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25 gennaio 2009

Antonio Sciotto : Cgil, si torna alla lotta

 

La Cgil è certamente davanti al suo momento più difficile, all'indomani di un accordo separato che nessuno avrebbe scommesso che si consumasse in meno di un'ora, con un solo incontro a Palazzo Chigi. Anche se la preparazione c'era stata, ovvio: mesi di contratti separati, dal commercio in poi, non potevano che sfociare in quest'ultima intesa. E di certo il governo, con i ministri Sacconi e Brunetta in primis, ha lavorato scientemente per una conclusione non «concertata», ma che desse al contrario l'immagine di un bel taglio netto, di un «efficientismo» che a tanti piace, come dimostra ad esempio la campagna populista contro i «fannulloni». Il sindacato si sta preparando a reagire nell'immediato, bruciato dalla rapidità di Confindustria e governo, e lo ha messo in evidenza la riunione del gruppo dirigente di ieri: si sono incontrati la segreteria confederale, tutti i segretari nazionali di categoria e quelli delle camere del lavoro metropolitane, ma non si è arrivati a una decisione precisa. Il percorso prevede la segreteria di lunedì prossimo, dopodomani, che a sua volta indirà un Direttivo per i prossimi giorni. Si è comunque stabilito che si decideranno pacchetti di ore di sciopero, assemblee con i lavoratori, il tutto verso la manifestazione del 4 aprile.
La discussione non è stata però concorde, e anzi in più punti è stata tesa: ci sono state varie perplessità, individuate all'inizio dallo stesso Epifani, rispetto all'opportunità di effettuare lo sciopero del prossimo 13 febbraio, già organizzato da metalmeccanici e pubblico impiego. Ma la Fiom e la Funzione pubblica, attraverso i segretari Gianni Rinaldini e Carlo Podda, hanno confermato la protesta. Nelle sue conclusioni, comunque Epifani ha spiegato che «per un alto senso di responsabilità, lo sciopero del 13 febbraio viene assunto nelle iniziative della Cgil».
Quanto alle soluzioni contro il patto separato, alle «ricette» per reagire, si dovrà aspettare dunque almeno la prossima settimana: la confederazione avrà il tempo di «digerire» e «carburare». In ogni caso, come si è compreso già dalla riunione di ieri, la manifestazione del 4 aprile annunciata qualche giorno fa da Epifani, per poter essere realmente efficace, dovrà essere abbondantemente preparata e sostenuta da altre proteste e scioperi.
Un'altra reazione efficace, anch'essa preannunciata dalla discussione tenuta ieri, potrebbe basarsi sul piano della vertenza locale, della contrattazione conflittuale, respingendo nei luoghi di lavoro e sui tavoli il pesante accordo siglato l'altroieri dalle imprese e dai concorrenti Cisl e Uil. Un po' come si è fatto con la legge 30. 



Epifani, nel suo intervento alle strutture, ha ribadito le critiche di contenuto all'accordo: il testo «non contiene innovazioni di fondo, riduce in maniera strutturale il livello salariale e la funzione del contratto nazionale, non garantendo nemmeno il recupero pieno del potere d'acquisto e non scommette su un vero allargamento del secondo livello di contrattazione». Inoltre, «determina condizioni di difficilissima gestione di tutte le vertenze che si apriranno e non definisce quel quadro condiviso in grado di dare alle imprese certezza effettiva delle regole e dello svolgimento dell'attività contrattuale». Ha poi concluso affermando che «un accordo sulle regole ha un valore se, come avvenuto con l'intesa del 23 luglio, sono i lavoratori con il loro voto a definire validità e pienezza democratica». Facendo capire che la Cgil ritiene necessario e chiede l'indizione di un referendum.
Anche Nicola Nicolosi, esponente dell'area «Lavoro e società», prefigura una stagione di conflittualità: «Riteniamo che il gioco sia andato troppo oltre e che si sia aperta una contraddizione nella applicabilità del contratto collettivo. Quando gli svantaggi superano i benefici, i lavoratori possono prendere le distanze e dichiarare che quegli accordi non li riguardano perché non iscritti ai sindacati stipulanti». «Con questo accordo - dice Gianni Rinaldini - viene programmata una ulteriore riduzione delle retribuzioni dei lavoratori». Rincara anche Podda: «L'accordo estingue di fatto il contratto nazionale collettivo, tanto che i lavoratori stanno dando vita a estemporanee proteste: per il pubblico, lega gli aumenti alla finanziaria e limita il diritto allo sciopero».
La presidente di Confindustria Emma Marcegaglia coglie da subito la difficoltà di andare a gestire i prossimi contratti senza la Cgil, e ieri è tornata a dichiarare che auspica «un ripensamento della Cgil», spiegando che «il tavolo rimane aperto»: «Se poi la Cgil non dovesse aderire - ha aggiunto - sono sicura che comunque manterrà coerenza di comportamenti e grande senso di responsabilità nelle trattative nelle fabbriche, nel suo lavoro di grande sindacato». Infine ha «giustificato» l'accelerazione della chiusura: «La trattativa era in corso da otto mesi. Si è deciso di chiudere dopo che al testo dell'accordo erano state aggiunte poche righe sul pubblico impiego e dopo che era chiaro che la Cgil non avrebbe aderito, se non in presenza di un documento completamente diverso su molti punti essenziali. Il governo è entrato in quanto datore di lavoro del pubblico impiego e non c'è stata nessuna forzatura».


