo. Assomigliava al "Professor Baltazar", eroe di un cartone animato (cecoslovacco?) che seguiva negli anni Settanta la ben nota serie "Ufo" durante la domenica pomeriggio. 



Gli volevamo comunque bene, proprio per questo suo aspetto inoffensivo e per il suo equilibrio politico.
Da poco era andato in pensione. Avevo saputo che era morto e mi ero sorpreso a pensare che a volte la vita è un po' stronza, ipotizzando un infarto o il solito compagno cancro.
Non era così : Guido era depresso e alle sei di mattina si era buttato dabbasso.
Chi di noi si era accorto di questo ? Chi gli aveva dato una mano ? A quanto ciò era servito ?
Quanto tempo abbiamo per il nostro compagno ? Quanto volte dovremo guardare da un'altra parte ?
Molti compagni e colleghi si sono soffermati sulla sua carriera e sul suo impegno sindacale.
Io penso che in un colpo solo Guido si sia liberato della burocrazia sindacale, della cantilena monocorde, della barbetta un po' appuntita e dei suoi occhiali. E di noi. Ridacchianti imbecilli.
Adesso procede a passo veloce (un po' come l'Aldo Moro interpretato da Roberto Herliztka che fugge via dalla prigione nel sogno della terrorista pentita in "Buongiorno Notte") e fa quel che vuole. Anche una pernacchia al segretario nazionale.


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20 luglio 2008

Quel vecchio scarpone : Hegel e il dispotismo livellatore

Poichè quella così detta filosofia, avendo dichiarata pazza la ricerca della verità, ha livellato tutti i pensieri e tutte le materie, come il dispotismo degli imperatori di Roma ha uguagliato liberi e schiavi, onore e disonore, virtù e vizio, conoscenza ed ignoranza, così che i concetti del vero, le leggi dell'ethos null'altro sono, se non opinioni e convinzioni soggettive; e le massime più delittuose sono messe in quanto convinzioni, alla pari con quelle leggi, e qualsiasi oggetto, per quanto nudo e particolare, e qualunque cosa di niun conto è pareggiata in dignità a ciò che costituisce l'interesse di tutti gli uomini pensanti e i vincoli del mondo etico.


Gli Imperatori adottivi

Questo passo pone una domanda interessante : cosa facilita più il dispotismo, il relativismo che rende deboli le difese della democrazia o il dogmatismo che vuole imporre a tutti lo stesso punto di vista ?


20 luglio 2008

L'emergenza rifiuti in 5 violazioni

 

