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17 luglio 2008

Trent'anni dopo, qualche riflessione...

 
Mamma Louise Brown, concepita in provetta, ma nutrita con l'imbuto....

Mentre ci si accanisce (non sempre a torto) con le biotecnologie, non ci si accorge che è possibile rovinarsi la salute in maniera molto più tradizionale (ed io ne so qualcosa).
L'obesità è molto diffusa sia nei paesi occidentali (Usa il 28% della popolazione totale, l'Inghilterra il 23 % e così pure la Germania) che nei paesi islamici (Qatar 35%, Kuwait 33% Arabia Saudita 27%) dove pure molto alta è l'incidenza del diabete.
Spesso è il risultato di forme di dipendenza psicologica o di tradizioni culturali dure a morire anche quando non ve ne sono più i presupposti materiali. Combattere veramente contro questi fenomeni significherebbe mettere in discussione molti dei principi su cui si basano le società prese in esame. Ma se ne ha veramente voglia ?


17 luglio 2008

Odifreddure : Atman e Brahman

Piergiorgio Odifreddi, nella sua attenzione alle distorsioni metafisiche del linguaggio, si avventura nella concezione dello spirito presso la tradizione indù e dice che Brahman e Atman indicano in sanscrito semplicemente l'inspirazione e l'espirazione e per estensione l'espansione e la contrazione, in pratica sono gli equivalenti di pneuma e psychè in greco.



Non sappiamo quali siano le fonti etimologiche di Odifreddi, ma la radice verbale dei concetti ha spesso più significati ed è difficile evidenziare quali siano quelli originari, semmai un significato originario sia più vero di quello derivato.
E' da notare comunque che in greco sia pneuma che psyche rimandano all'esalazione e quindi all'espirazione : dunque non c'è opposizione tra di loro. Mentre è da notare che in sanscrito la radiche di brahman e cioè "bhr" ci riporta più alla crescita della fiamma ed alla produzione del fumo sulla pira funeraria che non al respiro se non in senso indiretto e derivato (come risultato di una forza crescente) ed anche atman riporta alla diffusione nello spazio (più che alla contrazione) o addirittura alla negazione della quiete e dunque al movimento (a-tam)


17 luglio 2008

Basaglia a Mantova

 

