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16 gennaio 2009

Rifondazione abbandona la maggioranza al Comune della città di Genova

 

Cara Marta,
ti scrivo con fatica umana e politica queste note.

Con fatica perché la stima personale da parte mia nei tuoi confronti non è messa in discussione. Sono da sempre abituato, fin dai tempi (1980) di semplice iscritto al PCI a ponderare bene le questioni e a pensare alla politica come strumento leale di competizione tra i partiti, nel reciproco rispetto tra le persone. E’ da tempo che nel corpo diffuso del nostro partito e – negli ultimi tempi – nei territori (posti di lavoro, comitati, ecc.) alberga un profondo malessere. Sai bene che da tempo Rifondazione è – nei fatti – fuori dalla Giunta che tu presiedi: dunque non partecipiamo più all’elaborazione delle scelte prioritarie per la città. Questo è un primo punto. Credo e crediamo che sia giunto il momento di dirlo apertamente ai cittadini: Rifondazione Comunista non è più, da tempo, nell’esecutivo di governo della città.

Ricorderai che siamo stati il primo partito a volere con forza le primarie e a dare in seguito il nostro apporto al tuo programma. Nel luglio 2008 – subito dopo il nostro congresso provinciale – abbiamo costituito un nuovo gruppo dirigente che, nella sua articolazione, ha deciso di ricominciare a far politica cercando di ricostruire un nuovo rapporto con il mondo del lavoro e coi territori. “Esci partito dalle tue stanze, torna amico dei ragazzi di strada”. In questa frase di Majakovsky si è condensato un profondo sentimento del nostro partito ed è con questo sentimento che stiamo cercando di fare politica attiva con coerenza e serietà. Proust avrebbe detto che è possibile conoscere un’emozione/passione o un concetto solo se si trova per essa/o un’immagine adeguata: a noi l’ha regalata Majakovsky e ne facciamo tesoro.

Ora a noi pare che, aldilà di alcune questioni specifiche, questa amministrazione sia molto lontana dai programmi annunciati durante la campagna elettorale per le amministrative e soprattutto da quei punti per cui noi ci eravamo battuti. Lavoro, ambiente, politiche sulla sicurezza e infine anche la cosiddetta questione morale sono i temi fondamentali su cui abbiamo misurato giorno dopo giorno una maggiore distanza tra la tua maggioranza e il nostro corpo sociale e su cui – dopo quasi due anni – non ci è più possibile né ci sembra utile fare ulteriori mediazioni. Abbiamo sempre distinto – e continueremo a farlo – tra destra e sinistra, ma in questo momento è difficile per il nostro partito scorgere cose veramente di sinistra fatte dal governo della città. Ne traiamo le conseguenze considerando chiusa la nostra esperienza di sostegno a tale governo.

Questa tremenda crisi economica fa emergere ancor più la nostra distanza da una politica che pone al centro gli interessi del mercato, a livello nazionale come negli enti locali. Invece di trarre delle lezioni dall’esperienza si continua a coltivare un pensiero economico bipartisan che non ha mai voluto imporre regole certe al sistema finanziario e produttivo restandone prigioniero e che ha portato e porterà ancora una volta ad aggravare drammaticamente le condizioni di vita innanzitutto dei lavoratori. E’ venuto il momento di cambiare radicalmente la gerarchia dei valori. La difesa dell’interesse collettivo, della città e dei beni comuni, deve prevalere sul blocco sociale dei poteri forti e sulle speculazioni di ogni genere. Noi pensiamo che sia ragionevole lo slogan degli studenti “la vostra crisi non la paghiamo”, tanto ragionevole e responsabile che questo slogan di lotta può essere utile allargarlo a tutto il mondo del lavoro e a quella stragrande maggioranza di cittadini incolpevoli che si vedono arrivare sulla testa le conseguenze di questa crisi.


