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3 luglio 2008

Cesare Pavese : legna verde

Ora è solo.
L'odore inaudito di terra
gli par sorto dal suo stesso corpo
e ricordi remoti (lui conosce la terra)
costringerlo al suolo, a quel suolo reale
Non serve pensare che la zappa
i villani la picchiano in terra
come sopra un nemico
e che si odiano a morte come tanti nemici.
Hanno pure una gioia i villani :
quel pezzo di terra divelto.
Cosa importano gli altri ?
Domani nel sole
le colline saranno distese, ciascuno la sua.





Pavese qui descrive in maniera visionaria
la matrice di ogni leghismo :
il rapporto vischioso e aggressivo
con la terra, con se stessi, tra di loro
L'egoismo del signorotto medievale
che ordina lo spazio secondo le linee della proprietà.
La città ridotta a fortilizio.
L'odio per Roma nasce da qui :
non può esistere una città che racchiuda sette colli.
Non può esistere la res publica.


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3 luglio 2008

Odifreddure : il linguaggio come giusto mezzo

 

Odifreddi dice che il problema principale che pensiero e linguaggio devono risolvere è di riuscire a mediare tra gli eccessi di semplificazione e di proliferazione di un vocabolario : troppe parole rendono la comunicazione difficile, troppe poche parole la rendono banale.




Questo avviene anche nella scelta di un sistema numerico, dove si deve trovare la giusta misura tra il numero delle cifre da cui partire ed il numero di combinazioni necessarie per esprimere un numero. Se il numero delle cifre è alto, l’apprendimento è difficile, ma una volta raggiunto, l’applicazione è più facile. Se il numero delle cifre è basso, l’apprendimento è più facile, ma l’applicazione è quanto meno noiosa, se non difficoltosa (tanto che l’uso di un sistema binario viene delegato ad una macchina dal momento che essa non sia annoia mai, per quanto sia ripetitivo il suo lavoro)

 


3 luglio 2008

La politica dei redditi a perdere

 