Il libro Ecoballe di Paolo Rabitti, perito della Procura di Napoli nei procedimenti giudiziari sui rifiuti campani, permette di fare il punto sulle responsabilità di un disastro unico al mondo. Sulla vicenda sono in corso due processi a cui è demandato l'accertamento delle responsabilità penali degli imputati; ma sul meccanismo che ha portato a sommergere la Campania sotto cumuli di rifiuti non ci possono più essere dubbi. Questo meccanismo è la sistematica violazione dell'ordinanza con cui, fin dal marzo del 1998, l'allora Ministro degli interni Giorgio Napolitano aveva delineato i termini con cui avrebbe dovuto essere affrontata la crisi dei rifiuti nella regione.
Quell'ordinanza prescriveva il raggiungimento del 35% di raccolta differenziata; l'affidamento per 10 anni della gestione di tutti i rifiuti urbani prodotti in Campania a valle della raccolta differenziata; la realizzazione entro l'anno degli impianti di selezione e trattamento delle frazioni secca e umida del rifiuto indifferenziato e, entro il 2000, di due inceneritori predisposti per il trattamento del solo Cdr (la frazione secca del rifiuto indifferenziato, trattata perché raggiunga un tot potere calorifico). Per evitare indebiti accumuli di Cdr fino alla realizzazione degli inceneritori, lo stesso doveva essere bruciato in altri impianti, anche fuori regione; e per non pregiudicare la raccolta differenziata, il Cdr non doveva eccedere la metà dei rifiuti complessivamente prodotti in Campania. L'elettricità prodotta dagli inceneritori avrebbe goduto, per un periodo di 8 anni, degli incentivi Cip6 cioè di un prezzo di cessione dell'elettricità generata con i rifiuti 4 volte superiore al costo di produzione di un ordinario impianto termoelettrico. Il decreto Napolitano era in perfetta linea con le esperienze all'epoca più avanzate di gestione dei rifiuti urbani e ne riproduceva le fasi e le caratteristiche principali.
La prima violazione del decreto avviene con il bando di gara indetto dal Commissario straordinario ai rifiuti, l'allora Presidente della giunta regionale di centrodestra, Rastrelli. Il bando viene dimensionato per il trattamento di tutti i rifiuti prodotti dalla regione e non solo della parte che residua dalla raccolta differenziata; le prescrizioni del capitolato d'oneri riguardano solo l'inceneritore, senza alcun riguardo per gli impianti di selezione e trattamento a monte dell'incenerimento; non una parola viene fatta sugli impianti di compostaggio (processo che trasforma la frazione organica in un ammendante per i suoli agricoli), senza i quali la raccolta differenziata dei rifiuti urbani non ha senso. Una scelta a favore del «tutto fuoco» che rispecchia l'orientamento della giunta regionale dell'epoca, ma che viene poi confermata dalle successive giunte Bassolino di centrosinistra. Per di più si affida all'impresa vincente il compito, pubblico, di scegliere i siti dove costruire gli impianti.
La seconda violazione è con l'aggiudicazione del servizio. Viene scelto il progetto del raggruppamento Fisia-Impregilo, che la commissione tecnica giudica il peggiore tra quelli presentati (era obsoleto già 10 anni fa); inoltre in esso si prospetta la produzione di compost senza fare la raccolta differenziata della frazione organica, ma ricavandolo dal rifiuto indifferenziato, e in quantità superiori alle capacità di trattamento degli impianti: è evidente che non si intende né produrre compost, per il quale ci vuole la raccolta differenziata, né stabilizzare - cioè rendere inoffensiva - la frazione «umida» del rifiuto indifferenziato; ma solo chiamare compost tutto ciò che viene scartato nella preparazione del rifiuto combustibile per l'inceneritore. Non basta, l'impresa proponente subordina la validità della sua offerta all'accettazione da parte della stazione appaltante di una nota del tutto illegale dell'Abi che «mette al bando» la raccolta differenziata di plastica e carta - gli unici materiali combustibili che possono alimentare un inceneritore - attraverso la formula deliver or pay: i comuni devono pagare a chi gestisce gli impianti la stessa tariffa sia che facciano la raccolta differenziata o no. Lo scopo è quello di massimizzare gli incassi da produzione di energia elettrica: più rifiuti ci sono, più si guadagna. Molti economisti sostengono che gli incentivi per le fonti rinnovabili alterano i meccanismi di mercato. E' vero, ma promuovono il futuro: cioè l'unica alternativa energetica in un'era post-fossile. Gli incentivi per l'incenerimento finanziano il passato: la dissipazione, con rendimenti insignificanti, di tutta l'energia utilizzata e contenuta nei materiali distrutti; uno spreco concepibile con un'offerta di combustibili fossili illimitata e senza l'assillo dell'effetto serra: un'epoca ormai alle nostre spalle.
La terza violazione del decreto Napolitano si verifica cancellando dolosamente dal contratto le clausole che obbligano l'appaltatore a bruciare i rifiuti combustibili in altri impianti fino al completamento dell'inceneritore e quelle che limitano il materiale da bruciare alla metà dei rifiuti prodotti in regione. Quelle clausole obbligherebbero l'appaltatore a pagare il servizio a altri operatori, perdendo gli incentivi Cip6. Meglio allora impacchettare quel tesoro in migliaia di «ecoballe», in attesa di poterle bruciare nel proprio forno. Se poi la realizzazione dell'inceneritore tarda e le ecoballe diventano milioni, che importa? Valgono tant'oro quanto pesano, tanto è vero che le banche (ecco che torna in campo l'Abi) le accetteranno a garanzia dei prestiti concessi, come fossero tanti barili di petrolio (quelle accumulate l'anno scorso valevano già un miliardo e mezzo di euro).
Se poi questi stoccaggi illeciti - dopo un anno gli stoccaggi cessano di essere depositi temporanei, autorizzati dalla legge, e diventano discariche, per le quali sono necessari presidi ambientali mai realizzati - costano troppo, si mette a carico del Commissario, cioè di tutta la nazione, la differenza tra il prezzo pagato alla camorra, proprietaria delle aree di stoccaggio, e quello che l'appaltatore aveva indicato nella sua offerta al ribasso. E' la quarta violazione del decreto: una porta spalancata alla camorra che affitta camion per portare le ecoballe in giro per tutta la regione e i terreni dove accumularle.
Quinta violazione: per produrre più ecoballe si fanno lavorare i Cdr al di sopra delle loro capacità; si sospende la manutenzione e li si mette fuori uso, anche perché non c'è più un solo buco dove conferire la parte più molesta del loro output: la frazione umida non lavorata e puzzolente che dovrebbe essere compost. Sembra che rovinando i propri impianti i titolari dell'appaltato danneggino se stessi; ma non è così. Con quegli impianti fuori uso e le discariche piene, i rifiuti si accumulano per le strade e l'emergenza torna a farsi pressante. Tanto da giustificare nuove ordinanze e nuove deroghe: cioè l'autorizzazione a produrre compost che non è compost e Cdr che non è Cdr. E nuovi impianti con lucrosissimi incentivi: non più un solo inceneritore e nemmeno 2, ma 4; e tutti con gli incentivi Cip6, aboliti nel resto dell'Italia e fuorilegge per la Commissione europea. «Da diverse conversazioni intercettate - scrive Rabitti - emerge il sistematico ricorso al blocco della ricezione dei rifiuti come strumento di pressione per avere le autorizzazioni agli stoccaggi e per giustificare i provvedimenti». Ecco spiegata l'emergenza rifiuti.

