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21 gennaio 2009

Il pudore di Gnègnè....

Gnègnè è filosionista e se non lo fosse deve esserlo, perchè ognuno di noi, ovunque vada, deve tornare a casa.
Fatta questa premessa egli cerca di essere filosionista con stile, in conformità al nick che esibisce. Di fronte alla guerra scatenata da Israele contro la striscia di Gaza, egli ha appuntato la sua attenzione non sugli eventi di quei luoghi, ma sulle cose dette su quegli eventi.
In un primo momento il tema era "1000 morti son parecchi ? Un genocidio ? Una strage ?" e giù lazzi e boh, ariboh ed embè su tutti i blogger che si azzardavano a definire i 1000 morti di cui sopra. In un raro momento di dialogo abbiamo convenuto sul fatto che definire i 1000 morti era forse un esercizio sterile. Ne sono rimasto commosso (io mi commuovo per un nonnulla) e ho pensato che forse era possibile non mandarci sempre a cagare reciprocamente (e spero che questo post non sia una violazione della tregua).
Ma poi ho visto un suo nuovo post dal titolo "Commuoversi sui bambini morti" ed ho pensato che non potessi esimermi dal commentarlo. Volevo inizialmente rimproverarlo che anche stavolta, invece di parlare di questioni sostanziali, si era limitato a criticare il modo con cui un evento viene descritto, ma poi ho capito che questo era del tutto coerente con a sua impostazione culturale e con la sua al momento innocua cattiveria. Da un lato Gnègnè ha ragione nel supporre che parlare dei fatti presuppone un approfondimento che nessun blogger può forse esibire, per cui è meglio parlare di come i blogger si avventurano a parlare dei fatti e prenderli alla berlina (come fece la servetta tracia nei confronti di Talete caduto nel pozzo) quando smarronano.
D’altro lato questa limitazione consente a Gnègnè di accanirsi con violenza su tutti i suoi interlocutori, perché tanto la blogosfera è come il Valhalla, oggi sei morto domani risorgi e combattiamo per l’eternità, quindi ti posso trattare da stronzo quanto mi pare e piace. A me che sono un tipo sensibile (esibisco infatti bambini morti sui maglioni e ne ho a casa una rassegna sotto spirito) la cosa sta un po’ sul cazzo, ma non si può pretendere tutto.
Tuttavia nel post di Gnègnè c’è qualcosa che eccede la logica del
ionondiconienteseituchedicicazzate
Egli si espone a dire una cosa in cui crede e cioè : "
Il dolore, quello vero, quello realmente umano, è pudico. Quel che ha bisogno di esprimersi, quello che indossa gli abiti di scena e si mette in posa per invitare gli applausi, non è dolore: è sensiblerie, sentimentalismo, impostura".


Gnègnè, scusami se sono un poco sentimentalistico....



E no, caro Gnègnè, da un tipo liberalembèbohariboh come te questa caduta di stile non me la sarei aspettata : e le prefiche, la signora che nel film “L’oro di Napoli” in casa di una defunta mormora piangente e leziosa “una chèsa distrutta…una chèsa distrutta…” o lo stesso marito (interpretato da Paolo Stoppa) che finge di buttarsi da basso per essere compatito, questi non hanno un dolore realmente umano ? Il fatto è che il dolore è quello che è e i modi di esprimerlo sono diversi e spesso giustamente tesi a compensarlo o a diminuirne la portata e gli effetti. E nel caso che esamini il fatto che dal dolore qualcuno voglia derivarne qualche rendita non è la cosa più importante (se non qui da un punto di vista filoisraeliano), anzi è l’ultima delle sciocchezze.
Il fatto essenziale è che muoiono dei bambini e bisogna provare a pensare e fare qualcosa perchè questo non capiti più o almeno non capiti più tanto spesso. E l’autocompiacimento è una sorta di piccolo obolo che diamo volentieri a coloro che gridando sguaiatamente ci ricordano che lontano nello spazio ci sono dei bombardamenti dove muoiono dei bambini. Perché in realtà quando ci commuoviamo noi forse faremo un piccolo atto (qualche euro su un conto corrente, un voto per chi sembra darsi più da fare, una passeggiata ad una manifestazione in sostegno o contro), ma non è detto che se il pudore ci mortifica l’esibizione si diventa migliori, più consapevoli e fattivi. E’ probabile invece che a noi di questi bambini non freghi proprio più un cazzo. Chi muore tace, chi vive si dà pace.
Meglio battere la grancassa: poi, nel rumore, possiamo discutere quale sia il da farsi e allora possiamo congedarci da chi ecceda nella rappresentazione del dolore e dire “Vabbuò, mo’ ci hai rotto i coglioni…”
Cosa che possiamo cominciare a fare con tutti i parenti dei defunti e le elite politiche di un paese che bombarda ed invade senza essere mai sanzionato, proprio perchè si è creata un'industria della commozione e del senso di colpa che intimidisce e censura tutti quelli che contingentemente si trovano a non essere d'accordo con loro.


 


20 gennaio 2009

Marco D'Eramo : a sinistra di Obama

 

In un grigio primo pomeriggio, il vento soffia freddo sulla 16° strada che sbocca a sud nei giardini della Casa bianca, in Pennsylvania avenue. In quest'ampia via, quasi di fronte al palazzo del Washington Post, ha sede l'Institute for Policy Studies (Ips), uno dei più importanti centri studi (think tanks, «serbatoi di pensieri») della sinistra americana. Nella saletta riunioni con John Feffer, condirettore per la politica estera, e Marcus Raskin, cofondatore dell'Istituto, parliamo dell'avvio della nuova amministrazione.
La prima domanda è sulla nomina di Hillary Clinton a ministra degli esteri (segretaria di stato): lo sport più in voga a Washington è scavare nei retroscena di questa nomina e capire come mai Hillary ha accettato.
RASKIN: Che altro poteva fare? Ha capito che non potrà mai più essere presidente. Almeno così ha l'occasione di dare una sua impronta alla politica mondiale nei prossimi anni. E se fa un buon lavoro può persino essere candidata alla vicepresidenza nel 2012. Personalmente pensavo che lei volesse diventare giudice alla Corte suprema, ma la giurisprudenza l'annoia.
FEFFER: Barack Obama ha calcolato il proprio futuro politico. Se si vuole ripresentare fra quattro anni, deve fare i conti con i Clinton. Il suo obiettivo primario è far sì che Hillary non sia tanto scontenta da costituire una minaccia per lui. È anche nel carattere di Obama di unire il partito. E Hillary, se le gira, può dividere il partito democratico più di ogni altro. Obama doveva offrirle un posto abbastanza appetitoso da indurla a cedere il proprio insediamento sul territorio. Certo ci sarà un problema con Joe Biden che è stato scelto come vicepresidente proprio per la sua competenza in politica estera. E poi incombe anche Bill Clinton che - non c'è dubbio - sarà assai ingombrante. 