La storia di Mensopoli non è estranea a questo ordine di ragionamenti, è stata una grande ferita per la città e ha inferto un grave colpo alla fiducia del corpo elettorale del centrosinistra. Tu sei stata la prima a verificarlo e hai cercato di rivolgerti ai cittadini con dignità politica. La nostra preoccupazione per l’etica amministrativa è forte, ma va oltre la semplice questione giudiziaria e diventa tutta politica. Da un lato osteggiamo il ritorno a una politica compassionevole (stile social card), dall’altro siamo contro la riduzione della società a un’impresa economica attenta solo all’equilibrio di bilancio. E pensiamo che la radice della degenerazione “morale” stia nell’infiltrazione di interessi privati, che collidono con quelli dei lavoratori e della stragrande maggioranza dei cittadini, nel governo della cosa pubblica. Un’infiltrazione di cui le privatizzazioni e le liberalizzazioni degli ultimi vent’anni hanno costituito il principale veicolo e di cui Mensopoli è espressione, senza che alcuno abbia il coraggio di trarne un bilancio. Ha ragione Maggiani quando afferma: “… sul tema Mensopoli e derivati sono arrivato alla personale, soggettivissima convinzione che gli interpreti di questo bel filmetto si possano dividere in tre categorie: un nucleo di primattori vecchi marpioni, un mazzetto di attori giovani molto ambiziosi, di parche pretese e abbastanza cretini e alcune ingenue candidamente incolpevoli comparse. In ogni caso trattasi di persone e personaggi inerenti la pubblica amministrazione e la giunta”. E visto che ciò succede anche fuori della nostra città, con contorni forse ancor più gravi, per noi di Rifondazione questo resta un tema a cui rispondere andando alla radice del problema. Noi non siamo dei sempliciotti giustizialisti, lavoriamo per la giustizia sociale, prima che per quella dei tribunali. Dunque crediamo che o la politica torna ad essere contrasto alla prevaricazione dell’interesse privato su quello pubblico oppure – come si sta dimostrando in questi giorni – di misfattopoli nei prossimi anni ne avremo in quantità.

Cara Marta per il nostro Partito continuare a rimanere nella maggioranza che ti sostiene significherebbe essere risucchiati dalle logiche centriste e liberiste cui accennavo poc’anzi, logiche lontane non soltanto dalle scelte politico-programmatiche fatte al nostro congresso, ma più in generale, dallo spirito politico e dal sentimento diffuso nel corpo militante di Rifondazione Comunista e tra la nostra gente, che chiede “un altro mondo possibile”: giusta e solidale. Logiche che – come ho cercato di argomentare – sono alla radice anche di infiltrazioni affaristiche nelle istituzioni. Marx guardando al nascente movimento operaio suggeriva: “non dobbiamo essere tanto vecchi da poter solo prevedere invece di vedere”. Per noi questo significa guardare alle battaglie di oggi facendo una precisa scelta di campo dalla parte di coloro che da sempre intendiamo rappresentare, i lavoratori innanzitutto, i giovani, le donne, gli anziani, tutti coloro che oggi rischiano di essere le vittime sacrificali di questa crisi se dai governi, nazionali e locali, non arrivano subito risposte adeguate.
P.S.
La decisione di uscire dal governo della città di Genova è stata votata il 18 dicembre al CPF all’unanimità, con due astensioni, dopo aver svolto una consultazione in tutti i circoli.

