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8 luglio 2008

Bush e Berlusconi : i gemelli diversi

Certo si scuseranno e smentiranno. Ma il quadro di Berlusca restituito dal dossier infilato (per sbaglio?) nella cartellina americana al G8 la dice tutta su come il nostro amato leader ed il nostro paese siano visti all'estero. Berlusconi è leader coerente con un paese da sceneggiata. Questa coerenza è colta immediatamente dall'elettorato, che appunto vota Berlusconi. Solo che l'ottimismo dell'elettorato non è condiviso dal resto dell'opinione pubblica mondiale.
Quest'ultima vede come grottesca una situazione che gli italiani vedono solo brillante.



Bush e Berlusconi, mentre fanno pipì nella direzione sbagliata...

Si vorrebbe che Berlusconi sia il Presidente di tutti gli italiani. Ma lui non ci riesce.
Ed anche ai vertici sorride, ma si sente solo. Fa battute, ma è distratto. Cerca di imitare quel che fa Bush. Con risultati per fortuna ancora farseschi. Del resto che Bush, ridicolo quanto e più di Berlusconi, si permetta in privato di pensare male del nostro duce è un ben strano paradosso.
Ma Berlusconi, impegnato com'è nell'imitazione, non può far notare questa contraddizione.
Altrimenti dovrebbe contraddirsi a sua volta.


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8 luglio 2008

Retoriche del disumano

 

Dunque, le cose stanno così.
C'è un piccolo numero di persone, quelle che stanno in alto, più in alto di tutti, dichiarate per legge al di sopra di ogni giudizio. Investite, in quanto tali, per ciò che sono non per ciò che possono aver fatto, del privilegio dell'impunità. E ce ne sono altre, più numerose, ma razzialmente delimitate, separate dai buoni cittadini da un confine etnico - quelle che stanno in basso, più in basso di tutti, considerate invece, per legge, in quanto tali, per ciò che sono, non per ciò che possono aver fatto, colpevoli. Almeno potenzialmente. Pre-giudicate.
Alle prime non si guarderà mai in tasca, anche se fossero colte, per un accesso di cleptomania, in furto flagrante; alle seconde si prendono fin da bambini le impronte digitali, le si fotografano, perquisiscono, spostano, schedano e controllano senza limiti, come appunto con i delinquenti abituali, o per natura.
Questa è oggi, sotto il profilo giuridico e politico, l'Italia. In un solo consiglio dei ministri i due estremi che definiscono i nuovi confini sociali e morali della costituzione materiale della «terza repubblica» sono stati mostrati a tutti, come in un'istantanea.
In pochi mesi, in nome dell'ammodernamento e dell'innovazione nell'arte del governo, abbiamo abbattuto ad uno ad uno alcuni dei pilastri fondamentali della modernità, a cominciare dall'universalismo dei diritti. Dal principio dell'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Dal carattere personale della responsabilità giuridica. L'immagine che offre oggi il Paese è quella di un ritorno brutale, rapido, in buona misura inconsapevole, ma devastante, alle logiche di una società di caste: universi sociali separati e gerarchicamente sovrapposti. Signori, e servi. Eletti, e paria. Uomini, e topi.
È un'immagine inguardabile. Dovrebbe produrre un moto istintivo di disgusto, repulsione, vergogna, in chiunque si sia formato nell'orizzonte di valori di una sia pur debole e moderata democrazia. Invece non è così. Inutile nascondercelo: lo scandalo è tale solo per pochi. Tace miseramente - miserabilmente - quell'ombra di opposizione che non rinuncia a credersi e a fingersi governo senza più esserlo. Tacciono pressoché tutti gli opinion leaders (quelli che magari si commuovono per Obama, ma lasciano correre sulla schedatura del popolo rom). Con poche, nobili per questo, ma limitatissime eccezioni. Tace, e in qualche misura acconsente, anche quell'opinione pubblica fino a ieri considerabile «di sinistra», socialmente sensibile, «politicamente corretta»... Tace, magari soffre, ma tace. Per varie ragioni.
Perché questo ritorno in buona misura irrazionale al pre-moderno, all'imbarbarimento dello stato di natura, è argomentato con ragioni «pragmatiche», tecniche, efficientistiche, in qualche misura a loro volta «moderne»: perché «serve». Perché «funziona». Perché bisogna «fare».
Maroni non è Goebbels (non ne possiede né il fanatismo né la cultura): non tratta i rom come untermenschen - sottouomini - per ragioni «genetiche», ma per ragioni «pratiche».
Non perché sono razzialmente «inferiori», ma perché razzialmente disturbano i suoi elettori. La nuova segregazione razziale ha il volto dell'imprenditore brianzolo dai metodi spicci ma efficaci, non più quello dell'ideologo berlinese della razza ariana.
E d'altra parte in un universo sociale sempre più complesso e indecifrabile, pagano le semplificazioni estreme: la logica atroce del «capro espiatorio».
Ma soprattutto la proposta indecente che viene dall'alto trova consenso nella società che sta in mezzo - nel grande ventre molle di quelli che cercano faticosamente di restare a galla nella crisi che cresce senza affondare sotto la soglia di povertà - perché in tempi di deprivazione le «retoriche del disumano» hanno un devastante potenziale di contagio. Chiamo con questo nome le forme del discorso che negano un tratto comune di umanità a una parte dell'umanità. Che con espedienti retorici pongono un pezzo di umanità al di fuori dell'umanità. Che appunto, in forma diretta o indiretta, tracciano un confine tra uomini e non-uomini, producendo un dispositivo di esclusione e segregazione. Che separano le persone da trattare «come persone» e quelle da trattare «come cose». E in alcune circostanze è drammaticamente gratificante, o comunque rassicurante - per chi è sempre più incerto sulla propria identità e sulla propria condizione sociale, per chi teme di «scendere» o di «cadere» -, essere riconosciuti «come persone» per differenza da chi tale non è. Godere del privilegio di appartenere alla categoria degli «uomini» per differenza da altri, da questa esclusa. Si troverà sempre un imprenditore politico spregiudicato, pronto a quotare alla propria borsa questa risorsa velenosa, ma potente. Questo acido sociale, che scioglie il timore sul proprio futuro in rancore e in consenso.
Questo accade oggi in Italia. La deprivazione economica e sociale che colpisce una fascia crescente di popolazione, si converte in deprivazione morale, in un quadro sociale ed economico che vede diventare sempre più intoccabile chi sta in alto (sempre meno redistribuibili le grandi ricchezze), e sotto la spinta di una retorica politica non più contrastata. Di un ordine patologico del discorso che non trova più anticorpi, perché le culture democratiche di fine novecento si sono consumate, nell'agire sconsiderato di un ceto politico a sua volta impegnato prevalentemente a salvare se stesso dal naufragio. Per chi non ci sta, si apre un periodo di sofferenza e responsabilità. Di secessione culturale. Una condizione da esuli in patria. Da apolidi. Per questo la tentazione di mettersi in coda, davanti alle Prefetture, per pretendere che siano rilevate anche a noi le impronte digitali, è grande. Non tanto per solidarietà. Ma perché siamo noi più che loro - i quali in grande misura sono cittadini italiani a tutti gli effetti e risiedono stabilmente sul territorio da decenni - i veri nomadi.

