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5 luglio 2008

La necessità di un compromesso in Zimbabwe

 

Se Mugabe non avesse indurito il suo regime fino a diventare un dittatore, basterebbe l'aureola di «padre della nazione» per assicurargli un trionfo nelle elezioni. Se su Tsvangirai non gravasse il sospetto di essere l'intermediario interessato degli agrari bianchi, sarebbe il candidato naturale a succedere al vecchio presidente ricostruendo con gli aiuti giusti l'economia e la società di Zimbabwe. Purtroppo, i due rivali che si contendono il potere a Harare da una decina d'anni sono vittime delle loro rispettive profezie che si autorealizzano. Devono delegittimarsi senza risparmiarsi nulla. La sola concessione fatta balenare da Tsvangirai a Mugabe era un'uscita di scena «onorevole» senza minacce di incriminazioni e senza vendette. Devono alzare i toni di una competizione che non mima la guerra ma è una guerra condotta con i mezzi della politica. È così che il leader dell'opposizione, già convinto di essere stato privato della vittoria nel primo turno del 29 marzo, alla vigilia del ballottaggio ha rovesciato il tavolo dichiarando impraticabile la via della legalità.
Il «tanto peggio» di Mugabe è la distruzione dell'avversario: i raid nelle sedi del Movimento per il cambiamento democratico (Mdc), l'intimidazione dei suoi militanti, i ripetuti arresti dello stesso Tsvangirai. Il «tanto meglio» di Morgan Tsvangirai è un intervento dell'Unione africana o delle Nazioni unite e persino un colpo di stato che gli consenta a tempo debito di sfidare un candidato diverso nelle elezioni della normalizzazione. Nella situazione in cui è caduto Zimbabwe fra sabotaggi interni e internazionali, un esodo di profughi tanto massiccio da destabilizzare il vicino Sudafrica, anatemi di mezzo mondo come se le contraddizioni dei processi di transizione in paesi segnati dai divari di origine coloniale come la Rhodesia-Zimbabwe si risolvessero con la semplificazione del «mostro» da sbattere in prima pagina, i margini di manovra sono strettissimi per l'una e per l'altra parte. È inutile evocare o rimpiangere i tempi andati, la Rhodesia dell'autosufficienza e del ricco export al servizio del benessere, perché è chiaro che i mali di oggi sono i figli naturali di quella presunta «età dell'oro».
L'autoritarismo è di casa nella politica di Zimbabwe dall'indipendenza, sia pure con diversi dosaggi di aperture e forzature. Robert Mugabe l'ha praticato a fini personali e come scorciatoia per la riforma dello Stato. L'ha applicato agli assetti istituzionali offrendo ai rivali la scelta fra la cooptazione nel partito unico o la repressione e la sparizione. L'ha utilizzato per recuperare almeno in parte i beni dei coloni, l'altra posta del conflitto insieme all'esercizio del potere. Questo sistema ha funzionato finché non si è imbattuto negli effetti del collasso della produzione e dei servizi essenziali mentre si affinavano in Africa e nel mondo le sensibilità democratiche. La distribuzione delle terre doveva soddisfare le attese dei contadini ma ha aggravato lo status generale dell'economia. Il serbatoio di consenso per il governo nelle campagne si è andato erodendo. Ormai l'ultima parola spetta alla città e ai ceti medi tentati dalla globalizzazione: un altro pianeta rispetto al mondo rurale retrocesso al livello della sussistenza. Il Mdc non ha niente che lo accomuni alla Zapu, il partito di Nkomo che ha condiviso con la Zanu di Mugabe le peripezie della lotta di liberazione e una cultura politica in fondo compiacente per una forma di governo poco rispettosa del diritto. Tsvangirai ha proiettato il suo Movimento per il cambiamento democratico nel clima post-coloniale e post-razzista contando sul fatto che la fase «eroica» è finita, lontana dai ricordi e dai cuori della maggioranza della popolazione. Il buon governo ha messo fuori mercato la buona rivoluzione. Anche in Africa la prospettiva di un sacrificio per costruire un futuro migliore non appassiona più. Soprattutto se, come accaduto in Zimbabwe, le pressioni delle forze esterne hanno oggettivamente contribuito al fallimento del regime lasciando intendere che si potrà risalire la china solo accettando condizioni dal suono ambiguo di una «restaurazione».
La lezione a Mugabe sarà anche un atto dovuto e doveroso, ma quando la lezione è impartita con finto sussiego dalla medesima cattedra che benedice Musharraf e che chiude entrambi gli occhi davanti all'invasione e occupazione etiopica della Somalia, solo per fare due esempi diversi dal solito Israele, non pecca solo di incongruenza ma si diventa inefficaci e persino controproducenti. L'unica responsabilità di cui le potenze internazionali si sentono investite è di «intervenire», con le armi o senz'armi, senza mai valutare come e quanto le emergenze negli stati della periferia, compresi i misfatti e gli abusi dei governi locali, siano la conseguenza diretta o indiretta della loro politica, delle proprie inadempienze o, peggio, della routine del dominio e della disuguaglianza.
Ora la decisione potrebbe passare all'Unione africana e prima ancora alla Sadc, l'organizzazione regionale per l'Africa australe. I rapporti fra capi di stato sono importanti in Africa. Se non vuole ridursi al rango di «paria», Mugabe è obbligato a tener conto del verdetto dei suoi «pari»: lo spostamento fra i suoi critici dei presidenti dell'Angola e del Mozambico può fare la differenza. Centrale resta il ruolo del Sudafrica, che sembra pronto a gestire la crisi con meno reticenze del passato. Thabo Mbeki, il presidente in carica, si è logorato in una mediazione estenuante con poco successo. La sua linea, attestata sulla ricerca di un governo di unità nazionale tipo Costa d'Avorio o Kenya, si è rivelata inattuale. Jacob Zuma, il suo antagonista dentro l'African National Congress, ha rinunciato a spalleggiare il populismo di Mugabe prendendo le parti dell'opposizione. Dopo il passo falso del rifugio nell'ambasciata olandese di Harare, che ha gettato un'altra ombra sul livello effettivo della sua leadership, Morgan Tsvangirai ha detto che il negoziato non è interrotto purché dalla parte del regime vengano le opportune garanzie, cominciando da un rinvio del voto previsto per il 27 giugno. Dal governo si è risposto che se si è votato in Iraq si può votare anche in Zimbabwe, dove non c'è la guerra. Se non si vuole che in tanta violenza fisica e verbale il vincitore, quale che sia, risulti poco credibile, un compromesso che coinvolga i due schieramenti, gli apparati, l'esercito, alla fine sarà inevitabile. Per il momento, tuttavia, i segnali vanno piuttosto nel senso di uno showdown secondo il solito schema del «vincere o morire».