Sarà un caso se la caduta verticale dei salari italiani, e la contestuale divaricazione con i principali paesi dell'area euro, origina dall'inizio degli anni '90, dalla sperimentazione cioè di una politica che per definizione aveva l'obiettivo di governare la distribuzione del reddito? In tempi di «crisi» e di riforma del modello contrattuale, conviene porre la domanda. Scriveva già qualche tempo fa Pierre Carniti in un'analisi pubblicata dal sito di Eguaglianza&Libertà: «Proprio nel periodo in cui sono state sperimentate concertazione e politica dei redditi, la quota del reddito da lavoro è diminuita sensibilmente a vantaggio di quella attribuita a profitti e rendite».
Di questione salariale si parla ormai diffusamente e variamente. Non c'è studio o ricerca (nazionale e internazionale) che non certifichi la progressiva discesa dei salari italiani. Dice l'Ires Cgil: dal 1993 i salari sono rimasti sostanzialmente in linea con l'inflazione, senza una crescita reale. Ripete la Banca d'Italia: se negli ultimi dieci anni l'occupazione è aumentata considerevolmente nonostante lo sviluppo modesto del prodotto, ciò è il risultato della moderazione salariale, delle riforme e degli accordi contrattuali che hanno aumentato la flessibilità del lavoro. Certifica infine l'Ocse: su trenta paesi, i salari italiani sono al ventitreesimo posto, dietro a Francia, Germania e Gran Bretagna, e dietro anche a Grecia e Spagna (nello specifico, si veda il box sotto).
Colpa di una più elevata pressione fiscale italiana, e perciò di un più alto costo del lavoro, rispetto agli altri paesi europei? Non si direbbe. Nel 2005 il cuneo fiscale - la differenza tra il costo del lavoro sostenuto dall'impresa e la retribuzione netta che va al lavoratore - era pari al 52% in Germania, al 50% in Francia, al 45% in Italia, al 39% in Spagna, al 34% nel Regno Unito. La pressione media è in linea con quella degli altri paesi, con l'avvertenza però che i dati non tengono conto del peso che da noi ha l'economia sommersa, e l'evasione fiscale, e la pressione al ribasso che questi fattori esercitano sui salari regolari.
Colpa dell'inflazione? Secondo l'Ires Cgil, il legame all'inflazione programmata ha avuto un peso determinante nel ristagno dei salari italiani, insieme ai ritardi nei rinnovi contrattuali, alla mancata restituzione del fiscal drag, e alla scarsa redistribuzione della produttività. Dal '93 ad oggi, le retribuzioni di fatto sono cresciute mediamente del 3,4% all'anno, del 2,7% le retribuzioni contrattuali, a fronte di un'inflazione al 3,2%. Dal 2005 si è cominciato a rinnovare i contratti sulla base dell'inflazione 'attesa', ma le sorti dei salari non si sono risollevate di molto. Certo quell'1,7% che il governo ha previsto nel Dpef quale tasso di inflazione per quest'anno - due punti sotto all'inflazione reale certificata dall'Istat - non può non suonare come una presa in giro, tanto più che a nessuno risulta l'esistenza di vincoli europei (quali invece esistono per deficit e debito) sull'obbligo di previsione al di sotto del 2%, addotto dal ministro Tremonti. Ma anche l'inflazione da sola non basta a spiegare la caduta dei salari, secondo il sociologo torinese Luciano Gallino. Anche perchè dal '98 al 2006, periodo di ingresso nell'area euro, le retribuzioni di fatto nell'area euro sono cresciute in media del 10%, in Italia sono rimaste ferme. Con tassi d'inflazione non così divaricati, proprio in ragione dell'euro. Di più: secondo Gallino, insistere sull'aggancio all'inflazione è un segno di debolezza da parte dei sindacati, nella misura in cui tradisce una scarsa fiducia sulla contrattazione.
Colpa della produttività stagnante? Su questo le analisi convergono, a condizione d'intendersi sulla definizione di «produttività» che, dice l'Ocse, è il valore aggiunto per ora lavorata e non per il numero di ore lavorate come invece intendono gli economisti nostrani. Gallino non ha dubbi: «La stasi della produttività - a cui contribuiscono la 'piccolezza' delle nostre imprese, l'assenza di formazione e gli scarsi investimenti - è un fattore determinante». Non è un caso - aggiunge - se è sempre all'inizio degli anni '90 che si apre la stagione delle grandi privatizzazioni che, in salsa italiana, ha contribuito a smantellare l'apparato industriale.
Infine, e torniamo al punto di partenza, la politica dei redditi. Quale il nesso tra politica contrattuale e politica economica? «La politica economica dovrebbe tenere conto delle disuguaglianze e della distribuzione dei redditi - osserva Gallino - Il contratto nazionale da questo punto di vista è fondamentale, e non a caso si cerca di smantellarlo». Secondo Carniti, la politica dei redditi per come l'abbiamo conosciuta si è sostanzialmente risolta in una «politica dei salari», chiudendo un occhio sui profitti, non riuscendo a governare gli investimenti e senza alcuna politica di controllo dei prezzi: «In sostanza - dice Carniti - una politica immaginata per evitare tensioni inflazionistiche derivanti dalla conflittualità sociale ha di fatto finito per trasformarsi in una modifica della distribuzione del reddito tra profitti e salari (a danno di questi ultimi), e in una redistribuzione delle risorse tra diversi settori sociali». Un pretesto per scaricare sul lavoro dipendente il costo dell'aggiustamento economico, di questo si è trattato.