Genova, 22 dicembre 2008

Paolo Scarabelli
Segretario PRC Genova



La scelta fatta da Rifondazione qui a Genova è stata determinata da una insistente necessità di chiarimenti mai arrivati, da una scelta politica arrivata dal Partito Democratico che non è più vicino ai bisogni della gente.
I Compagni sul territorio hanno scelto, hanno chiaramente chiesto e deciso di uscire dalla maggioranza del Governo della città dopo le reiterate bordate al Sociale e soprattutto dopo un menefreghismo generalizzato nei confronti di tutti i lavoratori. La decisione non si è inserita sulla richiesta già avanzata durante il Congresso Provinciale di Luglio di uscire dalla maggioranza del Comune di Genova, bensì è stata formalmente definita dall’uscita dal Nostro Partito del Compagno Assessore Pastorino e poi maturata nel rispetto di una discussione politica prima all’interno della Segreteria Provinciale, dopo all’interno dei songoli Circoli territoriali e dopo nella discussione del Comitato Politico Federale.
Abbiamo scelto, lo abbiamo fatto in modo chiaro, motivando l’uscita con la realtà dei fatti; abbiamo sicuramente scelto la via più difficile, ma consapevolmente abbiamo mantenuto la coerenza rispetto i nostri elettori e soprattutto rispetto le classi di riferimento.
Come Responsabile dell’Organizzazione reputo la scelta fatta giusta e consapevole, e che il Partito Democratico, reo di una Politica di scarsa moralità, debba essere valutato anche sul piano Regionale e Provinciale continuando in questa operazione che abbiamo definito “Verifica Politica”.
Mi auguro che la nuova stagione politica si apra all’insegna del dialogo al nostro interno e non sfoci, un’altra volta, in posizioni di chiusura nei confronti di Compagni che hanno dato una mano fondamentale affinché il nostro Partito resti unito e coeso.

Gian Luca Lombardi
Responsabile Organizzazione PRC Genova


16 gennaio 2009

Dacia Maraini : le immagini saranno più forti delle bombe

 

Tre, cinque giovani uomini camminano portando in braccio dei bambini avvolti in lenzuoli bianchi. Li tengono riparati come per difenderli dal freddo e dal vento, camminando in mezzo ai detriti. Ma da come cadono all'indietro le piccole teste sulle braccia dei giovani padri si capisce che quei bambini sono morti.
Due, tre donne se ne stanno sedute in quella che si indovina essere un'aula scolastica, con le pareti tappezzate di disegni infantili dai colori squillanti. Le donne stringono al petto dei fagotti avvolti in coperte colorate. Lì per lì potrebbero essere prese per delle madri che tengono in braccio i figli addormentati. Ma dal colore livido delle facce si capisce che sono bambini senza vita.
I giovani uomini camminano verso qualcosa che potrebbe essere una tomba, seguiti da altri uomini. Non gridano, non danno segno di dolore. Le donne nell'aula scolastica anche loro se ne stanno composte, sedute immobili con la testa china, i volti seri coperti da fazzoletti a fiori bianchi e neri.
Sono due fotografie che prendono a pugni lo stomaco, uscite sui giornali più popolari. Cosa ci dicono queste fotografie? Che il mondo sta uccidendo i suoi piccoli. Un segno che, quando appare nell'universo animale, è sintomo di una volontà di suicidio della specie. Uccidere bambini vuol dire sopprimere il futuro. E sopprimere il futuro vuol dire togliere di mezzo la speranza e la gioia di vivere.
Sappiamo quanto sia complicata e difficile questa guerra. Sappiamo che Israele è un Paese minacciato, non tanto dai palestinesi quanto da gran parte dei Paesi islamici, soprattutto dall'Iran che ha dichiarato piu volte di volerla distruggere. Certamente questo crea un irrigidimento della difesa ad oltranza. Ma sinceramente non crediamo che i bombardamenti ciechi che uccidono tanti civili, colpevoli solo di abitare in quella piccola striscia, sia un buon sistema per risolvere la questione.
Una prova di forza, lo capiamo. Ma quanto la forza militare riesce a risolvere le cose? Sono riuscite le bombe a pacificare un Paese come l'Iraq? Sono riuscite le bombe a liberare l'Afghanistan dai tirannici Talebani? La risposta abbastanza evidente è no. Possibile che queste esperienze recentissime non abbiano insegnato niente a un Paese civile come Israele?
Per fortuna molti israeliani in questi giorni stanno protestando contro questi bombardamenti. E non sono solo intellettuali, ma gente comune, di tutte le classi e tutte le età. I bombardamenti oltre che micidiali sono inutili. Più che inutili, decisamente dannosi per il futuro del Paese. Ognuno di questi bambini è un motivo di risentimento in più, un motivo di rabbia e uno sprone all'odio. Come non capire questo semplice meccanismo di causa ed effetto?



