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13 luglio 2008

Petrolio. Di chi la colpa ?

 

Con il prezzo del barile al massimo storico di 145 dollari, la chiusura ieri del diciannovesimo congresso internazionale sul petrolio - iniziato a Madrid lunedì scorso - non poteva essere più confusa.
Animata dai grandi del settore, compagnie petrolifere, paesi esportatori e specialisti del complicato mercato del greggio si sono trovati tutti d'accordo nell'indicare la speculazione come responsabile dell'aumento del prezzo del greggio, arrivando a denunciare gli Stati uniti per la chiusura agli investimenti internazionali.
Parte del problema è stata poi individuata nella crescita della domanda dei paesi emergenti, anche se la maggior parte dei partecipanti ha ammesso di non avere idea del perché il prezzo del greggio sia salito tanto nell'ultimo anno, e tutti hanno parlato di un mercato fuori controllo.
Nel frattempo i gruppi di movimentisti e no-global tenevano un summit parallelo con lo slogan "basta sangue per il petrolio!".
Con un occhio alle quotazioni internazionali e l'altro nella sede dell' ente fieristico di Madrid, dove si è svolto l'evento, circa tremila delegati - fra cui trenta ministri di paesi produttori e consumatori, istituzioni internazionali e compagnie petrolifere - hanno dibattuto animatamente per una settimana senza arrivare a mettersi d'accordo sul motivo del rincaro smisurato del prezzo del petrolio. Come unico punto in comune, tutti hanno convenuto che la responsabilità è degli altri.
La freccia più avvelenata è stata scoccata senza dubbio dal segretario generale dell' Opec, il libico Abdalla Salem El Badri, che ha dichiarato: «molti si stanno arricchendo con il mito della mancanza del petrolio, ma - ha aggiunto - non c'è nessun problema nell'offerta. El Badri ha invece puntato il dito contro la debolezza del dollaro, le tensioni geopolitiche e soprattutto contro la speculazione che ha operato sul mercato dopo la crisi dei «mutui spazzatura» negli Stati uniti, spostando gli investimenti finanziari nella ricerca di facili guadagni sulle materie prime.
El Badri ha anche toccato un tema tabù per il congresso, segnalando che ci sarebbe più offerta e un abbassamento dei prezzi se gli Stati uniti smettessero di porre limitazioni all'ingresso di capitali e di investimenti stranieri nel proprio territorio. «Nell'85% delle estrazioni marine statunitensi non si può entrare. Nemmeno nel nord dell' Alaska», ha concluso.
Mentre la risposta degli americani e degli europei non si è fatta attendere, segnalando che è l'Opec che deve aumentare la produzione per frenare la scalata, una sensazione anche più preoccupante si è fatta largo durante il congresso: il mercato è fuori controllo e nessuno ha la chiave di spiegazione del suo comportamento. Anche se sull'origine della questione ci sono indizi precisi.
Molti dei presenti a Madrid ricordano con nostalgia gli anni in cui il mercato del greggio era un club riservato a poche persone col potere di influire sul prezzo. Tutto è cambiato nel 2000 nel momento in cui il governo nordamericano, su richiesta della potente Enron, ha modificatole regole del gioco e del mercato con la cosidetta Commodity Futures Modernization Act.
Grazie a questa riforma l'organismo preposto al controllo del mercato, il Commodity Futures Trading Commission (Cftc), ha smesso di tenere sotto controllo gran parte degli affari petroliferi permettendo che i contratti tra privati, noti come Otc (Over the counter) rimanessero fuori dalla sua stretta supervisione. Sono questi contratti particolari il brodo di coltura della speculazione sul petrolio, giacchè si possono fare affari fuori dal mercato e senza dover rendere conto a nessun organismo supervisore.
Prima della riforma, per ogni barile reale di petrolio che si negoziava sul mercato, si calcolavano tra i 6 e i 10 documenti registrati nell'etereo mercato dei futures. Oggi nessuno ha idea di quanti siano perchè non c'è nessun registro per queste operazioni.
Come se non bastasse, nel gennaio 2006 l'amministrazione Bush ha dato un' ulteriore spinta alla speculazione permettendo al principale attore del mercato, l'Ice (Intercontinental Exchange), di operare con i futures sulla piazza di Londra.
In questo modo gli speculatori che si lamentavano degli eccessivi controlli nel Nymex di New York possono negoziare petrolio statunitense nella Ice Future di Londra, dove la normativa è molto più permissiva. In due anni le transazioni di futures sono passate da 1,7 a 9 miliardi di dollari.
Altro fattore importante nel pasticcio petrolifero protagonista nelle discussioni di Madrid sono i fondi di investimento che guadagnano speculando sul mercato energetico.
Secondo la Energy hedge fund center, a fine 2004 c'erano centottanta investitori istituzionali in gioco, mentre oggi sono diventati seicentotrenta. Questo ha fatto saltare la proporzione fra transazioni speculative e reali. La stessa Cftc ha segnalato che, all'inizio del 2000, il 37% del petrolio che si negoziava nel Nymex erano transizioni speculative mentre oggi la cifra è salita al 71%.
Mentre i governi e le associazioni dei consumatori ogni volta si mostrano sempre più furiosi e impotenti nel momento di frenare la sbandata, i principali responsabili hanno abbandonato ieri il congresso senza dimostrare di potere o voler terminare questo gioco perverso
.