Sarà un caso se la caduta verticale dei salari italiani, e la contestuale divaricazione con i principali paesi dell'area euro, origina dall'inizio degli anni '90, dalla sperimentazione cioè di una politica che per definizione aveva l'obiettivo di governare la distribuzione del reddito? In tempi di «crisi» e di riforma del modello contrattuale, conviene porre la domanda. Scriveva già qualche tempo fa Pierre Carniti in un'analisi pubblicata dal sito di Eguaglianza&Libertà: «Proprio nel periodo in cui sono state sperimentate concertazione e politica dei redditi, la quota del reddito da lavoro è diminuita sensibilmente a vantaggio di quella attribuita a profitti e rendite».
Di questione salariale si parla ormai diffusamente e variamente. Non c'è studio o ricerca (nazionale e internazionale) che non certifichi la progressiva discesa dei salari italiani. Dice l'Ires Cgil: dal 1993 i salari sono rimasti sostanzialmente in linea con l'inflazione, senza una crescita reale. Ripete la Banca d'Italia: se negli ultimi dieci anni l'occupazione è aumentata considerevolmente nonostante lo sviluppo modesto del prodotto, ciò è il risultato della moderazione salariale, delle riforme e degli accordi contrattuali che hanno aumentato la flessibilità del lavoro. Certifica infine l'Ocse: su trenta paesi, i salari italiani sono al ventitreesimo posto, dietro a Francia, Germania e Gran Bretagna, e dietro anche a Grecia e Spagna (nello specifico, si veda il box sotto).
Colpa di una più elevata pressione fiscale italiana, e perciò di un più alto costo del lavoro, rispetto agli altri paesi europei? Non si direbbe. Nel 2005 il cuneo fiscale - la differenza tra il costo del lavoro sostenuto dall'impresa e la retribuzione netta che va al lavoratore - era pari al 52% in Germania, al 50% in Francia, al 45% in Italia, al 39% in Spagna, al 34% nel Regno Unito. La pressione media è in linea con quella degli altri paesi, con l'avvertenza però che i dati non tengono conto del peso che da noi ha l'economia sommersa, e l'evasione fiscale, e la pressione al ribasso che questi fattori esercitano sui salari regolari.
Colpa dell'inflazione? Secondo l'Ires Cgil, il legame all'inflazione programmata ha avuto un peso determinante nel ristagno dei salari italiani, insieme ai ritardi nei rinnovi contrattuali, alla mancata restituzione del fiscal drag, e alla scarsa redistribuzione della produttività. Dal '93 ad oggi, le retribuzioni di fatto sono cresciute mediamente del 3,4% all'anno, del 2,7% le retribuzioni contrattuali, a fronte di un'inflazione al 3,2%. Dal 2005 si è cominciato a rinnovare i contratti sulla base dell'inflazione 'attesa', ma le sorti dei salari non si sono risollevate di molto. Certo quell'1,7% che il governo ha previsto nel Dpef quale tasso di inflazione per quest'anno - due punti sotto all'inflazione reale certificata dall'Istat - non può non suonare come una presa in giro, tanto più che a nessuno risulta l'esistenza di vincoli europei (quali invece esistono per deficit e debito) sull'obbligo di previsione al di sotto del 2%, addotto dal ministro Tremonti. Ma anche l'inflazione da sola non basta a spiegare la caduta dei salari, secondo il sociologo torinese Luciano Gallino. Anche perchè dal '98 al 2006, periodo di ingresso nell'area euro, le retribuzioni di fatto nell'area euro sono cresciute in media del 10%, in Italia sono rimaste ferme. Con tassi d'inflazione non così divaricati, proprio in ragione dell'euro. Di più: secondo Gallino, insistere sull'aggancio all'inflazione è un segno di debolezza da parte dei sindacati, nella misura in cui tradisce una scarsa fiducia sulla contrattazione.
Colpa della produttività stagnante? Su questo le analisi convergono, a condizione d'intendersi sulla definizione di «produttività» che, dice l'Ocse, è il valore aggiunto per ora lavorata e non per il numero di ore lavorate come invece intendono gli economisti nostrani. Gallino non ha dubbi: «La stasi della produttività - a cui contribuiscono la 'piccolezza' delle nostre imprese, l'assenza di formazione e gli scarsi investimenti - è un fattore determinante». Non è un caso - aggiunge - se è sempre all'inizio degli anni '90 che si apre la stagione delle grandi privatizzazioni che, in salsa italiana, ha contribuito a smantellare l'apparato industriale.
Infine, e torniamo al punto di partenza, la politica dei redditi. Quale il nesso tra politica contrattuale e politica economica? «La politica economica dovrebbe tenere conto delle disuguaglianze e della distribuzione dei redditi - osserva Gallino - Il contratto nazionale da questo punto di vista è fondamentale, e non a caso si cerca di smantellarlo». Secondo Carniti, la politica dei redditi per come l'abbiamo conosciuta si è sostanzialmente risolta in una «politica dei salari», chiudendo un occhio sui profitti, non riuscendo a governare gli investimenti e senza alcuna politica di controllo dei prezzi: «In sostanza - dice Carniti - una politica immaginata per evitare tensioni inflazionistiche derivanti dalla conflittualità sociale ha di fatto finito per trasformarsi in una modifica della distribuzione del reddito tra profitti e salari (a danno di questi ultimi), e in una redistribuzione delle risorse tra diversi settori sociali». Un pretesto per scaricare sul lavoro dipendente il costo dell'aggiustamento economico, di questo si è trattato.