24 gennaio 2009

Cesare Pavese : "Lavorare stanca" (parte terza)

Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest'uomo, che passa, non vede
le case tra le inutili luci,
non leva più gli occhi :
sente solo il selciato
che han fatto altri uomini dalle mani indurite
come sono le sue.



La condizione materiale ed esistenziale di chi fatica compromette anche quello che concezioni idealistiche considerano una proprietà immediata dello spirito umano : la relazione intersoggettiva.
L'uomo abbrutito dal lavoro e narcotizzato dall'oppio che gli addolcisce l'alienazione, non si accorge degli altri, ma si immerge solo nella stratificazione della fatica e del dolore altrui. Il percorso che fa, il selciato su cui cammina sono un Golgota collettivo.


24 gennaio 2009

Fabio Sebastiani : Cgil pronta alla mobilitazione per smontare l'accordo separato

 

«Un fatto di assoluta gravità. Giudicheranno i lavoratori». Il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani è tornato a dare un giudizio duro sull'accordo separato siglato da Cisl, Uil e Ugl l'altra sera a palazzo Chigi e, contemporaneamente, ha aperto la prospettiva del referendum e della mobilitazione. Intanto, lo sciopero generale di metalmeccanici e pubblico impiego è stasto assunto nel quadro delle iniziative di risposta da tutta l'organizzazione. Poi, si apriranno una serie di mobilitazioni a livello locale diluite nel tempo. Tutte le iniziative già previste nelle varie categorie, come nei pensionati, nei chimici e negli edili (che decideranno a giorni) assumeranno, infine, tutte il segno anti-accordo separato. L'occasione per stendere un primo piano di guerra è stata la riunione del gruppo dirigente dell'organizzazione sindacale, composto dai segretari generali territoriali e da quelli delle categorie. A questo punto la Cgil, che ha già programmato una manifestazione nazionale ai primi di aprile, si appresta a dare battaglia direttamente sulla gestione dell'accordo nei luoghi di lavoro e nei territori. Ma l'impegno più immediato è quello del referendum. Epifani ha concluso il suo intervento introduttivo dicendo: «Per la Cgil un accordo sulle regole ha un valore se, come avvenuto con l'intesa del 23 luglio, sono i lavoratori con il loro voto a definire validità e pienezza democratica». 