(Giampaolo Calchi Novati)


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5 luglio 2008

La rimunicipalizzazione francese dell'acqua

Il  sindaco di Parigi, Bertrand Delanoë, ha annunciato che la municipalità non ha intenzione di rinnovare i suoi contratti con Suez e Veolia, le due aziende private che gestiscono i servizi idrici della capitale. In altre parole, alla scadenza dei contratti oggi in vigore, il 31 dicembre 2009, l'acquedotto parigino tornerà a essere un servizio municipale. «Vogliamo offrire un servizio migliore a un prezzo migliore», ha dichiarato Delanoë.
Una decisione controcorrente? A ben guardare no. Anzi: la municipalità parigina si rivela in linea con una tendenza globale, fa notare l'agenzia Ips, che riprende dati raccolti da un osservatorio specializzato: il Water remunicipalisation tracker («Segnalatore della ri-municipalizzazione dell'acqua»), divisione dell'Osservatorio sull'Europa delle corporations (Ceo) e dell'Istituto transnazionale di Amsterdam, ha compilato una lunga lista di città grandi e piccole, dall'Africa all'America latina alla Francia stessa, che hanno deciso negli ultimi anni di tornare alla gestione pubblica dell'acqua e servizi correlati (acquedotti e fognature).
La Francia è stata a suo tempo l'avanguardia della corsa a privatizzare e sono francesi le due più grandi aziende mondiali del settore: Suez e Veolia, appunto, una volta note rispettivamente come Compagnie Lyonnaise des Eaux e Compagnie Générale des Eaux. Ma la tendenza a privatizzare è stata globale. A partire dai primi anni '90 molti paesi hanno via via dato in concessione l'acqua a compagnie private, soprattutto in Asia, Africa e America Latina: sempre sotto la pressione di governi convertiti alla versione più estrema del libero mercato e marcati stretto da organizzazioni finanziarie internazionali come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale (o le banche di sviluppo regionali), oltre che la stessa Unione europea. Spesso la privatizzazione dei servizi è stata inclusa nei piani d'aggiustamento strutturale a cui erano condizionati prestiti e aiuti. E nessuno si è fatto scrupoli di fronte al fatto che le beneficiarie di queste privatizzazioni erano pochissime aziende multinazionali: le due francesi citate, Bechtel Corporation e poche altre, a volte in consorzio con aziende locali, sempre in posizione di monopolio di fatto. Argentina, Bolivia, Colombia, Mali, Filippine, poi l'Europa orientale ex-sovietica. Nel 2001, a un vertice dell'Organizzazione mondiale del commercio a Doha, l'allora commissario europeo al commercio Pascal Lamy (francese) inserì i «servizi e beni ambientali» tra i settori in cui eliminare le barriere commerciali, tariffarie e non (Lamy ora è il direttore del Wto).
Certo, a volte anche i grandi privatizzatori hanno dovuto fare passi indietro: come a Cochabamba (Bolivia), dove una rivolta popolare costrinse il governo a recedere da un contratto con Bechtel e riconoscere un consorzio pubblico di gestione.
L'osservatorio sulla «ri-municipalizzazione» fa notare che le due multinazionali francesi dell'acqua hanno goduto di almeno un secolo di protezionismo. Il risultato sono stati prezzi gonfiati, inefficenza, servizi obsoleti perché modernizzarli richiederebbe investimenti dunque meno profitti, non di rado anche gestione fraudolenta. Per restare in Francia, il caso di Grenoble è istruttivo: nel 1999 i dirigenti di Suez finirono in galera per corruzione e l'azienda fu condannata a restituire alla cittadinanza le bollette pagate tra il 1990 e il '98. Ripristinata la gestione municipale, il prezzo dell'acqua si è subito sgonfiato. Si capisce bene che oltre 40 città francesi abbiano ormai deciso di tornare al servizio pubblico.

(Marina Forti)


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5 luglio 2008

La crisi del miracolo economico laburista

 «Come la mattina dopo della sera prima» si dice qui dopo una notte di stravizi, quando ti aggiri come un fantasma alla ricerca di una tazzona di caffè da spararti in vena. A leggere i giornali britannici e a sentire i più ascoltati economisti, sembrerebbe che l'economia del Regno unito si trovi proprio nella situazione della mattina dopo della sera prima, con un brusco risveglio dopo un decennio di folleggiante benessere sotto il governo del Labour Party.
Vede nerissimo la Cbi (Confederation of British Industries), la Confindustria inglese, che annuncia 1) un aumento del 18 % delle chiusure di imprese (oltre 19.000 l'anno prossimo, la cifra più alta dal 2002 dopo la fine della bolla delle dotcom); 2) un tasso di crescita allo 0,4%, il più basso dal 1992; 3) un mercato immobiliare in crisi e che non risalirà prima di quattro anni; 4) 150.000 disoccupati in più, che porterà il totale a 1,79 milioni (circa il 6%).