(Oscar Guisoni)


12 luglio 2008

Il ragazzo della via Krupp

Oggi è luogo comune che l'attacco al Presidente della Repubblica sia sacrilegio. Solo in un'epoca di bassissima politica si possono pensare cose del genere. Il vecchio Pci e giornalisti decorosi (si pensi a Camilla Cederna) non hanno avuto scrupoli ad attaccare presidenti palesemente di parte come Gronchi, Segni e Leone (senza contare Cossiga).
Il problema Napolitano non è nel volersi assicurare l'immunità (anche se anche questa può risultare utile, non si sa mai...), ma nel suo voler rimanere felpato in tempi di stivaloni.
Egli , sintetizzando la politica del partito a cui appartiene, ritiene che bisogna essere machiavellicamente conseguenti con una sconfitta ideologica e cedere al nemico la pelle delle istanze sinora rappresentate al fine di consentire la sopravvivenza di un intero ceto politico. 



Questa operazione si realizza in nome di una finta unità bipartisan che troverebbe nella figura del Presidente della Repubblica la sua incarnazione fisica e nella riscrittura della Costituzione materiale del nostro paese il suo fine ormai non più dissimulato.
Ma tale operazione trova in Berlusconi uno degli ostacoli paradossalmente più formidabili, per cui l'ideologia dell'unità del paese nei fatti cede sempre più terreno al populismo che invece di salvare il nostro paese, lo porterà al disastro. E nel voler essere comunque garante di un'unità bipartisan che non c'è, Napolitano si trova ad essere complice di questo disastro.
Criticarlo sembra dunque non sacrilego, ma doveroso.


12 luglio 2008

Simboli : Abracadabra

Formula magica legata ad un amuleto a forma di triangolo rovesciato indicante la donna, la vagina, l'Inferno, Satana che dirige le energie verso il basso quasi fosse un parafulmine.
Il significato della locuzione, in parte simmetrica, una sorta di scioglilingua, si può forse riportare alla locuzione ebraica abreg ad habra che significherebbe "lancia la tua folgore sino alla morte".



In qualche maniera si tratta di una formula grazie alla quale qui sulla terra è possibile vincolare il potere proprio dei cieli. In essa la magia operata dagli uomini diventa un atto di ubris che vuole manipolare il potere divino per realizzare desideri umani. Il rovesciamento del triangolo è proprio l'atto con cui l'uomo si impossessa del potere celeste (la folgore) per i propri scopi (il fuoco?). Per cui la magia (la tecnica) del fuoco è in maniera non a caso "luciferina" la stessa operazione che fa Prometeo portando il fuoco di Zeus agli uomini. Nella formula "abracadabra" sempre che la traduzione sia esatta sono sintetizzati tutti questi archetipi


12 luglio 2008

La questione degli aumenti salariali

 