Per Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom, l'intesa rappresenta un «attacco ai salari e alla democrazia». «È un attacco ai salari, perchè il meccanismo previsto per gli aumenti retributivi, definiti nei Contratti nazionali di categoria, è concepito in modo tale che tali aumenti non consentano la protezione del potere d'acquisto delle retribuzioni rispetto alla crescita dell'inflazione. In pratica, con questo accordo viene programmata un'ulteriore riduzione delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti», specifica il leader della Fiom. «È un attacco alla democrazia, perchè fare un accordo separato sulla struttura stessa del sistema contrattuale, vuol dire aprire la strada agli accordi sindacali realizzati a prescindere dalla volontà dei lavoratori interessati, ovvero a prescindere dalla volontà dei lavoratori le cui condizioni di vita e di lavoro sono determinate da tali accordi», conclude. La Fiom, insieme alla Fp-Cgil, per il 13 febbraio ha già programmato lo sciopero generale con manifestazione a Roma.
Un no piuttosto deciso viene anche dal mondo del sindacalismo di base. La sinistra sindacale, compatta, rifiuta l'accordo separato. Nicola Nicolosi, leader dell'area Lavoro Società, parla di una mutazione genetica del sindacato, trasformato in un «organo consociativo di cogestione». «Cisl e Uil - aggiunge - hanno venduto l'anima per un piatto di lenticchie nella bilateralità e nelle attività di intermediazione di manodopera». La Rete 28 aprile, di cui è leader Giorgio Cremaschi, chiede invece lo sciopero generale perché «la rottura è senza precedenti». Segno negativo anche da parte del sindacalismo di base.
«Mentre si scaricano sui lavoratori sempre più pesantemente gli effetti della crisi, governo, padroni e sindacati collaborativi si accordano per ulteriori arretramenti», si legge in un comunicato della Cub (Confederazione unitaria di Base). «L'accordo quadro rappresenta un progetto autoritario e regressivo contro i diritti dei lavoratori e porta a compimento un percorso iniziato con la concertazione. I sindacati firmatari accettano il ruolo di agenti del mercato e delle imprese».
Più o meno dello stesso tono le critiche dei Cobas, che in un comunicato parlano di «ripercussioni negative sul potere di acquisto e di contrattazione dei lavoratori italiani, del pubblico e del privato».
Secondo l'Sdl, con questo accorddo si passa da una fase concertativa «ad una letteralmente collaborazionista» in cui «finisce in soffitta il contratto nazionale unico di categoria e l'idea stessa di rivendicare condizioni salariali almeno in linea con l'aumento del costo della vita». «L'intesa, poi, ritada di fatto il recupero salariale oggi fissato ogni 2 anni», conclude l'Sdl, «e gli incrementi salariali saranno basati su un indice di inflazione prevista molto più bassa di quella reale e depurati dalla dinamica dei prezzi dei beni energetici importati».
Dovrebbe essere il contratto dell'industria alimentare il banco di prova delle nuove regole sulla contrattazione collettiva. Per il contratto che riguarda circa 350.000 lavoratori e che scadrà il 31 maggio 2009 dovrà quindi essere presentata una piattaforma rivendicativa per aumenti salariali su base triennale. Ma il rischio, a causa dell'intesa non condivisa dalla Cgil, è che si presentino piattaforme separate. «È evidente - spiega il segretario generale degli alimentaristi della Cisl, Augusto Cianfoni - che noi dovremo applicare le nuove regole». La gran parte dei contratti nazionali principali comunque scadrà a fine anno e quindi le nuove regole andranno in vigore per la parte più consistente dei lavoratori solo nel 2010. Per i contratti scaduti prima dell'intesa di ieri e non ancora rinnovati (come ad esempio quello delle merci e logistica che coinvolge 500.000 lavoratori ed è scaduto ad agosto 2008) invece, anche in assenza ancora della definizione della piattaforma, sembra difficile ipotizzare l'applicazione dell'accordo. Il contratto triennale è invece già stato sperimentato nel sistema bancario (320.000 addetti, in scadenza a fine 2010).


24 gennaio 2009

Astrit Dakli : un milione di morti a est grazie alle riforme-shock

 

Un milione di morti. Questo potrebbe essere il terribile bilancio reale delle privatizzazioni accelerate imposte ad alcuni paesi dell'ex Unione sovietica negli anni '90, secondo uno studio dell'università di Oxford pubblicato ieri dalla più autorevole rivista medica internazionale, Lancet. La mostruosa cifra, una delle più alte che si possano direttamente associare a un deliberato atto politico, è la traduzione di quel 12,8 per cento di aumento della mortalità che gli analisti di Oxford hanno riscontrato nella dinamica demografica del decennio scorso nei paesi presi in esame: un aumento (quasi interamente fra i maschi in età lavorativa) che lo studio mostra essere strettamente legato, nel tempo e nello spazio, al parallelo aumento della disoccupazione provocato dall'applicazione forsennata delle politiche neoliberiste - e in particolare i programmi di privatizzazione di massa - dopo il crollo dei regimi «socialisti».
Nell'insieme dei paesi dell'Europa orientale e dell'ex Urss, fra il 1991 e il 1994 le privatizzazioni portarono a un aumento del 56 per cento nel numero dei disoccupati (e a quel 12,8 per cento di crescita della mortalità citato prima); ma all'interno del quadro complessivo cinque paesi conobbero in quegli anni uno shock particolarmente violento. Russia, Kazakhstan, Lituania, Lettonia ed Estonia ebbero aumenti di disoccupazione fino al 300 per cento, mentre nel resto della macroregione il contraccolpo delle privatizzazioni fu minore, per le diverse condizioni sociali e culturali presenti. 