L'inflazione galoppa verso il 4%
A conferma di tanto pessimismo, altre brutte notizie: il numero di case costruite quest'anno sarà il più basso da 63 anni a questa parte, cioè dal 1945: 147.700 unità contro le 203.900 del 2007, con un crollo del 27,6% in un solo anno. Ancora più preoccupante è che, nonostante la debolezza dell'offerta, dovuta proprio al ristagno di nuovi edifici, i prezzi delle case siano già scesi dell'8%. Per di più, il governatore della Banca d'Inghilterra, Mervyn King, ha annunciato che l'inflazione ha sforato il 3%, si situa ora al 3,3% e supererà il 4% a fine anno. La situazione economica è diventata così grave che i giornali chiamano il governatore per nome, Mervyn, proprio come si diceva Tony per Blair o Diana per la principessa. Con un ministro del tesoro, Alistair Darling, che per cognome fa appunto darling ("amore", "carino", "tesoro") si può immaginare il numero (e il livello) di battute su «quanto è carino dover stringere la cinta», «digiuna tesoruccio», e così via.
È tornata la parolaccia: «stagflazione», termine coniato nel 1974 per indicare un periodo in cui sono presenti insieme stagnazione e inflazione (di solito la recessione è associata a fasi di deflazione, di calo dei prezzi per mancanza di acquirenti, mentre i periodi d'inflazione sono invece associati a cicli di crescita: la stagflazione rappresenta quindi la perversa congiunzione di due patologie opposte). Perciò è tutto un chiedersi se sono tornati anche i terribili anni '70, con i sindacati carttivoni che pretendevano aumenti salariali per compensare l'inflazione.
Vista dal continente, per dieci anni la Gran Bretagna sembrava effettivamente un'isola felice, in crescita anche quando il resto del mondo stagnava, capace di evitare persino la recessione dopo l'11 settembre. Ma quale è stato il motore del miracolo britannico? La vulgata diffusa dagli ideologi del Labour somiglia a quella della Milano craxiana, «la Milano da bere» degli anni '80: qui si parlava della generazione di Blair come della Rockn'roll generation.
«La Gran Bretagna produce pochissimo, a differenza della Germania e del Giappone» mi dice Larry Elliott, nella sede del Guardian, di cui è il responsabile economico. Elliott è anche autore di vari libri sull'economia inglese: l'ultimo, sulla recessione, l'ha scritto insieme a Dan Aktinson, ed è appena uscito presso i tipi di The Bodley Head: The Gods That Failed: How Blind Faith in Markets Has Cost Us Our Future («Il dio che è fallito: come la cieca fede nei mercati ci sta costando il nostro futuro»).
Come c'era il New Labour, così c'era la New Economy, non più fondata su manifattura e industrie, ma su conoscenza e creatività. Elliott cita come esempio della vulgata dominante una frase di David Puttnam: «L'Inghilterra non è più 'un'isola di carbone circondata da pesce', secondo la famosa espressione del laburista Nye Bedvan, creatore del servizio sanitario nazionale nel 1946, ma 'un'isola di creatività circondata da comprensione (understanding)'».

Solo l'industria bellica è in salute
Certo è che dal punto di vista economico i dieci anni laburisti hanno acuito la deindustrializzazione perseguita da Margaret Thatcher. I lavoratori nell'industria sono passati da 4,3 milioni nel 1991 a 2,9 milioni nel 2007: un terzo in meno. Gli unici settori in cui il Regno Unito è ancora all'avanguardia sono quello farmaceutico e l'industria bellica: proprio in questi giorni si è appreso che nel 2007 la Gran Bretagna è stata il maggiore esportatore di armi al mondo. Ma la bilancia commerciale inglese è in rosso profondo per quanto riguarda i prodotti manufatturati: il deficit rappresenta circa il 6% del Prodotto interno lordo (Pil).
Il vero settore trainante dell'economia britannica è stata la City, la finanza, che dal 1996 al 2006 è cresciuta allo straordinario ritmo del 7% l'anno (il 200% in 10 anni) e che ha fatto di Londra una delle capitali globali del capitalismo globalizzato. Da questo punto di vista, l'Inghilterra rappresenta in grande quello che le isole Cayman sono in piccolo, una base offshore per investimenti globali. Sono i profitti all'estero di questi investimenti che hanno finanziato la crescita inglese e limitato il deficit. Nel 1992 l'Inghilterra era dovuta uscire dal serpente monetario europeo sotto gli attacchi della speculazione (in particolare del finanziere Gorge Soros) contro la sterlina, costretta (insieme alla lira italiana) a svalutare rispetto al marco tedesco. Ma da allora, e per dieci anni, la Banca d'Inghilterra ha praticato una politica di sterlina forte, tanto forte da sopravvalutarla (la sterlina valeva 3.000 lire e poi 1,5 euro). A sua volta la sterlina forte ostacolava l'export industriale inglese, ma rendeva più a buon mercato le importazioni, mentre favoriva l'afflusso di capitali. A sua volta l'afflusso di capitali nella City faceva lievitare il mercato immobiliare londinese con effetto a cascata su tutta l'Inghilterra. È così che l'occupazione del settore immobiliare è quella che in assoluto ha visto la crescita più rapida passando da 2,4 milioni di addetti nel 1991 a 4,5 milioni nel 2006, mentre nel settore finanziario in senso stretto l'occupazione è rimasta stabile a un milione di unità.
L'afflusso di capitali ha fornito allo stato un extra gettito che a sua volta ha consentito di aumentare le spese pubbliche. Contro la vulgata corrente, il Labour ha invertito la cura dimagrante thatcheriana e ha espanso la spesa pubblica che dal 1999 al 2006 è aumentata del 29% in termini reali. Parte di questa spesa è però andata a finanziare i privati attraverso iniziative a partecipazione mista. Però è cresciuto il numero di addetti all'istruzione (da 1,9 a 2,4 milioni di occupati: + 26%) e, soprattutto alla sanità (da 2,4 a3,3 milioni: + 37,5%). A confronto, «l'economia creativa» (tv, cinema, design, pubblicità...) è cresciuta sì del 49%, ma su un totale così basso (798.000 addetti nel 2006 contro 536.000 nel 1991) che mostra quanto sia sovrastimata la sua influenza.

Il governo chiede sacrifici a tutti
Ma con la crisi bancaria Usa e, soprattutto con l'inflazione importata, tutto questo bel castello si sta sfasciando e il circolo da virtuoso si tramuta in perverso. Già oggi la Gran Bretagna ha un deficit pubblico al 4%, diminuendo il margine di manovra del governo. Si discute sulle ragioni della crisi che si abbatte sull'isola (vedi articolo accanto), ma la sua realtà è indubitabile, e i consumatori già stringono la cinta. Ora il governo chiede sacrifici a tutti, ma quando ha provato a imporre una tassa di 30.000 sterline l'anno ai 20.000 finanzieri stranieri residenti in Inghilterra, ha sollevato un putiferio con tutta la stampa a difendere i poveri miliardari «costretti» a fuggire da una tale persecuzione.
Il governo si era preso tutto il merito della crescita economica. Ora rischia di addossarsi tutta la colpa della crisi e si trova ora preso in una tenaglia politica, oggetto della prossima puntata.

