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20 luglio 2008

Le riforme costituzionali

 

La ragione per cui molti costituzionalisti democratici sono spesso accusati di «conservatorismo» - bene che vada «nobile» - rispetto alle molteplici richieste di modifiche istituzionali sta nella loro consapevolezza della posta in gioco. Le iniziative finalizzate a trasformare nel profondo l'assetto della nostra Repubblica hanno posto spesso i costituzionalisti dinnanzi all'alternativa fra abbandonare il rigore della propria disciplina per seguire il «nuovo» che avanza, o farsi paladini delle ragioni del costituzionalismo democratico. Il referendum del 2006, che ha respinto «l'assalto alla Costituzione» del centro-destra, sembrava aver dato ragione alle preoccupazioni espresse nei confronti delle spregiudicate politiche di riforma costituzionale delle maggiori forze politiche del paese.
Quel referendum avrebbe dovuto definitivamente chiudere la stagione "costituente".
Ciò non è accaduto: un po' per improntitudine, un po' perché un ceto politico in crisi di rappresentanza tende naturalmente a ricercare una legittimazione puramente istituzionale che le permetta in ogni caso di governare. Ecco allora che anche questa legislatura si vuole «costituente». Ai costituzionalisti, anche questa volta, credo sia affidato il compito di sostenere le ragioni della democrazia pluralista in un ambiente politico poco preoccupato di alzare lo sguardo oltre la mitica «governabilità purchessia».
Rispetto al recente passato alcuni fatti devono essere presi in considerazione. Anzitutto le mutate condizioni politiche seguite alle ultime elezioni. La fragilità della passata maggioranza di centrosinistra, che ha reso impossibile governare, rappresentava però un vantaggio, apparentemente paradossale, per coloro che volevano impegnarsi a riformare il sistema istituzionale. Essendo massima l'incertezza politica si operava in una situazione assimilabile a quella che molti costituzionalisti ritengono essenziale per la riforma delle regole del gioco: il «velo di ignoranza» che impedisce ai competitori politici di pensare alle riforme esclusivamente in base alle proprie convenienze particolari. «Apparente paradosso» che pure ha permesso all'inconcludente passata legislatura di produrre un apprezzato progetto di riforma costituzionale.
Semplificazione?
Con le ultime elezioni non solo è caduto il «velo di ignoranza», ma è cambiato l'intero sistema politico. Siamo all'alba forse di un nuovo regime politico, certamente di nuove forme della democrazia. Quale regime e quali forme è presto per dire, ma sin d'ora pare indiscutibile un fatto: la semplificazione bipolare del sistema della rappresentanza politica, con la conseguente scomparsa delle tradizioni storiche e culturali egemoni nel «secolo breve». E' un bene? Dal punto di vista della «governabilità purchessia» può essere, dal punto di vista di un fautore della democrazia pluralista appare invece evidente l'impoverimento politico e sociale che tale svolta di sistema impone. Da quest'ultimo punto di vista (che è quello disegnato dal costituzionalismo del secondo dopoguerra in Europa occidentale), oggi il problema principale diventa garantire la ricchezza delle diverse espressioni di pensiero, anche di quelle che non trovano più una rappresentanza politica ed istituzionale.
Entro questo quadro dunque si apre il «dialogo» sulle riforme. La richiesta principale, tanto dall'attuale maggioranza quanto dall'attuale opposizione, sembra sia quella di rafforzare il governo. Un obiettivo condivisibile? Se si trattasse della razionalizzazione della nostra forma di governo parlamentare in base al «modello tedesco» tante volte discusso, non si potrebbe - per l'ennesima volta - che riaffermarne l'utilità e avvertire che con il governo deve anche pensarsi a rafforzare l'altro organo titolare dell'indirizzo politico: il parlamento. Aspetto quest'ultimo che viene costantemente dimenticato.
Ma non è questo il contesto in cui si muovono i soggetti protagonisti dell'attuale fase politica. Da un lato, infatti, l'obiettivo del centro-destra (neppure più mitigato dall'alleanza con Casini) è stato definito con precisione dalla riforma costituzionale approvata da Berlusconi, pur respinta dalla maggioranza del corpo elettorale, mai però rinnegata dai suoi fautori che oggi hanno l'occasione per un ritorno al passato. Si tratta del minaccioso «premierato assoluto», forma di governo «unica al mondo» (Leopoldo Elia), modello costituzionale ritagliato in base alla convinzione che al solo governo e a chi lo presiede, liberato da controlli sociali e da ogni contrappeso istituzionale, spetta l'onere di definire la politica nazionale. Una filosofia che è espressione tipica dell'epoca in cui viviamo (il tempo del caimano), ma che si contrappone al principio fondamentale della divisione della sovranità che la modernità ha imposto e il costituzionalismo ha teso a realizzare. Un obiettivo di riforma costituzionale «incostituzionale».
Neppure dall'altro lato dello schieramento politico i precedenti appaiono rassicurare. Le affermazioni «strategiche» a favore del modello semipresidenziale francese lasciano inquieti. Il sistema istituzionale della Quinta Repubblica si caratterizza infatti per un'eccessiva concentrazione dei poteri in capo al presidente della Repubblica (vero "monarca repubblicano") e per una sostanziale irrilevanza politica dell'organo parlamentare. Un presidente governante che può trovare un limite solo nel caso - eccezionale - di formazione di una diversa maggioranza politica che lo obblighi a dar vita ad un governo di «coabitazione». Forse un sistema politico congeniale alla visione bipolare a vocazione maggioritaria dell'attuale gruppo dirigente del partito democratico, ciò nondimeno dannoso per le ragioni essenziali della democrazia pluralista.
La domanda fondamentale
Il «dialogo» sulle riforme costituzionali appare dunque caratterizzato dall'assenza di un orizzonte cui possa collegarsi una visione condivisibile di sviluppo della nostra forma di governo. Le prospettive che si contendono il campo paiono volere semplicemente consolidare i processi politici in corso, ciascuna secondo gli interessi dei due schieramenti maggiori. Nessuno sembra porsi la domanda fondamentale: quale è l'idea di democrazia che giustifica la revisione dei rapporti che reggono una comunità politica. Un interrogativo che imporrebbe di sbilanciarsi sul futuro, non solo su quello immediato, non solo sui rapporti tra l'attuale maggioranza e l'attuale opposizione, non unicamente in vista di un prossimo - peraltro forse solo illusorio - successo elettorale.
Si tratterebbe di chiarire se la strada della semplificazione del sistema, della progressiva riduzione della complessità sociale, della progressiva anestitizzazione del conflitto sociale, sia congeniale con i valori del pluralismo che una matura democrazia hanno sino ad ora preteso. Una prospettiva plurale della società multiculturale che i processi di mondializzazione delle politiche sembrano dovere accentuare nei prossimi anni e che politiche miopi hanno teso a non considerare; inanellando un fallimento dopo l'altro e ritrovandosi sempre al punto di partenza, con problemi irrisolti di governabilità delle società che ostinatamente si dimostrano irriducibili alla semplificazione. Prendere coscienza che la governabilità nelle democrazie pluraliste contemporanee può coniugarsi solo con la complessità delle moderne società, senza dover sacrificare la multiforme articolazione politica e diversità culturale, costituirebbe il vero presupposto di ogni discussione di riforma della nostra forma di governo e del sistema costituzionale complessivo.