(Marco Revelli)

Il nazismo nell'individuare quello che ai suoi occhi era il parassita da combattere, sceglieva quello più pericoloso. Noi siamo più pavidi e scegliamo quello con cui anche il vile si può un po' allargare.
I rom hanno il torto di occupare zone di merda della città, cercando di adattarsi alla merda. E' questo che non perdoniamo a loro. Il voler sopravvivere. Ai nostri occhi questo adattarsi dà fastidio, questo loro stare insieme dà sui nervi, perchè noi non sappiamo più stare insieme. Ciò vale anche per i musulmani di viale Jenner che si adattano insieme ad un disagio (un cortile troppo piccolo) e generano il disagio a chi deve passare e non sa a sua volta adattarsi.
Soprattutto al nord ormai non si sopporta più niente. Si esce per lavorare e per fare la spesa. E qualsiasi schiamazzo, qualsiasi sguardo fa saltare i nervi, perchè sovrappone altre linee a quelle ordinate che tracciamo andando e tornando dall'ufficio o dal supermercato.
Al sud poi chi fa una vita di merda e disprezza lo Stato (le tasse, la registrazione, il poliziotto) si sente ad un certo punto cittadino quando può inveire ed escludere qualcun altro. Quando può bruciare un campo rom con l'ammiccamento degli altri. Quando filmato dalla telecamera può fingere di turarsi il naso dinanzi ad un mucchio di letame che due secondi prima ha alimentato con un lancio sguaiato.
Prima lo zingaro era tollerato, una figura da scansare. Ora deve scaricare la nostra frustrazione, deve pagare per aver elemosinato da anni senza vergogna, mentre noi ci vergogniamo pure di combattere per i nostri diritti.
In questo miscuglio vischioso di sentimenti la retorica del disumano occupa un livello più alto di giustificazione : la base elettorale di questi stragisti userebbe tranquillamente un linguaggio più franco e crudele, perchè pur di ammazzare ammazzerebbe pure se stessa.