Qualcuno ha parlato di ingenuità. Sono ingenui i pacifisti, si dice. Il mondo procede solo per rapporti di forza. Quindi è inutile fare i buonisti quando tutto è rapina, dominio, vendetta, voglia di distruzione. Si salva solo chi si mostra più forte.
Ammettiamo che sia così. Che il mondo sia regolato solo dai rapporti di forza. E allora io dico che Israele sottovaluta pericolosamente la forza di quei piccoli corpi morti che colpiscono l'immaginazione di chi guarda. L'immaginazione ha una forza che non possiede nessuna bomba, nessun fucile, nessun razzo al mondo. L'immaginazione partorisce dolore. Il dolore partorisce giudizio. Il giudizio partorisce indignazione. La grande madre immaginazione, anche quando se ne sta nascosta e silenziosa, alla lunga non può che vincere sulla palese brutale forza degli esplosivi.


15 gennaio 2009

Ilan Pappe : la furia sacrificale di Israele e le sue vittime a Gaza

 La mia visita di ritorno a casa in Galilea è coincisa con l’attacco genocida israeliano contro Gaza. Lo stato, attraverso i suoi media e con l’aiuto del mondo accademico, ha diffuso una voce unanime - persino più forte di quella udita durante l’attacco criminale contro il Libano nell’estate del 2006. Israele è ancora una volta divorata da una furia sacrificale che traduce in politiche distruttive nella Striscia di Gaza. Questa autogiustificazione spaventosa per l’inumanità e l’impunità non è soltanto sconcertante, ma è un argomento sul quale soffermarsi se si vuole comprendere l’immunità internazionale per il massacro che infuria a Gaza.
E’ anzitutto fondata su bugie pure e semplici trasmesse con una neolingua che ricorda i giorni più bui dell’Europa del 1930. Ogni mezz’ora un bollettino d’informazioni su radio e televisione descrive le vittime di Gaza come terroristi e le uccisioni di centinaia di persone come un atto di autodifesa. Israele presenta sé stessa al suo popolo come la vittima sacrificale che si difende contro un grande demonio. Il mondo accademico è reclutato per spiegare quanto demoniaca e mostruosa è la lotta palestinese, se è condotta da Hamas. Questi sono gli stessi studiosi che demonizzarono l’ultimo leader palestinese Yasser Arafat nel primo periodo e delegittimarono il suo movimento Fatah durante la seconda intifada palestinese.
Ma le bugie e le rappresentazioni distorte non sono la parte peggiore di tutto questo. Quello che indigna di più è l’attacco diretto alle ultime tracce di umanità e dignità del popolo palestinese. I palestinesi di Israele hanno mostrato la loro solidarietà con il popolo di Gaza e ora sono bollati come una quinta colonna nello stato ebraico; il loro diritto a restare nella loro patria viene rimesso in dubbio data la loro mancanza di sostegno all’aggressione israeliana. Coloro che hanno accettato - sbagliando, secondo la mia opinione, di apparire nei media locali sono interrogati e non intervistati, come se fossero detenuti nelle prigioni dello Shin Bet. La loro apparizione è preceduta e seguita da umilianti rilievi razzisti e sono sottoposti all’accusa di essere una quinta colonna, un popolo fanatico e irrazionale. E ancora questa non è la pratica più vile. Ci sono alcuni bambini palestinesi dei Territori Occupati curati per cancro negli ospedali israeliani. Dio sa quale prezzo devono pagare le loro famiglie per poterli ricoverare. La radio israeliana va ogni giorno negli ospedali per chiedere ai poveri genitori di dire agli ascoltatori israeliani quanto è nel suo diritto Israele nel suo attacco e quanto demoniaco sia Hamas nella sua difesa.
Non ci sono confini all’ipocrisia che una furia sacrificale produce. I discorsi dei generali e dei politici si muovono in modo erratico tra gli autocompiacimenti da un lato sull’umanità che l’esercito mostra nelle sue operazioni “chirurgiche” e dall’altro sulla necessità di distruggere Gaza una volta per tutte, naturalmente in un modo umano.