(Sara Farolfi)

Nel confronto internazionale, i livelli retributivi sono in Italia più bassi che negli altri principali paesi dell'Ue, dice la Banca d'Italia. Secondo l'istituto di statistica europeo (Eurostat), le retribuzioni mensili nette italiane (dati al 2001-2002) risultano inferiori di circa il 10% a quelle tedesche, del 20% a quelle britanniche e del 25% a quelle francesi. Secondo i dati riportati dal Rapporto sui diritti globali 2008 (edito da Ediesse) le retribuzioni nette si sono attestate, nel 2005, a 30.774 nel Regno unito, 23.942 euro in Germania, 21.470 in Francia, 16.538 euro in Italia e 16.493 euro in Spagna. E il sorpasso spagnolo è nel frattempo accaduto: nel primo trimestre di quest'anno i salari sono cresciuti del 5,3%, con un'inflazione media nel periodo al 4,4% (da noi è al 3,6% a maggio).

La Bundesbank, la banca centrale tedesca che i conti tradizionalmente li fa molto più seriamente del ministro Tremonti, ieri ha sentenziato che nel 2008 i prezzi al consumo aumenteranno del 3,0%. Sarà questo aumento a regolare tutti i contratti che saranno rinnovati quest'anno in Germania. Sempre ieri abbiamo saputo dal Dpef che per il 2008 in Italia l'inflazione aumenterà in media del 3,4%, ma l'inflazione programmata, che regola i contratti - in Italia - deve rimanere inchiodata all'1,7%, la metà esatta dell'inflazione reale. Perché? «La natura di inflazione importata e i continui richiami della Bce a non generare 'second-round effects' alimentando la dinamica salariale suggeriscono di mantenere invariato il tasso programmato per il 2008, adottando misure redistributive per alleviare l'impatto negativo sui redditi più bassi», spiega il Documento di Programmazione.
«Fate lo 00496913...è il numero della Bce, che vi spiegherà cosa bisogna scrivere nel Dpef a proposito dell'inflazione» ha aggiunto due giorni fa Giulio Tremonti, chiamando in causa la Banca centrale europea, per spiegare le ragioni «tecniche» del tasso d'inflazione programmata all'1,7%. Certo, la Bce anche nell'ultimo «Bollettino» ha paventato i rischi di una spirale prezzi salari, ma non ha dato nessuna indicazione sul tasso programmato di inflazione. Ma Tremonti non demorde: a modo suo ha fornito anche una giustificazione «politica» di quell'1,7%, spiegando che «non stiamo parlando di inflazione, perché quello che sta succedendo si può chiamare in tutti i modi ma non inflazione: è un fenomeno straordinario che non ha nulla a che vedere con la dinamica domanda-offerta, si tratta di speculazione». E ha citato l'esempio del petrolio: «di colpo - ha detto - la speculazione si è mossa passando dalle perdite sul mercato finanziario a tentati guadagni sul mercato delle materie prime».
Poi, con una frase ad effetto ha concluso: «la speculazione è la peste sociale di questo secolo». Ma, dice lui, sinistra e sindacati di speculazione non parlano. Tremonti, invece, ne straparla, ma non fa nulla per cercare di convincere i grandi della terra a bloccarla. Magari con una tassa sui future che ogni giorno vedono scambi per un miliardo di barili di petrolio. Insomma, ne parla, ma poi sceglie la via più semplice: da uomo di «classe» vuol far pagare l'inflazione a chi non può esportare capitali all'estero perché campa del proprio lavoro.