8 luglio 2008

Odifreddure : i problemi della parabola

 

Odifreddi dice che il linguaggio è una tecnologia e può essere anche usato male. Ogni parola è infatti letteralmente una parabola che significando “messa a fianco” o “in parallelo” alla realtà, va interpretata e compresa e si presta dunque ad essere fraintesa. Ad es, le stesse parole che ci permettono di cogliere l’essenza del mondo fisico, possono anche illuderci di percepire la presenza di un mondo metafisico.



 

Odifreddi sbaglia : il linguaggio non è uno strumento artificiale dotato di un manualetto per le istruzioni. Il linguaggio è un ambito, un ambiente a cui si può accedere in molti modi : ci si può fare il bagno, ci si può immergere, lo si può solcare con barche e tracciarvi delle rotte, che non sono le sole traiettorie possibili. Può nascondere sorprese  e veri e propri misteri.

Al tempo stesso, il fatto che il linguaggio sia parabola della realtà vuol dire che il rapporto non è così univocamente semplice. Il problema dell’interpretazione e della comprensione (la possibilità del fraintendimento) indicano un ambito semantico non riducibile né al fatto linguistico né a quello degli oggetti. E’ la stessa riflessione sul rapporto tra linguaggio e realtà che apre alla questione metafisica.


8 luglio 2008

I militari ad Acerra

 Si danno un gran da fare questi ragazzi. Quelli che guidano le ruspe e quelli che sistemano i bagni chimici, chi porta le scale e chi parcheggia gli automezzi. Deve fare un gran caldo sotto la tuta mimetica e dall'elmetto giallo, sulla tempia di un giovanotto metà militare e metà operaio, spunta una goccia di sudore, mentre appende sulla rete metallica una serie di cartelli anch'essi gialli: «Area d'interesse nazionale vietato l'accesso, sorveglianza armata». Chissà se ci avrebbe scommesso su quando è entrato nell'arma: andrò a sorvegliare un termovalorizzatore per amor di patria. Ma ad Acerra tutto è al posto giusto, anche le sentinelle con i mitra a tracolla, e potrebbe passare per un campo in Afghanistan.
Il sottosegretario Guido Bertolaso ha fatto la prima mossa, ieri ha inviato 60 militari, scortati dalle forze dell'ordine (o viceversa) per presidiare l'impianto che dovrebbe essere terminato (non è stato deciso ancora da chi) entro dicembre. Forse il timore che si possano innescare una serie di proteste a catena, dopo che ad Agnano già domani i cittadini scenderanno in piazza contro l'impianto napoletano che dovrebbe sorgere nel loro territorio e ieri a Chiaiano hanno banchettato nella cava di tufo in centinaia al pic nic contro la discarica. O forse si tratta di «mostrare i muscoli alle mosche e ai gabbiani» come ironizzano alcuni gruppi di acerrani arrivati in località Pantano un po' per curiosità, molti per rabbia.
Il sole batte e benché intorno ci siano solo campagne, quel che resta della Campania Felix, il mare è lontano, non si respira, soprattutto quando arrivano le zaffate delle montagne di rifiuti accatastati nel sito di trasferenza che sorge a poche centinaia di metri. «Poveri ragazzi - infieriscono le donne del luogo - fare la guardia ai cani randagi». E infatti bastardini di tutte le misure si muovono con dimestichezza nella loro «mensa» personale.
Qui l'ultima protesta in strada dei cittadini contro il termovalorizzatore risale a quattro anni fa. Era il 29 agosto e in 30mila, tra comitati e partiti della sinistra «rossa», si ritrovarono davanti al sito, allora di proprietà della Fibe, che era stato sgomberato 12 giorni prima. Anche all'epoca il governo Berlusconi «scelse» la tolleranza zero e la folla venne dispersa a manganellate. Feriti e arresti, con il sindaco Espedito Marletta e il senatore Tommaso Sodano portati in ospedale. «A distanza di tempo Berlusconi - dice oggi Marletta - ripete la scelta di militarizzare lo scontro, utilizzando risorse dello Stato per difendersi dai cittadini e tutelando affari privati, neanche tanto chiari». Eppure da quel fine agosto i cittadini hanno smesso di manifestare, scegliendo la strada dei ricorsi. «Quella di oggi - conferma Franco, acerrano di nascita - è l'ennesima messa in scena che serve a tranquillizzare i fornitori. Da tempo i nostri comitati cittadini stanno portando le nostre ragioni nelle sedi opportune, come la magistratura e l'Ue». Uno dei sostenitori di queste «cause» è l'avvocato Tommaso Esposito, un pezzo di uomo dall'aria mite che nel suo studio ha collezionato un'enciclopedia di materiali sull'impianto, dai rilievi tecnici alle pecche di un termovalorizzatore che doveva essere pronto circa 8 anni fa. «L'impresa ha sbagliato progetto e proprio ad essa, unico caso in Europa, si concede di passare sulla pelle della gente azzerando la valutazione di impatto ambientale». In realtà non è ancora ben chiaro se sarà proprio la Fibe-Impregilo a terminare i lavori, perché nel decreto legge di Berlusconi è stato specificato che il sottosegretario Bertolaso potrebbe far subentrare una nuova società senza nemmeno bisogno di gara pubblica. Ma ai residenti poco importa: questo inceneritore non si deve fare. Acerra è la terra delle pecore morte di Butiful Cantri, degli uomini e delle donne con il più alto tasso di tumori del nostro paese, dei campi infestati dalla diossina.
Fuori dai cancelli la gente guarda verso l'alto le due torri in ferro ferme lì da qualche anno, poi verso il basso quei ragazzi con la bandiera dell'Italia sul braccio. «Stanno sorvegliando una cattedrale nel deserto la cui costruzione è stata bloccata dalla magistratura» ritira il collo nelle spalle Franco, mentre cerca sguardi d'intesa con gli altri. Una bimba, avrà più o meno sei anni, tiene per la mano il suo papà: «Non è che vogliono prendere mia figlia come prigioniera di guerra?». Si tratta dell'assessore comunale all'ambiente Andrea Piatto che stenta a credere ai suoi occhi: «Sembra di stare in Iraq o in Afghanistan con cartelli che richiamano a scenari di guerra. Non ho ancora capito, però, chi è il Bin Laden che bisogna prendere».
Bertolaso è puntuale nelle spiegazioni: «La sorveglianza del cantiere del costruendo termovalorizzatore di Acerra - spiega in una nota - come previsto dal decreto legge 90/2008 ha acquisito status di sito di interesse strategico nazionale». Martedì il presidente del consiglio tornerà a Napoli per un sopralluogo.