Questa furia sacrificale è un fenomeno costante nella espropriazione israeliana, e prima ancora sionista, della Palestina. Ogni azione, sia essa la pulizia etnica, l’occupazione, il massacro o la distruzione è stata sempre rappresentata come moralmente giusta e come semplice atto di autodifesa commesso da Israele suo malgrado nella guerra contro la peggior specie di esseri umani. Nel suo eccellente volume “I risultati del sionismo: miti, politiche e cultura in Israele”, Gabi Piterberg esamina le origini ideologiche e la progressione storica di questa furia. sacrificale. Oggi in Israele, dalla destra alla sinistra, dal Likud a Kadima, dall’accademia ai media, si può ascoltare questa furia sacrificale di uno stato che è molto più indaffarato di qualsiasi altro stato al mondo nel distruggere e nell’espropriare una popolazione nativa. E’ molto importante esaminare le origini ideologiche di questo modo di comportarsi e derivare, dalla sua larga diffusione, le conclusioni politiche necessarie.
Questa furia sacrificale costituisce uno scudo per la società e per i politici in Israele da ogni biasimo o critica esterna. Ma ancora peggio, si traduce sempre in politiche di distruzione contro i palestinesi. Senza nessun meccanismo interno di critica e senza nessuna pressione esterna, ogni palestinese diventa un obiettivo potenziale di questa furia. Data la potenza di fuoco dello stato ebraico può soltanto finire in più massicce uccisioni, massacri e pulizia etnica.
L’assenza di una qualsiasi moralità è un potente atto di auto-negazione e di giustificazione. Ciò spiega perché la società israeliana non può essere modificata da parole di saggezza, di persuasione logica o di dialogo diplomatico. E se non si vuole usare la violenza come mezzo di opposizione, c’è soltanto un modo per andare avanti: sfidare frontalmente questa assenza di moralità come una ideologia diabolica tesa a nascondere atrocità umane. Un altro nome per questa ideologia è Sionismo e l’unico modo di contrastare questa assenza di moralità è il biasimo a livello internazionale del sionismo, non solo di particolari politiche israeliane. Dobbiamo cercare di spiegare non solo al mondo, ma anche agli stessi israeliani che il sionismo è un’ideologia che comporta la pulizia etnica, l’occupazione e ora massicci massacri. Ciò che occorre ora non è tanto una condanna del presente massacro. ma anche la delegittimazione dell’ideologia che ha prodotto tale politica e la giustifica moralmente e politicamente. Speriamo che importanti voci nel mondo possano dire allo stato ebraico che questa ideologia e il comportamento complessivo dello stato sono intollerabili e inaccettabili e che, sino a quando persisteranno, Israele sarà boicottato e soggetto a sanzioni.
Ma non sono ingenuo. So che anche il massacro di centinaia di innocenti palestinesi non sarà sufficiente per produrre questa modificazione nella pubblica opinione occidentale; è anche più improbabile che i crimini commessi a Gaza muovano i governo europei a mutare la loro politica nei confronti della Palestina.
Ma noi non possiamo permettere che il 2009 sia un altro anno, meno significativo del 2008, l’anno di commemorazione della Nakba, che non sia riuscito a realizzare le grandi speranze che noi tutti avevamo, per la sua potenzialità, di trasformare il comportamento del mondo occidentale verso la Palestina e i palestinesi.
Pare che persino il più orrendo dei crimini, come il genocidio a Gaza, sia trattato come un evento separato, non connesso con nulla di ciò che è già avvenuto nel passato e non associato ad una ideologia o a un sistema. In questo nuovo anno, noi dobbiamo tentare di riposizionare l’opinione pubblica nei confronti della storia della Palestina e dei mali dell’ideologia sionista come i mezzi migliori sia per spiegare le operazioni genocide come quella in corso a Gaza sia per prevenire cose peggiori nel futuro.