O' puorc' 'mbriac'...


Il rapporto fra privatizzazioni accelerate e disoccupazione non ha bisogno di troppe spiegazioni: l'arrivo di privati - e con essi di una logica di profitto - alla guida di aziende in cui l'efficienza produttiva era da decenni subordinata all'utilità sociale, ha provocato quasi sempre il licenziamento di moltissimi lavoratori, in un contesto economico di crisi molto grave in cui trovare un nuovo impiego (soprattutto per persone non giovanissime) era praticamente impossibile. E il lavoro «a vita» in aziende di stato era in quei paesi, fino al '91-'92, una condizione esistenziale globale: con il lavoro si aveva la casa, l'assistenza sanitaria, le vacanze, un'immagine sociale: perdendo il lavoro, si perdeva tutto in un colpo. E in paesi dove il fumo, l'alcol e stili di vita imprudenti erano già pericolosamente diffusi tra la popolazione maschile, lo shock psicologico di questa perdita ha portato a un vero e proprio crollo fisico. Si aggiungano altri due effetti diretti (e contemporanei) delle politiche neoliberiste come il collasso delle strutture sanitarie gratuite e il vertiginoso aumento del prezzo dei farmaci, e gli ingredienti per l'avvio di quella che a tutti gli effetti è stata una strage di massa diventano chiari.
Meglio è andata, sottolinea lo studio dei professori David Stuckler e Lawrence King, in paesi magari più arretrati ma con una migliore rete di sostegno famigliare, come in Albania, o dove c'erano organizzazioni di difesa sociale più efficienti, come in Polonia o nella Repubblica Cèca, o ancora in alcune repubbliche asiatiche dove le privatizzazioni sono state introdotte in modo molto più graduale. Lì l'aumento di disoccupazione è stato molto minore, e non ci sono state variazioni nella mortalità - anzi in qualche caso questa è addirittura diminuita. Il che induce, secondo gli autori dello studio, a trarre delle importanti lezioni sul modo in cui i cambiamenti economici e sociali possono essere introdotti nei paesi dove questi sono ancora in corso, come in Cina, in India o altrove: le «terapie di shock» costano care in termini di vite umane.
Ma di quel milione di morti qualcuno dovrebbe ben portare la responsabilità: la scelta - in Russia, dove si è concentrato il disastro peggiore - di applicare in modo brutale, senza preparazione, senza esperimenti-pilota, senza nessun tipo di paracadute sociale possibile, le privatizzazioni dell'intero sistema produttivo è una scelta che non è venuta dal cielo come la pioggia. Ci sono uomini in carne ed ossa che questo hanno voluto e imposto: l'allora presidente Boris Eltsin, ovviamente, ma ancor più di lui che forse non era in grado di capire quel che stava succedendo sono stati gli «economisti» affascinati dal neoliberismo come Egor Gaidar o Anatoly Chubais (che tuttora ha una posizione di altissima responsabilità) a volerlo e a imporlo ad ogni costo, per non parlare della schiera di «consiglieri» occidentali come Jeffrey Sachs o Anders Aslund, tuttora prodighi di consigli rivolti ai governanti russi (o di critiche per il fatto di non applicare politiche abbastanza «di mercato»). E, naturalmente, non poca responsabilità dovrebbero prendersi i leader che allora tennero sotto l'ala Eltsin, a patto che non si fermasse «sulla strada delle riforme»: il democratico Bill Clinton prima di tutti.


23 gennaio 2009

Antonio Sciotto : contratti, è patto separato La Cgil non firma

 