La City travolta da Wall Street

Ormai tutti gli economisti spiegano la recessione col meccanismo americano: anche in Gran Bretagna, come negli Usa l'economia tirava solo grazie a una politica di crediti facili che alimentavano sia il consumo delle famiglie, sia il mercato immobiliare: con la stretta del credito, queste due componenti sarebbero venute a mancare a l'Inghilterra sarebbe precipitata nella recessione. È l'opinione che Larry Elliott (vedi articolo accanto) mi ripete durante la nostra conversazione.
In realtà, le ragioni che hanno causato la crisi inglese sembrano diverse da quelle americane. Intanto, in Gran Bretagna non c'è stato nessun aumento vertiginoso dei mutui (vedi grafico accanto). Il numero totale dei mutui è cresciuto solo dell'1% l'anno (10% in 10 anni, da 10,5 milioni nel 1995 a 11,5 milioni nel 2005). Perciò la bolla immobiliare c'è stata quanto a crescita del valore delle case, ma senza corse all'indebitamento come negli Usa, e quindi senza un'ondata di mutui subprime. Né quest'ondata poteva esserci perché la Bank of England, a differenza della Federal Riserve americana, non ha mai concesso crediti facili. Mentre dopo il 2001 il tasso di sconto della Fed era negativo in termini reali (cioè inferiore al tasso d'inflazione), il tasso di sconto della Banca d'Inghilterra è sempre stato il più alto dei paesi industrializzati, proprio per tenere alto il valore della sterlina. Ancora oggi il tasso base è del 5%. E se si guarda la tabella dei tassi a 3 mesi pubblicata dall'Economist, si vede che in Gran Bretagna sono al 5,93% contro il 4,96% nell'area Euro e il 2,14% negli Usa. Gli alti tassi hanno impedito che la crescita del consumo fosse finanziata dal credito facile, anzi: contro l'idea di «spese pazze», «negli ultimi sei anni il consumo delle famiglie è sceso di tre punti percentuali rispetto al prodotto interno lordo» sostiene Chris Giles del Financial Times.
Infine, né in Gran Bretagna, né nell'area euro si è mai consolidata la pratica di re-ipotecare la casa al suo valore più alto per finanziare i propri consumi, pratica radicata solo nella cultura economica statunitense.
Wynne Godley, per anni direttore del dipartimento di economia applicata a Cambridge, mi dice al telefono che la crisi del credito in Gran Bretagna è cominciata molto più tardi che in America e quindi c'è uno sfasamento temporale. In realtà, la crisi è stata esportata in Inghilterra dalla politica della Fed e del tesoro Usa: per salvare il sistema bancario e per impedire un crollo di Wall street, le autorità monetarie Usa hanno semplicemente stampato carta moneta, sia iniettando liquidità diretta, sia con tagli drastici del tasso di sconto. Queste decisioni hanno provocato una svalutazione del dollaro rispetto a euro e yen. A sua volta la svalutazione che ha provocato il rincaro del petrolio e di altre materie prime. A loro volta i rialzi del petrolio e delle materie prime hanno innescato una spirale inflattiva che ha ridotto il potere d'acquisto dei cittadini che hanno così limitato i consumi rallentando l'economia.
Questa politica Usa ha spinto la Gran Bretagna a svalutare la sterlina che in un solo anno ha perso il 20% del suo valore rispetto all'euro (dalla cui area importa la maggior parte dei beni). La sterlina svalutata ha reso ancora più salato il conto delle materie prime importate (in particolare petrolio e alimentari), facendo impennare l'inflazione che non è stata compensata da nessun aumento salariale: da qui il rallentamento dei consumi e del mercato immobiliare.
Naturalmente nella capitale mondiale della finanza il vero effetto della crisi americana si è fatto sentire sulle banche. Basti pensare alla Northern Rock, la banca che aveva pesantemente investito nei mutui subprime Usa e che il governo britannico ha dovuto prima salvare e poi nazionalizzare a spese dei contribuenti.
La crisi del credito colpisce al cuore la principale industria inglese: la finanza. Capitale del credito e del mercato dei derivati, la City è la prima a risentire, e in modo più doloroso, della crisi del credito. E quando la City starnutisce, il mercato immobiliare si preende la polmonite.
Può sembrare curioso, ma a guardare gli annunci delle agenzie immobiliari, si scopre che, con la sterlina svalutata, in alcuni quartieri di Londra i prezzi degli appartamenti sono inferiori a quelli di Roma. E nella finanza il peggio deve ancora venire, perché, come mi dice Robin Blackburn (di cui la New Left Review ha appena pubblicato un saggio sulla «Subprime Crisis»), «mentre le banche Usa hanno confessato abbastanza presto i loro disastri, le nostre sono state molto più discrete e non ci hanno ancora detto tutto».



(Marco D'Eramo)


5 luglio 2008

La scuola disastrata da Tremonti

 

Saranno gli insegnanti le principali vittime del decreto fiscale proposto dal governo Berlusconi, oggi al voto di fiducia alla Camera. Una vera gogna per la scuola e per tutti i settori della conoscenza. L'esecutivo vuole recuperare ben 8 miliardi di euro in tre anni - dicono i sindacati che hanno ottenuto in anteprima una bozza della manovra finanziaria - salteranno quasi 150 mila posti di lavoro: 100 mila cattedre e 43 mila posti di personale Ata (amministrativo, tecnico e ausiliario).
Sotto la fantomatica dichiarazione di guerra ai «fannulloni» si giustificano tagli indiscriminati, con conseguenze pesantissime sull'intero sistema scolastico. Per la Flc-Cgil, «la scuola è diventata la principale fonte di risparmio della spesa pubblica». Obiettivo: debilitarel'istruzione pubblica, accantonare il tempo pieno e addirittura tornare al vecchio maestro unico, per il quale non provavamo certo nostalgia. Queste sono alcune delle ipotesi, inserite nel decreto, che farebbero balzare l'Italia indietro di quasi quarant'anni. Era, infatti, il 24 settembre del 1971, il giorno in cui il tempo pieno diventava legge, prevedendo la presenza di due docenti per classe. Ma gli attacchi non finiscono: caleranno i fondi alla ricerca ed è in cantiere una proposta di privatizzazione delle università, sotto forma di fondazioni.
Il decreto fiscale presenta 174 articoli, attraverso i quali il mondo della conoscenza subirà ampie sforbiciate, tanto da far pronunciare a Enrico Panini un duro atto d'accusa: «Il governo - afferma il segretario generale della Flc-Cgil - scommette sull'ignoranza». In Italia si spende il 2% in meno del Pil rispetto agli altri Paesi europei e, negli ultimi dieci anni, la spesa per ricerca, scuola e università si è ridotta costantemente in rapporto al totale della spesa pubblica: «È evidente - aggiunge Panini - che i risultati di queste decisioni disastrose saranno pagati dal Paese, dai lavoratori e dagli strati meno ricchi».
Vediamo nel dettaglio i punti caldi della bozza, partendo dal settore più a rischio. La scuola sarà sottoposta a un risparmio record di 7,832 miliardi di euro, il 30% dei quali saranno successivamente reinvestiti in politiche contrattuali di incentivazione. Quali le conseguenze? Si parla di un taglio di 100 mila cattedre in tre anni che Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda, considera «uno smantellamento della scuola statale». Gli istituti si spopoleranno anche di bidelli, tecnici e segretari; il personale Ata verrà infatti ridotto del 17%. A tale disastro, si aggiunge una devastazione degli ordinamenti scolastici, che «per la prima volta - commenta Panini - saranno più poveri di quelli precedenti». Al vaglio ci sono il ritorno del maestro unico nelle elementari e una riduzione di ore e materie nella scuola secondaria. Critico anche Francesco Scrima della Cisl scuola: «È un'operazione che porta solo a un depotenziamento della rete territoriale delle scuole, che non potranno più assicurare quel fondamentale diritto costituzionale che è l'istruzione per tutti».
Per quanto riguarda l'università, agli atenei verrà fornita la possibilità di trasformarsi in fondazioni; una norma che - secondo la Cgil - alienerebbe il patrimonio pubblico a favore dei privati. Si rallentano poi gli scatti automatici ai docenti e si dà una stretta alle assunzioni: per il triennio che va dal 2009 al 2011 le università potranno, infatti, assumere nei limiti del 20% dei pensionamenti e del 50% dal 2012. Il fondo di finaziamento ordinario degli atenei subirà un taglio di 500 milioni di euro in due anni.
Infine, arriviamo alla ricerca. Anche qui, la scure di Tremonti non si concede nessuna pietas. Saranno soppressi tutti gli enti di ricerca con meno di 50 unità di personale e per tutti gli altri è previsto un riordino e una riconferma assolutamente non scontata. Gli enti di tutela ambientale vengono riuniti sotto l'Irpa e passano sotto il ministero dell'Ambiente. Per gli enti pubblici di ricerca sono confermate le procedure in vigore dal primo gennaio. Le assunzioni per il triennio 2010-2012 avverranno nei limiti del 80% della spesa complessiva e del 100% del turn over, con un peggioramento rispetto alle previsioni della finanziaria 2007. Ormai è chiaro, il nuovo corso Gelmini si apre con le peggiori prospettive per i lavoratori della conoscenza.