(Stefano Azzariti)


19 luglio 2008

Illogica logica : argomenti con premesse false e premesse vere

Irving Copi analizza nell'argomento (reso formalmente da un'implicazione) la verità o la falsità delle premesse.



A tal proposito, che differenza c'è tra un argomento dove la premessa sia vera ed uno dove la premessa sia falsa ?
Nella lingua italiana il primo può essere anche reso da due proposizioni tra loro coordinate (legate cioè dal funtore "Et"  e cioè Kpq), per cui "Se Leonardo è esistito, la Gioconda è opera sua" può essere tradotta con "Leonardo è esistito e la Gioconda è opera sua". Il secondo invece va tradotto con un periodo ipotetico dove la principale ha uno locuzione tipo "lo stesso" o "ugualmente". Ad es. "Se la Relatività non fosse vera, la terra girerebbe lo stesso intorno al sole", oppure "Se Osvald avesse sparato da solo, Kennedy sarebbe morto lo stesso".
Senza tale locuzione avremmo l'impressione che la principale (il conseguente) sia considerata erroneamente falsa (vedi "Se Osvald avesse sparato da solo, Kennedy sarebbe morto" oppure "Se la Relatività non fosse vera, la Terra girerebbe intorno al Sole")


19 luglio 2008

Intervista a Bashar Al Assad

 Ci riceve sulla porta, all'entrata di una casa a un piano sulle colline intorno a Damasco. Nessun protocollo, nessuna misura di sicurezza; non siamo perquisiti e i nostri apparecchi di registrazione non sono controllati. «Questa è la casa dove leggo e lavoro. C'è solo questo salotto, una sala conferenze e una cucina. E ovviamente internet e la televisione. Anche mia moglie Bassma ci viene spesso. Qui riesco a essere produttivo, al palazzo presidenziale è diverso». Nel corso di queste due ore, il presidente affronta tutti gli argomenti e non elude alcun soggetto. Dimostra un piacere evidente ad affrontare la discussione e gesticola con le mani per rafforzare i suoi argomenti.
Alla vigilia della sua visita in Francia, il presidente Bashar Al Assad è fiducioso, disinvolto, loquace. L'isolamento imposto alla Siria da Washington e dall'Unione europea da circa quattro anni si sta sfaldando. L'intesa fra il governo e l'opposizione libanese nel maggio 2008 ha permesso di voltare pagina. «La posizione della Siria è stata fraintesa e il nostro punto di vista è stato deformato. Ma l'accordo sul Libano ha riportato la gente alla realtà. Si deve capire che siamo parte integrante della soluzione della crisi in Libano, così come in Iraq e in Palestina. Si ha bisogno di noi per combattere il terrorismo e per arrivare alla pace. Non possiamo essere isolati, né risolvere i problemi della regione manipolando parole come "bene" e "male", "nero" e "bianco". Bisogna negoziare, anche se non si è d'accordo su tutto».
Mentre viene annunciata la prossima costituzione di un nuovo governo libanese, come vede Assad il futuro delle relazioni con Beirut? «Siamo pronti a risolvere i problemi rimasti sul tappeto. A partire dal 2005 abbiamo scambiato delle lettere sulla delimitazione delle frontiere, ho anche dichiarato all'epoca al presidente libanese Emile Lahud e al primo ministro che eravamo disposti ad aprire un'ambasciata a Beirut. Ma per fare questo ci devono essere delle buone relazioni e così non è dopo le elezioni del 2005». Il presidente Assad temeva infatti che il Libano si trasformasse in un centro di destabilizzazione del regime siriano. Ormai questo timore sembra fugato e la Siria potrebbe ristabilire delle relazioni diplomatiche con il Libano.
Dubbi sull'Unione mediterranea
Domenica Bashar Al Assad parteciperà alla cerimonia inaugurale dell'Unione per il Mediterraneo a Parigi, cosa che non gli impedisce di esprimere alcuni timori sul progetto. Quando il progetto euro-mediterraneo è stato lanciato nel 1995, spiega il presidente siriano, alcuni responsabili europei «pensavano che lo sviluppo di relazioni economiche fra i partecipanti avrebbe contribuito alla pace. Ma perché questo sia possibile, deve esistere un processo di pace». Era il caso nel 1995, non è più così oggi: «Se non si avvia un dialogo politico, cioè se non si affrontano i veri problemi, se non si fanno passi verso la pace, non vi sarà posto per alcuna iniziativa, che si chiami mediterranea o con un altro nome». Assad mette in guardia contro un nuovo fallimento, «perché in questo caso la fiducia verrà meno per molto tempo e le nostre società si indirizzeranno verso il conservatorismo e l'estremismo».
Questa idea lo ossessiona e vi torna sopra più di una volta. «Il terrorismo è una minaccia per l'intera umanità. Al Qaeda non è un'organizzazione, ma uno stato d'animo che nessuna frontiera può fermare. Dal 2004, dopo la guerra in Iraq, abbiamo assistito in Siria allo sviluppo di cellule qaediste senza collegamenti con l'organizzazione, ma che si alimentano di pubblicazioni, di libri e soprattutto di tutto quello che circola su internet. Ho paura per il futuro della regione. Dobbiamo cambiare il terreno che alimenta il terrorismo, e per fare questo dobbiamo sviluppare l'economia, la cultura, il sistema educativo, il turismo - e anche lo scambio di informazioni fra i paesi sui gruppi terroristici. L'esercito da solo non può risolvere questo problema. Gli americani se ne stanno rendendo conto in Afghanistan».
Che cosa spera per il suo paese fra cinque anni? «Che la nostra società diventi più aperta, che la nuova generazione sia moderna come lo è stata quella degli anni '60. E che sia anche più laica in un ambiente regionale più laico». Una confessione franca, che testimonia la crisi profonda delle società arabe.
E che permette di capire meglio perché la pace è più necessaria che mai per il presidente siriano. Dal 2003 Assad ha moltiplicato le dichiarazioni sulla sua volontà di riprendere il negoziato con Israele. Dopo la guerra del Libano del 2006, Assad si ha preso le distanze dalle dichiarazioni del presidente iraniano Mohamed Ahmadinejad: «Non dico che Israele debba essere cancellata dalla carta. Noi vogliamo la pace con Israele» (Der Spiegel, 24 settembre 2006). La risposta iniziale di Sharon e quella successiva di Ehud Olmert è stata negativa. Tuttavia nel maggio 2008 Tel Aviv e Damasco hanno annunciato l'avvio di negoziati indiretti sotto l'egida di Recep Tayyip Erdogan, il primo ministro turco.
Perché questa svolta?
«La guerra del Libano del 2006 ha fatto capire a tutti che non si può risolvere un problema con la guerra. Israele è la più grande potenza militare della regione e gli hezbollah un esercito minuscolo. E che cosa ha ottenuto Israele? Nulla». Il presidente ricorda che dopo questa guerra molte delegazioni americane vicino alle posizioni israeliane sono andate a Damasco. Nel dicembre 2006 la commissione Baker-Hamilton ha raccomandato l'adozione di un dialogo fra Washington e Damasco, e nell'aprile 2007 Nancy Pelosi, presidente della Camera, ha incontrato Assad. «Tuttavia, continua il presidente siriano, il più grande ostacolo alla pace è l'amministrazione americana. Per la prima volta un'amministrazione ha raccomandato a Israele di non impegnarsi sulla strada della pace».