L'accordo separato è arrivato alle otto e dieci di ieri sera, con una velocità impressionante: dopo un incontro durato poco più di un'ora, con una pausa di trenta minuti in mezzo. In un primo momento sembrava che governo, imprese e sindacati dovessero fare la nottata, perché l'intenzione dell'esecutivo, come delle imprese, Cisl, Uil e Ugl era di firmare appena possibile: invece tutto si è concluso entro l'ora di cena, e addio al Patto del luglio '93, sembra aprirsi davvero una nuova epoca. Senza la Cgil, il sindacato più rappresentativo, che ha deciso di non siglare il documento.
Il governo nel primo pomeriggio aveva incontrato imprese, sindacati e Regioni per esporre la sua proposta anti-crisi, un testo di tre pagine intitolato «Linee guida per la tutela attiva della disoccupazione». Poi, alle 18,30, l'incontro con le associazioni di impresa e i sindacati per discutere del modello contrattuale. Il governo si è dimostrato subito intenzionato a chiudere, se possibile entro la nottata: la proposta è arrivata dal sottosegretario Gianni Letta («se volete facciamo notte...»). Sia il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi che il segretario Cisl Raffaele Bonanni, subito dopo, hanno dichiarato in sincrono che «la crisi è un motivo in più per accelerare l'accordo». Insomma, il pressing è apparso fortissimo sin dall'inizio.
Il negoziato si è fermato una prima mezz'ora per trovare la quadra tra un nuovo documento presentato da Confindustria, e un testo proposto dal ministro Renato Brunetta: sono stati integrati per arrivare a un modello unico pubblico/privato. E' a questo punto che il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, ha dichiarato che «se il documento non è modificabile, non c'è l'accordo della Cgil». Ma la modifica auspicata non è mai arrivata, e tutti gli altri protagonisti al tavolo hanno detto sì. Da parte datoriale, c'è da segnalare la scelta manifestata da Abi, Ania, Lega cooperative, Cida e Confedir: hanno condiviso il testo con riserva, rinviando la propria firma ai prossimi giorni.



Ma voi v'immaginavate qualche anno fa l'Ugl a firmare questo po' po' di accordi ?

Per il ministro Sacconi «l'accordo sostituisce quello del 1993»: «Avremmo preferito l'adesione della Cgil ma era necessario, come hanno ritenuto tutti gli altri attori sociali, mettere un punto fermo nella lunghissima vicenda: era prevalente rispetto all'idea di soggiacere a una sorta di veto». Acido il ministro Brunetta: «Nessuno ha il diritto di veto. Anche i contratti del pubblico impiego li abbiamo fatti senza Cgil». Sull'altro fronte, Epifani spiega che «il governo ha firmato in direzione di un'intesa che sapeva non avrebbe trovato l'accordo della Cgil. Ci è stato presentato stasera, integrato con la parte relativa al pubblico impiego che non si conosceva. Era un prendere o lasciare e la Cgil non era d'accordo». «Non sono contento, il Paese ha bisogno di unità ma non si può chiedere coraggio a quelli che lo hanno avuto e hanno pagato i prezzi più grandi. Noi preferiamo mantenere una linea di rigore e serietà».
Adesso bisognerà capire le prossime mosse della Cgil. Intanto, il 13 febbraio c'è lo sciopero dei metalmeccanici e del pubblico impiego, poi c'è la manifestazione, annunciata l'altroieri, prevista da tutta la Cgil per il 4 aprile. Ma di fronte al fatto «storico» di ieri (tanti protagonisti, da una parte della barricata e dall'altra l'hanno definito in questo modo), il 4 aprile sembra lontano e sembra troppo poco.
Dal fronte della Fiom dichiara subito il segretario nazionale Giorgio Cremaschi, che è anche coordinatore della Rete 28 aprile: «È l'accordo della complicità per distruggere il contratto nazionale. A partire dal 13 febbraio con lo sciopero dei metalmeccanici a Roma lavoreremo per ribaltarlo in tutti i contratti, nei luoghi di lavoro».
Il testo prevede una sperimentazione per 4 anni, e prevede contratti di durata triennale (economica e normativa) sia per il pubblico che per il privato. Il contratto nazionale ne esce trasformato in versione «light»: avrà la sola funzione di «garantire la certezza dei trattamenti economici e normativi», ma non si fa alcun riferimento nè alla tenuta nè tantomeno al recupero del potere di acquisto dei salari. Punto a cui la Cgil teneva. Ci sarà un nuovo indice europeo per la misura dell'inflazione (l'Ipca), depurato però dei beni energetici (anche su questo la Cgil è sempre stata contraria). Il secondo livello, seppure citato, non è garantito, ripetendo di fatto su questo punto l'inefficacia del patto del '93. Viene poi imbrigliato il ruolo delle categorie nella negoziazione, e guadagna peso il livello interconfederale.
La frase finale dell'accordo parla da sola: «Le parti confermano che obiettivo dell'intesa è il rilancio della crescita economica, lo sviluppo occupazionale e l'aumento della produttività»: manca qualsiasi riferimento ai salari, alla loro tenuta e al loro aumento.
Quanto invece al testo approntato per far fronte alla crisi, le «linee guida» presentate dal governo a regioni e parti sociali contengono solo intenti: è vero che si prende atto dell'urgenza della situazione e del fatto che le azioni devono essere «tempestive e mirate», ma per ora non si quantifica nulla, nè si stanziano risorse definite. D'altra parte non si è ancora raggiunta un'intesa, soprattutto con le Regioni, che dovrebbero sborsare, nell'intenzione del governo, buona parte delle risorse destinate agli ammortizzatori sociali. La Cgil boccia il testo: «C'è delusione - commenta Epifani - Più il tempo passa, più i precari sono senza tutele. Se il governo non mette risorse aggiuntive, non si esce da questo problema». Inoltre, conclde il segretario della Cgil, «la social card si poteva fare in maniera meno umiliante».