Obama si è circondato di clintoniani, ha nominato Hillary segretaria di stato e di fatto ha lasciato entrare Bill: insomma, non è ostaggio dei Clinton?
FEFFER: Devi fare compromessi se non vuoi spezzare il partito. I Clinton sono stati al potere per otto anni e il partito democratico non aveva avuto una simile esperienza di governo dagli anni '60. Non c'è altro a disposizione che la generazione Clinton. Della generazione più giovane, più radicale, ci sarà solo uno spruzzo nell'amministrazione Obama. Pensa alla politica estera. La scelta di Hillary è stata determinata in primo luogo da ragioni di politica interna al partito. Ma una seconda ragione per cui non è stato scelto John Kerry è che, se lui fosse diventato segretario di stato, automaticamente presidente della commissione esteri del Senato sarebbe diventato il nostro amico Russ Feingold, senatore del Wisconsin, che è troppo radicale, la pensa quasi come noi, e quindi bisognava trovare il modo di escluderlo da questa posizione. Vedi come ogni scelta si porta dietro altre scelte.
RASKIN: Bisogna tenere conto dei vari strati della politica. Non c'è solo il massimo livello. Qui parliamo non di una decina, ma di 5-8.000 posizioni che cambieranno di mano. Sono un sacco di posti. Quale politica sarà davvero attuata e messa in pratica dipende da tutta questa massa di persone ed è al loro livello che bisognerà misurare l'influenza della sinistra sulla nuova amministrazione. Ecco perché è una fase politica interessantissima da osservare, magari non quanto Berlusconi, ma lo stesso appassionante. E poi, al vertice, bisogna guardare più da vicino: prendi l'uomo più potente della nuova amministrazione, il capo dello staff della Casa bianca. Rahm Emmanuel è amicissimo dei Clinton, ma viene da Chicago, dove vige una peculiare concezione di cosa è il potere in politica. Subito dopo la sua nomina, suo padre Benjamin ha rilasciato un'intervista a un giornale israeliano (Ma'ariv) in cui diceva: «Certo che mio figlio influenzerà il presidente in senso pro-israeliano. Perché non dovrebbe? Non è mica un arabo, non sta andando alla Casa bianca per lavare i pavimenti». La comunità araba-americana insorge e subito Obama impone a Emmanuel di scusarsi pubblicamente. Lo fa per chiarire che la politica estera la decide lui e solo lui.

Tutti dicono che Obama deve fare qualcosa e rapidamente, visto le attese che ha suscitato.
FEFFER: Certo, e per ciò deve disporre di persone che sanno come operare nel sistema e conseguire gli obiettivi. A questo livello le politiche sono relativamente irrilevanti. È la ragione per cui ha confermato al Pentagono Robert Gates (ministro uscente dell'amministrazione Bush), non perché è d'accordo su tutto. Prima della nomina, Gates ha tenuto un discorso di appoggio alla nuova generazione di armi atomiche, ben sapendo che Obama è in totale disaccordo. Cioè, Gates, sapendo di essere candidato alla difesa, quasi deliberatamente ha tenuto questo discorso, come per dire: accetto il ministero, ma alle mie condizioni.
C'erano altri candidati con altrettanta esperienza militare e più consoni con Obama: per esempio, l'ex generale Eric K. Shinseki (scelto poi come ministro per i veterani, ndr). Se si è preso Gates, è sempre per la stessa ragione, perché ha bisogno che le decisioni vengano attuate e non ostacolate. Ricorda l'errore commesso all'inizio da Clinton, quando cercò d'imporre ai militari di riconoscere i gay. Il suo errore non fu di agire, ma di non reagire quando i generali si opposero: lì capirono che a loro bastava puntare i piedi, capirono che era debole. Obama non ha esperienza militare, e perciò deve chiarire subito chi comanda: deve avere qualcuno che gli copre le spalle di fronte ai generali, qualcuno capace di costruire un'alleanza tattica con i repubblicani moderati sui tagli alle spese militari. Il Pentagono sta già spingendo per ottenere un aumento delle spese militari di 400 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. Nel frattempo il Homeland Security & Defense Business Council, uno dei collegamenti tra il Pentagono e l'industria bellica, ha pubblicato un rapporto in cui si dice che le spese militari vanno non scorciate qua e là, ma decurtate di brutto, e questo da un punto di vista puramente di business, non di geopolitica. Alla fine si avrà un compromesso con tagli qua e aumenti di spesa là, e un risultato totale più o meno uguale.

Ma Obama si è impegnato a restaurare il potere e l'influenza americana nel mondo. Non sembra un proclama pacifista.
FEFFER: Se vuole aumentare gli effettivi dell'esercito, procedere all'escalation in Afghanistan, Obama dovrà trovare qualcosa da tagliare nella spesa militare. Ha promesso modernizzazione, quindi dovrà procedere a solo tagli mirati sui nuovi armamenti, come il nuovo supercaccia F-35 Lightning. Né potrà tagliare sulle basi militari in patria, perché su di esse si regge l'economia di intere regioni, in particolar e nel sud. Dove potrà tagliare in modo deciso sarà sulle basi militari all'estero, in Germania, Giappone, Italia, persino in Corea del Sud. Se così, sarà un segno - magari imposto e non voluto, ma importantissimo - di ridimensionamento del progetto imperiale.
RASKIN: Obama vuole rafforzare l'esercito di 97.000 unità ma il problema è dove troverà i soldi per farlo. Perché lui è già in debito con Ted Kennedy che lo ha appoggiato da subito e che prima di morire vuole vedere approvata la riforma sanitaria che perciò sarà sul tappeto fin da gennaio. Ma se vuole più truppe in Afghanistan, la riforma sanitaria e gli investimenti nei lavori pubblici, non può farlo senza un sostanziale aumento delle tasse.

Nella politica americana però aumentare le tasse è una bestemmia che si paga con la sconfitta elettorale. E i responsabili che Obama si è scelto per l'economia non sono certo campioni di anticonformismo.
RASKIN: La crisi è un'opportunità da non sprecare. Quando le ricette tradizionali falliscono, quando i luoghi comuni si mostrano falsi, c'è un'opportunità per fare qualcosa di nuovo.
FEFFER: Il baricentro si è spostato. Paladini del liberismo sostengono oggi l'azione statale, conservatori prendono posizioni progressiste vicine alle nostre: Paul Volcker (ex governatore della Federal reserve, ndr) si è spostato dalla destra al centro. È cambiato il contesto ambientale. Oggi tutti riconoscono l'importanza dell'intervento pubblico. In discussione è solo la dimensione, la forma di questo interrvento. Da questo punto di vista Obama è vicino alle posizioni europee, che non sono straordinarie ma sempre meglio di quelle di Bush. Quando ci sarà un nuovo G20 ad aprile, ci sarà un'atmosfera completamente diversa.