(Francesca Pilla)


8 luglio 2008

Traffico d'armi tra Tirana e Kabul

 

L'ambasciatore statunitense in Albania, John L. Withers II, e il Dipartimento di Stato guidato da Condoleezza Rice sono in questi giorni nella bufera. Henry Waxman, presidente di uno dei comitati del Congresso statunitense che supervisionano le politiche governative (House Oversight and Government Reform Committee) li accusa ufficialmente di aver nascosto al Congresso il coinvolgimento dello stesso ambasciatore nella violazione delle leggi statunitensi che regolano l'acquisto e il trasferimento di armi. Nel caso si tratta di tonnellate di munizioni di fabbricazione cinese contenute negli arsenali dell'Albania, comprate surrettiziamente da una ditta sotto contratto del Pentagono e destinate all'esercito e alla polizia afghana.
L'acquisto e il trasferimento di quelle munizioni non solo viola la legge che proibisce ad entità statunitensi - incluso il Pentagono - di acquistare o commerciare armi cinesi, ma si inserisce in un caso ancora più grave, dato che la ditta in questione era (dal 2006) ed è sotto inchiesta per una serie di frodi ai danni del Pentagono.
Sostanzialmente, i fatti si riferiscono ad una riunione del Novembre 2007 tra lo stesso ambasciatore e l'allora ministro della Difesa albanese Famir Mediu, in occasione di una paventata visita agli arsenali albanesi da parte di un giornalista del New York Times che stava indagando proprio sulle frodi della AEY Inc., ditta basata a Miami Beach (Florida) e posseduta da un certo Efraim Diveroli, ventiduenne di professione massaggiatore che era misteriosamente riuscito in un paio di anni ad ottenere contratti dal Pentagono (l'ultimo nel Gennaio del 2007 per circa 300 milioni di dollari) per forniture varie. La più parte di tali forniture - che avevano già attratto l'attenzione dei militari statunitensi per la loro scadente qualità e provocato le prime inchieste sulla AEY Inc. - si riferivano a munizioni di cui si garantiva l'origine esteuropea (ungherese in particolare ed adatta all'armamento delle forze armate afghane) mentre erano in realtà prese per la più parte dagli arsenali albanesi, che ancora contengono più di centomila tonnellate di munizionamento d'origine cinese ormai in pessime condizioni di conservazione (si ricorderà il tragico episodio del Marzo scorso, in cui morirono 26 persone per l'esplosione di uno degli arsenali dove tale munizionamento era contenuto).
L'ambasciatore statunitense a Tirana e il ministro della Difesa albanese - temendo che il giornalista del Times scoprisse che le munizioni «ungheresi» erano in realtà provenienti dagli arsenali «cinesi» dell'Albania - avevano fatto scomparire le munizioni dal deposito che il giornalista avrebbe visitato, munizioni che erano comunque già state re-imballate, con i marchi cinesi rimossi in fretta e furia per nasconderne l'origine.
Le inchieste del Times - cui chi scrive ha contribuito - e qualche «gola profonda» hanno fatto il resto, provocando l'attuale inchiesta di Waxman e le gravi accuse rivolte al Dipartimento di Stato.
Quando il primo articolo del Times venne pubblicato (27 Marzo 2008), l'addetto alla sicurezza regionale dell'ambasciata statunitense a Tirana, Patrick Leonard, scriveva ai colleghi - in un'e-mail ottenuta da Waxman e pubblicata dal Times: «Grazie a dio non c'è menzione del ruolo dell'ambasciata!». Qualche tempo prima, lo stesso Leonard scriveva: «Il New York Times è arrivato oggi e potrebbe fare un articolo su questo e potrebbe essere "ugly" (molto sgradevole). L'ambasciatore è molto preoccupato per questo».
Alcune comunicazioni della stessa AEY Inc. - ottenute da chi scrive - inviate a vari soggetti che dovevano assicurare il trasporto in Afghanistan provano poi in dettaglio proprio l'origine «bulgara» e «albanese» del munizionamento e confermano che gli invii vennero effettuati utilizzando aerei da trasporto Ilyushin 76 della Turkmenistan Airlines, per il percorso Tirana-Ashgabat, con ricevimento da far controfirmare dal Maggiore R. Walck a Kabul.
Che gli arsenali albanesi fossero usati dal Pentagono per operazioni dello stesso tipo e più o meno segrete lo si sapeva da tempo e già dal 2005 chi scrive e Amnesty International avevano rivelato in un rapporto l'uso di tali arsenali per consistenti invii di munizioni e altro armamento a «clienti» iracheni e ugandesi. Naturalmente - come gli stessi militari statunitensi hanno scoperto quando le casse «cinesi» sono arrivate in Afghanistan - la condizione di quasi inservibilità di tale munizionamento non preoccupa molto il Pentagono: a morire saranno solo i soldati afghani o iracheni.
Non è una novità per i contratti dell'esercito statunitense: durante la Guerra Civile tra il Nord e I «confederati» del Sud un trentenne di nome J. Pierpont Morgan, padre della dinastia dei finanzieri Morgan, aveva comprato dallo stesso esercito del Nord casse di fucili difettosi per 17,500 dollari e li aveva rivenduti una settimana dopo come «nuovi» allo stesso esercito per 110,000 dollari. I patrioti sono sempre gli stessi.