23 gennaio 2009

Fabio Sebastiani : modello contrattuale, Cisl, Uil e Ugl firmano il testo del Governo. Epifani no

 

L'hanno chiamato "accordo-quadro per la riforma del modello contrattuale, valido sia per il settore privato che per quello pubblico". In realtà è il pezzo di carta che distruggerà il contratto nazionale. Cisl e Uil, e Ugl, come da copione, hanno firmato, mentre la Cgil ha opposto un secco "no". «Il livello nazionale di contrattazione non recupererà mai l'inflazione reale» e, con il testo finora elaborato, «non si allarga davvero il secondo livello», mentre la derogabilità «diventa un principio generale, la bilateralità si allarga a compiti impropri e crea una casta», ha tuonato Guglielmo Epifani uscendo da palazzo Chigi. Il segretario generale della Cgil non ha sbattutto la porta perché è un signore, ma le parole che ha usato sono state abbastanza eloquenti. Cisl e Uil, in pratica, hanno sottoscritto un provvedimento che non solo sarà difficile da gestire nei luoghi di lavoro ma che non porterà un euro nelle tasche dei lavoratori. «Il Governo - ha aggiunto Epifani - ha forzato per ottenere l'accordo». Un modo come un altro per sottolineare il carattere tutto politico dell'intesa. 