Ma quale pressione può esercitare il fronte progressista su Obama? E come?
FEFFER: Intanto ci sono centinaia di migliaia di persone a sinistra che hanno speso mesi e mesi a cercar di farlo eleggere e ora sono sfinite. Quanto ai movimenti, ancora non sono pronti per uno scontro. Obama è stato assai discreto sui suoi obiettivi. È stato più esplicito sul riscaldamento globale: i gruppi ambientalisti sono stati molto soddisfatti del suo impegno a ridurre le emissioni di anidride carbonica: se mantiene le promesse, la posizione Usa diventerà migliore di quella europea. Quindi i verdi sono contenti e non sentono l'urgenza di spingere a sinistra Obama. E loro sono essenziali per qualunque pressing. Lo stesso vale naturalmente per i neri e per altre persone di colore che saranno assai riluttanti a esercitare una pressione forte su Obama: gli daranno il beneficio del dubbio. E poi c'è il sindacato che è una forza declinante nella nostra politica e può avere un impatto su temi specifici: vedremo come andrà sui due accordi di libero commercio, quello con la Colombia e quello con la Corea del Sud.
Ma il problema è che non ci sarà più un'amministrazione Bush a tenere insieme tutti quanti, a cementare una coalizione. La nuova amministrazione disferà questa coalizione, non perché lo vorrà - non siamo un bersaglio così importante - ma perché una parte sarà paga, un'altra riluttante e una terza attenta solo ai suoi interessi specifici. Sarà arduo mobilitare la gente. Già adesso il movimento pacifista sta cercando di capire cosa fare, si chiede: «e adesso»? Credo che il nodo centrale dovrà essere la spesa militare, per unire politica estera e politica interna, il portafoglio della gente e la pace. Ma opporsi all'escalation in Afghanistan sarà difficile.

Insomma, la sinistra è inerme, i verdi sono già contenti, i neri non si muoveranno neanche a cannonate, i sindacati sono preoccupati solo dalla loro cucina; e non c'è più un Bush a tenere insieme la coalizione progressista...
RASKIN: Non sono così pessimista. Ricorda la storia. Pensiamo al 1959-60: in quel momento i bianchi si sentivano abbastanza tranquilli rispetto ai neri e l'establishment si sentiva al sicuro da ogni contestazione. Quando Kennedy si candidò non si vedeva all'orizzonte un movimento in grado di premere sulla classe politica. Eppure bastarono quattro ragazzini di Greensboro (North Carolina) che nel febbraio 1960 andarono a sedersi in una tavola segregata della mensa del college (solo i bianchi potevano sedervisi, mentre gli studenti neri dovevano mangiare in piedi, ndr.), perché il movimento dei diritti civili crescesse a valanga. Oggi noi non sappiamo quel che succederà, ma è assai probabile che Obama si trovi come Kennedy quando fu eletto: seduto su un terremoto ancora impercettibile.
FEFFER: Un altro modo per premere da sinistra è l'influenza intellettuale. Oggi sono all'ordine del giorno tematiche che noi abbiamo proposto per anni ma non avevano mai avuto diritto di cittadinanza nel dibattito politico ufficiale. Adesso altri le fanno proprie, anche se non ci citano. Magari non sarà gente di sinistra ad attuare misure di sinistra, ma l'importante è che i nostri temi siano ora all'ordine del giorno. Per noi dell'Institute for Policy Studies è un'occasione irripetibile: potremo diventare nella nuova fase quello che è stato l'American Enterprise Institute (il più importante think thank conservatore) per il potere repubblicano. Sarà compito nostro nutrire di idee questa fase politica.


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20 gennaio 2009

Obamarama

Barack Obama vincendo le elezioni mi ha già smentito una volta. Spero lo faccia di nuovo, in quanto ritengo che il fatto rivoluzionario che lo riguarda sia il fatto che è stato eletto (un nero alla Casa Bianca), non quello che farà una volta insediatosi (proprio perchè i neri sono uguali a tutti gli altri). 




Lo aspetterebbe un compito storico, quello, spesso abbozzato da analisti di matrice democratica, di ridimensionare l'estensione dell'influenza americana, coinvolgendo altre potenze politico-economiche (Europa, Giappone, Cina, India, Brasile) in una sorta di partnership che faccia da premessa ad un multipolarismo che getti le basi per un funzionamento vero delle istituzioni sovranazionali. Tale ridimensionamento andrebbe di pari passo con una maggiore attenzione per i forti problemi esistenti negli Usa di redistribuzione della ricchezza e di tutela dei diritti sociali.
Riuscirà nel duplice intento ? La mia risposta è no, dal momento che attraverso le lobby il governo americano è subordinato al capitalismo statunitense (ma anche straniero) e tale anarchia di privilegi ed interessi non consentiranno mai ad Obama (così come non lo hanno fatto con Clinton) di realizzare un progetto politico di così ampio respiro.
Spero che Obama mi smentisca anche stavolta.
 


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19 gennaio 2009

Saskia Sassen : il 1989 diede la stura al neoliberismo

 

Saskia Sassen è una delle voci controcorrente nell'America che celebra i vent'anni del crollo del muro di Berlino, simbolo trionfale dell'irreversibile declino dell'Unione Sovietica, "l'impero del male" secondo Ronald Reagan.
Sassen non cede però ai trionfalismi: «Oltre a quelle su democrazia e nuove libertà - ci dice - il 1989 ha segnato anche l'inizio di storie diverse. Sono storie originate dallo spostamento verso un mondo unipolare, con l'ascesa impetuosa degli Stati Uniti come unico potere dominante. Il 1989 rappresenta il disfarsi degli assetti esistenti, nella geopolitica così come nelle strutture profonde delle economie capitaliste».
Nel corso dell'anno appena cominciato la docente di sociologia alla Columbia University, nota in tutto il mondo per i suoi studi su globalizzazione, confini e città globali (in Italia ha pubblicato, tra gli altri libri, Una sociologia della globalizzazione con Einaudi e Territorio, autorità e diritti con Bruno mondadori) presenterà l'altra faccia del 1989 in pubblicazioni e convegni. In un'intervista condotta via e-mail Sassen illustra le geografie della trasformazione post-muro. 



Professoressa Sassen, qual è l'aspetto della caduta del muro che considera più rilevante?