(Galapagos)


3 luglio 2008

Il caro petrolio discusso a Gedda

 

La convergenza della crisi alimentare e del vertiginoso aumento del prezzo del greggio minaccia di destabilizzare alcune zone del mondo, trasformandosi in una questione di sicurezza nazionale. È con questa consapevolezza che oggi a Jedda, in Arabia saudita, si riuniranno per la prima volta per discutere delle cause dell'aumento del prezzo del barile e delle possibili soluzioni, 40 ministri dei paesi produttori e di quelli consumatori di petrolio, i rappresentanti di organizzazioni internazionali come l'Opec, l'Aie e il Forum europeo sull'energia internazionale, e i vertici delle principali compagnie petrolifere, a partire da Shell e Chevron.
Paesi come Cina, India, Pakistan, Malesia, Indonesia, Vietnam e Marocco non riescono a sostenere il continuo aumento del prezzo del petrolio, soprattutto in un momento in cui anche il costo degli alimenti di base come soia, mais e carne sono alle stelle. Che sia a rischio la stabilità sociale nei paesi economicamente fragili, che hanno finora fatto largo uso di sovvenzioni pubbliche sui carburanti ma ora devono tagliarle, lo si è visto dall'ondata di scioperi e proteste che negli ultimi mesi hanno attraversato più di trenta paesi in tutto il globo.
Le proteste per l'aumento del costo dei prodotti alimentari, che all'inizio di quest'anno è costato il posto al primo ministro haitiano, dimostrano che «l'insicurezza alimentare costituisce una minaccia alla pace e alla stabilità», come sottolinea il direttore esecutivo del Pam, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni unite. Ne è convinto anche il primo ministro di Singapore, secondo cui «le conseguenze dell'emergenza alimentare - tra cui l'aumento dei profughi per fame - rischia di sfociare in tensioni e conflitti tra diversi paesi» e lo stesso vale per il prezzo vertiginoso del greggio, che recentemente ha raggiunto i 140 dollari al barile , come dirà nel suo discorso il ministro dell'economia austriaco, Martin Bartenstein.
Alla viglia del summit di Jedda, l'Arabia saudita ha annunciato che aumenterà la produzione di petrolio del 2% a partire dal primo luglio, vale a dire estrarrà 200mila barili in più al giorno passando a 9.7 milioni barili quotidiani. Si tratta del più alto livello di estrazione in oltre 25 anni. Un' ulteriore fornitura di 500mila barili arriverà dalla compagnia statale Aramco. È possibile che entro la fine dell'anno Riad arrivi a produrre fino a 12.5 milioni di barili al giorno, secondo un programma che deve però ancora essere messo a punto.
L'Opec ha fatto sapere che anche altri paesi membri potrebbero decidere di seguire l'esempio del regno saudita. L'Iran però esclude di aumentare la produzione, prospettando uno scontro. E probabile in ogni caso che queste misure serviranno forse a contenere il prezzo del greggio entro i 140 dollari a barile, ma non allentare l'inflazione nei paesi in via di sviluppo.
Guarda di più al futuro il primo ministro inglese Gordon Brown, che non chiederà ai paesi dell'Opec di aumentare l'estrazione ma proporrà strumenti a lungo termine per affronatre la crisi. «Vado in Arabia saudita - ha spiegato Brown prima di partire - per vedere se possiamo ottenere un nuovo accordo tra paesi produttori e consumatori, che vedrebbe i produttori investire i ricavi ottenuti dall'aumento dei prezzi in progetti di energia rinnovabile in Occidente, e i consumatori come noi, con buone compagnie che dispongono di una buona tecnologia e di talenti, investire nei paesi produttori di petrolio in progetti di trivellazione e raffinazione». Per il premier francese Francois Fillon tra produttori e consumatori «serve un dialogo più efficace per evitare scosse violente alla variazione dei prezzi».
Al summit si parlerà anche del ruolo giocato dalle speculazioni nell'emergenza del caro-petrolio. Nella bozza di documento finale che domani verrà discussa, si parla infatti di «necessità di migliorare la trasparenza e la regolamentazione dei mercati finanziari». Un riferimento che gli Stati uniti non sembrano gradire: secondo il segretario all'energia americano Samuel Bodman, infatti, a pompare il costo del barile «è la scarsità di greggio e non gli speculatori finanziari». Bodman ha anche attaccato i sussidi che molti governi continuano a mantenere e che «contribuiscono a distorcere il mercato».
 