Tutti ormai concordano che i salari reali siano in forte calo. Il fenomeno è assai diffuso in Europa, ma in Italia è peggiore che altrove e lo si nota con il drastico impoverimento della famiglie. Da ciò nasce la giusta convinzione che bisogna arrestarne la caduta. Benone allora? No, perchè qui comincia l'imbroglio che, per i sindacati, si annuncia insidioso e pericoloso come le sabbie mobili. Da Draghi alla Marcegaglia si canta infatti in una sol voce: «è vero, i salari reali sono in calo ma non si deve ricorrere alla loro indicizzazione ai prezzi altrimenti si aggrava la spirale dell'inflazione. L'unico modo per rilanciare i salari è aumentare la produttività: quindi ci vogliono più stimoli alla concorrenza, alla flessibilità eccetera eccetera». Alla fine si ricade nel solito statico discorso della flessibilità come unica ricetta per tutte le occasioni.
Questa è pura reiterazione ideologica, l'insidia risiede nell'aspetto pratico cioè nel far dipendere ogni eventuale aumento salariale dagli incrementi di produttività. Infatti sia Draghi che Marcegaglia quando parlano di incrementi salariali conseguenti ad aumenti della produttività mettono a confronto, in maniera volutamente ambigua, due termini eterogenei. Per aumenti salariali i due esponenti del capitalismo italiano si riferiscono soltanto ai salari monetari mentre gli incrementi di produttività vengono sempre calcolati in termini reali, al netto degli aumenti dei prezzi alla produzione.
La linea Draghi-Marcegaglia presuppone pertanto che i salari monetari possano aumentare, poniamo, del 3% solo se la produttività è nel frattempo cresciuta più del 3%. Tuttavia se, nello stesso periodo di tempo, i prezzi al consumo hanno subito un incremento del 3,6% i salari reali patiranno un calo dello 0,6%. Ne consegue che per mantenere il loro potere reale, i salari dovrebbero crescere 3,6%, mentre per non perdere terreno nei confronti della produttività dovrebbero aumentare di un altro 3% o giù di lì, per un totale del 6,6%.
Prima del pessimo accordo sul costo del lavoro del 1992-93, che sganciò definitivamente i salari dall'inflazione effettiva, nessuno avrebbe osato sostenere che l'aumento dei salari monetari debba essere ammesso solo dopo aumenti di produttività in termini reali. La posizione Draghi-Marcegaglia consiste nell'impedire che il potere d'acquisto dei lavoratori venga protetto da un'inflazione che essi non hanno causato. Solo sudando ed usurandosi di più essi potranno sperare in qualche recupero sul piano puramante monetario. In un'economia terziaria un calcolo oggettivo della crescita della produttività è impossibile. Dato il contesto politico ed ideologico essa può risultare sovente inferiore alla dinamica dei prezzi con ulteriore perdite dei salari reali. E la tendenza è questa.


(Joseph Halevi)


12 luglio 2008

In Italia flexicurity senza sicurezza

 