Ho appena chiuso un saggio per un libro collettivo sul 1989. Mentre parecchi altri autori lodano la fine della repressione sovietica in Europa Centrale, io sottolineo che gli eventi di vent'anni fa hanno anche segnato l'inizio dell'era neoliberista e il massiccio impoverimento di interi paesi. La fine della guerra fredda ha lanciato una delle fasi economiche più brutali dell'era moderna. Archiviata la relativa giustizia distributiva del periodo keynesiano, gli Stati Uniti sono diventati lo spazio di frontiera per una radicale riorganizzazione del capitalismo. La pretesa americana al titolo di leader del mondo libero è stata resa possibile dalla caduta dell'Unione Sovietica e dall'entusiasmo autentico per le nuove libertà nell'Est e Centro Europa. Il 1989 ha aperto le porte al progetto americano di trasformare l'intero globo in un mercato dominato da grandi corporation. In questa fase si sono sviluppate modalità inedite di estrarre profitto da dove sembrava difficile farlo che alla fine sono diventate parte integrante del capitalismo avanzato. Ovviamente, così come la caduta del muro di Berlino è diventata la rappresentazione simbolica di un processo cominciato molto tempo prima, anche la globalizzazione delle corporation esplosa a fine anni Ottanta era iniziata negli anni precedenti.

Può fare qualche esempio dei nuovi modi di profitto nel capitalismo post-1989?

Ho rintracciato almeno tre meccanismi che hanno attivato nuove forme di accumulazione primitiva nella fase successiva al 1989. Quella più visibile è l'attuazione del programmi di aggiustamento strutturale nel Sud Globale per mano del Fondo monetario internazionale e del Wto. Il secondo è la crescita del lavoro informale e il ridimensionamento del settore manifatturiero nel Nord Globale. Infine, c'è stato lo sviluppo di nuovi tipi di mutui per la casa orientati a persone a basso reddito e venduti sul mercato finanziario.

Lei parla dei mutui e finanza ad alto rischio, quindi è d'accordo con chi, come l'economista italiana Loretta Napoleoni, vede una relazione tra gli eventi del 1989, la deregulation dei mercati finanziari e l'attuale crisi economica?

Assolutamente sì. La finanza ad alto rischio ha innescato un insieme di micro e macro crisi che hanno messo in difficoltà economie potenti, penso ad esempio al settore manifatturiero in Corea del Sud. Poi c'è stata la crisi dei mutui subprime e la bancarotta di molte istituzioni finanziarie statunitensi di primo piano. Nel corso di queste crisi, le banche centrali spesso ricorrono al denaro dei contribuenti per salvare banche che hanno corso rischi consistenti per ricavare profitti esorbitanti. Anche la finanza funziona come un particolare meccanismo di accumulazione primitiva.

I suoi studi spiegano come l'era della globalizzazione coincida con forti migrazioni. Qual è stato l'effetto della caduta del muro sui movimenti attraverso i confini?

Il crollo del muro ha reso leggibili due trend importanti: l'indebolimento del controllo su merci e capitali e la sfida ai limiti alla libertà di movimento delle persone. Poi, nell'ultimo decennio il controllo sui migranti è stato rinforzato. Mi chiedo se l'apertura dei confini per flussi di denaro e informazioni possa coesistere con controlli sempre più stretti per le persone. Nel caso degli Stati Uniti, ad esempio, la militarizzazione dei confini ha favorito l'ampliamento del numero di immigrati clandestini perché chi entra poi è bloccato, non ha possibilità di fare avanti e indietro e quindi cerca di portare dentro anche la famiglia. C'è un'ironia rivelatrice in tutto questo.

Come vede la reazione dell'Europa di fronte ai migranti del dopo muro?

La politica europea è stata contraddittoria, eccessivamente dura in termini di violazione dei diritti umani. Il progetto di governare il flusso di migranti non ha funzionato. Mi sembra ci sia indecisione sulla politica di lungo termine da seguire. L'Europa dovrebbe orientarsi verso una forma di governo dei confini che includa la protezione dei diritti dei clandestini, per non parlare degli immigrati regolari. Fino ad ora, sia negli Stati Uniti che in Europa, il prezzo pagato in termini di vite umane e diritti calpestati è stato troppo alto.

C'è una relazione tra il vecchio muro tedesco e le nuove barriere costruite dopo il 1989 al confine tra Messico e Stati Uniti Messico o in Israele?

Ho scritto molto a riguardo: penso che i muri siano insostenibili e siano il sintomo di una crisi che il potere non sa come gestire. In politiche migratorie: dal controllo alla governance, un articolo disponibile su OpenDemocracy.net osservo come i paesi più potenti abbiano ri-orientato porzioni enormi del loro apparato statale per controllare persone vulnerabili e senza potere che cercano di guadagnarsi la sopravvivenza.

Nell'accademia statunitense prevale l'opinione che l'Unione Sovietica non fosse riformabile e ora molti sono critici verso la Russia di Putin. Quali sono i limiti maggiori del processo di democratizzazione?

Ora è perfino difficile parlare di democratizzazione di fronte alla rapina portata avanti dagli ex burocrati. La maggior parte dei russi hanno perso qualcosa, assistenza sanitaria, educazione, case e lavoro. Le donne hanno perso terreno, tra gli uomini la longevità è inferiore. Correzione e abusi fanno orrore. Il regime sovietico aveva raggiunto un livello medio di benessere, i bisogni di base dell'intera società erano soddisfatti.

Le relazioni tra Russia e Stati Uniti hanno toccato il livello più basso degli ultimi quindici anni. Da che cosa dipende?

Gli Stati Uniti hanno un atteggiamento aggressivo verso il mondo intero. Il collasso dell'Unione Sovietica ha messo in chiaro che l'America non sa come usare il suo peso su scala internazionale. In assenza di una potenza rivale, semplicemente il governo americano abusa del suo potere. Non mi sorprende che la leadership russa non stia seduta a guardare di fronte all'esibizione di forza americana. Dopotutto Putin era un uomo del Cremlino.


19 gennaio 2009

Un articolo di Franco Fortini del 1989 : la dissipazione di Israele

 

Ogni giorno siamo informati della repressione israeliana contro la popolazione palestinese. E ogni giorno più distratti dal suo significato, come vuole chi la guida. Cresce ogni giorno un assedio che insieme alle vite, alla cultura, le abitazioni, le piantagioni e la memoria di quel popolo e - nel medesimo tempo - distrugge o deforma l'onore di Israele. In uno spazio che è quello di una nostra regione, alle centinaia di uccisi, migliaia di feriti, decine di migliaia di imprigionati - e al quotidiano sfruttamento della forza-lavoro palestinese, settanta o centomila uomini - corrispondono decine di migliaia di giovani militari e colono israeliani che per tutta la loro vita, notte dopo giorno, con mogli, i figli e amici, dovranno rimuovere quanto hanno fatto o lasciato fare. Anzi saranno indotti a giustificarlo. E potranno farlo solo in nome di qualche cinismo real-politico e di qualche delirio nazionale o mistico, diverso da quelli che hanno coperto di ossari e monumenti l'Europa solo perché è dispiegato nei luoghi della vita d'ogni giorno e con la manifesta complicità dei più. Per ogni donna palestinese arrestata, ragazzo ucciso o padre percosso e umiliato, ci sono una donna, un ragazzo, un padre israeliano che dovranno dire di non aver saputo oppure, come già fanno, chiedere con abominevole augurio che quel sangue ricada sui propri discendenti. Mangiano e bevono fin d'ora un cibo contaminato e fingono di non saperlo. Su questo, nei libri dei loro e nostri profeti stanno scritte parole che non sta me ricordare.