(Mauro Ravarino)


4 luglio 2008

La cosa più importante

La cosa più importante è la violazione della privacy e lo strapotere dei giudici.
No, la cosa più importante è il potere d'acquisto di lavoratori e pensionati.



(Veltroni sibila : "Io penzo che bisogna penzare ai salari, agli stipendi e alle penzioni degli italiani")
Intanto Alitalia e Telecom fanno sapere che migliaia di lavoratori torneranno a casa dai loro cari.
Se la maggior parte degli italiani non arriva alla fine del mese, sarebbe interessante sapere questi reduci (finita la buonuscita) a quale giorno del mese arriveranno.
Qualche precario e qualche operaio saranno contenti : si tratta di fannulloni, esosi e consumisti.
Ma ti voglio vedere, rimbecillito dalla società dei consumi, con qualche figlio a carico, vivere senza uno stipendio. E voglio vedere precari e operai senza gli stipendi fissi di questa pletora di esosi e consumisti fannulloni.
I tagliatori di teste vogliono attaccare il nucleo duro della sciocca domanda interna.
Come abbattere luridi muri maestri durante una ristrutturazione. I solai non faranno miglior fine.
E neanche noi.


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4 luglio 2008

Non c’è più religione : Marx e la prova ontologica

 

La prova ontologica non significa altro che “Ciò che io mi rappresento realmente è una rappresentazione reale per me”. Ciò agisce su di me ed in questo senso tutti gli dei, sia quelli pagani, sia quello cristiano, hanno posseduto un esistenza reale. Non è stato l’Apollo delfico una potenza reale nella vita dei Greci ?

Qui non significa nulla neanche la critica di Kant. Se uno pensa di possedere 100 talleri, se questa non è per lui una qualunque rappresentazione soggettiva, se egli crede in essa, i cento talleri immaginati hanno per lui lo stesso valore di 100 talleri reali. Egli ad esempio farà dei debiti su questo suo dato immaginario ed agirà come hanno fatto gli Dei, su cui l’umanità tutta ha fatto dei debiti. L’esempio di Kant avrebbe potuto rafforzare la prova ontologica.

Dei talleri reali hanno la stessa esistenza degli Dei immaginati. Ha forse un tallero reale esistenza al di fuori della rappresentazione, sia pure di una rappresentazione comune a tutti gli uomini ?

Portate della carta moneta in un paese in cui quest’uso della carta non si conosce ed ognuno riderà della vostra soggettiva rappresentazione.




 

Anche qui Marx da un lato compie alcuni errori tipo il trascurare il ruolo che nell’argomento ontologico ha il concetto di Massimo di tutti i pensabili” (Anselmo) o di Perfezione” (Cartesio).

D’altro canto anche qui Marx ha delle intuizioni formidabili, dal momento che, anticipando con Hegel l’ontologia degli oggetti sociali che viene falsamente attribuita a Searle, nota come i talleri dell’esempio kantiano sono rappresentazioni che hanno un effetto reale e quindi una determinata accezione di realtà ed al tempo stesso sono inconsistenti se non condivise socialmente, per cui Kant usa come esempio un oggetto che svuota il suo argomento.

Personalmente ho usato l’esempio dei cento talleri in maniera opposta a come lo ha usato Marx. A mio parere  cento talleri reali” sono un concetto del tutto diverso da “cento talleri pensati”, dal momento che l’essenza dei cento talleri, le loro proprietà non sono quelle fisiche, ma sono appunto la rete di relazioni e di effetti che si costituiscono a partire dall’oggetto fisico stesso nel momento in cui esiste effettivamente. Come dice Enzo Cannavale in La grande Magia di Eduardo De Filippo “L’immagine del panettiere se non gli date l’immagine dei soldi, col cavolo che vi dà l’immagine del pane. Padrò, questi sono la schifezza di tutte le immagini….

I cento talleri pensati non sono per niente cento talleri, ma sono la rappresentazione di un pezzo di carta o di metallo. Se i cento talleri non funzionano, non sono cento talleri.