La Cisl basta che si siede a tavola...ehm... volevo dire al tavolo


Il testo prevede la durata triennale tanto per la parte economica quanto per quella normativa, assetto su due livelli e calcolo dell'incremento salariale in base ad un indice di inflazione previsionale, «in sostituzione del tasso di inflazione programmata». Il provvedimento, avrà «carattere sperimentale e per la durata di quattro anni», in sostituzione di quello vigente che risale al '93, ed ha l'obiettivo «della crescita fondata sull'aumento della produttività e l'incremento delle retribuzioni». Per il secondo livello di contrattazione è necessario «che vengano incrementate, rese strutturali, certe e facilmente accessibili tutte le misure volte ad incentivare in termini di riduzione di tasse e contributi, la contrattazione di secondo livello che collega incentivi economici al raggiungimento di obiettivi di produttività».
La Cgil è stata accusata di aver opposto una posizione «ideologica», ma quello che dice il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi ha davvero dell'incredibile e suona un po' come la "legge delle XII tavole". «Per la prima volta, nei fatti, si abbandona l'approccio conflittuale - afferma - che ha caratterizzato largamente il nostro modello di relazioni e si afferma un modello di tipo cooperativo. È una novità storica che interviene nel vivo di una grande crisi globale il cui superamento sarà agevolato dalla propensione che le parti manifestano nel condividere gli sforzi per crescere».
Il mondo sindacale è in subbuglio.
«L'accordo della complicità nella distruzione del contratto nazionale», sottolinea il segretario nazionale della Fiom Giorgio Cremaschi. «Lo contrasteremo ovunque, a partire dallo sciopero generale di metalmeccanici e pubblico impiego del 13 dicembre, in ogni vertenza contrattuale e in ogni luogo di lavoro».
Per Nicola Nicolosi, leader dell'area "Lavoro Società" in Cgil, «l'accordo separato sulle regole implica una risposta immediata di lotta». «Questo atto apre il conflitto sociale nel paese - aggiunge Nicolosi - e quando le regole vengono scritte contro l'organizzazione sindacale più grande del paese a quel punto tutte le regole sono mese in discussione». Nicolosi imputa la responsabilità di questa conflittualità sociale «oltre che al Governo e a Confidntria, anche a Cisl e Uil».
Nel tavolo sulla crisi, collegato a quello sulla riforma dei modelli contrattuali, l'esecutivo si è presentato a mani vuote affidando tutto il peso alle Regioni e fidando su contratti di solidarietà e settimana corta. L'unica novità, peraltro tardiva, è che il prossimo mercoledì ci sarà il confronto sul settore automobilistico.
Le proposte partorite dall'esecutivo si articolano in sette diversi punti: il primo riguarda la «devoluzione alle Regioni e alle parti sociali del territorio della funzione di valutazione e negoziazione, in un quadro che rifiuta pericolosi automatismi, delle richieste di protezione per lavoratori ritenuti in esubero congiunturale o strutturale». Il secondo capitolo individua invece una serie di possibili strumenti da utilizzare: «contratti di solidarietà, cassa integrazione a rotazione e/o ad orario ridotto, settimana corta». Al terzo punto, il governo mette la necessità di coniugare integrazione del reddito, servizi di accompagnamento al lavoro e attività di apprendimento, mentre al quarto, spunta l'estensione potenziale, senza automatismi, a tutti i lavoratori subordinati delle forme di integrazione del reddito. Tutela attiva dei collaboratori a monocommittenza e degli inoccupati con servizi all'impiego e formazione; trattamenti economici progressivamente calanti in modo da stimolare comportamenti attivi e responsabili ed effettività delle sanzioni applicate a coloro che rifiutano un offerta «congrua» di lavoro o di formazione sono gli ultimi tre capitoli.
Critiche aspre all'accordo separato sono venute dal Prc.
«Si è compiuto il disegno del centrodestra e di Confindustria di spaccare l'unità sindacale», ha detto il segretario del Prc Paolo Ferrero. «E' la logica che già nel 2002 praticò Berlusconi», ha osservato il leader di Rifondazione comunista. «E' gravissimo che Cisl e Uil si siano prestate a questo gioco la cui risultante sarà l'ulteriore riduzione dei salari reali, cioè l'esatto contrario di quello che andrebbe fatto per contrastare la crisi». «Adesso si trata di organizzare l'oposizione a questo sciagurato accordo. E noi diamo sin da ora il massimo di appoggio e di disponbilità alla Cgil e al sindacalismo di base per organizzare l'opposizione e farlo saltare nei fatti, come si fece nel 2002», continua Ferrero. «Vogliamo sperare che anche il patito democratico - conclude - si pronunci nettamente contro questo accordo separato».


22 gennaio 2009

La decrescita felice

 

Ma cosa sono due punti di Pil in meno....ma chi li ha visti mai...dico..chi li ha visti mai...perchè noi usiamo il falso in bilancio...


22 gennaio 2009

Qualche pensiero sul caso Battisti

Non mi piace il clima forcaiolo che si sta scatenando sul caso Battisti. Non sono un garantista a tutto tondo, ma come al solito la superficialità bipartisan mi fa un po' schifo. Anche un blogger amico a mio parere ha peccato di faciloneria. I punti su cui si fonda questo mio atteggiamento sono i seguenti :
1) Battisti si professa innocente.
2) Le perplessità di altre nazioni si basano sul processo fattogli in contumacia e nel complesso sulla legislazione d'emergenza contro il terrorismo
3) Spesso non si sottolinea il fatto che Battisti non ha partecipato materialmente all'omicidio del gioielliere Torreggiani e che l'accusa a Battisti proviene da un pentito che attribuendogli molte responsabilità ha avuto una riduzione di pena. Personalmente distinguo questi casi dai pentiti di mafia i quali come hanno ragioni per accusare ne hanno di ben più consistenti per non parlare affatto.
4) Sul fatto che poi Battisti non avrebbe qui niente da temere non ne sarei tanto sicuro

 


22 gennaio 2009

Al limite tra economia e politica : Emiliano Brancaccio e l'esigenza del conflitto sociale