(Sergio Finardi)


7 luglio 2008

La cazzata della meritocrazia

 

Checché ne dicano quelli che fiutano sempre attacchi alla scienza e alla razionalità, la Dialettica dell'illuminismo di Theodor W. Adorno e Max Horkheimer è un grande libro.
Qui mi interessa ricordare che allo stesso blocco metaforico della luce appartiene, come l'illuminismo, il «contesto di accecamento» a cui ricorreva Adorno per indicare le situazioni in cui nessuno vede, per esempio nessuno vede gli orrori che si consumano, è il caso di dire, sotto gli occhi di tutti.
È qualcosa di diverso dall'ideologia, dalla falsa coscienza, dall'omertà o dalla complicità volontaria: è una cecità consona ad una situazione totale, nella quale un dissenziente assume le fattezze di una colpevole bizzarria o di una mostruosa anomalia.
All'accecamento vien fatto di pensare da quando è entrato nelle chiacchiere politiche quotidiane lo zelo meritocratico, con il corredo francamente ridicolo di ministri che minacciano di sguinzagliare le loro truppe a caccia di fannulloni e di mangiapane a tradimento, affinché dopo il repulisti emergano i veramente meritevoli. Già, meritevole: il lemma non è sfuggito al «Breve lessico dell'ideologia italiana» di Marco D'Eramo (in M. Bascetta - M. D'Eramo, Moderato sarà lei, manifestolibri).
Un lemma inquietante
L'aggettivo impazza senza incontrare resistenze, e i guai si moltiplicherebbero se scendesse in campo il «demerito». Non è inquietante, intanto, che si dica spesso che uno la tale disgrazia se l'è «meritata»? Ma non è il caso di infierire. Non si pretende che i politici, prima di appellarsi alla ricetta meritocratica, si ricordino del fatto che il più elementare dei legami sociali, l'amore, è per sua natura irrimediabilmente immeritato e immeritabile, e che di qui nasce la sua prossimità all'infelicità e finanche alla tragedia: per la semplice ragione che appartiene alla sfera del dono e della grazia, non a quella del merito. Né si chiede loro di districarsi nei labirinti teologici che fanno del «merito» un concetto complicatissimo e uno dei grandi misteri di ogni teoria della giustizia distributiva.
Ma qualcosa di politicamente ravvicinato si può dire. I furbacchioni che non perdono occasione per invocare la scure meritocratica sono convinti di promuovere la differenziazione, l'individualismo, la guerra senza quartiere contro le ammucchiate securitarie e parassitarie, l'abbattimento dell'egualitarismo piatto e monocromatico. Insomma, si sentono corifei della modernità contro le stagnanti paludi del passato.
Santa ingenuità: la gerarchizzazione meritocratica non farebbe altro che resuscitare fantasmi premoderni, rituali di piaggeria e di autogestione nell'entourage del re (a suo tempo descritti da Norbert Elias), corsa all'accaparramento della benevolenza del capo (magari a cottimo), ruffianeria schiavile, prostituzione quotidiana della dignità. Un tripudio della corte e del corteggiamento, altro che modernità.
Come vuole la moda di oggi, il cannibalismo ci sarebbe, ma tra gruppi, consorterie, parrocchie, corporazioni. Anche per muovere all'arrembaggio bisogna coprirsi le spalle. Sarebbe, come nel puritanesimo meritocratico americano, una festa dei poteri lobbistici. Quis iudicabit nell'attribuzione dei meriti, se non l'arbitrio e l'arroganza del feudatario di turno, stante anche l'auspicata scomparsa dell'orridamente garantista contratto collettivo?
Non sarà che i meritevoli coincidono con gli obbedienti? I paradossi e gli autogol, poi, non si contano. Lo zelo è alleato della gelosia, di cui è anzi la radice etimologica, per cui l'invenzione di meriti socialmente superflui diventerà - è facile pronosticare - un mestiere gettonatissimo. È del tutto evidente che in molti settori lavorativi la capacità di coordinamento delle forze e un efficace agire cooperativo valgono più di mille competizioni, che potrebbero anzi alterare in peggio equilibri che abbiano dato buona prova di sé.
Il vertice dell'autodistruttività si registra, tanto per cambiare, nel sistema di istruzione. Poiché la logica del pubblico è ormai impopolare, viene messa in conto la ricerca di finanziamenti esterni che, anche quando non sono direttamente privati, sono comunque estranei alla dotazione dei fondi ordinari. Ma il supporto finanziario aggiuntivo scatta solo a fronte di una graduatoria di merito, il cui punteggio è dato in buona misura dalla quantità di soggetti smaltiti (diplomati o laureati).
Affinché la febbre agonistica possa dispiegarsi nelle zone alte, tra istituti scolastici o tra sedi universitarie, bisogna allentare la tensione nelle zone basse ed evitare ogni severità selettiva: scacciata dal piano terra, la meritocrazia emigra ai piani alti delle strutture educative, i cui feticci istituzionali, impegnati come sono nella questua, non vedono più nemmeno all'orizzonte le vere esigenze formative.
I danni culturali
Fin qui i danni materiali, quelli simbolico-culturali sfuggono anche ad un censimento sommario. È un dato antropologicamente insormontabile la tendenza degli esseri umani a razionalizzare come meriti acquisiti il bottino di guerra o i colpi di fortuna: un palazzinaro non si autointerpreta come un grassatore di strada, ma come un abile imprenditore, un broker senza scrupoli vede nello specchio un geniale navigatore nei mari del capitale finanziario. La logica dei diritti interviene non come figlia della contrattazione sociale, ma come sanzione dell'esistente, e si può esser certi che questo è il marchio di autenticità di tutto ciò che si può pensare come premoderno.
Alcuni insegnanti delle scuole medie inferiori e superiori mi suggeriscono questa domanda: sarà proprio vero che la carriera senza sussulti (anche retributivi) dell'insegnante è stata finora l'effetto della sopravvivenza di una muffa antica? E se invece fosse l'immagine di nicchia di un futuro razionale, una volta che fossero venuti meno l'accecamento e le relative ubriacature?

(Bruno Accarino)


7 luglio 2008

Il Cavaliere storna

E' vero : il gossip sui pompini di Berlusconi è proprio l'ultima spiaggia dell'opposizione presunta tale. Ma il fatto che i consiglieri dello stesso premier hanno forse dovuto far fatica per trattanerlo dal fare un comizio mediatico la dice tutta sul fatto che tale attacco volgare tocca un nervo scoperto del fenomeno della politica degli ultimi 13 anni.




Egli condivide i principi in base ai quali viene attaccato : la sua propaganda è fatta di volgarità, di luoghi comuni, di movimenti viscerali e dunque egli si sente in difficoltà. Dinanzi alle vecchine che lo adorano, alla zie suore, egli forse non riesce a giustificare la rottura di quella patina di perbenismo (lo sbracamento di chi in altri tempi diceva " Si contenga ! ") che lo rendeva rassicurante. Magari sarà pieno di energia, di carica umana, ma sentirlo mentre si lascia andare sarebbe stato troppo. La sua energia va espressa sempre in maniera composta, radiosa, sorridente. Un gemito di troppo avrebbe prodotto vistose macchie solari.
Ora però sembra tutto rientrato e il premier snocciola i risultati dei primi mesi di governo. La cavalla nominata ministro da Caligola non osa sonare nitrito. Parafrasando il poeta, meglio stornare l'attenzione.