Quell'assedio può vincere. Anche le legioni di Tito vinsero. Quando dalle mani dei palestinesi le pietre cadessero e - come auspicano i "falchi" di Israele - fra provocazione e disperazione, i palestinesi avversari della politica di distensione dell'Olp, prendessero le armi, allora la strapotenza militare israeliana si dispiegherebbe fra gli applausi di una parte dell'opinione internazionale e il silenzio impotente di odio di un'altra parte, tanto più grande. Il popolo della memoria non dovrebbe disprezzare gli altri popoli fino a crederli incapaci di ricordare per sempre.
Gli ebrei della Diaspora sanno e sentono che un nuovo e bestiale antisemitismo è cresciuto e va rafforzandosi di giorno in giorno fra coloro che dalla violenza della politica israeliana (unita alla potente macchina ideologica della sua propaganda, che la Diaspora amplifica) si sentono stoltamente autorizzati a deridere i sentimenti di eguaglianza e le persuasioni di fraternità. Per i nuovi antisemiti gli ebrei della Diaspora non sono che agenti dello stato di Israele. E questo è anche l'esito di un ventennio di politica israeliana.
L'uso che questa ha fatto della diaspora ha rovesciato, almeno in Italia, i rapporto fra sostenitori e avversari di tale politica, in confronto al 1967. Credevano di essere più protetti e sono più esposti alla diffidenza e alla ostilità.
Onoriamo dunque chi resiste nella ragione e continua a distinguere fra politica israeliana e ebraismo. Va detto anzi che proprio la tradizione della sinistra italiana (da alcuni filoisraeliani sconsideratamente accusata di fomentare sentimenti razzisti) è quella che nei nostri anni ha più aiutato, quella distinzione, a mantenerla. Sono molti a saper distinguere e anch'io ero di quelli. Ma ogni giorno di più mi chiedo: come sono possibili tanto silenzio o non poche parole equivoche fra gli ebrei italiani e fra gli amici degli ebrei italiani? Coloro che ebrei o amici degli ebrei - pochi o molti, noti o oscuri, non importa - credono che la coscienza e la verità siano più importanti della fedeltà e della tradizione, anzi che queste senza di quelle imputridiscano, ebbene parlino finché sono in tempo, parlino con chiarezza, scelgano una parte, portino un segno. Abbiano il coraggio di bagnare lo stipite delle loro porte col sangue dei palestinesi, sperando che nella notte l'Angelo non lo riconosca; o invece trovino la forza di rifiutare complicità a chi quotidianamente ne bagna la terra, che contro di lui grida. Né mentiscano a se stessi, come fanno, parificando le stragi del terrorismo a quelle di un esercito inquadrato e disciplinato. I loro figli sapranno e giudicheranno.
E se ora mi si chiedesse con quale diritto e in nome di quale mandato mi permetto di rivolgere queste domande, non risponderò che lo faccio per rendere testimonianza della mia esistenza o del cognome di mi padre e della sua discendenza da ebrei. Perché creo che il significato e il valore degli uomini stia in quello che essi fanno d sé medesimi a partire dal proprio codice genetico e storico non in quel che con esso hanno ricevuto in destino. Mai come su questo punto - che rifiuta ogni «voce del sangue» e ogni valore al passato ove non siano fatti, prima, spirito e presente; sé che partire da questi siano giudicati - credo di sentirmi lontano da un punto capitale dell'ebraismo o da quel che pare esserne manifestazione corrente.
In modo affatto diverso da quello di tanti recenti, e magari improvvisati, amici degli ebrei e dell'ebraismo, scrivo queste parole a una estremità di sconforto e speranza perché sono persuaso che il conflitto di Israele e di Palestina sembra solo, ma non è, identificabile a quei tanti conflitti per l'indipendenza e la libertà nazionali che il nostro secolo conosce fin troppo bene.
Sembra che Israele sia e agisca oggi come una nazione o come il braccio armato di una nazione, come la Francia agì in Algeria, gli Stati uniti in Vietnam o l'Unione Sovietica in Ungheria o in Afghanistan. Ma, come la Francia era pur stata, per il nostro teatro interiore, il popolo di Valmy e gli Americani quelli del 1775 e i sovietici quelli del 1917, così gli ebrei, ben rima che soldati di Sharon, erano i latori di una parte dei nostri vasi sacri, una parte angosciosa e ardente della nostra intelligenza, delle nostre parole e volontà. Non rammento, quale sionista si era augurato che quella eccezionalità scomparisse e lo stato di Israele avesse, come ogni altro, i suoi ladri e le sue prostitute. Ora li ha e sono affari suoi. Ma il suo Libro è da sempre anche il nostro, e così gli innumerevoli vivi e morti libri che ne sono discesi. E' solo paradossale retorica dire che ogni bandiera israeliana da nuovi occupanti innalzata a ingiuria e trionfo sui tetti di un edificio da cui abbiano, con moneta o minaccia, sloggiato arabi o palestinesi della città vecchia di Gerusalemme, tocca alla interpretazione e alla vita di un verso di Dante o al senso di una cadenza di Brahms?
La distinzione fra ebraismo e stato d'Israele, che fino a ieri ci era potuta parere una preziosa acquisizione contro i fanatismi, è stata rimessa in forse proprio dall'assenso o dal silenzio della Diaspora. E ci ha permesso di vedere meglio perché non sia possibile considerare quel che avviene alle porte di Gerusalemme come qualcosa che rientra solo nella sfera dei conflitti politico-militari e dello scontro di interessi e di poteri. Per una sua parte almeno, quel conflitto mette a repentaglio qualcosa che è dentro di noi.
Ogni casa che gli israeliani distruggono, ogni vita che quotidianamente uccidono e persino ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi di Palestina, va perduta una parte dell'immenso deposito di verità e di sapienza che, nella e per la cultura d'Occidente, è stato accumulato dalle generazioni della Diaspora, dalla sventura gloriosa o nefanda dei ghetti e attraverso la ferocia delle persecuzioni antiche e recenti. Una grande donna ebrea cristiana, Simone Weil ha ricordato che la spada ferisce da due parti. Anche da più di due, oso aggiungere. Ogni giorno di guerra contro i palestinesi, ossia di falsa coscienza per gli israeliani, a sparire o a umiliarsi inavvertiti sono un edificio, una memoria, una pergamena, un sentimento, un verso, una modanatura della nostra vita e patria. Un poeta ha parlato del proscritto e del suo sguardo «che danna un popolo intero intorno ad un patibolo»: ecco, intorno ai ghetti di Gaza e Cisgiordania ogni giorno Israele rischia una condanna ben più grave di quelle dell'Onu, un processo che si aprirà ma al suo interno, fra sé e sé, se non vorrà ubriacarsi come già fece Babilonia.
La nostra vita non è solo diminuita dal sangue e dalla disperazione palestinese; lo è, ripeto, dalla dissipazione che Israele viene facendo di un tesoro comune. Non c'è laggiù università o istituto di ricerca , non biblioteca o museo, non auditorio o luogo di studio e di preghiera capaci di compensare l'accumulo di mala coscienza e di colpe rimosse che la pratica della sopraffazione induce nella vita e nella educazione degli israeliani.
E anche in quella degli ebrei della Diaspora e dei loro amici. Uno dei quali sono io. Se ogni loro parola toglie una cartuccia dai mitra dei soldati dello Tsahal, un'altra ne toglie anche a quelli, ora celati, dei palestinesi.
Parlino, dunque.