Assad è consapevole che questa pace non potrà arrivare domani; ricorda che l'opinione pubblica israeliana, se si deve dare credito ai sondaggi, è contraria a una restituzione totale del Golan. «Dopo otto anni di paralisi , dopo la guerra contro il Libano, dopo gli attacchi contro la Siria, la fiducia non esiste più. Quello che facciamo in Turchia è mettere alla prova le intenzioni israeliane e la cosa è probabilmente reciproca». Il bombardamento da parte di Israele di un sito siriano - a carattere nucleare secondo Tel Aviv - all'inizio di settembre 2007 non ha però interrotto i rapporti fra le due parti e il presidente Assad sembra sereno: un'équipe dell'Agenzia internazionale dell'energia atomica (Aiea) ha visitato il sito interessato ed è convinto che non abbia trovato alcuna prova di un'attività nucleare illegale siriana.
Come rilanciare negoziati diretti e seri fra Israele e Siria? «Vogliamo essere sicuri che gli israeliani siano pronti a restituire l'insieme del Golan; vogliamo anche fissare le basi comuni del negoziato, cioè le risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di sicurezza, oltre ai grandi temi da esaminare: frontiera, sicurezza, acqua e relazioni bilaterali».
Il presidente sa che il negoziato comporterà l'intervento di un potente mediatore, gli Stati Uniti, cosa che presuppone l'arrivo di un nuovo presidente all'inizio del 2009. Ma nel frattempo bisogna andare avanti. In occasioni dei negoziati fra Hafez Al Assad ed Ehud Barak (all'epoca primo ministro israeliano) nel 1999-2000, numerosi passi avanti erano stati fatti sugli argomenti più delicati. «In passato ho detto che l'80% dei problemi era stato risolti. Era un ordine di grandezza. Se dovessimo ripartire da zero, come vuole oggi Israele, dovremo ancora perdere del tempo. Vorremmo che la Francia e l'Unione europea incoraggino Israele ad accettare il risultato dei negoziati del 1999-2000». In diverse occasioni Assad ha espresso la speranza che la Francia e la Ue svolgano un ruolo complementare a quello degli Usa. A parte la determinazione siriana di riprendere tutto il Golan, si ha l'impressione che si voglia arrivare a un compromesso. Sulla sicurezza, ad esempio, Israele chiedeva nel 2000 che una stazione di allerta rimanesse sotto il suo controllo in territorio siriano, una proposta inaccettabile per Damasco, che non può permettere una presenza militare israeliana sul proprio territorio. Alla fine le due parti sono arrivate a un accordo: dei militari americani sarebbero presenti in questa stazione.
Rompere con l'Iran?
Numerosi responsabili negli Usa, in Francia e in Europa sperano che i negoziati israelo-siriani spingeranno Damasco a rompere le relazioni con Teheran. La risposta del presidente è prudente. «Siamo stati isolati dagli Stati Uniti e dagli europei. Gli iraniani ci hanno sostenuto e adesso dovrei dire loro: non voglio il vostro aiuto, voglio rimanere isolato!», dice Assad ridendo, per poi riprendere più seriamente: «Non abbiamo bisogno di essere d'accordo su tutto per avere delle relazioni. Ci vediamo regolarmente per delle discussioni. Gli iraniani non cercano di modificare la nostra posizione, ci rispettano. Prendiamo le nostre decisioni, come ai tempi dell'Unione Sovietica». E insiste: «Se si vuole parlare di stabilità, di pace nella regione, bisogna avere delle buone relazioni con l'Iran».
La stabilità regionale e la pace non sono un fine a sé stante, ma per il presidente Assad creano un contesto che permette di affrontare i veri problemi. «La nostra prima priorità è la povertà. I poveri se ne infischiano delle dichiarazioni o di sapere qual è il nostro punto di vista su questa o quella cosa. Vogliono cibo per i loro figli, delle scuole, un sistema sanitario. Per questo abbiamo bisogno di riforme economiche. Le riforme politiche vengono dopo».
La crescita economica della Siria è passata da circa l'1% annuo, quando Bashar Al Assad è diventato presidente, al 6,6% nel 2007. Ma questo non basta ad assorbire le centinaia di migliaia di giovani che arrivano ogni anno sul mercato del lavoro. Milioni di siriani vanno a cercare un lavoro all'estero. Il presidente afferma che è in corso una liberalizzazione dell'economia, che l'apertura del settore bancario ha portato grandi benefici, che gli investimenti del Golfo Persico non sono mai stati così importanti e così via.
I prigionieri politici
E le riforme politiche? Il presidente affronta questo argomento in modo più convenzionale e spiega i «ritardi» con la situazione contingente. In sostanza afferma che la Siria si è trovata di fronte due minacce: l'estremismo alimentato dalla guerra in Iraq e i tentativi di destabilizzazione seguiti all'uccisione di Rafik Hariri nel 2005. A quell'epoca si stava preparando una nuova legge sui partiti politici, ma il presidente dice di essere stato costretto a rimandarla. Con il rinnovo dell'amministrazione americana «il 2009 sarà l'anno in cui potremo avviare serie riforme politiche, a condizione che nulla di grave avvenga nella regione, che non si parli più di guerra e che l'estremismo sia sempre meno accentuato».
E i prigionieri politici? «Centinaia sono stati liberati prima e dopo il mio arrivo al potere - dice -. Abbiamo più di mille persone arrestate per terrorismo, vuole che le liberiamo?».
Parliamo di Michel Kilo, un intellettuale arrestato nel maggio 2006 e condannato a tre anni di prigione per aver contribuito a «indebolire il sentimento di unità nazionale». Questo dissidente non ha mai raccomandato né fatto ricorso alla violenza. «Ma - precisa - ha firmato una dichiarazione comune con Walid Jumblatt , il quale due anni fa aveva chiesto apertamente agli Usa di invadere la Siria e di sbarazzarsi del regime. In base alle nostre leggi Jumblatt è diventato un nemico e chi lo incontra va in prigione. Perché Michel Kilo possa essere liberato è necessaria una grazia presidenziale, che sono pronto ad accordargli purché riconosca il suo errore». Né le ripercussioni negative per la Siria per la prigionia di Kilo né il fatto che lui si dichiari nazionalista e ostile alla politica americana riescono a far cambiare idea al presidente.
Evocando le speranze nate con la sua elezione nel 2000 e quella che era stata chiamata la «primavera di Damasco» - una sorta di disgelo politico - il presidente Assad parla di illusioni: «Non possiamo cambiare le cose in poche settimane». E aggiunge: «Non si possono cambiare le regole mentre si gioca a scacchi. Le regole sono quelle e vanno rispettate. Per mettere in pratica una vera riforma avremo bisogno di una generazione».
Sul futuro del paese, Assad è realistico: «Non sono l'unico a guidare la barca, ci sono molti capitani, europei, americani. Vedremo».