7 luglio 2008

Adam Smith e la necessità del conio

 

Adam Smith dice che  all’inizio i metalli usati come moneta venissero utilizzati in barre grezze. Ma ciò comportava la necessità di pesare e saggiare il metallo ad ogni transazione. Tali operazioni erano difficoltose : nella pesatura se il metallo era pregiato un piccolo errore comunque era gravido di conseguenze, mentre la saggiatura aveva esiti molto incerti.

Per evitare tali abusi e facilitare gli scambi fu necessario imprimere un marchio pubblico su certe quantità di metallo usato come moneta allo scopo di certificarne qualità e quantità.

All’inizio il conio certificava solo la purezza del metallo, che comunque andava pesato, ed era marchiata solo su un lato del pezzo. Con il tempo essa certificò anche la quantità del metallo e fu marchiata da ambedue i lati.

La denominazione delle monete esprimeva la quantità di metallo : il pondo romano conteneva una libbra romana di buon rame, mentre la lira sterlina inglese ai tempi di Edoardo I conteneva una libbra di argento.





Cosa dava però allo Stato la possibilità di garantire qualità e quantità del metallo se non la forza di costringere ad accettare la transazione chi fosse invece dubbioso della validità della moneta ? Quest’ultima è garantita da un lato dalla competenza di chi lavorasse per i re (es. pesatori e saggiatori), ma soprattutto dalla forza delle armi, che erano garanzia nei confronti di tutti, qualora il re fosse equanime con tutti i suoi sudditi.

 

 