(Junko Terao)


3 luglio 2008

Acerra chiama Napoli

 

Il sole brucia, toglie l'aria e non aiuta ad affrontare i 18 km di marcia, da Acerra a Napoli. Tra i più giovani partono le sgomitate: «Un'idea così poteva venire solo a un prete». Ci ride sopra anche padre Alex Zanotelli, appiccicato, sudato come le altre centinaia di manifestanti e un ginocchio malandato che gli permette di avanzare solo per metà percorso. «Qui non si scherza, facciamo sul serio», rimbrotta al decimo km, dopo aver superato Casoria, Mario Avoletto, irriducibile dell'antagonismo partenopeo, membro attivo della Rete ambiente: «Abbiamo unito oggi le diverse realtà resistenti perché dobbiamo aprire una vertenza generale». E non sarà il termometro rosso a fermare i 700, compresi le associazioni, gli amici di Beppe Grillo, l'assise di Palazzo Marigliano, il Wwf e Legambiente, che hanno accettato di partecipare allo «scarpinetto». D'altra parte chi è venuto se l'è cercata. «Ma per i mille "sì" ad altrettante ipotesi ecocompatibili sullo smaltimento dei rifiuti - spiega Anna Fava di Palazzo Marigliano - ci sta bene anche la smazzata votiva. Considerato che questa notte non ho dormito mi pare di stare benissimo. No?». Facce infuocate a parte, sono state sei ore di tragitto, macinate metro per metro, fino al secondo concentramento a piazza Garibaldi per radunare il popolo cittadino, e via per altri tre chilometri con i nuovi arrivati.
Segno dei tempi se per ottenere una «grazia» si è passati dalla tradizionale camminata scalzi fino a Pompei al percorso dal termovalorizzatore più grande d'Europa a piazza Dante. «Sono i due simboli di un progetto scellerato - spiega serio Nicola Capone, a capo del coordinamento regionale - la capitale dell'indifferenziata Napoli e lo scandalo di un progetto assurdo, Acerra. Qui nascerà il primo di 4 inceneritori che dovrebbero bruciare 3 milioni di tonnellate l'anno. Con una differenziata al 30% se ne produrrebbero circa 1 milione e 800mila. E il resto?». E' fatto di motivazioni tecniche e soprattutto economiche, a cui si è aggiunta la proposta del coordinatore campano del Pd Tino Iannuzzi di estendere, con il decreto Berlusconi, a tutti gli impianti quei famosi «premi» per gli imprenditori, i Cp6, da miliardi di euro. «Figo vero? Loro si prendono i soldi e noi il cancro», dice una ragazza tra i 250 delegati delle popolazioni in lotta. Appena dietro Espedito Marletta, il sindaco di Acerra che 4 anni fa nella manifestazione in pieno agosto si beccò un po' di manganellate da parte del suo stesso stato e oggi annuncia iniziative legali contro i Cip6.
Ma a 24 ore dal via ufficiale alla discarica di Chiaiano, a pochi mesi dal completamento dei lavori per l'impianto brucia-immondizia, con un dl militarizzato, che il sottosegretario Bertolaso possa cedere alle richieste dei comitati sarebbe un miracolo. «Siamo decisi a costruire un boicottaggio - spiega Pietro Rinaldi del centro sociale Insurgentia - non è questione di militari, ma di efficacia delle nostre forme di ostruzionismo. Se stiamo seduti per terra, mani alzate e ci massacrano, significa che passeremo a bucare le ruote degli automezzi, o chissà». Quanto a determinazione, chi è riuscito ad arrivare a Piazza Dante dopo otto ore sotto il sole ne ha da vendere. Chiude Daniele Sepe: «Un tempo uno andava in galera perché voleva fare la lotta armata, oggi perché fa la differenziata».

Francesca Pilla


2 luglio 2008

Ciociole 18 (Il mondo visto da Crociuzzo e Addolorata)

Grammatica politica

Addolorata: "Ma che ha detto Napolitano al Csm ?"
Crociuzzo: " Che l'incostituzionalità del rinvio dei processi va segnalata nelle proposizioni secondarie, ma mai nella principale..."

Grembiuli

Addolorata (al figlio) : "Non dimenticare il grembiule...."
Crociuzzo (sempre al figlio) : " E la squadra, il compasso...il cappuccio..."


Puzze

Addolorata: "Il caso di Emanuela Orlandi puzza sempre di più..."
Crociuzzo: "Puzza de' pedis..."


2 luglio 2008

Odifreddure : la selezione

 

Odifreddi dice che non per ogni oggetto (o proprietà, o azione) c’è un nome (o un aggettivo o un verbo). Anzi, solo pochissimi oggetti, proprietà ed azioni ricevono attenzione e vengono battezzati con una parola. Gli altri vengono fatti rientrare nei primi con un processo di approssimazione che spesso diventa una semplificazione della complessità della realtà. Ma, conclude Odifreddi,  senza semplificazione non ci sarebbe né l’astrazione né il pensiero.



Campione d'Italia : riassume in sè tutte le caratteristiche del Bel Paese ?


Tale visione congetturale però potrebbe non essere l’unica.

Può anche essere che con il processo del nominare ci sia già, kantianamente, quella creazione di strumenti che consente di integrare la ricchezza degli individui nell’unità di un concetto.

Ed allora il nominare non è tanto un tentativo, quanto già un risultato maturo di un processo conoscitivo avviato.

Oppure che, platonicamente, dipenda dalla selezione degli oggetti il carattere efficacemente conoscitivo della semplificazione operata, per cui se si individuano degli esempi (dei campioni) è facile incorrere nell’errore (come mostrano i primi dialoghi di Platone), mentre se si accede alla visione dell’idea si è nella dimensione della verità.