Gianna non è schizofrenica, è fortunata. Ha tanti amici che vanno spesso a trovarla e si intrattengono con lei per ore a parlare di letteratura e poesia, come Pablo Neruda o Cesare Pavese. Giordano Bruno all'inizio era diffidente, si ritraeva perché aveva paura di spaventarla. Alberto Sordi invece non ci ha pensato due volte e la notte stessa in cui è morto era lì, a casa sua, a farsi grosse risate con questa bella signora di 70 anni dal sorriso contagioso, gli accesi occhi azzurri e qualche ciocca ancora bionda. Il problema di Gianna, il suo assillo, è un altro: si chiama psichiatria e contro di essa ha ingaggiato una guerra senza quartiere. Una lotta che in qualche modo è stata anche la sua guarigione.
Ma Gianna è fortunata pure per un altro motivo, anche se lei non lo sa: vive a Mantova, una delle città italiane più avanzate nella cura e nel reinserimento sociale dei malati psichici. Qui, trent'anni dopo l'entrata in vigore della legge 180 che chiuse i manicomi e portò la rivoluzione psichiatrica italiana all'avanguardia nel mondo, si può toccare con mano la realizzazione di quell'intuizione visionaria che ebbe negli anni '70 il veneziano Franco Basaglia: reparti psichiatrici ospedalieri completamente aperti; rifiuto totale e senza eccezioni della contenzione fisica e dell'uso aggressivo degli psicofarmaci; una rete capillare di ambulatori, reparti, centri diurni e riabilitativi distribuiti sul territorio della provincia, al servizio del cittadino, e perfettamente collaboranti tra loro. Non si tratta del regno di una qualche clinica «eccellente» della psichiatria, meta di inutili «viaggi della speranza», ma di «un gioco di squadra di tutta la comunità mantovana, un progetto condiviso cui partecipano operatori, forze dell'ordine, pazienti con le loro famiglie, e l'intera cittadinanza», come racconta il professor Giovanni Rossi, primario del Dipartimento di salute mentale dell'Azienda ospedaliera "Carlo Poma". Tutto rigorosamente pubblico, non c'è posto a Mantova per le case di cura private. E in un momento in cui la Lombardia finisce nell'occhio del ciclone per l'opaca gestione della sanità regionale, l'aver invece contribuito al finanziamento di questo «modello ideale» costituisce senza dubbio un punto a favore dell'amministrazione regionale. È qui che Gianna ha subito negli ultimi quindici anni ben 33 Trattamenti sanitari obbligatori (Tso), quelli che in genere segnano l'insuccesso dell'alleanza terapeutica tra paziente e struttura socio-sanitaria. Eppure per Gianna, da due anni, sono solo un ricordo. Oggi trascorre più volentieri la sua vita negli studi di Rete 180, «la voce di chi sente le voci», una radio edita dal professor Rossi e autogestita dai malati psichici in cura nel Centro psicosociale dell'ospedale. La sua rubrica, «Curarsi da soli, psichiatri permettendo», è nota in città malgrado la radio sia attualmente ascoltabile solo su internet. È anche grazie al lavoro in questi studi che qualcosa nella sua vita, come in quella degli altri pazienti, sta finalmente cambiando.
«La schizofrenia non esiste, sono gli psicofarmaci che te la fanno venire. Quelle medicine cambiano perfino i lineamenti dei malati, per questo si assomigliano un po' tutti. Eppoi gli psichiatri la chiamano malattia, ma non è una malattia, è un arricchimento». Ne è talmente convinta Gianna Schiavetti da aver intitolato così - «La schizofrenia non esiste e se esistesse io vorrei averla» - il libro autobiografico che uscirà in luglio per i tipi di Stampa Alternativa. Ad introdurre il volume è il suo medico psichiatra, Enrico Baraldi, responsabile del Centro psicosociale e direttore artistico di Radio 180, l'unico che sia riuscito in tanti anni a superare il «muro» e che si sia meritato l'appellativo di «ochino», la mascotte preferita di Gianna nella quale lei stessa si identifica: una piccola oca smarrita, scacciata dalle galline che l'avevano allevata nel cortile della casa di riposo dove sua madre passò gli ultimi anni di vita. «La sigla Tso non significa niente per la maggior parte delle persone - scrive il dottor Baraldi nella prefazione del libro - Per alcuni, tuttavia, e l'autrice di questo diario ne è la testimonianza, rappresenta il problema più importante della vita».
«Un Tso tira l'altro perché nei reparti non si guarisce. Più ti agiti e più ti portano in psichiatria; se denunci gli psichiatri, giù con i Tso». La signora Gianna la vede così, e si capisce che ancora brucia il ricordo di quei 33 ricoveri obbligatori, di quella volta in cui è stata rincorsa dai vigili tra gli scaffali di un supermercato dove si era rifugiata, e di quando uscendo pensava che ci fosse stata una rapina, tanti erano i poliziotti, gli agenti della municipale, gli infermieri, tutti in attesa di lei. Ride, mentre si muove nella sua accogliente casa a due piani dal bel giardino curato, appena fuori il centro di Mantova. Alle pareti quadri d'autore fino al soffitto. Altri, i suoi, alcuni ancora in fase di pittura, poggiati a terra. Soprammobili, statuine, vasi e ninnoli dappertutto, sparsi in un armonico disordine. Distesa sul divano, una statua della Madonna «dorme» sotto le coperte rimboccate ad arte. In bella vista una lettera inviatale dalla Segreteria di stato vaticana con i saluti di papa Wojtyla. Non è l'unica, ne ha ricevute tante da tutti coloro a cui inviava spasmodicamente le sue poesie. Mostra, felice, le missive di Carlo d'Inghilterra, di Jacques Chirac e di Albano Carrisi. Gianna era molto giovane quando suo marito l'ha lasciata con una bambina piccola, e aveva 47 anni e un tumore alla mammella quando lui è morto. Col suo lavoro da sarta ha retto finché sua figlia non è andata a studiare all'università, poi «si è rotta», come dicono gli psichiatri. La prima volta che è stata ricoverata, 15 anni fa, l'ha fatto volontariamente. «Mi hanno detto che avrei dovuto rimanere due giorni, sono uscita 22 giorni dopo». Non avrebbe voluto prendere farmaci, né varcare per altre 32 volte la soglia del Servizio psichiatrico diagnosi e cura (Spdc) dove vengono curati gli «acuti». Però da lì non è mai scappata. Eppure il reparto, allestito in un'ala dell'ospedale cittadino, è totalmente aperto: niente sbarre alle finestre, né porte chiuse. Tanto che quasi tutti i diciassette pazienti attualmente ricoverati preferiscono passare le loro giornate fuori, tra i viali alberati della struttura sanitaria. Solo i ricoverati in Tso vengono controllati a vista. «A volte qualcuno è fuggito, ma la maggior parte preferisce rimanere», racconta il dottor Baraldi. Segno che la relazione curativa funziona. Gianna lo sa, anche se mette in luce un altro aspetto: «Mi facevo ricoverare per difendere gli altri pazienti dagli psichiatri, per aiutarli a rifiutare le medicine. Ma l'ultima volta che mi hanno fatto un Tso ho deciso di entrare da sola perché volevo evitare che mi togliessero soldi e cellulare». E ogni volta che usciva, come prevede il protocollo, la signora doveva presentarsi tre volte al giorno al centro psicosociale perché le venissero somministrate le medicine. Tra una protesta e l'altra così Gianna ha cominciato a frequentare anche gli ambulatori di viale della Repubblica, sistemati al primo piano di una struttura tutto sommato molto accogliente che comprende il Centro riabilitativo ad alta protezione (Cra), con quindici posti letto assistiti 24 ore su 24, il Centro psicosociale con assistenza diurna, lo sportello lavoro per il collocamento e gli studi di Radio 180.
«C'è una guarigione clinica che si realizza con la scomparsa dei sintomi, ma c'è anche una guarigione sociale - raccontano Rossi e Baraldi - la vecchia psichiatria voleva normalizzare le persone mentre per noi quello che va ricercato è il giusto equilibrio tra le due guarigioni: la parte malata può convivere con la parte sana di una persona, l'importante è che conduca un buon livello di vita». «Qui dentro, nel centro di viale della Repubblica, l'aspetto medico-psichiatrico è il meno rilevante», puntualizza il professor Rossi, che ha cominciato a lavorare nel '78 dentro i manicomi. A testimoniare che il loro modello funziona sono i numeri. Su 400 mila abitanti della provincia di Mantova, passano ogni anno nei centri di questa rete di servizi circa 5 mila persone, «cioè il 70% di quella parte di adulti che ci si aspetta possano aver bisogno di cure psichiche, calcolata dal sistema sanitario nel 2% della popolazione», aggiunge Rossi. E dagli indici di attività ospedaliera se ne deduce che c'è un'alta rotazione di pazienti nelle corsie, con un alto numero di persone ricoverate per la prima volta e quindi poca cronicizzazione della malattia. «Nessuno è inguaribile, nemmeno quelli che stanno negli Ospedali psichiatrici giudiziari», assicura Baraldi che ricorda come questo tipo di modello sanitario «non costa più degli altri, anzi». «Siamo 250 tra infermieri, medici e opertori, in tutta la provincia di Mantova, al di sotto quindi dei parametri richiesti negli obiettivi nazionali», ci tiene a sottolineare.
Le persone in cura sono più donne che uomini, tra i 30 e i 50 anni. «Le donne arrivano più tardi, in genere dopo almeno 5 anni che hanno sviluppato la malattia, gli uomini arrivano prima ma in genere soffrono di patologie più gravi. E questo è un problema su cui dobbiamo lavorare, perché lo stile di accoglienza dei servizi, le proposte avanzate, le risposte fornite sono a misura di uomini ma non di donne. Anche il dosaggio dei farmaci, uguale per uomo e donna, non considera le differenze ormonali». Altro neo: «I servizi che si sono sviluppati con la legge 180 si rivolgono agli adulti, non ai ragazzi né agli anziani. E questo è gravissimo». Per loro bisognerebbe incrementare l'assistenza a domicilio che qui, dove è ai massimi livelli italiani, raggiunge il 4,9% del totale degli interventi. «I casi difficili non sono in ospedale ma fuori, dove c'è la complessità della vita. L'esito positivo è dovuto al lavoro fatto prima e dopo il ricovero». Per questo sono fondamentali i progetti di reinserimento abitativo e lo sportello per il collocamento al lavoro che a Mantova, come spiega il responsabile Paolo Tortorella, ha scelto di rivolgersi ad aziende private e non alle cooperative sociali per soddisfare i bisogni dei pazienti con alto profilo culturale, sempre più numerosi.Ma non è solo Gianna ad essere fortunata. Lo sono anche i medici e gli infermieri del Dipartimento di salute mentale di Mantova, almeno così raccontano: «Siamo fortunati perché siamo riusciti a crescere insieme ai cittadini che non ci fanno pesare eccessivamente i nostri insuccessi, che pure ci sono e ci sono stati. Sbagliare è fisiologico, oltre che umano». Come ammalarsi.