7 luglio 2008

La questione rom : l'ultima barriera del razzismo

 L'articolo di Luciana Castellina (il manifesto, 9 gennaio) è uno dei più lucidi contributi alla discussione sull'antisemitismo, collocandolo nell'ambito del «più generale e preoccupante dilagare del razzismo, di cui, in Europa e nel mondo, è bene ribadirlo, sono in questo tempo vittime soprattutto i musulmani e in secondo luogo tutti gli immigrati, quale sia la loro razza o religione». Credo che l'abbattimento delle difese immunologiche verso il razzismo scaturisca dalla deliberata cancellazione dalla memoria del nesso tra anticomunismo e razzismo che ha segnato la storia europea dal 1917 in poi. Questa obliterazione ha prodotto l'accantonamento dell'olocausto nazista come fenomeno che, pur facendo degli ebrei e degli zingari-rom le principali vittime, ha colpito l'insieme della popolazione europea soprattutto all'est. Come dimostra Arno Mayer, storico dell'Europa e dell'olocausto presso l'Università di Princeton approdato rocambolescamente negli Usa nel 1940, i paraocchi imposti dalla Guerra Fredda portarono, in America, ad eludere e minimizzare lo studio storico sociale del nazismo (Arno Mayer, Why did the Heavens not Darken? The «Final Solution» in History, New York: Pantheon Books, 1988). In Italia, grazie alla forza dei comunisti ed all'esistenza di una solida cultura laico-liberale la concezione americana del nazismo non passò. Oggi invece, domina una concezione dell'olocausto in funzione anti-ebraica smussando la coscienza del fatto che i campi di sterminio abbiano inghiottito 10-11 milioni di persone. Nel suo fondamentale libro Mayer sostiene pacatamente che «il culto della rimembranza è diventato eccessivamente di parte. Ha contribuito a disconnettere sempre di più la catastrofe degli ebrei dal contesto storico-temporale, collocandola invece nell'ambito della provvidenziale storia del popolo ebraico da commemorare, da piangere e da interpretare in maniera restrittiva». Infatti se si rescinde l'olocausto dal suo alveo storico-politico si inculca nell'opinione pubblica l'idea che oggi per gli ebrei vi sono solo due poli di riferimento: uno tremendo, a sé stante, ed uno messianicamente positivo rappresentato da Israele. In questo schema i palestinesi e la loro storia non hanno alcuno spazio, è meglio che se ne vadano; se lottano per sopravvivere sono degli arcaici nazionalisti potenziali portatori di antisemitismo! Arno Mayer presentò il suo libro come un tentativo di uscire dai paraocchi della Guerra Fredda. Preme ora sottolinearne i seguenti aspetti. In primo luogo «sebbene l'antisemitismo fosse un dogma essenziale della visione del mondo nazista esso non ne costituiva né le sue fondamenta né la sua principale o unica motivazione». Le altre componenti, scrive Mayer, erano date dalla geopolitica dell'espansionismo tedesco ad est e dall'antimarxismo. In secondo luogo, criticando gli storici che privilegiano l'antisemitismo come forza determinante del nazismo egli osserva che: «La radicalizzazione della guerra contro gli ebrei era correlata alla radicalizzazione della guerra contro l'Urss. Le due guerre avevano una fonte ideologica comune...Radicata nel razzismo del darwinismo sociale la guerra all'est aveva il quadruplice obiettivo di conquistare Lebensraum alla Russia, di schiavizzare i popoli slavi, di schiacciare il regime sovietico e di liquidare il presunto centro nevralgico del bolscevismo internazionale». Appena tre anni dopo la pubblicazione del libro di Mayer, i paraocchi denunciati dall'autore investivano l'Europa in forma tale da comportare una cancellazione della contestualità dell'olocausto nazista. La prima fase della terapia