18 gennaio 2009

William Sieghart : dobbiamo aggiustare l'immagine distorta che abbiamo di Hamas

 La settimana scorsa ero a Gaza. Mentre ero lì ho incontrato una ventina di poliziotti che partecipavano a un corso in gestione dei conflitti. Erano ansiosi di sapere se gli stranieri si sentivano al sicuro da quando Hamas era al governo. “Sì, certamente!” ho risposto. Senza dubbio gli ultimi 18 mesi hanno visto una relativa calma per le strade di Gaza; nessun uomo armato per le strade, niente più rapimenti. Hanno sorriso pieni di orgoglio e ci hanno salutato con un arrivederci.
Meno di una settimana dopo tutti questi uomini erano morti, uccisi da un razzo israeliano durante una cerimonia di passaggio di grado. Erano “uomini armati e pericolosi di Hamas” ? No, erano poliziotti disarmati, impiegati pubblici uccisi non durante un “campo di addestramento militante” ma nella stessa stazione di polizia al centro di Gaza City usata dagli Inglesi, dagli Israeliani e da Fatah durante il periodo in cui questi guidavano il paese.
Questa distinzione è cruciale perché mentre le terrificanti scene di Gaza e Israele vengono trasmesse nei nostri schermi televisivi, si sta combattendo anche una guerra fatta di parole che sta oscurando la nostra comprensione della realtà dei fatti.



Chi o cosa è Hamas, il movimento che il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak vorrebbe annientare come se fosse un virus? Perchè ha vinto le elezioni palestinesi e perché permette che vengano sparati razzi su Israele?
La storia degli ultimi tre anni di Hamas rivela come l’incomprensione riguardo a questo movimento da parte dei governi di Israele, degli Stati Uniti e Regno Unito ci abbia condotto alla situazione brutale e disperata in cui siamo.
La storia comincia circa tre anni fa quando “Cambiamento e Riforma”, il partito politico di Hamas, ha inaspettatamente vinto le prime elezioni libere e regolari del mondo arabo, in una piattaforma politica che vedeva la fine della corruzione endemica e il miglioramento dei quasi inesistenti servizi pubblici nella Striscia di Gaza. Contro un’opposizione divisa questo partito apparentemente religioso si è impresso nella comunità a prevalenza laica tanto da guadagnare il 42 per cento dei voti.
v I palestinesi hanno votato per Hamas perchè hanno pensato che Fatah, il partito del governo che hanno bocciato, li ha delusi. Nonostante la rinuncia alla violenza e il riconoscimento dello Stato d’Israele, Fatah non ha realizzato uno Stato palestinese.
v E’ essenziale sapere questo per capire la cosiddetta posizione di rifiuto di Hamas. Che non riconoscerà Israele o rinuncerà al diritto di resistere finchè non sarà sicuro dell’impegno mondiale a raggiungere una soluzione per la questione palestinese.
Nei cinque anni in cui ho visitato Gaza e la Cisgiordania ho incontrato centinaia di politici e di sostenitori di Hamas. Nessuno di loro ha professato lo scopo di islamizzare la società palestinese, in stile talebano. Hamas conta troppo sui votanti laici per fare questo. La gente ascolta ancora la musica pop, guarda la televisione e le donne ancora scelgono se indossare il velo o no.
La leadership politica di Hamas è probabilmente la più qualificata nel mondo. Può vantare nelle sue file più di 500 laureati col titolo di dottorato, la maggioranza fatta di professionisti della classe media (dottori, dentisti, scienziati, e ingegneri).
La maggior parte della leadership di Hamas si è formata nelle nostre università è non ha maturato nessun odio ideologico contro l’Occidente. E’ un movimento basato sul malcontento, dedicato ad affrontare l’ingiustizia compiuta sul suo popolo. Ha coerentemente offerto una tregua di dieci anni per fornire uno spazio di respiro per poter risolvere un conflitto che continua ormai da pià di 60 anni.
La reazione di Bush e Blair alla vittoria di Hamas nel 2006 è la chiave dell’orrore di oggi. Invece di accettare il governo democraticamente eletto, hanno finanziato un tentativo di rimuoverlo con la forza; addestrando e armando i gruppi di combattenti di Fatah per rovesciare militarmente Hamas e imporre ai Palestinesi un governo nuovo e non eletto da loro. Come se non bastasse, 45 membri del Parlamento di Hamas sono ancora detenuti nelle prigioni israeliane.
v Sei mesi fa il governo israeliano ha accettato una tregua, mediata dall’Egitto, con Hamas. In cambio del cessate il fuoco Israele ha acconsentito all’apertura dei valichi e permesso il libero flusso dei beni essenziali dentro e fuori da Gaza. I lanci di razzi sono terminati ma i valichi non sono stati mai totalmente aperti, e la popolazione di Gaza ha iniziato a morire di fame. Questo devastante embargo non è una vittoria della pace.
Quando gli occidentali chiedono che cosa abbiano in mente i leader di Hamas quando ordinano o permettono il lancio di razzi su Israele, non stanno comprendendo la posizione dei palestinesi. Due mesi fa le Forze di Difesa israeliane hanno rotto la tregua entrando a Gaza e cominciando di nuovo il ciclo di uccisioni.
Dal punto di vista palestinese ogni giro di razzi lanciati è una risposta agli attacchi israeliani. Dal punto di vista israeliano è il contrario. Ma cosa significa quando Barack parla di distruzione di Hamas? Significa uccidere il 42 per cento dei palestinesi che hanno votato per esso? Significa rioccupare la Striscia di Gaza da cui Israele si è ritirato così dolorosamente tre anni fa? O significa separare in modo permanente i palestinesi di Gaza e quelli della Cisgiordania, politicamente e geograficamente?
E per coloro il cui mantra è la sicurezza di Israele, quale sorta di minaccia costituiscono i tre quarti di un milione di giovani che stanno crescendo a Gaza con un odio implacabile contro chi li riduce alla fame e li bombarda?
E’ stato detto che questo conflitto è impossibile da risolvere. In realtà, è davvero semplice. Il vertice delle mille persone che governano Israele (politici, generali e lo staff della sicurezza) e il vertice dei palestinesi islamisti non si sono mai incontrati. Una pace che sia tale richiede che questi due gruppi si siedano insieme senza pregiudizi. Ma gli eventi di questi giorni sembra abbiano reso ciò più improbabile che mai. Questa è la sfida per la nuova amministrazione di Washington e per i suoi alleati europei.