(Eleonora Martini)


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17 luglio 2008

Il fallimento del G8

 

Guardano al futuro, i leader degli otto paesi più industrializzati del mondo. Tanto guardano al futuro che non sono riusciti a darsi alcun obiettivo nel breve e medio termine per fermare il riscaldamento globale del clima: in una dichiarazione diffusa ieri, nella località termale di Tayako in Giappone, si impegnano solennemente a lavorare per dimezzare le emissioni di gas «di serra» entro il 2050.
La dichiarazione del G8 sul clima riempie ben otto pagine fitte con appelli a «rallentare e invertire la crescita globale delle emissioni» di gas che alterano il clima, e a «muovere verso una società a bassa intensità di carbonio». Non fissa però obiettivi intermedi, e sorvola su come dimezzare le emissioni di gas di serra, attraverso quali politiche energetiche e quali investimenti.
Il presidente della Commissione europea José Barroso l'ha definita «un segnale forte»: passa per grande risultato diplomatico il fatto che gli Stati uniti sottoscrivano un testo che fa riferimento alla trattativa mondiale sul clima promossa dalle Nazioni unite (il Protocollo di Kyoto scadrà nel 2012 e i negoziati per definire un nuovo trattato, avviati a Bali lo scorso dicembre, dovrebbero concludersi entro la fine dell'anno a Copenhagen con un nuovo vertice delle quasi 200 nazioni firmatarie della Convenzione sul clima). E negli ultimi otto anni, da quando l'amministrazione Bush ha deciso di tirarsi fuori dal protocollo di Kyoto, gli Stati uniti hanno rifiutato il quadro delle Nazioni unite. Ora rientrano: ma dopo aver preteso che quella dichiarazione faccia appello a «una risposta globale» alla sfida del clima da parte di «tutte le maggiori economie» mondiali, allusione a paesi come la Cina o l'India. Washington insomma mantiene il suo punto: non accetterà impegni vincolanti a ridurre le emissioni di gas «di serra» finché anche questi paesi non accetteranno di fare la loro parte.
Quella sul clima non è l'unica dichiarazione firmata ieri dal G8 ma è forse quella che ha fatto il pieno di critiche. «Manca ogni riferimento a quanto le nazioni industrializzate pensano di emettere nel 2020», fa notare Yvo De Boer, segretario generale della Convenzione mondiale sul clima, e aggiunge: «La prova del budino» sono i punti di riferimento: dimezzare rispetto a cosa?
Per le organizzazioni ambientaliste, quella dichiarazione è una «opportunità mancata». «I G8 sono responsabili per il 62% dell'anidride carbonica accumulata nell'atmosfera terrestre, dunque sono i principali colpevoli del cambiamento del clima», fa notare il Wwf: «E' patetico che rifiutino le proprie responsabilità storiche».
Per il ministro dell'ambiente del sudafrica, la dichiarazione del G8 è «uno slogan vuoto». Nella località termale giapponese in effetti sono presenti anche le «economie emergenti» , come si usa chiamarle: in particolare Cina, India, Brasile e Messico rappresentati dai rispettivi capi di governo o di stato, oltre al Sudafrica. In un comunicato congiunto emesso ieri chiedono al G8 di assumersi le proprie responsabilità sul clima, indicando obiettivi precisi: tagliare le loro emissioni di gas di serra dell'80-95% entro metà secolo rispetto ai livelli del 1990, e del 25-40% entro il 2020.
Oggi i cinque «emergenti» avranno un incontro con i G8 sul clima, e in qualche modo anticipano: «Chiediamo alla comunità internazionale, soprattutto i paesi sviluppati, di promuovere modelli di consumo sostenibili», dice ancora il comunicato. I G8 dovrebbero spendere lo 0,5% dei loro Pil per aiutare i paesi in via di sviluppo a far fronte al cambiamento del clima, aggiungono. Insieme, quei 5 paesi fanno il 42% della popolazione mondiale. Ieri hanno avuto commenti assai critici verso gli Otto «grandi». «L'aumento dei prezzi degli alimentari proietta un rischio di stagflazione sull'economia mondiale», ha detto il premier indiano Manmohan Singh. Gli 8 «devono rispondere della speculazione finanziaria che fa salire i prezzi del cibo e dell'energia», ha aggiunto il presidente messicano Felipe Calderon.

(Marina Forti)