Emiliano Brancaccio in questo articolo afferma che senza conflitto da parte dei lavoratori organizzati dalla crisi economica si esce a destra.
Egli dice : "Da un secolo e mezzo ad oggi, questa è la prima crisi del capitalismo che esplode nel pressoché totale silenzio politico del lavoro e nell’assenza del conflitto di classe di cui un tempo le organizzazioni operaie si facevano portatrici. Nelle epoche passate lo scontro di classe suscitato dal movimento operaio agiva profondamente sul corso degli eventi storici, ed interveniva in modo più o meno diretto su quelle fondamentali emergenze rappresentate dalle crisi economiche. Non solo la minaccia sovietica ma la stessa morsa dei fascismi costituivano gli estremi riflessi del protagonismo politico del lavoro e delle istanze di emancipazione di cui esso si faceva portatore, soprattutto nei momenti di crisi."
L'importante però è tenere fermo il fatto che la morsa dei fascismi era la catastrofica uscita a destra. Per cui non solo è necessario scendere in campo, ma anche azzeccare le mosse giuste. Negli anni Trenta questo non fu fatto, presumo : i Partiti di sinistra in Germania furono distrutti; in Urss le contraddizioni di una rivoluzione contro il "Capitale" avevano una valenza sempre più distruttiva; nel 1936 la guerra civile consegnò la Spagna ad una notte che sarebbe durata quasi quarant'anni , l'Italia varava la sua disastrosa politica coloniale alla ricerca di un posto al sole.
Il silenzio dei lavoratori è preoccupante, ma segna anche una consapevolezza : quella di un'insufficienza della politica così come era stata elaborata nei decenni scorsi e la difficoltà di una nuova strategia. Il limite su cui Brancaccio, da economista, si ferma sembra essere un limite verso il nulla, verso un vuoto che, come negli anni Trenta, può essere colmato da qualsiasi cosa.
La ragione forse si trova implicita e non voluta in quest'altro passo dell'articolo di Brancaccio : "
Grazie anche al pungolo del conflitto di classe, in passato gli apparati statali proteggevano il capitale non solo dai nemici esterni ma anche da queste sue stesse dinamiche interne. Lo stato cercava cioè di agire secondo quella logica d’insieme che sfuggiva ai singoli capitali ma che guarda caso si rendeva indispensabile per garantire la loro continua riproduzione "
Anche allora però non fu possibile alla classe lavoratrice rappresentare esplicitamente e consapevolmente quel punto di vista della razionalità collettiva che avrebbe scongiurato i tragici eventi che sarebbero seguiti. Ed è questo ancora il problema politico fondamentale che ci sta davanti 



Verso la fine Brancaccio si domanda : "nessuno sembra scandalizzarsi del fatto che pezzi fondamentali del capitale finanziario e industriale stiano passando da mani private a mani pubbliche. Dall’altro lato, però, non c’è stato fino ad oggi il minimo ripensamento rispetto alla totale soggezione alle leggi del mercato nella quale versa la gran parte dei lavoratori subordinati. Possiamo definirlo un liberismo asimmetrico, che al limite potrebbe condurci al paradosso di un capitale in gran parte nelle mani dello Stato e di un quadro di tutele normative e contrattuali del lavoro che invece rimane del tutto evanescente. Siamo insomma di fronte alla prospettiva di un nuovo regime, definibile di “statalismo liberista”?
Io mi domando : ma fascismi e dittature di destra (con tutte le differenze e le varianti interne) non costituiscono sistemi in cui si cerca di realizzare proprio questa asimmetria ?


21 gennaio 2009

Lo Stato di chi ?

Mi fanno ridere quelli come Giavazzi e Alesina quando affermano che la recessione non è colpa del libero mercato, ma dell'intervento dello Stato, quasi che ci siano ancora qui e lì tracce di socialismo reale. Ma di quale Stato stiamo parlando ? Sempre dello Stato del Capitale.
Per smontare la loro intentio secunda basta citare questa frase di Alan Greenspan :
"La protezione dei diritti di proprietà, colonna portante di ogni economia di mercato, richiede un sostegno politico generalizzato possibile solo se i cittadini diventano in larga maggioranza padroni"
L'intenzione di rendere il dominio del Capitale benvoluto dai proletari sarebbe dunque alla radice della crisi. Perchè si possa separare tale ideologia politica dal mercato si dovrebbe sostenere la possibilità e anche la necessità di far funzionare il mercato (con tutte le sue cicliche conseguenze) senza nemmeno cercare il consenso del proletariato che viene qua e là sballottato dal ciclo economico. Ma tale atteggiamento, al di fuori di qualche libro di Rothbard o di qualche frase di Hayek e Friedman, non trova dimora nella realtà. L'atteggiamento di Greenspan, nella sua ruffianeria, è più pragmatico e realistico. Eppure, come si è visto, non è bastato.
 


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