(Alain Gresh)


18 luglio 2008

La nuova strategia del petrolio

 

La conferma «ufficiale» ieri sulla prima pagina del Financial Times: la Total abbandona l'Iran. Il giorno prima il quotidiano londinese aveva rivelato la disponibilità della stessa Total e dell'Eni a fornire ai paesi mediorientali produttori di petrolio impianti nucleari. Che c'è di vero dietro questi scoop? Tutto, anche perché i diretti interessati non smentiscono. Il quadrante mediorientale è in ebollizione: il paese canaglia preso di mira dagli Stati uniti è ora l'Iran, mentre, seppure molto lentamente, la situazione in Iraq è in via di normalizzazione. Neppure a dirlo a suscitare gli appetiti è il petrolio. Soprattutto quello dell'Iraq: di buona qualità e facilmente estraibile. Certo, necessitano forti investimenti per arrivare a un raddoppio (5 milioni di barili al giorno) della produzione. Ma i soldi non sono un problema, visto quello che è stato già speso per l'invasione.
Per capire il perché dell'addio della Total all'Iran, bisogna partire dall'Iraq. A Baghdad da mesi stanno cercando di mettere a punto una legge sulla privatizzazione del petrolio. Fino a un anno fa, sicuramente, non ci sarebbe stata la fila per ottenere concessioni, ma ora - dicono i servizi di tutto il mondo - la situazione sembra molto più tranquilla, tale da consentire una ripresa - con rischi bassi - degli investimenti. In attesa della legge, Baghdad ha deciso di aprire una «prequalifica» per indentificare le società, alle quali in seguito saranno concessi i diritti di sfruttamento, che da subito possono cominciare a operare.
A farsi sotto è stata l'elite mondiale del petrolio, con in testa la Exxon, ma anche società russe e giapponesi. E, naturalmente, la Total e l'Eni che da circa un anno ha aperto un ufficio di rappresentanza nella capitale. Di più. Anche nel periodo di Saddam l'Eni aveva delle buone relazioni con l'Iraq: non estraeva petrolio direttamente, ma formava (anche in Italia) tecnici addetti all'estrazione. Ma che c'entra la Total che se ne va dall'Iran? Semplice: l'Iran è sotto tiro, non è escluso che possa diventare un nuovo Iraq e che al paese vengano applicate pesanti sanzioni. E quindi i francesi, per farsi belli con gli Usa, hanno deciso di abbandonare il paese, sperando di ottenere in cambio ricche concessioni in Iraq. Oltretutto si fanno belli con poco: gli scorsi anni c'era stato un contenzioso sui prezzi con le autorità iraniane che si sta trascinando anche oggi. Senza contare che la produzione della Total in Iran è abbastanza limitata e i francesi sembra abbiano già ammortizzato gli investimenti effettuati. Insomma, andandosene dall'Iran non perderebbero molto. Per l'Iran non sarebbe un gran danno, visto che un gruppo russo (Lukoil) è pronto a prendere il posto della Total sviluppando nuovi campi petroliferi.
In Iran è impegnata anche l'Eni, presente nel paese dal 1957. Nel 2007 (le cifre sono riportate dall'ultimo Fact book aziendale) la produzione in quota Eni è stata di 26 mila boe al giorno. L'attività è concentrata nell'offshore del Golfo Persico e nell'onshore prospiciente per una superficie complessiva di 1.456 chilometri quadrati. La produzione è fornita principalmente dai due giacimenti offshore (i South Pars 4 e 5) e a Darquain, un giacimento che ha cominciato a produrre nel luglio del 2005 e dal quale si attende una forte crescita del petrolio estratto, attualmente circa 60 mila barili al giorno che diventeranno 160 mila prossimamente. Complessivamente arriva da qui l'88% della produzione Eni che partecipa anche allo sfruttamento di petrolio Dorood.
Nel 2007 l'Italia è stato il primo partner commerciale della Ue nell'interscambio con Tehran: 3,9 miliardi di importazioni (per l'80% petrolio e gas) e 1,8 miliardi di euro le esportazioni. I programmi di esportazione verso l'Iran sono coperti dalla Sace e ammontano a 4,5 miliardi. In Iran l'Eni non ha mai avuto problemi e molti dipendenti del gruppo italiano fanno la fila per poter andare a lavorare nel paese. Per l'Eni in Iran le prospettive sono molto buone: non caso è nella short list di società alla quali verrebbe affidato lo sviluppo di nuovi campi petroliferi. Quelli conosciuti come South Part 19-21. Insomma, motivi per andarsene dall'Iran, l'Eni non ne ha nessuno.
Il 13 novembre dello scorso anno, Paolo Scaroni, l'amministratore delegato del gruppo petrolifero italiano, ha dichiarato «ci auguriamo che la situazione in Iran migliori: siamo molto ben posizionati per crescere in quel paese». E il 2 luglio ha precisato che l'Eni non andrà via dall'Iran se non «per una causa di forza maggiore, cioè se ce lo chiedesse il governo italiani o ci fosse una decisione in questo senso della Nazioni unite». Scaroni ha anche spiegato che l'Eni ha investito molto in Iran «e se uscissimo oggi perderemo tra i 2 e il miliardi di dollari». Insomma, situazione diversa da quella della Total.
Ma che faranno il governo italiano e le nazioni unite? Le prime dichiarazioni di Frattini non sono favorevoli. Certo, ha parlato di necessità di dialogo, ma ha anche criticata l'eccessiva tolleranza del governo Prodi con Tehran e ha promesso un allineamento servile alla posizione statunitense che potrebbe decidere unilateralmente sanzioni all'Iran, mentre è improbabile che il Consiglio di sicurezza dell'Onu raggiunga l'unanimità.
In questo quadro si inserisce marginalmente la proposta di fornire centrali nucleari a paesi dell'Africa e del Medio Oriente. Proposta apparentemente bizzarra, visto che la produzione di energia nucleare viene negata all'Iran. Tuttavia coerente: la formula usata, infatti, è quella di «chiavi in mano», compresa la fornitura delle barre di uranio. All'Eni fanno notare che molti paesi hanno problemi energetici e di raffinazione che richiederebbero spese enormi per centrali e raffinerie. La casa «più semplice» è aggirare questi problemi con l'energia nucleare in cambio di una fornitura di petrolio sicura. Da sottolineare che l'Eni ha già costruito due enormi centrali elettriche in Congo e in Nigeria. La differenza è che non sono nucleari, ma a gas.