«Spettacolare» giornata ambientale al G8: i leader del mondo industrializzato prima di iniziare i lavori (quattro sessioni dedicate ai problemi del pianeta: dal caro petrolio all'emergenza cibo, dal clima allo sviluppo) hanno celebrato il rito della riforestazione. Ovvero, hanno gettato un po' di terra nelle 8 buche scavate da giardinieri in guanti bianchi nelle quali era stato inserito un alberello. Al termine del lavoro manuale, al riparo delle indiscrete telecamere, hanno deciso i destini del mondo e ci hanno fatto sapere che, contro il cambiamento del clima, hanno deciso che entro il 2050 le emissioni di CO2 saranno ridotte del 50%. Il problema è che tra oltre 40 anni questi «grandi» non ci saranno più (questione d'età) e forse anche il mondo, come lo conosciamo, sarà scomparso.
I grandi hanno anche deciso un rilancio alla grande del nucleare: secondo Berlusconi (che a parte i giornalisti italiani nessuno si fila) è stata decisa la progettazione e la costruzione di 1000 (mille) nuove centrali. Ovviamente l'Italia sarà in prima fila. Insomma una triplicazione delle centrali atomiche esistenti. Ovviamente le centrali serviranno per rallentare il cambiamento climatico, ma anche come deterrente agli aumenti del prezzo del petrolio. I cui recenti aumenti - sempre secondo Berlusconi che però, sentito Bush, ha deciso di partecipare anche lui alla cerimonia di apertura dei giochi di Pechino- sono colpa della Cina.
Il «nostro» leader passa sopra un paio di piccoli particolari. Il primo è che gli Usa con il 4% della popolazione mondiale consumano il 25% dell'energia prodotta nel globo. Il secondo (a proposito di prezzi e senza tener conto del «piccolo» particolare delle scorie) è che la quotazione dell'uranio in pochi anni è cresciuta del 1.100% e che le riserve non sono poi tante. Nonostante oggi il maggior produttore sia il Kazakhstan che sta riciclando (per fortuna) il vecchio arsenale nucleare ereditato dall'Unione sovietica.
Certo, nel centro termale di Toyako si è anche parlato di sviluppo di energie alternative, ma solo «per memoria» e senza impegni precisi, in particolare di investimenti.
E' stato, invece, lanciato il tradizionale appello ai paesi produttori di petrolio: debbono aumentare le prospezioni e l'estrazione di oro nero perché senza aumento dell'offerta - nel breve e medio periodo - i prezzi sono destinati a salire. Con o senza speculazione. Ma i grandi si sono accorti che c'è una strozzatura anche sul fronte della raffinazione per superare la quale servono nuovi impianti e investimenti elvatissimi che le «7 sorelle» non realizzano preferendo guadagnare montagne di soldi con le attuali quotazioni del petrolio in presenza di una offerta che nel breve periodo non può crescere di molto.
Il documento finale approvato ieri dal G8 conferma la fiducia «sulle prospettive di crescita dell'economia globale». Il G8, tuttavia, esprime «forte preoccupazione per gli alti prezzi delle materie prime, specialmente petrolio e alimentari, perché pongono una seria sfida a una stabile crescita globale, hanno serie implicazioni per i più vulnerabili e aumentano le pressioni inflazionistiche globali». I grandi concordano anche sul fatto che «le condizioni del mercato finanziario sono un po' migliorate nei mesi passati, ma serie tensioni permangono ancora» e affermano che «la globalizzazione è un elemento chiave per la crescita globale e per delle economie forti e floride, sostenute da valori comuni di democrazia, libertà economica e istituzioni affidabili».
Per quanto riguarda il «commercio e gli investimenti» I paesi del G8 si impegnano a resistere « alle pressioni protezioniste» che frenano lo sviluppo. Il documento ricorda la necessità di «chiudere i negoziati del Doha round» dell'Organizzazione mondiale del commercio, tramite un accordo «ambizioso ed equilibrato». E tutti i paesi «dovrebbero adottare misure per sviluppare, mantenere e promuovere regimi che accolgano gli investimenti stranieri». Sull'energia, si esprime preoccupazione «per l'impennata dei prezzi del petrolio, che pone dei rischi all'economia globale. E si sollecita l'aumento della produzione sostenendo che «i paesi produttori di petrolio dovrebbero assicurare un clima adatto per gli investimenti stabili e trasparenti che faciliti un innalzamento della capacità produttiva necessaria per soddisfare la crescente domanda globale.
Per quanto riguarda la domanda è, invece, importante fare ulteriori sforzi per migliorare l'efficienza energetica così come incrementare gli sforzi per seguire una diversificazione energetica». Ma il G8 sostiene anche gli sforzi «delle più importanti autorità nazionali per una maggiore trasparenza nei mercati dei futures nelle materie prime». Infine le «materie prime»: Il G8 ribadisce l'importanza «di mercati delle materie prime aperti, quale meccanismo più efficiente per la distribuzione delle risorse», sottolineando l'importanza della «trasparenza, sostenibilità e 'governance' della crescita economia» in questo settore.

(Roberto Tesi)

Come prevedibile il vertice del G8 di Toyako si è chiuso con un riciclo di impegni già presi in campo ambientale, per lotta alla povertà e la gestione delle crisi economiche e finanziarie in corso, a partire da quella del cibo. I grandi del pianeta, pur in presenza di una crisi finanziaria sistemica che non si arresta, ribadiscono un infondato ottimismo sulle sorti dell'economia mondiale globalizzata e preferiscono dilungarsi su temi non economici, con una sana dose di populismo. Ma chi crede più alle promesse del G8? L'ultimo decennio è stato segnato dalla de-economicizzazione delle discussioni al club dei ricchi e da una serie di impegni e promesse, a partire dagli aiuti ai paesi più poveri, nella gran parte dei casi non mantenuti. Il parlare (di ambiente, questioni sociali e sviluppo) è stata quasi una strategia per non mettere in discussione le ricette che hanno segnato gli ultimi 25 anni di globalizzazione liberista, di cui il G8 è stato motore e custode.
Il G7 nacque alla metà degli anni '70 proprio per trovare quadrature politiche tra i tre blocchi economici di allora (Usa, Europa e Giappone), e alcune palesi contraddizioni segnano il passaggio storico di oggi. Se il fine del G8 è quello di creare una cassa informale di compensazione politica alle tensioni economiche e finanziarie mondiali, allora risulta inevitabile l'allargamento a tutte quelle nuove potenze che ormai influenzano i mercati. E poi, ogni volta che di fronte a crisi sistemiche si prova a rivedere le forme attuali di governance multilaterale - si tratti di cambio climatico, riforma delle istituzioni finanziarie, crisi alimentare o lotta alle pandemie - alla fine si cerca sempre la benedizione del G8, che ben poco può fare se non sancire un inutile status quo. Questo perché anche la triade Banca mondiale-Fmi-Wto, attuatrice della globalizzazione liberista, è entrata da alcuni anni in profonda crisi.
E' il mondo che è cambiato, così come il vento liberista si è affievolito. Lo sa bene il poliedrico Sarkozy, che in maniera lungimirante apre all'allargamento del G8 proprio per far sopravvivere l'attuale sistema. Non riescono a capirlo l'uscente Bush e il suo fido portaborse italiano, nonché il governo giapponese perennemente in crisi dopo il boom dell'economia nipponica negli anni '80.
Il vertice si chiude aggiornando il circo del G8 all'appuntamento italiano a La Maddalena nel luglio del 2009. Il governo italiano si illude che la trasformazione del G8 da foro a processo di dialogo con altri governi e istituzioni internazionali possa ridare fiato a questo club esclusivo, bloccando però la radicale trasformazione di questo spazio politico. Proprio nel 2009 giungerà a compimento in Italia il processo partito lo scorso anno in Germania: il dialogo su alcuni temi con il G5, le cinque economie emergenti (Cina, India, Messico, Brasile e Sudafrica). Queste hanno già fatto capire che sono insoddisfatte e in Sardegna non basteranno le berlusconate a rabbonirle. Per non parlare dei paesi più poveri, che stretti tra vecchie e nuove potenze hanno tutto l'interesse a scompaginare le carte.
Al riguardo, un auspicabile fallimento della «mini-ministeriale» convocata dall'indomito leader del Wto Pascal Lamy a Ginevra il 21 luglio sancirebbe il tracollo definito del sistema di multilateralismo unipolare targato G8 che fino ad oggi ha guidato la globalizzazione. Il ministro Tremonti, che ha demonizzato il «mercatismo» e chi lo ha attuato - a partire dalla Wto - se fosse coerente dovrebbe smarcarsi dal suo primo ministro e usare il prossimo G8 per aprire la strada a un cambiamento sistemico. Mettendo sul tavolo la necessità di una nuova e democratica conferenza finanziaria mondiale ci si toglierebbe dall'imbarazzo di dover allargare il G8 solo a Cina e dintorni e si potrebbe mettere mano alla governance mondiale in maniera democratica e allo stesso tempo alle diverse politiche finanziarie e monetarie di cui tutti abbiamo bisogno.