Durante gli ultimi tre decenni, l'accresciuta instabilità dei mercati globalizzati, l'evoluzione demografica e i mutamenti intervenuti nell'organizzazione dei sistemi produttivi e di welfare dei paesi più sviluppati hanno concorso ad aumentare sia l'incertezza presente nelle relazioni economiche e sociali, sia la parte di essa che ricade sugli individui e sulle famiglie. Queste tendenze stanno producendo effetti preoccupanti sugli equilibri sociali e su quelli economici. Specialmente nei segmenti produttivi meno toccati dall'innovazione, i lavoratori stanno subendo una prolungata contrazione della dinamica retributiva e una diffusa instabilità del rapporto contrattuale.
L'abolizione dei meccanismi d'indicizzazione dei salari ai prezzi, finalizzata a spezzare la spirale inflazionistica, ha contribuito a scaricare gli oneri della stabilizzazione monetaria sui redditi da lavoro dipendente. L'invecchiamento della popolazione, accrescendo i problemi di finanziamento delle prestazioni sociali, le rende meno certe. I maggiori livelli di malessere soggettivo e d'insicurezza sociale tendono anche a rallentare gli investimenti in capitale umano e in attività innovative, ostacolando la produttività e la crescita. D'altra parte, il mercato conferma i suoi ben noti limiti nell'assicurare i rischi, specialmente quelli di natura sociale.
In questi casi, l'intervento pubblico si giustifica per ragioni d'efficienza che si aggiungono a quelle di equità. Non è un caso che la diffusione dei sistemi di welfare state, pur con modalità diverse, abbia accompagnato la crescita dei paesi economicamente più sviluppati. Tuttavia, negli ultimi anni, pur non trovando conforto in adeguate verifiche empiriche, si è ulteriormente diffusa la tradizionale tesi del trade-off, secondo cui la spesa e l'azione dello stato sociale frenerebbero la crescita economica e, dunque, andrebbero contenute. L'onere di importanti tipologie di rischi andrebbe spostato sulle singole persone, in un'ottica che si vorrebbe di responsabilizzazione individuale. Nell'ambito di politiche macroeconomiche rivolte al risanamento e alla compressione dei bilanci pubblici, le istituzioni del welfare sono state oggetto d'interventi restrittivi. Di fronte alle maggiori incertezze generate dall'economia di mercato e dai mutamenti demografici, è forte la spinta a trasferire i rischi dalle imprese e dalla collettività ai singoli lavoratori e alle famiglie, ai consumatori e ai risparmiatori.
Per tentare di fronteggiare la maggiore incertezza, nell'Unione europea è aumentato l'interesse per la cosiddetta flexicurity, il modello di welfare che cerca di compensare l'accrescimento dei rischi per i lavoratori con più efficaci ammortizzatori sociali e con politiche attive del lavoro. Ma l'onerosità finanziaria della componente security del modello e la dipendenza della sua efficacia da un contesto economico, sociale e civile difficilmente riscontrabile in gran parte delle realtà nazionali dell'Ue, hanno fatto si che spesso si sia realizzata solo, o prevalentemente, la componente di flessibilizzazione del lavoro richiesta dalle imprese, con il risultato di aumentare la precarietà della condizione lavorativa e delle condizioni di vita tout-court. Gli effetti della maggiore incertezza che ricade sugli individui influenzano molti comportamenti (ad esempio la scelta di procreare) e generano la percezione di maggiore povertà e minor benessere a parità di reddito.
Nella classifica in materia di sicurezza economica stilata dall'International Labour Office (Ilo), limitando l'attenzione ai paesi dell'Ue-15 più gli Usa e il Giappone, in testa si collocano Svezia e Finlandia; Italia, Stati Uniti e Grecia figurano agli ultimi tre posti. L'Ilo propone anche una classifica tra 95 paesi sulla felicità percepita dagli individui; al primo posto c'è la Danimarca (in posizione elevata anche sulla sicurezza); Svezia e Finlandia si collocano ancora in alto; l'Italia è al ventisettesimo posto. Mentre non vi sarebbe una correlazione significativa tra felicità e crescita, la si riscontra, invece, in termini positivi tra felicità e sicurezza (del lavoro e del reddito).


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11 luglio 2008

La vendetta di Topo Gigio

L'ultimatum di Water Veltroni a Di Pietro non è stato causato dalle presunte offese a Napolitano e a Ratzinger. Ma da un attacco brillantissimo fatto da Grillo a Veltroni stesso. Grillo in una sintesi mirabile ha elencato i tre disastri causati da Veltroni in pochi mesi : la distruzione della Sinistra Arcobaleno, la disfatta elettorale nazionale, la disfatta elettorale a Roma.
Grillo aveva così patentemente ragione che il re Travicello Water è letteralmente impazzito (anche perchè molto debole all'interno del suo stesso partito) ed ha così inanellato la quarta cagata del suo ridicolissimo regno : la rottura con l'Italia del Valori.



Se avesse aderito a tale ultimatum Di Pietro avrebbe pagato l'allenza con Il Pd con il sacrificio della sua possibile base elettorale. Nessuno l'avrebbe fatto.
Ovviamente Water vuole prendere l'elettorato di sinistra per stanchezza (e molti poveri scemi ci sono già cascati alle scorse elezioni) e sopprimere, restringendo gli spazi elettorali, qualsiasi alternativa a sinistra. Ma dimentica che la politica aborrisce il vuoto e che Di Pietro sta cercando (in maniera assolutamente goffa ed insufficiente) di colmare in parte le istanze proprie della Sinistra Arcobaleno.
Se si vuole eliminare un concorrente elettorale, si deve assumere la rappresentanza delle istanze sociali di tale concorrente. Se invece si vuole fare tale operazione rimanendo identici a se stessi si è solo degli imbecilli.
Appunto.