Questo è già stato fatto, a livello accademico. La nostra sfida maggiore è quella di trovare un modo efficace di spiegare le connessioni tra l’ideologia sionista e le politiche di distruzione del passato con la crisi presente. Può essere più facile farlo mentre, in queste terribili circostanze, l’attenzione mondiale è diretta ancora una volta verso la Palestina. Potrebbe essere ancora più difficile quando la situazione sembra essere “più calma” e meno drammatica. Nei momenti “di quiete”, l’attenzione di breve durata dei media occidentali metterebbe ai margini ancora una volta la tragedia palestinese e la dimenticherebbe sia per gli orribili genocidi in Africa o per la crisi economica e per gli scenari ecologici apocalittici nel resto del mondo. Mentre i media occidentali non sembrano molto interessati alla dimensione storica, soltanto attraverso una valutazione storica si può mostrare la dimensione dei crimini commessi contro i palestinesi nei sessanta anni trascorsi. Perciò il ruolo degli studiosi attivisti e dei media alternativi sta proprio nell’insistere su questi contesti storici. Questi attori non dovrebbero smettere di educare l’opinione pubblica e, si spera, di influenzare qualche politico più onesto a guardare ai fatti in una prospettiva storica più ampia.
Allo stesso modo, noi possiamo essere in grado di trovare un modo più adeguato alla gente comune, distinto dal livello accademico degli intellettuali, per spiegare chiaramente che la politica di Israele - nei sessanta anni trascorsi - deriva da un’ideologia egemonica razzista chiamata sionismo, difesa da infiniti strati di furia sacrificale. Nonostante l’accusa scontata di antisemitismo e cose del genere, è tempo di mettere in relazione nell’opinione pubblica l’ideologia sionista con il punto di riferimento storico e ormai familiare della terra: la pulizia etnica del 1948, l’oppressione dei palestinesi in Israele durante i giorni del governo militare, la brutale occupazione della Cisgiordania e ora il massacro di Gaza. Come l’ideologia dell’apartheid ha spiegato benissimo le politiche di oppressione del governo del Sud-Africa, questa ideologia – nella sua variante più semplicistica e riflessa, ha permesso a tutti i governi israeliani, nel passato e nel presente, di disumanizzare i palestinesi ovunque essi fossero e di combattere per distruggerli. I mezzi sono mutati da un periodo all’altro, da un luogo all’altro, come ha fatto la narrazione che ha nascosto queste atrocità. Ma c’è un disegno chiaro che non può essere solo fatto oggetto di discussione nelle torri d’avorio accademiche, ma deve diventare parte del discorso politico nella realtà contemporanea della Palestina di oggi.
Alcuni di noi, in particolare quelli che si dedicano alla giustizia e alla pace in Palestina, inconsciamente evitano questo dibattito, concentrandosi, e questo è comprensibile, sui Territori Palestinesi Occupati (OPT) - la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Lottare contro le politiche criminali è una missione urgente. Ma questo non dovrebbe trasmettere il messaggio che le potenze occidentali hanno adottato volentieri su suggerimento israeliano, che la Palestina è soltanto la cisgiordania e la Striscia di Gaza e che i palestinesi sono solo la popolazione che vive in quei territori. Dovremmo estendere la rappresentazione della Palestina geograficamente e demograficamente raccontando la narrazione storica dei fatti dal 1948 in poi e richiedere diritti civili e umani eguali per tutte le persone che vivono, o che erano abituati a vivere, in quella che oggi è Israele e i Territori Occupati.
Ponendo in relazione l’ideologia sionista e le politiche del passato con le atrocità del presente, noi saremo in grado di dare una spiegazione chiara e logica per la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Sfidare con mezzi non violenti uno stato ideologico che si autogiustifica moralmente, che si permette, con l’aiuto di un mondo silenzioso, di espropriare e distruggere la popolazione nativa di Palestina, è una causa giusta e morale. E’ anche un modo efficace di stimolare l’opinione pubblica non soltanto contro le attuali politiche genocidarie a Gaza, ma, si spera, anche a prevenire future atrocità. Ancora più importante di ogni altra cosa ciò dovrebbe far sfiatare la furia sacrificale che soffoca i palestinesi ogni volta che si gonfia. Ciò aiuterà a porre fine alla immunità dell’occidente a fronte dell’impunità di Israele. Senza questa immunità, si spera che sempre più la gente in Israele cominci a vedere la natura reale dei crimini commessi in loro nome e la loro furia potrebbe essere diretta contro coloro che hanno intrappolato loro e i palestinesi in questo ciclo non necessario di massacri e violenza.