2 luglio 2008

L'offensiva di Cremaschi

 

«Un sindacato che sia contropotere reale nella società». Sono cariche di aspettative le parole dell'intervento di Giorgio Cremaschi all'assemblea meridionale della Rete 28 aprile. Il segretario Fiom nazionale, leader dell'area per l'indipendenza e democrazia sindacale, ha inviato all'iniziativa di Napoli una relazione scritta, non potendo partecipare di persona a causa di problemi familiari. «Il Mezzogiorno ha tutto da perdere con il federalismo - prosegue ancora Cremaschi - con il fallimento delle privatizzazioni, del piccolo è bello e della legge 488 fonte di colossali ruberie a fronte di microscopiche iniziative occupazionali, per tutte queste ragioni diciamo no al documento Cgil, Cisl e Uil che apre al ridimensionamento del contratto nazionale». Uno scontro interno che si preannuncia molto aspro e che a breve porterà la Fiom a proclamare lo sciopero generale.
Uno scossone per una rivoluzione copernicana all'interno del sindacato, partendo dal Mezzogiorno. Questo in sintesi il parere comune degli economisti e sindacalisti intervenuti al convegno tenutosi ieri nella sala Gemito della Galleria Principe di Napoli. E' al Sud infatti che si intrecciano indissolubilmente i disastri del capitalismo all'italiana. «Il capitalismo da bestie da soma, che produce merci a mezzo di morti», per dirla con Emiliano Brancaccio, che insieme con l'altro economista napoletano Riccardo Realfonzo ha delineato un quadro dello sviluppo del Sud tanto sconfortante quanto reale. L'assemblea ha alzato un monito collettivo anche contro il pericolo della reintroduzione delle gabbie salariali, a 40 anni dalle lotte del 1968 che portarono all'abolizione di questo strumento. «La concertazione decentrata sappiamo a cosa porta - ha sottolineato Realfonzo - per la stagnazione non è vero che bisogna decentrare: ce lo dice la Storia. Dopo il periodo di decentramento dagli anni'60 agli '80, l'economia si riprese proprio grazie alla contrattazione centralizzata. Ora l'economia è stagnante non certo perché esiste il contratto centralizzato, ma perché esiste un capitalismo familiare e non ci sono investimenti provocando un blocco della produttività». Ancora più duro il commento dell'economista Brancaccio: «Con la frammentazione salariale la produttività non aumenta si riduce, si tratta di idee antimoderne e il fatto che le sostenga anche il segretario della Cgil Epifani non cambia la sostanza - spiega lo studioso dell'università del Sannio - so di fare una riflessione scomoda, ma ci troviamo ad un bivio. O il sindacato fa i conti con la circolazione dei capitali dando un'alternativa oppure i lavoratori avranno davanti soltanto un modello xenofobo e fascista. Se dall'altra parte c'è il silenzio, non potranno che scegliere quello».

(Ilaria Urbani)


2 luglio 2008

Israele pronta a bombardare l'Iran

 

Non è una barzelletta. Dopo venti giorni giorni di manovre militari al largo di Creta che hanno visto impegnati ben 100 cacciabombardieri israeliani per una missione di 1500 km, la stessa distanza tra basi israeliane e impianto nucleare iraniano di Natanz, il responsabile dell'Aiea, Agenzia per l'energia atomica dell'Onu, Mohammed El Baradei ha dichiarato: «Quel che vedo oggi per l'Iran è un grave e urgente pericolo. Se qualcuno lanciasse un attacco contro il paese, questo renderebbe impossibile proseguire il mio lavoro».
Siamo all'ultima sulle guerre sotto Bush? È immaginabile, ora che il presidente Usa sta per lasciare? Un fatto è certo. L'allarme viene dall'uomo che è più informato del livello reale della crisi, da sempre schierato per la trattativa e che non a caso ha ripetuto che un attacco militare contro l'Iran trasformerebbe la regione in una «palla di fuoco». Perché, mentre il dossier nucleare si è arricchito dello scontro sul gruppo che dovrebbe condurre i negoziati - il famoso 5+1 - gli sforzi diplomatici in realtà continuano e Javier Solana a Teheran ha aperto un dialogo sulla sospensione dei programmi di arricchimento. L'Ue vede con difficoltà le nuove sanzioni che gli Usa vogliono imporre a Tehran perché diventerebbero un embargo finanziario alle economie europee che hanno vantaggiosi contratti con l'Iran. El Baradei è l'uomo che ha ribadito come il nucleare iraniano sia civile e tale deve rimanere, e che per ora non c'è prova della dotazione di armi nucleari. Stesso contenuto della relazione dell'intelligence Usa che a dicembre 2007 rivelava come l'Iran non sia ancora in grado di avere un'arma atomica e come ogni programma in tal senso fosse stato abbandonato nel 2003, smentendo così clamorosamente Bush.
Per il governo di Tehran l'attacco è «impossibile». A ragionare, dovrebbe essere così. Perché nessuno può illudersi che possa concludersi in poche ore con quel «one shot», colpo solo, che ha avuto già l'assenso di Berlusconi nel suo discorso al Congresso Usa nel marzo 2006. Sarebbe certo l'incendio per terminare la guerra cominciata in Iraq da Bush che in modo scellerato ha già favorito l'Iran facendola diventare potenza regionale. E poi non sarebbe guerra tradizionale, un'invasione di centinaia di migliaia di armati, ma il «colpo» di decine di bombardieri ben riforniti in volo che vanno a segno e tornano. Dove? Vediamo solo rovine. Altri vedono una «soluzione, anche tra quei paesi arabi che antagonisti all'Iran come Egitto e Arabia saudita (che intraprendono programmi sul nucleare civile con l'Europa). Il peggio è che è già successo: nel 1981, quando i jet israeliani colpirono in Iraq il centro nucleare in costruzione a Osirak, e nel 2007 quando è stato centrato dai caccia di Tel Aviv un presunto sito nucleare in Siria con l'uso di nuovi sistemi di guerra elettronica capaci di accecare i radar. Anche stavolta a colpire direttamente sarebbe Israele, certo supportata dagli Stati uniti. La stessa Israele che ha, da stime internazionali, almeno duecento testate atomiche e gli stessi Usa che hanno stracciato il Trattato di non proliferazione.
Resta l'interrogativo delle elezioni statunitensi. Gli americani sono stanchi di guerra. Eppure l'Iran come «il pericolo più grande per gli Stati uniti» è ritornato perfino in campagna elettorale. E chiunque governerà alla fine erediterà i «nemici» e il budget militare di 500 miliardi di dollari stanziati da Bush per le guerre in corso, non solo in Iraq e Afghanistan. Noi comunque vediamo solo una «palla di fuoco».