18 gennaio 2009

Luciana Castellina : Non facciamo morire due volte Jan Palach. La primavera di Praga era comunista.

 

Se qualcuno pretendesse di parlare di una persona limitandosi a raccontare il suo funerale la cosa verrebbe ritenuta perlomeno bizzarra. E invece è proprio questo metodo che, col generale consenso di media e di storici, è stato adottato per parlare di Praga: molta enfasi sull'ingresso dei carri armati sovietici - evento certamente decisivo - ma neanche una parola su ciò che è stata la straordinaria stagione che - come ha recentemente ricordato Anthonin Lyehm, che dirigeva Lyterarny Listy ( il giornale più seguito all'epoca, un milione di lettori su 15 di abitanti ) - è durata almeno 10 anni. Da quando si dette il via ad una riforma che via via mutò nel profondo la società cecoslovacca.

 
Ota Sik

Silenzio anche, sebbene ora ci si sia improvvisamente ricordati di Jan Palak, su quello che è stato il periodo della normalizzazione successiva all'invasione del patto di Varsavia, nel cui contesto è inserito il sacrificio del giovane praghese che - in significativa sintonia con il gesto dei bonzi vietnamiti - si dette fuoco sulla piazza San Venceslao. Perché quella fase fu forse persino peggiore dell'invasione. Alla fine infatti fu accettata anche da chi contro i carri armati aveva protestato: governi piegati alla cosiddetta real politik, e partiti di sinistra (non certo, in Italia, il solo Pci) che si disinteressarono di come la maggioranza dubceckiana del Pc cecoslovacco aveva reagito e della sorte politica degli esuli. Chi, fra l'altro, se non il solo Manifesto, pubblicò nei mesi successivi, le tesi di quel partito, che aveva tenuto subito dopo l'agosto il suo XIV congresso, clandestino, nelle officine Ckd presidiate dalle milizie operaie che ancora avevano potuto resistere? A noi le passò proprio Anthony Lyehm (e le tradusse Luciano Antonetti), ma non fummo certo i soli a poterne disporre. Fummo però i soli a pubblicarle. Il momento più duro della nostra polemica con il Pci che poi ci radiò non fu infatti nell'agosto del 1968, al momento dell'invasione di Praga, perché, sebbene limitatamente (ma sempre più vigorosamente della direzione dello Psiup) questo partito aveva protestato. Fu un anno dopo e proprio per la disattenzione alla drammatica normalizzazione intervenuta. Lo storico editoriale della rivista Il manifesto - «Praga è sola» - è non a caso del luglio 1969.
Questi vuoti storici, che accompagnano ora anche il ricordo di Jan Palach, vogliamo ricordarli non per toglierci la soddisfazione di rammentare che noi avevamo visto giusto e in tempo. È perché senza parlare di cosa fu la Primavera di Praga e poi la normalizzazione, si stravolge il senso degli avvenimenti. Innanzitutto che quel tentativo di riforma fu avviato e diretto da comunisti, e che loro furono poi le vittime principali della repressione. La normalizzazione fu accettata di fatto perché aiutava a far dimenticare il senso di quel tentativo di salvare l'esperienza comunista, che, ove fosse riuscito, sarebbe stato assai pericoloso per la Mosca di Breznev, ma anche per la destra di casa nostra. Per questo si preferisce parlare del suo funerale piuttosto che della sua vita; per questo non si racconta fino in fondo nemmeno il dopo invasione.
Ha detto ancora Liehm intervenendo in una tavola rotonda della Fondazione della Camera dei Deputati: «La Primavera cecoslovacca non è la prova dell'impossibilità di riformare il socialismo, al contrario. Si è cercato di preparare una società pluralistica, e questa era quella che oggi viene ironicamente chiamata "l'utopia della terza via". Io dico che a partire da Babilonia l'umanità è alla ricerca della terza strada. Questa è la storia dell'umanità». Il '68 praghese è stato messo in diretta connessione con l'89. Vale la pena ricordare le parole dette in proposito da Milan Kundera: «La primavera cecoslovacca è morta due volte: nell'agosto del '69 e nell'autunno dell''89». Perché non equivochiamo: non era la restaurazione di un capitalismo selvaggio che Dubcek e i suoi compagni volevano.


17 gennaio 2009

L'Annunziata e San Michele Arcangelo : salgono le quotazioni del culatello israeliano

Santoro non mi è mai piaciuto molto. Annozero lo seguo per l'intervento denso e sintetico di Travaglio all'inizio e per le vignette di Vauro alla fine.
Debbo ammettere che lui ha trattato temi che i servi del regime bipartisan esistente dal 1989 in questo paese hanno affrontato sempre con il velo della censura. E tuttavia non mi piace, perchè non si limita a generare degli effetti con le domande che pone ad ospiti che dovrebbero essere il più possibile competenti o significativi, ma va sempre alla ricerca di un effetto complessivo zompando qua e là tra gli ospiti stessi. E' capzioso ? Lo sono tutti. Ma mentre Vespa impone il finale già con il titolo della trasmissione e Floris fa invece il maggiordomo di tutti a casa propria, Santoro ha la velleità di chi sta preparando un dolce e, per farlo venire come vuole lui, ha bisogno di impoverire gli ingredienti.