d'urto avvenne con la secessione unilaterale della Croazia dalla Jugoslavia. Come evidenziò, unico fra i giornali europei, il manifesto, l'operazione fu sostenuta dalla Germania con le sollecitazioni del Vaticano cui l'Italia si accodò - Pds compreso - con l'appoggio pressoché incondizionato a Tudjman ed al suo regime tutto orientato a rivalutare lo stato nazifascista ustascia degli anni del grande olocausto in terra balcanica di ebrei, serbi, rom ed altri. L'intera vicenda culmina poco dopo la guerra del Kosovo nella santificazione del prelato croato filo-ustascia Viktor Stepinac (si veda, Marco Aurelio Rivelli L'arcivescovo del genocidio - Milano: Kaos, 1999). L'ideologia della guerra umanitaria diede legittimità alla tesi che vi siano pulizie etniche cattive e pulizie etniche buone. Le prime furono effettuate dal regime di Belgrado, le seconde da Tudjman (in Slavonia e nella Krajna) e dall'Uck appoggiato dalla Nato nel Kosovo, quando, assieme ai rom, venne espulsa anche la comunità ebraica di Pristina. Il manifesto pubblicò la denuncia del capo della comunità israelitica di Pristina. E gli altri? La pratica delle pulizie etniche buone contro quelli cattive ha sferrato in Europa un colpo mortale al sistema di difesa antirazzista. Non per caso quelle pratiche nacquero dalla grande orgia post-sovietica. Il rilancio della guerra fredda durante la presidenza Reagan produsse però tutti gli elementi per legittimare le suddette pratiche. Il terreno di azione principale fu il medioriente. Il sostegno di Washington all'invasione israeliana del Libano - 15 mila morti - significò l'appoggio americano all'eliminazione dell'Olp e della rappresentanza palestinese. Vennero anche prodotte teorizzazioni razziste sul fatto che gli stati arabi non avrebbero avuto una ragion d'essere e che per loro era meglio una configurazione locale etnico-religiosa piuttosto che quella statuale. Il modello verrà «casualmente» applicato in Jugoslavia ove attraverso i Tudjman e gli Stepinac si sdoganerà una vicenda storica orrenda che avrebbe douto rimanere sempre viva nella memoria europea ed italiana in particolare. L'evoluzione politica degli ultimi due decenni, e l'abbandono da parte della sinistra della propria visione del Novecento, hanno comportato l'indebolimento delle difese politiche ed intellettuali verso il razzismo. Valga pertanto come esempio morale e di metodo un passo di un appello contro l'occupazione israeliana e la repressione antipalestinese firmato da un foltissimo gruppo di ebrei francesi: «Sostenere che non vi sia altro crimine contro l'umanità che lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti, è alimentare le fonti stesse del negazionismo (dell'olocausto, JH); noi non rivendichiamo alcun privilegio per gli ebrei in quanto vittime: noi ci solleviamo contro qualsiasi oppressione.» («Une autre voix juive», Le Monde 16 ottobre 2003).

(Joseph Halevi)

Quest'articolo è del 2004.


5 luglio 2008

L'icona della Betancourt

Ora la Betancour diventerà icona e profetessa. Sarebbe stato interessante sentirla prima del rapimento, quando voleva rappresentare un alternativa sia ad Uribe che alle Farc.




La durezza della prigionia e le circostanze del suo rilascio  l'hanno comprensibilmente appiattita sulle posizioni del governo colombiano e sulla riscoperta della fede.
Essa avrà putroppo megafono quando non ha più nulla da dirci. E del resto a che servono i megafoni se non a diffondere quello che già altri sanno ?
Del resto di questo possiamo ringraziare anche le Farc, che nutrendosi del tanto peggio tanto meglio, stanno inevitabilmente soffocando nel loro stesso nutrimento.


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