(Guido Viale)


20 luglio 2008

Perchè gli italiani si riscoprono razzisti

 

Un incidente di percorso, uno scherzo del destino. Al più, un'incauta concessione all'alleato tedesco. Questo sono tuttora le leggi razziste promulgate settant'anni fa dallo Stato italiano nella imperturbabile coscienza di noi italiani, per natura «brava gente». Dovrebbero venire qui da tutto il mondo a studiare questo caso di riuscitissima autoassoluzione generale. Questo miracolo di rimozione collettiva. Nulla appare più infondato della tesi che afferma l'estraneità del razzismo alla storia nazionale. È vero il contrario. Le leggi antiebraiche volute da Mussolini rientrano a pieno titolo nella storia patria, al pari del fascismo, variante italica della «rivoluzione conservatrice». Il regime le promulgò, nel tripudio di folle acclamanti, poco dopo aver divulgato il Manifesto della razza e all'indomani di un «censimento» degli ebrei propedeutico alla persecuzione. Giustamente la storiografia si chiede perché proprio allora, e si divide. Ma è bene chiarire che il razzismo (non solo antisemita) è consustanziale al fascismo, è una sua espressione spontanea e necessaria.
Dominio e gerarchia; esclusione dell'«altro» e subordinazione degli «inferiori»: sono queste le basi ideologiche del fascismo. Il che, tradotto in pratica, significa: nazionalismo aggressivo e imperialismo verso l'esterno; eugenetica, mixofobia e maschilismo all'interno. Del resto, le leggi del '38 non furono le prime norme razziste del regime. Due anni prima erano stati varati i regolamenti contro la naturalizzazione dei «meticci»; nel '37, le leggi contro il «madamato». Ma già negli anni Venti il regime compie un giro di vite contro «devianza» e marginalità, percepite come eversive e distoniche rispetto alla nazionalizzazione delle masse.
A sua volta il razzismo fascista non nasce dal nulla. In tutta Europa il razzismo è un corollario della modernizzazione. Patologico ma non accidentale. Regressivo ma non residuale. La stilizzazione della delinquenza e dell'alterità (follia, alcolismo, prostituzione, brigantaggio, accattonaggio, nomadismo, omosessualità) è cruciale nella costruzione delle tradizioni. Da questo punto di vista lo straniero, il diverso, l'ebreo, il negro, lo zingaro - e, da noi, il meridionale - sono eroi della modernità. Lo sono anche le donne, nella misura in cui il maschio ariano è il paradigma della perfezione, rispetto al quale ogni condizione è definita per carenza.
Non c'è normalità senza «devianza» (che il nazismo chiama «asocialità»). E tutte le figure razzizzate sono parti di uno stesso insieme, come intuì il Bassani de Gli occhiali d'oro, dove il vecchio Fadigati, medico «pederasta», rivela al giovane «israelita» che la loro situazione è in fondo la medesima: in quanto «diversi» sono entrambi segmenti del confine, in pari misura utili alla definizione della norma, quindi uguali nella comune alterità. Per questo la modernizzazione alimenta l'antisemitismo. L'ebreo è l'«altro» per antonomasia: quando si assimila perché si infiltra; quando preserva le proprie tradizioni perché rompe l'omogeneità del corpo collettivo. L'Italia non fa eccezione in tutto questo. Anzi, è un contesto ideale, grazie alla robusta eredità dell'antigiudaismo medievale, che risuona nelle crociate antisemite della Civiltà cattolica e di padre Gemelli. Non stupisce quindi lo zelo persecutorio della burocrazia alle prese con le leggi del '38. Né l'assenza di manifestazioni di dissenso da parte della nostra «brava gente». Tutt'altro. Si capisce bene la caccia ai ruoli lasciati dagli ebrei nelle istituzioni, a cominciare dall'Università. Dove tanti «insigni studiosi» si distinsero in una gara che illustrò l'accademia italiana. L'offensiva razzista del fascismo coinvolse anche gli «zingari», «eterni randagi privi di senso morale» frutto di «mutazioni regressive». Si invocarono misure che in Germania avrebbero condotto allo sterminio di mezzo milione di Zigeuner. Finché nel settembre del '40 il capo della polizia Bocchini ne dispose la deportazione nei campi di concentramento di Teramo, Campobasso e Perdasdefogu.