(Roberto Tesi)


18 luglio 2008

Cesare Pavese : "Rivolta" (parte prima)

Quello morto è stravolto
e non guarda le stelle.
Hai i capelli incollati al selciato.
La notte è più fredda.
Quelli vivi ritornano a casa,
tremandoci sopra.



E' difficile andare con loro :
si sbandano tutti.
Chi sale una scala, chi scende in cantina.
C'è qualcuno che va fino all'alba
e si butta in un prato sotto il sole.
Domani qualcuno
sogghigna disperato al lavoro.
Poi, passa anche questa.


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permalink | inviato da pensatoio il 18/7/2008 alle 21:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


18 luglio 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : il mito dell'era keynesiana

 

Occorre, innanzitutto, sgombrare il terreno dai falsi bersagli. Spesso, nella discussione degli ultimi anni, si è attribuita l'etichetta di 'keynesiano' all'intero trentennio che segue la fine del secondo conflitto mondiale. Il keynesismo di cui si parla sarebbe stato la risposta 'dall'alto' alla crisi della domanda degli anni trenta, indotta dal salto organizzativo e tecnologico, prima di Taylor e poi di Ford, a fronte del sottoconsumo delle masse. Tale risposta sarebbe consistita, per un verso, in una crescita della domanda di consumi parallela alla crescita della produttività, e, per l'altro verso, in una spesa pubblica in disavanzo. È un quadro, bisogna dirlo, alquanto sbrigativo.



Per cominciare, non si può attribuire a Keynes l'idea che i consumi trainino la domanda effettiva e, quindi, il reddito: sono semmai, gli investimenti privati, la spesa pubblica, e le esportazioni nette ad essere le componenti autonome, cioè 'indipendenti' della domanda, che si trascinano dietro i consumi (su cui può incidere la politica delle imposte). In effetti, lo sviluppo postbellico fu prodotto da un eccezionale dinamismo di tutti e tre gli ingredienti della domanda autonoma. In secondo luogo, è bene non perdere di vista il fatto che, nonostante l'inedita crescita dei salari reali, anche nel periodo in questione questi ultimi restarono indietro rispetto alla produttività, e il salario relativo registrò una caduta, secondo la tendenza naturale del modo di produzione capitalistico. In terzo luogo, i bilanci dello stato rimasero in sostanziale pareggio sin quasi alla fine degli anni Sessanta pressoché dappertutto. La vicenda dei disavanzi è storia degli anni Settanta e Ottanta; il che non sminuisce, evidentemente, il contributo alla crescita economica che fu portato da una spesa pubblica che cresceva in assoluto, assieme alle imposte. Per ultimo, ma non da ultimo, va segnalato che politiche dichiaratamente keynesiane non furono attuate, se non a partire dai primi anni Sessanta negli Stati Uniti di Kennedy e di Johnson e, con qualche ritardo, in Europa. Il 'successo' delle politiche keynesiane, guarda un po', si generalizza negli anni Settanta, fuori tempo, per così dire: in presenza di forti spinte inflazionistiche dal lato dell'offerta, e in un contesto non più di cambi fissi e di rigidi controlli dei movimenti di capitale ma di cambi flessibili e di una già marcata deregolamentazione. L'era 'keynesiana', per come viene oggi ricostruita è poco meno che una leggenda Il punto chiave, comunque, è che le condizioni che consentirono la crescita della 'età dell'oro' furono del tutto peculiari e, in quella forma, irripetibili. Quel 'miracolo' capitalistico nacque sulla base di determinate condizioni istituzionali, costruite dalla politica - e che rispondevano agli scontri e alle crisi del periodo tra le due guerre - e il modello in cui si incarnò non poteva non rivelarsi instabile per ragioni interne. Tra le condizioni istituzionali vanno almeno ricordate, oltre all'egemonia degli Stati Uniti e al sistema di cambi fissi ma aggiustabili di Bretton Woods, anche la sconfitta operaia e il definirsi di governi conservatori alla fine degli anni Quaranta; a fronte di tutto ciò, però, la fresca memoria della guerra contro il nazifascismo e il simultaneo costituirsi del blocco sovietico, l'uno e l'altro cruciali nel spingere quei governi ad assumere come proprio l'obiettivo della 'piena occupazione'. Tanto il primato economico degli Stati Uniti su Giappone e Germania quanto la fiducia nel dollaro si rivelarono intrinsecamente fragili e destinati all'autodissolvimento, aprendo un'era di conflitto tra 'regioni' capitalistiche e di crisi nelle relazioni monetarie internazionali. Qualcosa di simile si può dire a proposito della situazione di debolezza del mondo del lavoro in presenza di politiche orientate verso livelli alti e stabili di occupazione. Il coincidere, tra la metà degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta, dell'esaurirsi di tutte e tre le condizioni propizie alla crescita accelerata e globale spiega la crisi del fordismo e apre al conflitto finanziario, produttivo e sociale che si svolge, ancor oggi, sulle macerie delle vecchie istituzioni, piegate ai nuovi interessi.