4 luglio 2008

Il supercapitalismo di Robert Reich

 

L'orgoglio di essere un liberal Robert Reich l'ha manifestato quando negli Stati Uniti le «guerre culturali» vedevano l'esercito dei «teo-con» all'offensiva con Fox News che annunciava la sua vittoria. Ma anche se era vittoria, la loro era una vittoria di Pirro, sosteneva l'ex-ministro del lavoro di Bill Clinton nel pamphlet Perché i liberal vinceranno ancora (Fazi editore). Nella società statunitense, i comportamenti, le attitudini che, con disprezzo, venivano considerati dai conservatori evangelici «nemiche dell'american way of life», erano invece maggioritari, come attestavano alcuni sondaggi citati dall'economista statunitense che sconfessavano il mantra teo-con sul consenso di massa alla controrivoluzione neoliberale. Da qui il suo invito agli altri liberal ad abbandonare la paralizzante melancholia da sconfitta e a riprendere la parola con l'orgoglio di chi, appunto, esprime il meglio della nazione americana.
Con lo stesso orgoglio Reich analizza il Supercapitalismo (Fazi editore, pp. 317, euro 25) che ha demolito il compromesso tra capitale e forza-lavoro su cui si basava il «capitalismo democratico» del secondo dopoguerra. Per Reich, la società americana, ma anche l'Europa occidentale, sono cresciute economicamente e socialmente grazie allo scambio politico, garantito dallo stato, tra movimento operaio e élite imprenditoriali illuminate. Aumenti salariali e servizi sociali in cambio di produttività e rinuncia al progetto politico di superare il capitalismo: questa era la formula magica degli anni «quasi» d'oro del keynesismo, che garantiva lo sviluppo economico. Ma la storia raccontata da Reich è storia nota. Ciò che più conta è perché quel compromesso sia andato in crisi. Ed è all'analisi dei motivi che hanno portato alla sua crisi che il libro di Reich è dedicato.
In primo luogo, gli anni Settanta non sono solo il decennio della crisi petrolifera, della sconfitta statunitense in Vietnam e dell'ascesa del Giappone come potenza economica. È il decennio in cui viene inventato il microprocessore, il container diventa un oggetto usuale nel trasporto delle merci e le grande imprese multinazionali cominciano, grazie alle tecnologie digitali, un decentramento produttivo per aggirare la rigidità operaia. E sono anche gli anni in cui alcune «regole» della finanza vengono modificate per facilitare il flusso di capitali oltre le frontiere nazionali. Quando Ronald Reagan e Margaret Thatcher vincono le elezioni nei loro rispettivi paesi, le basi del neoliberismo sono già state gettate. A loro spetta il compito di accelerarne le tendenze, trasformando radicalmente la forma stato per far diventare l'individuo proprietario il perno attorno al quale far ruotare l'insieme delle attività sociali e economiche. Il neoliberismo, per Reich, è dunque da considerare l'avvio del divorzio non consensuale tra democrazia e capitalismo, anche se non vengono aboliti né i diritti civili, né quelli politici.
Il libro di Robert Reich spazza via definitivamente ogni legittimità teorica alla querelle sulla vittoria o il fallimento della globalizzazione. Certo, siamo lontani anni luce dal tempo in cui l'economista americano analizzava acutamente i mutamenti nella composizione sociale della forza lavoro e la nuova divisione internazionale del lavoro. Nel Supercapitalismo Reich sostiene con altrettanta passione che la globalizzazione è un fenomeno irreversibile, che può conoscere momenti di stagnazione e di crisi, come dimostra la recessione in atto, ma non c'è nessun ritorno al passato all'orizzonte. È compresenza di modelli produttivi diversi, di lavoro servile, di catena di montaggio e di prevalenza degli «analisti simbolici» che garantiscono innovazione organizzativa e di prodotto. Poco convincente è invece la centralità che Reich vede nell'alleanza tra il consumatore e degli investitori, rappresentata dal successo di Wal-Mart in quanto impresa tipicamente postfordista per quanto riguarda i rapporti tra capitale e forza-lavoro.
È indubbio che in quegli ipermercati le merci hanno prezzi molti bassi, grazie al fatto che i fornitori e i produttori nel Sud del mondo ricevono quasi l'elemosina per i loro prodotti. Allo stesso tempo, anche chi lavora a Wal-Mart riceve salari spesso al di sotto della soglia di povertà. I consumatori sono contenti, gli investitori anche. Chi non lo è, sono i cittadini, che guardano con orrore le violazioni sistematiche dei diritti sociali, sindacali e umani compiute dalle grandi imprese.
Il limite del libro di Reich sta dunque nelle dissonanze provocate dall'uso delle categorie del consumatore, dell'investitore e del cittadino.
In primo luogo, ogni uomo e donna è sia produttore che consumatore e, talvolta, anche investitore attraverso il proprio fondo pensione o i propri risparmi. Pensare che il limite del supercapitalismo stia nel conflitto tra questi momenti distinti della vita di un singolo rimuove dall'analisi quella «guerra di classe» contro la forza-lavoro che è stata una costante del capitalismo neoliberista. Ridimensionarla, come fa Reich, conduce a quei salti mortali che fanno passare, appunto, senza soluzione di continuità, dal consumatore all'investitore e da questo alla figura salvifica del cittadino, che grazie al voto può scegliere i migliori rappresentanti per mitigare gli effetti del supercapitalismo.
Robert Reich ci offre una versione light del politico, che fa sue le regole oggettive dell'attività economica per poi chiedere che una parte della ricchezza prodotta sia destinata alla riproduzione del legame sociale, senza il quale il supercapitalismo implode per le sue dinamiche interne. La proposta politica di Reich è quella dei liberal ad ogni latitudine. Proposta che ritiene inessenziali o irrilevanti i conflitti sociali e di classe, perché presuppone che la società è un manufatto teorico prodotto all'interno di un sofisticato dispositivo di governance che garantisca la «convergenza parallela» degli interessi di quelle figure, tanto astratte quanto inagibili politicamente, del consumatore, dell'investitore e del cittadino. Il divorzio tra democrazia e capitalismo sarebbe così evitato. C'è da dubitare però che la compatibilità tra supercapitalismo e democrazia possa essere trovata mantenendo inalterati i rapporti di potere nella società. Semmai, va invertita la prospettiva e preferire la politicità dei conflitti sociali e di classe, relegando in soffitta la visione ingegneristica del politico tanto agognata dai liberal .