Veniamo a noi. Se tenessimo presente questo quadro rinunciando alla favola della nostra refrattarietà al razzismo, avremmo qualche strumento in più per capire quanto avviene ai nostri giorni e, forse, per correre ai ripari. Il nostro disorientamento nasce dalla rimozione, che a sua volta innesca un contrappasso: il passato persiste tanto più tenace (e genera coazioni a ripetere) a misura della sua mancata elaborazione. Pesa, sullo sfondo, l'incompiuta defascistizzazione, la scelta di non fare una nostra Norimberga e di tenere ben sigillati gli «armadi della vergogna». Per cui l'omaggio alle vittime della Shoah dev'essere prontamente compensato da un «ricordo» delle foibe costruito sulla negazione delle atrocità commesse dai fascisti sul confine orientale e in Jugoslavia. Ha indubbiamente ragione il presidente della Camera quando sostiene che la sua elezione sancisce la «piena legittimazione della cultura della destra». Ma ha ragione anche Moni Ovadia nell'osservare che se l'attivismo razzista di Maroni fosse espresso da un ministro tedesco, in Germania si scatenerebbe un putiferio.
Del resto, se oggi scopriamo il razzismo dello Stato sui polpastrelli dei bambini rom, dovremmo anche chiederci quanto razzismo c'è nella pretesa che le nostre siano guerre giuste e «umanitarie». Noi, l'Occidente, contro i non civilizzati: barbari tagliatori di teste, selvaggi che «infestano» il pianeta, animali. Ma forse siamo a un salto di qualità. Sul versante dei destinatari, in primo luogo. Schediamo i rom coinvolgendone il corpo affinché si scolpisca nell'immaginario collettivo che la «difesa della società» non sente ragioni, non riconosce diritti. Ma gli «zingari» incarnano il nomadismo metropolitano, sono una potente metafora della precarietà e dello sradicamento. Se negli Stati Uniti le baraccopoli ospitano nuovi poveri travolti dai subprime, la campana suona per tutti.
Siamo a un passaggio di fase nelle pratiche istituzionali. Non ci si lasci ingannare dalla faccia «banale» del ministro. Le schede del «censimento» etnico sono un buon test sulla maturità del processo. Ci riportano dalle parti di Vichy per misurare il tasso di pubblico gradimento. Difatti il salto è soprattutto nel contesto sociale. Vent'anni di campagne razziste, complice un'informazione forcaiola, hanno spianato il terreno. L'insicurezza e la paura l'hanno ben concimato. Oggi l'ethos collettivo è un calibrato mix di egoismo, indifferenza e intolleranza. I sondaggi confortano: il 70% degli italiani approva le misure; oltre il 60% ne esclude la connotazione razzista. È un sentimento liberatorio quello che i numeri attestano. Finalmente si può dire chiaro e forte quanto ieri si sussurrava tra amici, con qualche vergogna. Ma il prezzo di questa libertà è un nuovo carico di oblio. Il ritorno alla persecuzione degli zingari non segnala soltanto che siamo fuori dal cono d'ombra del secondo conflitto mondiale, sgravati dalla sua ingombrante eredità. Dice che abbiamo cancellato anche il ricordo della nostra emigrazione e delle umiliazioni inflitte ai nostri padri, macaroni e dago. Non abbiamo più le pezze al culo, siamo sommersi da suv e cellulari. Siamo pieni di paure, ma ricchi e perciò liberi. Pronti a goderci, dopo 70 anni, nuovi entusiasmanti riti sacrificali.

(Alberto Burgio)


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