 

 (Riccardo Bellofiore)

 

 

 

 

 


18 luglio 2008

Perchè la Lega cederà al ricatto di Berlusconi

La Lega è l'illusione interclassista di salvare operai e padroncini nella stessa Arca territoriale. La sua ideologia è la cattiva amministrazione di Roma ladrona. Per questo essa esita a dare al Berlusca mano libera con la magistratura, giacchè il suo populismo moralista ne sarebbe compromesso. 



Se l'incontro di Teano ha unificato l'Italia, questa alleanza mostruosa la manderà in malora...


Ma Bossi ormai ha iniziato la sua corsa contro il tempo : vuole morire come il padre della patria disgregata e dell' ognun per i cazzi suoi. Per cui se il federalismo fiscale dividerà le cicale dalle formiche, non fa nulla che si riproduca a livello locale la stessa melma politica irresponsabile che ha depredato l'Italia a livello centrale. In Lombardia ci sarà ricchezza abbastanza per qualche decennio per rifare la Milano da bere. Le altre regioni siano pure lasciate ai rifiuti tossici ed a satrapi corrotti.


18 luglio 2008

I prezzi reali secondo Adam Smith

 

Smith si pone poi le seguenti domande :

Qual è la misura reale del valore di scambio ? Ossia in cosa consiste il prezzo reale di tutte le merci? Quali sono le differenti parti di cui è composto e formato questo prezzo reale ?

Quali sono le differenti circostanze che talvolta fanno salire alcune o tutte queste differenti parti del prezzo al di sopra del loro livello naturale o ordinario ? Ossia quali sono le cause che talvolta impediscono che il prezzo di mercato ed effettivo delle merci coincida esattamente con quello che può essere definito il loro prezzo naturale ?

 

 

 

Su questi problemi che si pone Smith si potrebbero porre altre domande : deve esistere una misura reale del valore di scambio ? Il valore di scambio è lo stesso che il prezzo ? Esiste un prezzo reale ?

Esiste un prezzo naturale ?

E si possono fare alcune ipotesi di definizione (trattasi di ipotesi molto provvisorie) :

1) Il valore di scambio è un valore sempre variabile del rapporto tra il lavoro incorporato tra diversi beni.

2) Il valore monetario è il rapporto sempre variabile tra il lavoro incorporato in un bene e quello di un bene preso come riferimento.

3) Il prezzo è il rapporto tra il valore monetario di scambio (o meglio tra il lavoro incorporato in un bene espresso in moneta) e la domanda di questo stesso bene.


18 luglio 2008

Produttività e orario di lavoro

 

La produttività - e dunque anche la competitività del paese - nulla ha a che fare con l'aumento dell'orario di lavoro. E' quanto emerge dallo studio dell'Istat diffuso ieri, utile a smontare, nero su bianco, il chiodo fisso degli imprenditori, insistenti nel sostenere che per aumentare la produttività del lavoro (il vero tarlo italiano) è necessario aumentare l'orario di lavoro. E magari poterlo gestire unilateralmente senza i lacci e lacciuoli della contrattazione.
I dati diffusi ieri dall'Istat - nella serie storica dal 1993 al 2007 - mostrano l'esatto contrario. Nel 2007 il numero di ore complessivamente lavorate nel paese è aumentato dell'1,7% rispetto all'anno precedente, più della crescita del prodotto interno lordo (Pil) che è risultata pari all'1,5%. Ciò nonostante, la produttività (ossia il prodotto interno lordo per ora lavorata) è scesa dello 0,2%. Più in generale, dal '93 al 2007 il monte ore lavorate è cresciuto del 10,7%, mentre la produttività ha seguito tutt'altro andamento. Nella classifica dei trenta paesi più industrializzati, gli italiani sono tra coloro che lavorano di più e che guadagnano meno, secondo l'Ocse. Cosa che, secondo l'Istat, riflette alcune caratteristiche del nostro sistema produttivo: la forte presenza di piccole imprese che assorbono gran parte dell'occupazione dipendente e dove mediamente gli orari di lavoro sono superiori a quelli delle grandi imprese, come anche la modesta quota, pur se in crescita, di part time, fino alla pratica del 'secondo lavoro' che in Italia ha dimensioni rilevanti.
Per la prima volta l'Istat utilizza il «monte ore complessivo» delle ore lavorate per misurare la produttività. Un indicatore «importante», perchè considera nell'insieme delle ore lavorate (retribuite e non retribuite) anche gli straordinari. Dal '93 al 2007 le ore lavorate sono passate da oltre 41 milioni a poco meno di 46 milioni, e ancora più consistente è risultato l'aumento dei posti di lavoro (+ 13,7%). Nello stesso periodo, la produttività (e cioè il Pil per ora lavorata) mostra tassi di crescita molto bassi, con variazioni negative negli stessi anni ('96, '98, 2002, 2003 e 2007) in cui invece il monte ore lavorate si attestava su tassi di crescita superiori all'1% (e pari, rispettivamente, all'1,3%, all'1,9%, all'1%, all'1,2% e all'1,7%).
Scomponendo il dato per settori di attività, emerge che sono i servizi ad assorbire circa il 67% di tutte le ore di lavoro impiegate nel processo di produzione del reddito, mentre l'industria ne assorbe il 27,5% e l'agricoltura il 5,5%; nel '93, le quote risultavano pari rispettivamente al 61,9%, al 29,7% e all'8,4%. Interessante è anche il dato della pubblica amministrazione dove dal '92 diventa più vincolante il blocco del turn over e dove dunque il monte ore lavorate si contrae del 14,3%, con l'eccezione di sanità e istruzione, dove si registrano incrementi rispettivamente del 23,5% e dell'8,1%. Effetto anche, secondo l'Istat, della spinta crescente verso forme di lavoro più flessibili e verso regimi orari diversificati che interessano anche i lavoratori a tempo pieno. Osservando le ore lavorate per posizione professionale, emerge come sia il lavoro dipendente a contribuire maggiormente alla produzione del reddito. Infine, è in aumento il monte ore destinato a seconde attività (il 'secondo lavoro'), che nel 2007 è risultato pari al 5% delle ore complessivamente lavorate in posizioni lavorative dipendenti, e all'11% di quello degli indipendenti.
«Le ore lavorate tuttavia non riflettono la qualità e l'efficienza del fattore lavoro», avverte l'Istat. Ma la sostanza è che per aumentare la produttività, e dunque la competitività del paese, serve innovazione, di processo e di prodotto. Non si andrà molto lontano, come i dati dell'Istat mostrano chiaramente, continuando a far leva sull'orario di lavoro (straordinari e quant'altro) come industriali e governanti sostengono ormai quotidianamente.