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11 luglio 2008

Hegel e il dilettantismo : apologia di Gabriella Carlucci

  

Nel fatto che l’adesione al vero sia solo un intoppo risiede la possibilità di evitare la ricerca di essa, dal momento che ciascuno è certo, così come sta fermo e cammina, d’avere in suo potere la pietra filosofale. Poco male se il travagliato affaccendarsi della riflessione e della vuotaggine fosse una cosa in sé che si svolge in sé a suo modo. Ma con quell’affaccendamento, soprattutto la filosofia si è messa in più modi in avvilimento  ed in discredito.

Il peggiore degli avvilimenti è questo che , come fu detto, ciascuno, come sta fermo e cammina, è convinto di essere in grado di sentenziare una filosofia in genere.

Verso nessun’altra arte e scienza si dimostra quest’estremo disprezzo, di pensare che ciascuno la porti con sé.



 
Gabriella Carlucci posa nello stesso modo di
Eraclito pensoso nella "Scuola di Atene" di Raffaello Sanzio

 

Andate oltre il linguaggio un po’ involuto. Hegel qui condanna il dilettantismo trionfante che fa bella mostra di sé. Ed anche se  riserva tale condanna ai filosofi del suo tempo, il suo atteggiamento si può riverberare a tutti i livelli ed in tutti i contesti, anche ad esempio nelle polemiche tra blog.

Si pensi alla polemica politica, agli articoli di giornale, alla produzione artistica ed anche al campo scientifico, dove gli scienziati ormai faticano a farsi sentire anche su questioni su cui dovrebbero essere sicuramente competenti (si pensi alla polemica di Gabriella Carlucci su Luciano Maiani). Sicchè l’avvilimento hegeliano si è esteso a tutte le discipline.

Eppure almeno in parte non sono d’accordo con Hegel. Certo ci si può sforzare di studiare prima di parlare o scrivere. Ma si tratta di uno scrupolo interiore. In questo mi rifaccio a Feyerabend : non c’è sapere acquisito che ci consenta di prendere in giro il neofita. O, meglio, si può prendere in giro chi si vuole, ma con diritto di replica.

Più comprensibile è la rabbia. A certuni per quel che dicono li ammazzerei volentieri con il pensiero, come nel film “Scanners”, non per i loro strafalcioni, quanto per la loro cattiveria gratuita. Ad es. capisco Di Pietro quando si arrabbia ed incespica con il linguaggio quando sente parlare i berluscones ed i loro cloni di centrosinistra. Egli per quanto non tanto migliore di loro ha una sensibilità per l’impudenza che essi manifestano e ne è scioccato. Naturalmente il presupposto di questa rabbia è sempre la convinzione di essere nel giusto (per cui si dice “Ma come Berlusconi può dire quelle cose ?”). Ma a me preme dire che se a volte strepito non è per l’errore, ma per la mala fede che si può nascondere nell’espressione felice dell’errore. Per fortuna comunque non ho questo terribile dono telepatico, ma non dispero.

Chi voglia fare pulizia o censura nel mondo del pubblico dibattito a volte è fazioso e prezzolato, quanto il più affermato e strapagato sofista. Ma anche nel caso sia animato dalle migliori intenzioni, alla fine risulta essere né più, né meno che un emerito stronzo. Ed anche Hegel lo fu, con Schelling ad esempio e Schopenhauer lo fu con lui.


10 luglio 2008

Dopo Eluana e la Sinistra Arcobaleno , a chi tocca staccare la spina ?

Se potesse dire quello che pensa, direbbe di essere sepolto in Africa, vicino alla tomba di Bob Geldof (il cui cadavere al Rocky Horror Picture Show sull'isola di Hokkaido  elogia Bush e Berlusconi) e Bettino Craxi (che per fortuna non dice niente).
Dopo la separazione dalla Sinistra Arcobaleno si è tolto le palle, mentre dopo l'ultimatum a Di Pietro è ormai senza culo (cosa sono le volgarità di Piazza Navona se non gli escrementi del popolo veltroniano dopo la purga del politically correct?).
A che farlo soffrire ancora ? A che accanirsi in una vita politica ormai priva dell'ultimo lembo di dignità ? 