(Antonio Tricarico)


17 luglio 2008

Draghi, Trichet e i salari italiani

I giornali di sabato hanno riportato una strabiliante affermazione di Mario Draghi prendendola come oro colato. Invece avrebbe dovuto suscitare delle vivaci reazioni. Difendendo la decisione delle Bce di aumentare i tassi di interesse, Draghi ha sostenuto che la manovra costituisce una protezione dei salari. Infatti l'inflazione erode i salari monetari, per combatterla non si può che aumentare i tassi, proteggendo in tal modo il potere d'acquisto dei lavoratori. Il ragionamento presuppone che l'effetto dell'aumento dei tassi d'interesse sull'economia reale sia minimo e rapidamente riassorbibile. L'impatto del maggior costo del denaro si manifesterebbe principalmente sulla riduzione delle aspettative inflazionistiche, facendo quindi agire gli operatori di conseguenza sul piano dei prezzi.
Questa è pura fantasia. Se l'aumento dei tassi risultasse efficace la riduzione dell'inflazione avverrebbe attraverso la produzione, l'occupazione e la deflazione salariale, comportando un'ulteriore perdita del potere d'acquisto dei salari. A parità di condizioni, un costo del denaro più alto rallenta sia la domanda di investimenti, effettuati tramite il credito, sia la domanda di crediti da parte delle famiglie. La domanda globale ne soffre. La stagnazione della domanda può frenare sostanzialmente la spinta dei prezzi ma solo se questa proviene dall'interno dell'economia. Se invece la fonte è nelle materie prime e nelle derrate alimentari, i costi unitari di tutti i produttori continueranno a lievitare. Nella migliore delle ipotesi gli imprenditori, di fronte alla crisi delle vendite, diventeranno più cauti nel trasferire sui prezzi finali tutto l'aumento dei costi delle materie prime. Pertanto essi accetterano una compressione dei margini di profitto. Tuttavia quest'ultimo aspetto, segnatamente alla stagnazione della domanda, riduce gli investimenti colpendo l'occupazione. Impauriti, sindacati e lavoratori staranno al gioco lasciando i salari monetari stagnare mentre i prezzi continuerranno comunque a crescere per via del trasferimento, ancorchè parziale, dei prezzi delle materie prime sul prodotto finale. Nei confronti dell'inflazione l'aumento dei tassi appare incompleto mentre colpisce sia i salari reali che i margini di profitto delle imprese. Nelle condizioni attuali per essere efficace la Bce dovrebbe generare una recessione europea tale da schiacciare la domanda mondiale di materie prime i cui prezzi sono molto sensibili alla condizioni della domanda e dell'offerta. Fortunamente nessuno pensa ad una soluzione così radicale. La manovra sui tassi, se si farà sentire, creerà ulteriori vincoli alla già atona economia dell'eurozona senza toccare le radici dell'inflazione. L'idea di affrontarla colpendo i settori e gli elementi che non l'hanno causata è logicamente assurdo e fa parte solo della pressione anche psicologica che, in mancanza di politiche, si vuole scaricare sui salariati, aggravando così la situazione.

(Joseph Halevi)


17 luglio 2008

La ricchezza dei cassonetti

 