La puntata di Giovedì (per quel che ho visto o sentito) è stata una cagata piena di buona volontà, con ospiti improbabili, approssimativi, velleitari. Da una Rula Jebreal che si sovrapponeva al traduttore, un analista militare che contraddetto diceva di non voler fare il leguleio, ad un Travaglio che interrompeva un palestinese tradotto da due persone più Santoro, ad ospiti giovani che avevano semplicemente difficoltà a parlare in pubblico. La ciliegina sulla torta è stata Lucia Annunziata, una povera donna strabica e con la dizione pessima ancor prima nell'anima che nel corpo (rimando per la rivelazione della sua vera essenza alla rappresentazione che di lei ha fatto la Sabina Guzzanti). La Annunziata, stanca di essere uno che non conta niente e che tutti si permettono di piantare in asso durante la trasmissione, voleva lo scandalo e subbito ha cominciato a dire cose che secondo lei da tempo non si sentivano ("a dire la verità", "lo dico da amica" etc etc), per poi inveire contro la parzialità di Santoro, che aveva solo il torto di avere ospiti che non avrebbero portato alcun bene ad una qualunque discussione (che per natura, chi per situazione contingente).
L'effetto mediatico di tale cagata è stata che tutti i leccaculo da Alleanza Nazionale al Pd, da destra a destra, hanno con la loro diuturna attività, innalzato il valore del culo israeliano, mentre quello del Berlusca non è stato in questi giorni assolutamente trattato.
Sia Fini, nel pieno della lotta per la successione (a che non si è ancora capito...), sia il Presidente Petruccioli, che garantisce tutti, ma non la libertà di informazione, sia quella parte del Pd per il quale Santoro è, come Di Pietro, un ostacolo alla pappa e ciccia con la maggioranza, si sono genuflessi alla political correction, dettata dalla paura di dispiacere a qualcuno (e non si sa nemmeno questo qualcuno chi sia...), o di perdere quote dell'elettorato (e quale ancora non si è capito)
Non è che da qualche parte (che so, sotto il riportino di Schifani) ci sia una potentissima lobby filo-israeliana ?


17 gennaio 2009

Michele Giorgio : l'appello di Marwan Barghuti all'unità dei Palestinesi

 Dialogo nazionale entro due settimane per arrivare alla riconciliazione tra Hamas e Fatah, le due principali forze politiche palestinesi. È questa la proposta formulata dal carcere dal carismatico segretario di Fatah, Marwan Barghuti, che sconta in Israele una condanna all'ergastolo. Di fronte all'uccisione di centinaia di palestinesi e ai massicci bombardamenti israeliani su Gaza, Barghuti non poteva rimanere in silenzio. Il suo intervento è stato pubblicato ieri dai quotidiani al Hayat al Jadida e al Ayyam, entrambi vicini a Fatah, e ha riscosso interesse e approvazione nella base popolare di Fatah, contraria ad accentuare le divisioni con Hamas ora che Gaza viene martellata dall'aviazione israeliana e la striscia di sangue palestinese si allunga di ora in ora.



Nel movimento regna un clima cupo, le celebrazioni dell'anniversario (domani) di Fatah sono state annullate in molte località in segno di rispetto per le vittime di Gaza ma anche per il malumore generato dall'accusa rivolta domenica scorsa da Abu Mazen al movimento islamico, reo, secondo il presidente, di aver provocato l'attacco israeliano contro Gaza per aver scelto di non rinnovare la tregua scaduta il 19 dicembre. Persino a Ramallah, «capitale» dell'Anp in Cisgiordania, le parole del presidente sono state accolte con disappunto. «Sono di Fatah, rimarrò sempre di Fatah e non sopporto Hamas e la sua ideologia, però non credo che Hamas sia responsabile della morte di tanti palestinesi a Gaza. È Israele che sta massacrando la nostra gente, non Hamas. Siamo tutti palestinesi di fronte a Israele», spiega Mustafa Saleh, attivista di Fatah da quando era un ragazzino. Un'opinione che riflette quella di gran parte dei palestinesi in Cisgiordania che, da quattro giorni, seduti davanti alla televisione osservano sgomenti le devastazioni a Gaza e il dramma della popolazione sotto le bombe. Le manifestazioni unitarie sono viste in questi giorni in Cisgiordania ne sono la conferma.
Secondo gli analisti, domenica scorsa Abu Mazen avrebbe colto l'occasione per troncare i rapporti con Hamas, ritenendo impossibile una riconciliazione tra l'Anp e il movimento islamico, ma anche per mettere in chiaro che non si farà da parte il prossimo 8 gennaio (alla scadenza del suo mandato presidenziale) e che continuerà, nonostante la contrarietà di Hamas, ad occupare la sua posizione fino alla convocazione di elezioni presidenziali e legislative (previste nel gennaio 2010).
Una scelta che difficilmente gli darà i risultati che spera. «Durante le crisi e le guerre i palestinesi vogliono ascoltare appelli all'unità nazionale e non scambi di accuse tra partiti rivali - dice il professor Khalil Shikaki, direttore del Palestinian Center for Policy and Survey Research di Ramallah - per questa ragione l'attacco di Abu Mazen (ad Hamas) è stato accolto male dalla gente, il presidente ha scelto un momento sbagliato per rompere con il movimento islamico. Rischia di pagare le conseguenze di questa sua decisione». Secondo Shikaki se l'offensiva militare israeliana continuerà a lungo, la solidarietà e il consenso per Hamas cresceranno tra i palestinesi: «Prevedo rischi seri per la stabilità dell'Anp in Cisgiordania».
Difende il presidente palestinese invece Hafez Barghuti, direttore responsabile di al Hayat al Jadida, organo semiufficiale di Fatah. «Non concentrerei troppo l'attenzione sulle accuse rivolte da Abu Mazen ad Hamas - dice - perché il presidente ha espresso in più di una occasione la sua opinione sulle scelte politiche, e militari del movimento islamico. Piuttosto Abu Mazen ha voluto evidenziare che è venuto il momento di deporre le armi e di procedere solo sulla via della diplomazia e della politica e che non saranno i lanci di razzi Qassam a dare ai palestinesi l'indipendenza». Hafez Barghuti però prende le distanza sull'opportunità di lanciare accuse senza precedenti ad Hamas mentre centinaia di palestinesi perdevano la vita negli attacchi aerei israeliani. «Non voglio esprimermi - dice - forse (Abu Mazen) ha fatto bene, forse ha fatto male». Anche il direttore di al Hayat al Jadida suggerirebbe maggiore cautela al presidente dell'Anp, in uno dei momenti più delicati della storia recente palestinese.


16 gennaio 2009

Hotsessanthot.... (la storia vista Dal Basso...)

Una bella bimba si fa le tette al silicone stile anni Ottanta e nascono un sacco di gruppi su Facebook.



E' il caso di dire che il privato è politico : ora anche le pippe si fanno tutti quanti insieme...


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