Mi raccomando al suo capezzale, cantategli la canzone di Gaber "l'amico" (testo Gaber-Bettini) :

Parlato] Beh cos’è quella faccia da pirla eh? Dài su, non ne facciamo un dramma. Vedrai che quando sarai al governo ci ridi sopra!
Ma cosa fai? Ma cosa fai?
Dài non piangere, sei peggio di Silvio !
Ma guarda un po’, alla tua età!
Dài finiscila, che vuoi che sappia Ratzinger!
Ma smettila fissato, è chiaro che vincerai le prossime elezioni !
Ma che ti metti in mente, vedrai che starai bene.
Vedrai, vedrai…
Vedrai, andremo in giro insieme e troveremo il bosco pieno di animali
e poi andremo con la barca dove il mare è alto in mezzo ai pescecani
e DAlema con la barca a velaaaaaa
e poi stanchi morti andremo fuori a cena dalla zia Livia Turcooooo 
che ci farà il coniglio e ci darà quel vino che c’ha solo lei.
Vedrai, vedrai…
Ci ubriacheremo insieme e canteremo in coro le nostre canzoni
e poi ci butteranno fuori dal Parlamento e sveglieremo tutti pieni d’allegria.
Ma cosa fai? Ma cosa fai?
Ma piangi ancora, dài, non è poi tanto grave.
Non far così, dà retta a me, non hai niente,
ho già parlato con Giorgio Napolitano
Ti senti di morire, ma via, che cosa dici?
Vedrai che domattina faremo un altro comunicato peggio del precedente.
Vedrai, vedrai…
Vedrai, ti porterò a ballare e ti farò sentire in forma come allora
vedrai, le nostre mogli a casa, andremo al corteo di Settembre che hai organizzatooooo 
e come da ragazzi tu sarai il Migliore e mi farai soffrire
mi ruberai lo scranno e mi dirai ridendo che non vorresti fare politica.
Vedrai, vedrai…
Ci ubriacheremo insieme e canteremo in coro gli sketches della Guzzantiiiii 
e poi ci butteranno fuori dal parlamento e ce ne andremo in Africa da Miriam Makebaaaaa...
Vedrai…
Vedrai…
Vedrai…


10 luglio 2008

Odifreddure : Verbum caro

Odifreddi  dice che nel Vangelo il mondo è posto in essere dalla parola.




Tuttavia non siamo di fronte al vescovo Berkeley : l’ipotesi magica che il mondo sia posto in essere dalla parola è quella che consente di usare il linguaggio di richiamare ciò che va via (soprattutto ciò che si ama).

Non si tratta di malinteso, ma di un vero e proprio tentativo di ricostituzione della realtà.

Non può essere dissolto dall’analisi del linguaggio, ma si tratta di questione vera, di un dramma.


9 luglio 2008

Adam Smith e l'avarizia dei sovrani

 

Adam Smith si rende conto benissimo che il conio reale non garantisce niente di oggettivo. Egli infatti aggiunge che l’avarizia e l’ingiustizia dei sovrani, abusando della fiducia dei loro sudditi, abbiano gradualmente diminuito la quantità del reale del metallo originariamente contenuto nei loro conii. Ad es. l’asse romano, negli ultimi tempi della Repubblica, era ridotto alla ventiquattresima parte del suo valore originario.

A mezzo di queste operazioni i sovrani e gli stati sovrani che le hanno attuate erano in grado apparentemente di pagare i loro debiti e di assolvere i loro impegni con una minore quantità di argento di quanto sarebbe stato diversamente necessaria. Ma i loro creditori venivano realmente defraudati di una parte di quanto era loro dovuto e intanto gli stessi debitori dello Stato onoravano con metallo svilito i loro impegni.



 

Ma questo processo ha un legame con la frequente tendenza storica per cui una moneta cerca di sganciarsi dalla sua base materiale ? E c’è un legame con la questione della signoria dello Stato sulla moneta ? Il fatto che anticamente lo Stato pretendesse secondo Smith di essere pagato in natura tendeva ad evitare l’inconveniente evidenziato da Smith che il denaro svilito tornasse allo Stato ?

Inoltre uno Stato può essere debitore di un privato ? Questo privato come può esigere il suo credito dallo Stato ? Il privato deve essere economicamente più forte dello Stato perché possa esigere del denaro. Il privato deve essere economicamente più forte dello Stato per prestare soldi allo Stato senza doverglieli dare con le tasse. Un privato doveva essere tanto forte da pagare un esercito tale da togliere il trono ad un re (si pensi alla controversia tra i Templari e il re di Francia)


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