I rifiuti che hanno ingombrato per mesi e ancora ingombrano le strade della Campania sono gli stessi che in altri contesti vengono raccolti, più o meno ordinatamente, nei sacchetti, nei bidoni, nei camion e negli ecocentri della raccolta differenziata. Si presentano ai nostri occhi in modo diverso, ma materiali e oggetti di cui sono composti sono uguali: in gran parte imballaggi; di plastica, cartone, vetro, legno e metallo; poi altri prodotti usa-e-getta (stoviglie, pannolini e gadget) e avanzi di pasti non consumati o di acquisti alimentari non cucinati. Nei rifiuti urbani - quelli che ciascuno di noi produce - non c'è quasi altro.
I rifiuti domestici sono il residuo dei nostri consumi: cioè di cose che abbiamo comprato, pagato e prima o poi (più prima che poi) buttato, perché non ci servivano più. Gli imballaggi sono tanti: il 40%, in peso, dei rifiuti che produciamo; il 60-70 e anche più in volume, cioè prima di entrare nel ventre di un compattatore che li schiaccia un po'; i prodotti usa e getta fanno un altro 10-15%. Gli avanzi alimentari contano molto meno: sono mediamente 250-300 grammi al giorno a testa, compresi quelli prodotti dai mercati e dai negozi. Inoltre, in confronto con gli altri rifiuti, occupano poco spazio (l'organico è pesante); ma, se non vengono ritirati e trattati, si deteriorano in fretta: puzzano e attirano topi, insetti, parassiti e malattie. Lo fanno ovunque si trovino: sia abbandonati per strada che depositati in un cassonetto; sia in un contenitore per la raccolta differenziata che in una discarica. Gli imballaggi - in gran parte superflui - e gli articoli usa e getta che potrebbero essere sostituiti facilmente da prodotti lavabili e gli alimenti che buttiamo via ogni giorno. Perché abbiamo fatto la spesa con poca attenzione, incidono molto sul costo della vita: quasi un quarto di ciò che spendiamo. Poi dobbiamo spendere una seconda volta per il servizio di igiene urbana che li porta via, sperando che funzioni. Insomma, dentro i rifiuti che produciamo ogni giorno c'è l'equivalente della quarta settimana del mese: quella in cui molti si ritrovano senza denaro, perché hanno già speso tutto nelle prime tre settimane.
Un'amministrazione che aiuti non solo a liberarci dai nostri rifiuti (portandoli via e trattandoli in modo differenziato, come è suo dovere fare, se noi collaboriamo), ma anche a liberarci dalla necessità di dilapidare un quarto delle spese correnti in imballaggi, in prodotti e in acquisti inutili aiuterebbe a superare il problema della quarta settimana molto meglio di qualche modesto aumento salariale. Si può fare. In molti paesi europei e in qualche città italiana si è già cominciato a farlo: con la vendita di prodotti sfusi (alla spina): detersivi, liquidi alimentari, prodotti in grani; con la riduzione al minimo degli imballaggi - evitando l'eccesso di packaging; vino, birra e bibite in bottiglie a rendere (richiede un sistema di «logistica di ritorno», con la cauzione per il vuoto, che molti paesi civili hanno reintrodotto da tempo). Imponendo o raccomandando stoviglie lavabili nelle mense, nei fast food e nelle feste; pannolini di nuova concezione, lavabili in lavatrice (complessivamente costano un decimo di quelli usa e getta usati da un bambino); acqua del rubinetto (che spesso è più pura di quella minerale); ecc. A questo vanno aggiunte la regolamentazione e la promozione dei mercati e dello scambio dell'usato, che consente a chi non può permettersi il «nuovo» di accedere comunque a beni importanti e di qualità; e a chi vuole sbarazzarsi del vecchio, di non aggiungerlo al pozzo senza fondo dei rifiuti. Sono tutte questioni su cui i poteri pubblici locali possono avere un peso decisivo.
Non si vuole certo svalutare le rivendicazioni salariali, sacrosante soprattutto in Italia, che sta ormai al fondo della scala delle retribuzioni del lavoro dipendente in Europa. La lotta sindacale ha e manterrà sempre finalità redistributive che, se trascurate, finiscono per spianare la strada del declino di tutto il sistema industriale: cioè a farci assimilare sempre più a un paese del Terzo mondo. Tuttavia le rivendicazioni salariali non potranno mai più tenere il passo con i modelli di consumo che ci vengono proposti, dove prodotti inutili come gli imballaggi, l'usa e getta, gli ingorghi del traffico, le luminarie senza scopo hanno uno spazio crescente e ci costringono a un inseguimento senza domani. Per di più, in un contesto in cui le nazioni impegnate in un decollo economico e nel conseguente consumo di risorse contano miliardi di abitanti mentre i limiti del pianeta sono ormai resi evidenti dall'aumento irreversibile del prezzo dei cereali, del petrolio e dei suoli edificabili. La strada per la riconquista della quarta settimana, cioè di un reddito che permetta a tutti di fare fronte alle esigenze e alle aspirazioni di una vita decente passerà sempre meno attraverso mere conquiste salariali o il perseguimento di un maggior reddito; e dipenderà sempre più dall'adeguamento dei nostri consumi alle caratteristiche di un pianeta in cui i commensali e le loro esigenze aumentano, mentre le risorse sono sempre le stesse o addirittura diminuiscono. Non è detto che questo peggiori la qualità della vita. In molti casi può migliorarla: meno traffico, meno rifiuti, meno stress, meno miseria - se non ancora la nostra, sicuramente quella altrui, che sempre più, però, ricompare, come fonte di turbamento, sotto il nostro sguardo diretto o telematico: cioè per strada o alla televisione. Ma è una transizione che non può essere realizzata solo da ciascuno di noi, anche se i comportamenti individuali hanno in questo campo un peso crescente; e nemmeno può essere affidata soltanto alla lotta salariale o alla difesa settoriale degli interessi corporativi. E' una transizione in cui il rapporto tra cittadinanza e poteri pubblici - soprattutto locali - è decisivo. Per questo non possiamo più essere indifferenti a chi gestisce questi poteri, né delegare loro la definizione di interventi come la gestione dei rifiuti o la riconversione del sistema distributivo, che per tanti anni abbiamo considerato questioni al di fuori della nostra portata. Viviamo in un contesto di sfiducia e distacco - peraltro motivati - tra cittadinanza e chi la governa: sia a livello nazionale che locale. Una svolta nella gestione dei rifiuti è una cosa piccola; ma rappresenta la strada obbligata per ricostruire le basi della convivenza.

(Guido Viale)


17 luglio 2008

Il sistema idrico di Città del Messico

 

Quando Hernán Cortes, il conquistarore spagnolo, attraversó il passo che divide i due grandi vulcani, il Popcatepetl e Iztaccíhuatl, si trovó davanti un enorme lago. Ne aveva sentito parlare, lí c'era il temibile imperatore dell'Impero Mexica (o azteca, come preferite) che soggiogava metá della terra che oggi conosciamo come Messico. Ma quel che non si aspettava Cortes era il fatto di trovarsi davanti una cittá dalle dimensioni modeste forse, ma al centro di un lago di oltre 1000 kilometri quadrati di superfice. Oltre tre volte il Lago di Garda, per intenderci.
Oggi, all'attraversare il medesimo passo quasi alpino ci si trova difronte ad un altro scenario: oltre 2000 kilometri di macchia urbana. Questa é Cittá del Messico. Quella che con nostalgia qualcuno assimila a Venezia, pur riconoscendone che le dovute differenze. A partire dal fatto che qui, i conquistadores, vennero e distrussero in poco piú di due secoli il sistema idrico d'avanguardia che permetteva alla popolazione locale - agli imperatori e sacerdoti, in realtá, piú qualche migliaio di schiavi - di mantenere una quantitá d'acqua enorme a oltre 2500 metri d'altitudine. Fu sufficiente abbattere un po' di qua - templi e simboli del dominio mexica tra cui Tlaloc, dio dell'acqua -, costruire un po' di lá - i nuovi simboli del potere spagnolo - e trasformare con disprezzo il sistema idraulico della conca della Valle de Mexico. Il risultato: la rapida desertificazione di una valle che da luogo ospitale per le acque dei 45 fiumi che vi giungono e per le abbondanti precipitazioni che durano almeno sei messi all'anno é diventata una valle enorme certamente, ma estremamente vulnerabile alle piogge. Le stesse, che pur stando sostanzialmente in montagna, qui abbattono la loro furia e abbondanza come fossimo in piena selva tropicale.
Eppure la quasi totalitá delle abbondanti precipitazioni viene trasportata al di fuori della Valle per almeno due ragioni: incapacitá di trattenerla e incapacitá di purificarla. Al contrario, la capitale messicana spegne la propria sete con diversi acquedotti che trasportano acqua potabile da distanze inimmaginabili. Distanze chilometriche, ma sopratutto differenze d'altitudine. Impossibile estrarne altra dal sottosuolo (la cittá é «affondata» di 10 metri solo nel corso del '900), il governo cittadino importa acqua sopratutto dallo stato di Michoacan, a oltre 200 chilometri di distanza, ma sopratutto quasi 2000 metri piú in basso. Uno sforzo enorme, che non costa poco. É per questo che oggi, senza che nessuno ne sappia niene - o quasi - ormai oltre il 10% del servizio di acqua potabile in cittá (purificazione, distribuzione e riscossione tasse) é in mano ai privati. Ed un trend in aumento, almeno a quanto affermano i sindacati del pubblico impiego dedicato al settore. Intanto, nelle case dei cittadini l'acqua é per lo piú imbevibile, e se in Italia siamo i secondi consumatori di acqua imbottigliata per moda o per paranoia, qui il primo posto é stato conquistato dalla necessitá. Si paga, ma l'acqua non si beve. O non si paga e comunque l'acqua un giorno ce l'hai e due no. Cosí nella vasta periferia - che forse non mantiene assetati i suoi milioni di abitanti (i messicani sono pur sempre tra i primi consumatori al mondo anche di bibite gassate) ma certamente non permette loro di lavarsi -, l'acqua é un miracolo che si invoca e quando arriva, a causa del pessimo sistema fognario cittadino costruito sempre in ritardo rispetto alla rapida urbanizzazione irregolare, innonda, distrugge e inquina.