(Sara Farolfi)

I salari reali sono grosso modo allo stesso livello di 15 anni fa, mentre il costo del lavoro per le imprese è salito di circa il 30%: è quanto sostenuto ieri da Mario Draghi nell'intervento all'assemblea dell'Abi, l'Associazione bancaria italiana. Il governatore di Bankitalia non si è limitato ad affrontare il tema salariale, ma ha parlato a tutto campo ripetendo, tra l'altro, che c'è il rischio che la Robin tax finisca per scaricarsi sui clienti delle banche che, sono state un po' bacchettate perché non tengono comportamenti trasparenti sulla portabilità dei mutui e su alcuni costi che accollano impropriamente (come la «commissione di massimo scoperto») ai clienti.
Draghi è parecchio preoccupato dell'andamento dell'inflazione che in Europa a giugno ha raggiunto il 4% tendenziale. La preoccupazione maggiore per il nostro banchiere centrale è che si possa affermare la convinzione di una inflazione permanente che sembrava confermata - prima dell'ultimo aumento dei tassi della Bce - «dalle aspettative dei mercati». Poi, secondo Draghi «nei giorni successivi al rialzo» da parte della Bce «la tendenza all'aumento delle aspettative di inflazione desunte dai mercati finanziari si è arrestata» e, secondo il governatore «sembra avviarsi una loro riduzione». Per Draghi, l'intervento della Bce ha «contribuito a evitare che i rialzi dei prezzi internazionali dell'energia e dei prodotti alimentari siano l'avvio a una rincorsa tra aspettative e determinazione dei salari».
Ancora una volta Draghi ha ripetuto che «contrastando il rialzo dell'inflazione si difende il reddito disponibile delle famiglie» visto che l'aumento dei prezzi «erode il potere d'acquisto,e abbassa il valore reale della ricchezza finanziaria, contribuisce al rallentamento dei consumi e della crescita». Secondo il governatore «l'accelerazione dei prezzi dall'estate del 2007 ha già portato fino a oggi a una minore crescita del reddito disponibile di oltre un punto percentuale che sale a 3 se si tiene conto della perdita di valore reale della ricchezza finanziaria». Di più: l'inflazione che si è prodotta negli ultimi 12 mesi «potrà ridurre i consumi di circa 2 punti entro l'anno prossimo». Insomma, da via Nazionale confermano i dati diffusi 24 ore prima dall'Istat che segnalava per il 2007 una caduta in termini reali della spesa per consumi.
Draghi ripete che «la stabilità dei prezzi è prerequisito per la ripresa della crescita» e sostiene che «una rincorsa tra prezzi e salari sarebbe rimedio illusorio». Tuttavia ha anche sottolineato che «le retribuzioni unitarie medie dei lavoratori dipendenti, al netto di imposte e contributi e in termini reali, non sono oggi molto al di sopra dei livelli di quindici anni fa». Nel frattempo, però, il costo del lavoro «per unità di prodotto è aumentato di oltre il 30%, contro il 20% della Francia» e una crescita pressoché nulla in Germania. Questo divario fra la capacità di spesa dei lavoratori e la capacità competitiva delle imprese riflette - dice il governatore - la stentata crescita della produttività e la mancata discesa dell'elevata imposizione fiscale. E questo spiega la «stagnazione della nostra economia». La descrizione dei fenomeni appare corretta, ma l'analisi del governatore è, invece, carente e punta il dito quasi unicamente sulla pressione fiscale e sulla mancata crescita della produttività. Che deriva, largamente, dalle scelte di investimento degli imprenditori, visto che - come ha confermato ieri l'Istat, le ore lavorate stanno seguitando a crescere.
Tornando al problema dei prezzi, Draghi a proposito del petrolio ha sostenuto che «occorre evitare di ripetere gli errori di politica economica commessi in risposta ai due choc petroliferi» degli anni '70: in pratica allora furono perseguite politiche monetarie fortemente espansive che, però, destabilizzarono le aspettative di inflazione. E fu poi necessario intervenire con politiche di segno opposto. Cioè, fortemente restrittive «con gravi ripercussioni sull'attività economica» e sulla crescita.

(Roberto Tesi)


18 luglio 2008

Il ministro Sacconi e i caschi di protezione

 