(Tommaso Di Francesco)


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2 luglio 2008

La crisi alimentare nel Maghreb

 

L'Algeria rischia di entrare nella zona a «rischio fame» proprio nel momento in cui il boom del prezzo petrolifero ha enormemente arricchito le casse dello stato. I prezzi dei beni di prima necessità continuano ad aumentare nonostante i tentativi del governo di calmierarli, anche perché l'Algeria dipende per il fabbisogno alimentare dalle importazioni. La rendita del petrolio non ha favorito le classi più emarginate e nemmeno la classe media che si è andata impoverendo negli ultimi decenni, esiste uno scarto enorme tra i salari del settore privato e quelli del settore pubblico. A molti giovani - anche quelli che escono dalle università - che non hanno nessuna prospettiva per il futuro, non resta che raccogliere i soldi per tentare di attraversare il Mediterraneo con un mezzo di fortuna. Il punto di raccolta per la partenza di questi harraga (come vengono chiamati in Algeria gli aspiranti emigrati «clandestini») è Annaba, l'approdo è la Sardegna, anche se sanno benissimo che rischiano di essere rispediti a casa immediatamente. Tuttavia ci riproveranno, non rinunceranno al loro sogno, come mi ha spiegato un amico medico che li visita al loro ritorno ad Algeri per accertare le loro condizioni sanitarie.
Disoccupazione, corruzione, clientelismo, crisi alimentare sono i mali che stanno infiammando non solo l'Algeria ma tutto il Maghreb. Le rivolte sociali sono all'ordine del giorno, più degli attacchi terroristici.
Infatti le notizie di attentati non occupano più le aperture delle prime pagine dei giornali algerini. Anche se il terrorismo continua a colpire nonostante il processo di riconciliazione: quello residuale del Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento (Gspc) agisce in tono minore ma con quotidiani attacchi contro i militari mentre sporadici sono gli attentati dell'Aqim (al Qaida Maghreb) a volte circondati da notizie confuse e inquietanti. Anche le rivendicazioni (di al Qaeda) sono incontrollabili, a volte le notizie, come è successo qualche giorno fa, sono smentite dal Ministero della difesa e, per aver dato notizie ritenute infondate, due giornalisti algerini che lavorano per l'Afp e la Reuters, si sono visti ritirare il loro accredito dalle autorità. Il sistema algerino è più che mai opaco, come nei momenti più bui.
Perché i giornali algerini sono così cauti? Non sono più gli anni 90 quando la relativa libertà di stampa era un esempio per tutto il mondo arabo. Ora le pene contro la diffamazione sono dure. Quel che più colpisce, come è stato sottolineato da giornalisti nei giorni scorsi, è l'assenza dello stato. Sembra di assistere a una sorta di strategia della tensione. Che serve solo a destabilizzare. La popolazione sfiduciata dal governo non è più disposta a mobilitarsi contro il terrorismo, e gli islamisti non sono più in grado di capitalizzare il disagio sociale diffuso soprattutto tra i giovani (in Algeria il 51% della popolazione ha meno di 25 anni) quindi cercano di propagandare le proprie azioni, vere o false.
In tutto il Maghreb si assiste a esplosioni di rabbia incontenibili visto che finora le rivendicazioni popolari non hanno trovato risposta nei rispettivi governi. Non sembra esserci un coordinamento tra le varie proteste, anche se in Algeria esistono sindacati autonomi, non riconosciuti, ma molti attivi in tutti i campi, soprattutto nella scuola. Sono le condizioni di vita: mancanza di lavoro e prospettive per i giovani, mancata ripartizione delle risorse e corruzione a provocare le proteste. I motivi per le esplosioni di rabbia possono essere le più diverse: a Orano, a fine maggio, il detonatore è stata la retrocessione in serie B della squadra di calcio della più grande città dell'ovest algerino, il Mouloudia. Qualche giorno dopo a Redeyef nel sud della Tunisia, città ricca di fosfati, è stata la disoccupazione, l'aumento del costo della vita, la corruzione e il clientelismo. E poi a Sidi Ifni, nel sud del Marocco, un porto che si affaccia su un mare ricco di pesce, i giovani si sono ribellati per l'esclusione dalle liste per un posto di lavoro. Motivi diversi, ma alla base i problemi sono gli stessi a scatenare la rivolta, repressa allo stesso modo, a volte anche causando vittime.
«Quello che sta succedendo nel nostro paese è la rimessa in causa di un sistema che ha spossessato un popolo del proprio stato, privandolo del diritto alla cittadinanza. Le disillusioni sono amare e la rabbia a fior di pelle», scriveva il Quotidiano d'Orano. Mentre Amari su el Watan in un commento dal titolo «Popolo sordo, Stato muto» sottolineava: «Stranamente, il presidente della repubblica resta in silenzio, assente, muto, come se la situazione non lo riguardasse, lui che non si è rivolto al suo popolo da molto tempo», e non è da Bouteflika comportarsi così, essendo lui abituato ai bagni di folla. Ma il potere logora e il suo populismo non ha più l'appeal dei tempi passati. Però non a caso è ricomparso in pubblico lunedì 16 giugno allo stadio di Blida per consegnare la coppa alla Jsm la squadra di Bejaia (Kabilya) che ha vinto il campionato algerino.
Quell'Unione del Maghreb arabo, che i governi non sono mai riusciti a realizzare a causa delle divisioni storiche (compresa la questione irrisolta dal Sahara occidentale) o diffidenze più recenti, la stanno raggiungendo le proteste che non conoscono frontiere. Anche se la situazione dei vari paesi è diversa il carattere sociale della protesta è lo stesso. È passato mezzo secolo da quel 28 aprile del 1958 quando i leader politici nordafricani, Medhi Ben Barka per il Marocco, Omar Bossouf per l'Algeria e Tayeb M'hiri per la Tunisia, da Tangeri esprimevano la «volontà della maggioranza dei popoli arabi del Maghreb arabo a unire i loro destini».
L'aumento del prezzo del petrolio ha portato molti dollari nelle casse algerine (le riserve sono calcolate in 160 miliardi di dollari). Questo flusso di petrodollari ha permesso all'Algeria di accelerare il processo di modernizzazione e di classificarsi come terza potenza economica in Africa, dopo il Sudafrica e la Nigeria. Grandi investimenti nelle infrastrutture del paese (come l'autostrada est-ovest che collegherà Annaba con Orano) che impiegano però soprattutto tecnici e manodopera straniera, e sono i cinesi a fare la parte del leone. Ci sono poi tre megaprogetti siderurgici a Jijel e Orano e poi petrolchimica, desalinizzazione dell'acqua, produzione di alluminio e cementifici. E ancora il settore immobiliare (già in esplosione) e turistico, urbanizzazione che va ad erodere il territorio della fascia costiera la più fertile del paese. Infine la costruzione di un grande centro di ricerca universitaria che finalmente dovrebbe dare la possibilità ai docenti algerini di fare ricerca. Il centro dovrebbe accogliere ricercatori provenienti da tutta l'Africa, con un ritorno al passato quando l'Algeria era il paese di riferimento rispetto al continente africano. Un altro progetto che invece è stato un po' snobbato dall'Europa è quello della produzione di energia solare con un megapannello nel deserto che avrebbe potuto rappresentare una vera sfida al consumo di petrolio e per di più lanciato proprio da un paese produttore, ma evidentemente toccava troppi interessi. E si sa che sul prezzo del petrolio vi sono molti che speculano e solo una parte del ricavato entra nelle casse dei paesi produttori. Si tratta comunque di ingenti somme che non hanno avuto una ricaduta sociale e soprattutto non hanno migliorato le condizioni di vita degli strati meno abbienti della popolazione andando invece ad alimentare la corruzione e la burocrazia.Un nuovo allarme rischia di innescare una rivolta che ricorda quella del 1988, cosiddetta della semola, dove insieme al pane si chiedeva democrazia e giustizia. Aumentano infatti i prezzi dei beni di prima necessità e si comincia persino a temere la carenza di prodotti alimentari, l'Algeria sta entrando nella «zona rossa», a rischio. Un vecchio problema per l'Algeria che nella sua fase di «socialismo africano» aveva puntato tutto sull'industrializzazione del paese distruggendo l'agricoltura che invece rappresentava una risorsa strategicamente importante.
A drammatizzare la situazione ha contribuito quest'anno la siccità. La produzione cerealicola in alcune regioni dell'ovest algerino ha raggiunto i 4 quintali all'ettaro contro i 12 che si sarebbero ottenuti in condizioni normali. Una produttività comunque bassa rispetto ai paesi vicini e dovuta proprio alla politica agricola. Si tratta della produttività più bassa del bacino mediterraneo.
In Marocco la produzione è di 22 quintali per ettaro per il grano tenero e 16 per quello duro; in Tunisia la produzione media è di 50 q/ha, mentre in Francia può arrivare a 80/100. Nonostante gli investimenti in agricoltura non si sono visti risultati apprezzabili. Siamo ben lontani dall'utopia della rivoluzione agraria che tanto aveva mobilitato i giovani comunisti algerini dopo l'indipendenza.
Il fatto è che non si è mai voluto investire seriamente in un settore che oltre a impiegare manodopera avrebbe potuto garantire una sicurezza per l'Algeria. Che dipende dalle importazioni per il proprio fabbisogno alimentare. Nel 2003 la fattura per l'importazione di cibo era di 2,6 miliardi di dollari, nel 2007 la cifra è quasi raddoppiata aggirandosi sui 5 milioni di dollari. L'Algeria importa grano, latte, burro e altri prodotti agricoli (soprattutto da Francia, Usa e Canada). Quando era a capo del governo Ahmed Ghozali (1991-92) aveva in programma di arrivare a porre fine all'importazione di cereali, ma non ha potuto portare a termine il suo lavoro. Dovremo attendere una nuova «rivolta della semola» perché il governo algerino affronti seriamente il problema?

(Giuliana Sgrena)


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