(Benedetto Vecchi)


4 luglio 2008

Made in Italy e proletariato rumeno

 

Quali sono i guai dell'Italia che si scaricano sui romeni? A séguito del recente e perdurante ciclo di paranoia antiromena, i pochi commentatori meglio intenzionati hanno abbozzato un elenco dei disagi e delle frustrazioni che si esprimono nell'avversione all'immigrazione dall'Europa sud-orientale. Pochissimi sono andati a osservare le attività degli italiani in Romania e le conseguenze sociali delle loro operazioni.
Il nuovo libro di Veronica Redini affronta la questione e va oltre, aprendo nuove prospettive sull'invisibilità sociale e sui rapporti sociali che l'Occidente impone o contratta nei suoi traffici (Frontiere del made in Italy, ombre corte, euro 15). L'autrice rende conto «di un percorso etnografico che si è svolto a varie riprese tra il 1999 e il 2007 in due città romene, quella di Cluj-Napoca prima e di Timisoara poi» tra camici blu romeni, affaristi italiani, fungaie di capannoni in aperta campagna, voli aerei durante i quali si mutano non soltanto vestiti ma anche immagini di sé e visioni del mondo. Leggendo il volume si è continuamente sollecitati a fare i conti con l'Italia fuori dall'Italia e in particolare con i rapporti di lavoro che negli scorsi vent'anni il capitalismo italiano ha in parte negoziato e in parte imposto sia in Italia sia nei paesi euro-orientali, dove il comando euro-occidentale sperimenta una certa espansione.
La peculiarità del comando italiano in Romania non consiste tanto nel «made in Italy» e nell'aura che lo avvolge quanto nella penetrazione diffusa e nell'accaparramento di manodopera e beni locali da parte di imprenditori, esperti, tecnici di produzione di provenienza italiana. Mentre gli imprenditori di altri paesi, quali la Francia e la Germania muovono verso l'Europa sud-orientale con gli ingenti investimenti diretti di grandi aziende, sono ben 16.000 circa le ditte attive a capitale italiano in Romania, addensate perlopiù nell'ovest del paese.

Il cronometro al collo
La varia umanità italiana in Romania, dove primeggiano i veneti, ha stabilito una sua presenza capillare. Per gran parte degli espatriati e dei pendolari è diventata irresistibile la tentazione di far soldi e di condurre una vita più agevole spremendo le cosiddette risorse sociali, economiche ed emotive locali senza dover avventurarsi oltre i 700-800 chilometri. Come organizzare la spremitura non è facile: occorre che i ritmi di lavoro imposti in Romania siano occidentali, ossia stretti, e che il prodotto risulti «made in Italy» agli occhi del consumatore, che i salari rimangano assolutamente «romeni» e che si tenga alla larga lo spettro delle rivendicazioni di chi lavora.
Questa sommaria architettura sociale presenta alcuni effetti di spaesamento e molti attriti. L'autrice mette a fuoco gli uni e gli altri ponendo sotto osservazione il settore delle calzature. Il clima sociale risulta carico di tensioni, soprattutto in concomitanza con l'espansione economica che la Romania va sperimentando. Le tensioni più acute riguardano tre campi: i ritmi di lavoro, la distanza messa tra le maestranze romene e le merci che producono e infine la difesa di un «made in Italy» che viene prodotto lontano dallo Stivale.
Sui ritmi di lavoro questo libro contiene pagine memorabili, tali da diradare come nebbia al sole le storie della fine del lavoro seriale. Secondo un navigato esperto «noi abbiamo ancora il cronometro attaccato al collo!»; e a parere di un altro: «c'è questo impiego di tecnici italiani, perché è il tecnico italiano che deve imprimere il ritmo». Non soltanto vengono imposti standard dei tempi che si avvicinano sempre più a quelli italiani ma, in qualche caso, trattandosi di manodopera femminile ricattabile, la si blocca alle macchine persino durante la consumazione del pasto. Il divario salariale rispetto all'Italia permette addirittura di produrre con più cura, specialmente nelle fasi più delicate. È ovvio che una parte degli occupati di ditte italiane in Romania punta a superare le frontiere e a cercare un posto di lavoro in Italia a ritmi analoghi ma con il vantaggio dei salari italiani, un fenomeno che si osserva anche in altre aree euro-orientali nei confronti della Germania e di altri paesi dell'euro.
Consumatori e consumi sono dappertutto evidenti, non altrettanto coloro che vengono consumati nel processo di produzione e distribuzione. Veronica Redini ne porta alla luce le testimonianze partendo dall'analisi del geroglifico sociale della merce, nella fattispecie della calzatura «made in Italy».
Racconta un'imprenditrice italiana in Romania: «Negli anni Novanta (a Vigevano) facevamo solo un lavoro specifico, con roba pregiata. Pregiata vuol dire che lavoravamo solo rettile, pitone, coccodrillo... è un prodotto per l'America, per gli sceicchi». Adesso in Romania l'imprenditrice comanda lavoro femminile che produce per un marchio famoso, un marchio che punta alla quantità, ai grandi numeri dei consumatori occidentali, ma soltanto grazie al margine di distinzione (e di prezzo) di una mitica innovazione di prodotto. Si tratta di un «made in Italy» che viene prodotto in Romania e che è destinato esclusivamente ai mercati occidentali. Qui si apre un gioco di recinzioni mercantili apparentemente italiane e di passe-partout altrettanto apparentemente romeni.
In realtà si tratta di una modalità elementare della vituperata lotta tra le classi sociali che è vecchia almeno quanto il capitalismo: imprenditori che intendono vendere agli abbienti a caro prezzo le merci alle quali le operaie non dovrebbero accedere, pena la svalutazione delle merci medesime; operaie che sono decise a riappropriarsi di beni creati dalle loro mani. Si intravvede che le barriere di questo ridicolo doppio corso della moneta cominciano a incrinarsi, poiché, a fronte dei furti di scarpe, la direzione si acconcia a vendere a prezzo ridotto alle operaie una quota della produzione destinata al mercato locale. Sono forse questi i primi segni per le ditte straniere che è bene evitare di prendere sottogamba il consumo interno.
Questo volume, con pochi altri, mostra su quali spalle si regge l'ascesa economica romena e i suoi effetti: donne o uomini ordinari in larga parte sradicati dai territori di origine dalla vecchia nomenklatura e dalla nuova democrazia, costretti o a sottostare ai dettami e al regime salariale dei nuovi signori, oppure a emigrare - e tuttavia non rassegnati a piegare la testa sotto il peso del «made in Italy». Veronica Redini guida il lettore attraverso il campo minato di dibattiti e definizioni del «made in Italy» e lo conduce indenne fino al luogo della demistificazione. Per molti «il vero prodotto italiano» appare connotato dalla nazionalità del produttore, da una componente «culturale» e da una traiettoria commerciale.