E' indubbio che quanto più i lavoratori useranno mezzi di protezione adeguati, tanto più si potranno evitare le «morti bianche». Certo, non parliamo di «robottini» vestiti di tutto punto dalle aziende, messi in produzione con l'interruttore: forse potrà anche capitare, come lamentava ieri il ministro del Lavoro Sacconi, che qualcuno di loro ometta - per il caldo, la fretta (imposta dall'impresa), l'eccessiva confidenza - di indossare il casco o gli scarponi antinfortunistici. Ma la cultura che si va diffondendo - perlomeno tra la Confindustria e il governo - è che la gran parte degli infortuni avvengano per una «distrazione» del lavoratore, che magari è male informato o ha fretta di finire, ma tutto per colpa sua.
Per i sei operai morti a Mineo, Sacconi aveva parlato di «sottovalutazione del rischio»; e ieri ha riferito di un «diffuso rifiuto del casco» nel nostro paese. Ricordiamo un altro episodio eloquente: nell'Ikea più grande d'Italia, a Corsico, ben 33 infortuni hanno colpito i lavoratori in un anno, e uno ha provocato il ferimento leggero di un bambino, figlio di clienti. Ecco la versione della multinazionale svedese, ripresa letteralmente da un comunicato di qualche giorno fa: «L'oggetto che ha colpito il bambino era stato mal posizionato su un ripiano. Rimandano invece a casualità o distrazione tutti gli incidenti accaduti ai dipendenti». Il cliente (ma solo lui) ha sempre ragione.
Il problema è che anche se i lavoratori indossassero tutti il famoso casco, continuerebbero a mancare le protezioni intorno: chi dovrebbe costruire le passerelle, le ringhiere di protezione, chi dovrebbe fornire le imbragature agli operai? E i tanti immigrati che lavorano nei subappalti edili, scelgono forse di non autoapplicarsi il contratto nazionale? Quattro milioni di lavoratori sono precari, e altrettanti in nero, per «distrazione»? Chi non ha diritti contrattuali, non ha il coraggio di reclamare maggiore sicurezza, né riesce a fare sindacato: ma questo è «il grande rimosso» del governo Berlusconi, dato che il ministro del Lavoro Sacconi sta procedendo a smontare pezzo per pezzo le ultime garanzie a tutela dei lavoratori, mentre dall'altro lato si detassano gli straordinari e i premi individuali per imporre di fatto ritmi di lavoro sempre più pesanti e a rischio infortunio.
E se a tutto questo aggiungiamo comportamenti imprenditoriali come quello della Thyssen, o dell'oleificio umbro che chiede il risarcimento alle famiglie delle vittime, il cerchio si chiude. Mentre Emma Marcegaglia ci dovrebbe spiegare perché non ha ancora cacciato dalla Confindustria imprese carenti su questo fronte.
Il ministro che offre «più caschi per tutti», oltre a confermare le precarietà della legge 30, sta cancellando buone norme del passato governo: ad esempio le lettere certificate grazie a cui si impediva l'odiosa pratica delle dimissioni in bianco, imposte soprattutto alle donne per «tutelare» l'impresa dalla maternità. Il pretesto addotto è che si tratta di una «formalità burocratica» che rallenta: ci dica però il governo cosa sta proponendo in alternativa.
Poi si cambiano le leggi sugli orari, riducendo i riposi e portando la settimana lavorativa fino a 60 ore. Immaginiamoci i grandi progressi per la sicurezza in fabbrica, in fonderia o in un cantiere.
Un altro recente emendamento alla finanziaria, abroga le sanzioni a quegl'imprenditori che, sorpresi da un ispettore con lavoratori non denunciati, «non mostrino la volontà di volerli occultare». Come dire: d'ora in poi assumo tutti in nero, tanto se viene l'ispettore (e su 6 milioni di imprese italiane è davvero difficile) mi autodenuncio e non pago pegno.
Eppure i dati Inail registrano una diminuzione delle morti sul lavoro dal 2006 al 2007: scenderebbero da 1341 a 1210 (quest'ultimo dato, però, attende il consolidamento a fine anno). E' triste misurare le morti sul lavoro con il pallottoliere della statistica, però questi numeri ci dicono probabilmente che alcuni provvedimenti contro il sommerso e la precarietà del passato governo - per quanto graduali - cominciavano a dare qualche frutto. Ma dalle contro-riforme Berlusconi-Sacconi, certo non basterà un casco a proteggerci.

(Antonio Sciotto)

Tra le sorprendenti leggi proposte dal governo Berlusconi, c'è un emendamento alla manovra finanziaria - nascosto come tanti altri in un testo di inizio luglio - che andrà a legalizzare di fatto il lavoro nero. La denuncia viene da Cesare Damiano, ex ministro e responsabile del Lavoro per il Pd: si abrogherebbero le sanzioni per tutti quegli imprenditori che venissero sorpresi nel corso di una visita ispettiva con lavoratori in nero; è essenziale, però, che mostrino la «volontà di non occultare il rapporto». In poche parole: se l'ispettore trova i lavoratori non registrati, basta ammettere che lo sono per evitare le sanzioni. Secondo Damiano, si vuole affossare una norma varata dal governo Prodi che, proprio per evitare il ricorso al sommerso, imponeva alle imprese di registrare il lavoratore almeno il giorno prima dell'inizio dell'attività; in questo modo, oltretutto, si possono anche evitare il gran numero di infortuni che accadono - chissà come mai - proprio nel primo giorno di lavoro (per il fatto che l'impresa registra il lavoratore solo a infortunio avvenuto, o addirittura dopo la sua morte).
Ancora, Damiano denuncia come «altrettanto grave che il governo inserisca negli emendamenti la delega per la revisione della disciplina sui lavori usuranti da adottare "entro sei mesi dall'entrata in vigore della legge stessa"». «Tutto ciò - spiega - contraddice platealmente l'impegno assunto con una mozione votata recentemente da tutto il Parlamento che impegnava il governo ad attuare la delega non oltre il 31 dicembre prossimo». Insomma, i lavori usuranti rischiano ancora una volta il rinvio, e di saltare definitivamente.
Come se non bastasse, ieri la Commissione Bilancio della Camera ha definito «inammissibili» quasi la metà (13) dei 29 emendamenti finora presentati dal governo al decreto legge che contiene la manovra ( e ne sono attesi in tutto un centinaio); quasi tutti presentavano problemi di «estraneità di materia», e tra questi c'è proprio l'emendamento relativo alle sanzioni contro il lavoro sommerso, ma anche quello che limitava a 120 giorni (4 mesi) il tempo massimo per impugnare un licenziamento da parte dei lavoratori; così, non è stata ammessa la possibilità per i dipendenti pubblici di avere fino a 12 mesi di aspettativa per svolgere attività imprenditoriali, l'esternalizzazione di servizi pubblici, la «territorializzazione» delle procedure concorsuali.
Inoltre, la spasmodica ricerca di fondi ha spinto alla proposta di congelare per un anno gli scatti di anzianità di magistrati, professori e ricercatori universitari, dirigenti delle forze dell'ordine e ufficiali delle forze armate. E' confermato il ticket-fregatura (lo tolgono con un emendamento, ma poi con un altro lo impongono anche agli esenti) e l'altrettanta fregatura della «Robin tax», apparentemente contro i petrolieri ma che di fatto verrà scaricata sui consumatori.


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