(Matteo Dean)




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16 luglio 2008

Del Turco Ottomani

Ottaviano Del Turco è un link che come una piovra tocca più di una questione spinosa.
E' un caso che contemporaneamente alla campagna di Berlusconi contro i magistrati e alla guerra tra Stato e Regioni proprio sulla Sanità, venga arrestato un Presidente della regione per corruzione legata alla Sanità ?


L'immondizia che lambisce le giovani generazioni non è solo quella che può essere differenziata


Siamo alla vigilia di una catastrofe : la svolta federalista metterà il diritto alla salute nelle mani di economie zoppicanti, di politici sul viale del tramonto. Al tempo stesso la casta politica cerchera di sottrarsi a qualsiasi tipo di verifica (elettorale, penale) e di spremere il paese fino a quando la catastrofe non dispiegherà tutti i suoi effetti.
Il problema è che le forze di opposizione vedono ognuna solo un aspetto del problema : chi la corruzione politica, chi la demolizione del Welfare. Ma pochi pensano solo a stabilire un collegamento : Di Pietro è come la Lega un falso centrista che ruba temi ad una Sinistra esitante. Quest'ultima sposa il garantismo giusto per aprire un paracadute a vecchi e giovani compagni che sbagliano. Se la Sinistra non inquadra la questione morale nel contesto strutturale di questa feroce transizione, corriamo il rischio di dare solo spazio a populismi contrapposti ed a mediazioni oligarchiche.


16 luglio 2008

Adam Smith, il valore d’uso e il valore di scambio

 

Smith distingue prima di Marx tra valore d’uso e valore di scambio : il valore d’uso è l’utilità di un oggetto, mentre il valore di scambio è il potere di acquistare altri beni che il possesso di tale oggetto conferisce.

Le cose che hanno massimo valore d’uso a volte per Smith hanno pochissimo valore di scambio (es. l’acqua o la luce del sole), mentre le cose che hanno massimo valore di scambio a volte non hanno nessun valore d’uso (es. i diamanti).

In realtà l’acqua in molti contesti ha un altissimo valore di scambio (ormai si dice che le guerre del futuro saranno guerre per l’acqua), mentre non è vero che un diamante non venga usato, dal momento che esso svolge un’attività simbolica notevole e conferisce potere e prestigio a chi lo porta.

 

 

 

Qui Smith notando questo apparente paradosso sfiora la concezione del valore come scarsità, dal momento che l’acqua sarebbe a portata di mano (per quanto necessaria), mentre i diamanti sarebbero rarissimi per quanto non certamente necessari per la sopravvivenza. Naturalmente il valore di scambio non si riduce alla scarsità, dal momento che ci sono cose rare che non hanno valore di scambio, dal momento che non hanno valore d'uso. Anche se nelle società capitalistiche di mercato ci sono distorsioni per cui la rarità di una cosa la rende immediatamente una cosa di valore, dal momento che il possesso puro e semplice di una cosa rara diventa l'uso stesso di quella cosa (es. nel collezionismo). Ma da questo a concludere che il valore di una cosa stia tutto nella rarità ce ne corre. Oltre tutto la rarità può anche essere definita come il correlato oggettivo del lavoro necessario a fare di una cosa una merce sul mercato, per cui la stessa teoria della rarità può essere collegata alla teoria del valore lavoro.

Si può dire che una cosa ha un valore di scambio ed è cioè merce quando dobbiamo ricorrere ad altri per procurarcela.

L’essere merce di una cosa è la situazione per cui quella cosa ha un rapporto con una relazione tra esseri umani

 

 


16 luglio 2008

Petrolio a Cuba ?

 