Lungo il Danubio
Secondo gli imprenditori e i tecnici intervistati, il displuvio tra l'elemento italiano - «il bello», «l'armonioso» - e l'elemento romeno - «il brutto», «la romenata» - segna pure la separazione tra l'autenticità e la contraffazione. Poi, come già negli anni Ottanta a Hong Kong per la moda italiana, gli esportatori italiani esaminano la merce contraffatta e sovente giungono alla stessa conclusione asiatica di allora: «Trattiamo con questi qui». Descrivendo i negozi di un noto marchio italiano a Bucarest e Timisoara, Veronica Redini scrive: «dall'Italia provengono il progetto espositivo, i mobili e gli accessori d'arredamento, solo gli elementi in qualche modo meno visibili come i vetri e la manodopera sono romeni».
Il suo libro riesce a mettere sotto la lente d'ingrandimento gli elementi meno visibili, quelli che il baccano mediatico intende seppellire sotto lo scalpitio delle ronde antiromene. Dunque, fatica coraggiosa e di lunga lena, quella dell'autrice; e pubblicazione tempestiva in una congiuntura difficile qual è certamente questa, una congiuntura che aumenta le distanze sociali e l'ostentazione mentre colpisce chi crea il «made in Italy» lungo il basso Danubio ancor più che lungo il Po.

(Ferruccio Gambino)


4 luglio 2008

Sul petrolio la speculazione c'è

 I 200 mila barili di petrolio di più al giorno che l'Arabia Saudita ha promesso di immettere - a partire da luglio - non sembrano calmare i mercati che - complice la speculazione - reagiscono con nervosismo a ogni notizia più o meno negativa. Ieri, sull'onda della notizia di un nuovo attacco a un oleodotto da parte della resistenza nigeriana, le quotazioni del greggio sono balzate sopra i 137 dollari al barile, per poi ripiegare a 135 dopo poche ore. Il problema è che - scarsità del petrolio a parte - è la speculazione a farla da padrona. Ieri il Wall Street Journal ha pubblicato una indagine illuminante: la speculazione sul petrolio è cresciuta così tanto che rappresenta il 71% degli scambi totali del Wti sul Nymex, contro il 37% del 2000. L'inchiesta è stata realizzata da una commissione parlamentare americana e riportata dal Wall Street Journal. Questo significa che soltanto il 29% degli scambi vengono realizzati con finalità di copertura tecnica per l'utilizzo del greggio. L'inchiesta parlamentare è soltanto l'ultimo segnale da parte di Washington per cercare di limitare il ruolo di hedge funds, investimenti e speculazioni sul greggio. Un solo dato: ogni giorno vengono trattiti sul mercato dei future 1 miliardi di barili, mentre la produzione effettiva oscilla attorno agli 87 milioni.
Intanto è stato annunciato che oggi a Bruxelles ci sarà una riunione Tra l'Opec e la Ue. L'incontro si inserisce nell'ambito del dialogo tra le parti. L'Ue, che importa il 50% dei propri fabbisogni energetici (70% nel 2030), stima che l'Opec sarà la sua principale fonte d'approvvigionamento nei prossimi 30 anni. La Casa Bianca, invece, plaude alla decisione dell'Arabia Saudita di aumentare la produzione. «Gli aumenti di produzione da parte di tutti i produttori, compresa l'Arabia Saudita, sono benvenuti » ha detto il portavoce Tony Fratto. Ma difficilmente altri paesi Opec aumenteranno la loro produzione, visto che ritengono gli attuali livelli più che sufficienti.


4 luglio 2008

Il tavolo tecnico a Chiaiano non c'è mai stato

 

«Il tavolo tecnico non c'è mai stato». Il professore Franco Ortolani, geologo, racconta i retroscena di un incontro mancato: «La struttura commissariale ha capito subito che un confronto sui dati li avrebbe visti perdenti. Così solo una volta abbiamo ragionato sui risultati, non completi, delle analisi». Domenica scorsa Bertolaso ha convocato direttamente gli amministratori per annunciare che la discarica a Chiaiano si farà. «In sostanza una decisione politica» è il commento di Ortolani che aggiunge «se mi invitano alla riunione dove annunciano la fase di progettazione del sito, andrò a sentire come giustificano i milioni di euro che ci vorranno per realizzare lo sversatoio». L'interrogativo che gira è perché proprio nella selva di Chiaiano: «Il governo aveva comunicato che erano allo studio 10 siti - racconta il professor de Medici - e cioè Savignano Irpino e Sant'Arcangelo Trimonte, 2 a Terzigno che, con questo, fanno 5. 'E gli altri?', ho chiesto a Bertolaso ma non ho ricevuto risposta». Poi il governo ha annunciato la chiusura dei parchi e a molti è parso di vedere il ciclo del cemento che si rimette in moto.
Il sottosegretario ai rifiuti ribatte che la discarica si può fare perché i problemi di viabilità sono superabili e, sul fronte salute, basta inviare in cava solo immondizia urbana non pericolosa. Il geologo insiste: «Ci siamo trovati come controparte la Tecno In di Milano, società incaricata di fare i rilievi dall'Arpac, e la loro elaborazione delle analisi lascia molto a desiderare, per così dire. A parte il fatto che stiamo ancora aspettando gli esiti degli esami, indispensabili per dare un parere che abbia senso». Intanto, di certo c'è solo che, a norma di legge, per essere idoneo a ospitare una discarica, il sito deve essere stabile, il suolo impermeabile, lontano da falde acquifere e coltivazioni di pregio, ospedali e centri abitati, facilmente raggiungibile dai mezzi. «A Chiaiano non c'è nemmeno una di queste condizioni» commenta Ortolani. Che la zona sia densamente abitata e vicina ai principali ospedali della regione lo sanno tutti, che ci siano le coltivazioni doc anche e allora ragioniamo sul resto: «Le cave adiacenti sono già crollate, la stratigrafia delle pareti mostra chiaramente lastroni di tufo in condizione alterate dalla massiccia attività estrattiva subita, predisposti allo scivolamento. I più grossi sono puntellati da cunei ma tutta la zona è molto instabile anche perché, con le piogge, l'acqua dilava attraverso le cave e finisce nella falda sottostante. Addirittura le carte che ci avevano mostrato indicavano carotaggi a 60 metri quando tutta la letteratura indicava la presenza della acque a 160». Dal commissariato sono convinti di poter effettuare l'impermeabilizzazione «ma sono sfortunati - commenta il geologo - perché a giugno è caduta molta pioggia e si è visto che il terreno l'ha assorbita tutta, non c'è nessuna fascia di terreno argilloso o altro che la blocchi in tutta la zona. In queste condizioni, bastano 15/30 giorni al percolato per arrivare in falda».

(Adriana Pollice)


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