«È imminente la battaglia per il petrolio cubano» titola El Nuevo Herald. Per la verità, la versione spagnola del Miami Herald, da mesi agita lo spauracchio di piattaforme petrolifere - magari con la bandiera rossa cinese - che estraggono greggio nel Golfo del Messico. O peggio nello stretto di Florida, nella cosiddetta Zona economica esclusiva (Zee) di Cuba a un tiro di schioppo da Key West (o Cayo Hueso, in spagnolo).
L'allarme è stato lanciato l'anno scorso quando le esplorazioni condotte da varie compagnie petrolifere internazionali per conto del governo cubano hanno confermato l'esistenza di giacimenti di greggio off-shore. Sulla quantità e qualità del petrolio intrappolato nel sottosuolo del Golfo del Messico si era scritto molto, ma accertato poco. Fino a quando, la scorsa estate, un rapporto del Servizio geologico degli Stati uniti riferiva di riserve petrolifere valutabili tra i 4.5 e 9 miliardi di barili e di 10 miliardi di piedi cubici di gas. «In pochi anni Cuba potrebbe produrre 525.000 barili al giorno di greggio e diventare una nazione esportartrice», ha dichiarato Jorge Piñón esperto di questioni petrolifere dell'Università di Miami. Attualmente Cuba consuma 140.000 barili al giorno di petrolio, 92.000 provenienti dal Venezuela e acquistati a un prezzo «politico» al di sotto dei 30 dollari al barile.
«E' la vendetta di Castro», aveva ammesso la rivista Fortune. Ironia a denti stretti. Perché è proprio il greggio che rischia di mettere in crisi l'embargo - il boicottaggio statunitense contro Fidel che, dal 1962, costituisce il caposaldo della politica di Washington nei confronti della revolucion. Un mare di petrolio, in una fase storica in cui i prezzi dell' «oro nero» vanno alle stelle. Insomma, una bonanza petrolifera, nelle mani del governo cubano.
Il trattato firmato fra Usa e Cuba nel 1977 prevede infatti che il «confine» marittimo tra i due Paesi divida esattamente a metà le acque dello stretto di Florida (90 miglia nel punto più stretto). Però, le società petrolifere americane non possono perforare nella piattaforma continentale della Florida in base a una moratoria - almeno fino al 2010- decisa da una legge federale. Così, le majors statunitensi masticano fiele all'annuncio che il consorzio spagnolo Repsol-YPF sta per iniziare a perforare - nei primi mesi dell'anno prossimo, conferma il ministero dell'Industria basica dell'Avana- in acque profonde cubane del Golfo del Messico per mettere in produzione i giacimenti di greggio e gas naturale accertati già da due anni. La Repsol-YPF, dal 2006 è associata con la norvegese Norks-Hydro e l'indiana ONGC.
La situazione potrebbe diventare ancora più difficile da digerire per gli Usa. Infatti altre sei compagnie, compresa la cinese Sinopec, hanno firmato accordi con la cubana Cupet e potrebbero seguire le orme degli spagnoli in altri «blocchi» (vedi cartina) già assegnati nell'off-shore cubano. E' anche probabile - dopo l'avvicinamento tra l'attuale presidente Raul Castro e il brasiliano Lula - che al business partecipi la potente Petrobras (che ha esperienza in perforazioni in acque profonde e non dipende dalla tecnologia statunitense).
La possibilità di piattaforme «aliene» operanti a un tiro di schioppo da Key West dall'anno scorso agita le acque politiche al Congresso. Un senatore democratico, Byron Dorgan, e un suo collega repubblicano, Larry Craig, hanno proposto un progetto di legge per l'energia (Safe Energy Act) che contempla un allentamento dell'embargo, di modo che le compagnie petrolifere americane possano partecipare all'estrazione del greggio in acque cubane.
L'azione dei due senatori -«ispirati» soprattutto da Exxon-Mobil - ha avuto l'appoggio di alcuni deputati degli Stati del Midwest e dell'Ovest, i quali rappresentano gli interessi di un agro-business da anni interessato, e parzialmente impegnato, a vendere i propri prodotti a Cuba. La loro argomentazione è che l'embargo si è dimostrato inutile politicamente mentre «ha tenuto lontano compagnie americane da un mercato potenzialmente lucrativo».
L'Avana non ci ha pensato due volte a sfruttare la breccia. Il delegato commerciale a Washington, Ernesto Placensia, nel marzo dello scorso anno aveva annunciato che, qualora fosse stato tolto il divieto per le aziende americane di fare business con Cuba, sarebbe stato loro riservato lo stesso trattamento già concesso ai Paesi che non accettano l'embargo Usa.
La reazione dei politici della Florida - tutti a caccia dei voti della diaspora cubana in maggioranza anti-castrista- non si erano fatti attendere. Il senatore repubblicano Mel Martinez ha presentato un emendamento al Safe Energy Act che prevede il divieto di perforare entro 150 miglia dalle coste sud della Florida e sanzioni economiche e legali (il rifiuto del visto per gli Usa) contro «persone o compagnie che investano nell'industria petrolifera cubana». Il suo collega democratico Bill Nelson è autore di un progetto di legge che vieta al presidente Bush di rinnovare il trattato del 1977, qualora i cubani iniziasero a perforare. La deputata Ileana Ros-Lehtinen, una delle più ultrà, ha aggiunto la proposta di imporre sanzioni a compagnie associate a multinazionali Usa che investano più di 1 milione di dollari nello sviluppo petrolifero cubano e a congelare i fondi di compagnie straniere che partecipino alle perforazioni nella Zee.
Ormai, però, è iniziata una corsa contro il tempo. La Repsol-YPF ha procrastinato l'inizio delle attività off-shore nel Golfo del Messico previste per quest'anno all'inizio del 2009, motivando la decisione con la scarsezza di piattaforme marine in un periodo di grande ricerca di greggio e con il loro alto costo di affitto (332.000 dollari al giorno). Ma di fatto attende il cambio della guardia alla Casa bianca, con la possibilità (e la speranza) che Barak Obama, se eletto presidente, possa raccogliere la mano tesa ben due volte da Raul Castro e decida di ammorbidire l'embargo contro Cuba. I giacimenti della Zee sono circa sei miglia sotto la superfice del mare, difficile per la Repsol perforare a queste profondità senza far ricorso a tecnologie Usa. E dunque senza scontrarsi con l'embargo, come afferma il professor Benjamin-Alvaro dell'Università del Nebraska.
«L'industria petrolifera cubana off-shore è destinata a convertirsi in un catalizzatore delle relazioni tra Washington e L'Avana», ha dichiarato al Miami Herald Jorge Piñón.
Puntualmente, il presidente Bush nei giorni scorsi ha inviato al Congresso una proposta per mettere fine alla moratoria per le perforazioni nella piattaforma continentale degli Usa (soprattutto in Florida e in Alaska). Anche il candidato repubblicano McCain si è detto favorevole a perforazioni in acque costiere americane. Ovviamente, è sceso in campo pure il vice-presidente Cheney, gran lobbysta dei petrolieri statunitensi. Parlando due settimane fa alla Us Chamber of Commerce, Cheney ha usato l'artiglieria pesante: «Si sta estraendo petrolio a 60 miglia dalla costa della Florida. Ma non siamo noi a farlo. Sono i cinesi in cooperazione col governo cubano... Ma il Congresso ha detto no a perforazioni di fronte alla Florida, no a estrarre petrolio dai nostri mari».
Falsità, perché, per ora, la Sinopec ha un accordo solo per trivellare on-shore a Est dell'Avana (da qualche mese una grande torre per perforazioni è operativa a Cojimar, l'ex villaggio di pescatori reso famoso dal "Vecchio e il mare" di Hemingway). Ma falsità utili, perché l'eterno vulnus con Castro è usato da Cheney per una campagna contro i vincoli federali che vietano di estrarre greggio da zone protette, come l'Artic National Wildlife Refuge in Alaska, dove -secondo Cheney- «vi sono riserve di greggio comparabili a quelle del Golfo del Messico; e nemmeno lì possiamo perforare».
In piena campagna presidenziale, dove i voti della Florida pesano molto, viene dunque posto sotto tiro l'accordo con Cuba sulle acque territoriali firmato durante la presidenza Carter nel 1997, ma mai ratificato dal Senato Usa e mantenuto in vigore mediante uno scambio di lettere annuali tra Washington e l'Avana. Si tratta però di iniziative soprattutto politiche in riferimento alla battaglia presidenziale per aggiudicarsi i delegati della Florida ( è di alcuni giorni fa la notizia che Obama sarebbe ora in vantaggio anche nella comunità latina dello Stato). «Cuba inizierà a perforare, questo è chiaro a tutti», ha dichiarato al Miami Herald Philip Peters, analista dell'Istituto Lexington. «Mi sorprenderebbe  - ha aggiunto- se la Casa bianca denunciasse l'accordo sulle frontiere marittime con Cuba, perché creerebbe un caos legale, visto che sulle stesse basi si decisero le frontiere marittime con il Messico e le Bahamas>.
Ecco perché i tempi stringono e «sta per iniziare la battaglia per il petrolio cubano».

(Guillermo Moldor)


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