15 gennaio 2009

Bastardi Cananei

Tra gli "errori" che Israele compie nel suo bombardamento intelligente ed eticamente ispirato, annoveriamo morti e danni riconducibili alle Nazioni Unite.
Se la memoria (artefatta) nel lungo periodo di Israele ricorda piangendo i martiri di Masada (quasi che noi andassimo piangendo per casa gridando "
Varo, Varo, rendimi le mie legioni ! "), figurarsi se la memoria a breve non causa brividi pensando alla risoluzione Onu 242 del 1967



Chissà forse è per questo che l'Onu è vittima spesso degli errori di Israele ?
O perchè il Palazzo di vetro ricorda i Fenici,
inventori secondo la tradizione iniziata da Plinio dell'utile e compianto materiale ?
Nazioni Unite, non siete che
Cananei bastardi !


15 gennaio 2009

Mariuccia Ciotta : ma chi è antisemita ?

 

Vediamo i corpi maciullati e sentiamo le ferite, non c'è nessun'altra notizia oggi da «prima pagina», e invidiamo, chi, molti giornali, parlano d'altro, immunizzati da un dolore pervasivo alimentato dalle immagini irriproducibili inviate dalle agenzie e on line. Non sono fotografie di guerra ma di un massacro, non sono l'atto di difesa di una nazione ma una rappresaglia, che giustifica il disumano. La percezione del dolore ha una doppia identità, c'è qualcosa che va al di là della visione dell'orrore, non solo i bambini (un terzo delle vittime), non solo gli uomini e le donne accatastati come rifiuti, c'è un'altra inquietudine che ci prende di fronte alla notizia, fonte Onu, della casa stipata di palestinesi e poi bombardata, eliminazione sistematica, macello programmato. Qualcosa che dice come tutta l'azione armata israeliana sia sotto il segno della «punizione» indiscriminata, non più «effetti collaterali», civili uccisi per accidente mentre l'obiettivo è Hamas, piuttosto la deliberata intenzione di fare strage del nemico inteso come popolo intero. E che tutto questo avvenga per calcoli elettorali - la dimostrazione che Olmert, Livni e Barak sono più muscolosi di Netanyahu - e per anticipare la presidenza Obama, dà la misura di qualcosa di molto diverso dal diritto di Israele alla difesa.



Gaza siamo noi, abbiamo detto, è giusto. Identificarsi con le vittime, però, è facile. Il problema è che Israele siamo noi. Chi ci accusa (Polito ieri sul Riformista, con argomentazioni taroccate) di dare spazio a sentimenti antisemiti quando critichiamo la politica di massacro israeliana, si trova a condividere la corruzione di un'entità materiale e simbolica che ci appartiene. Abdica a se stesso perché Israele fa parte della nostra storia, la sua memoria è la nostra, nasce dentro l'Europa ne è l'estensione. Come si può non vedere che quell'indiscutibile diritto degli ebrei alla loro terra è minato innanzitutto dai loro governanti e da chi indulge nella giustificazione della barbarie? Invece di riproporre il solito ritornello di chi è contro e pro lo stato di Israele, di giocare a chi ha cominciato prima, perché non si difendono i principi e gli ideali che sessant'anni fa hanno dato ai sopravvissuti del nazismo un luogo per vivere? E che non avrebbe dovuto toglierlo ad altri.
È la cultura della morte adesso a prevalere, la dissipazione di un comune sentimento di opposizione allo sterminio. Le manifestazioni che ieri hanno attraversato il continente europeo sono un gesto di rifiuto, un altolà al cinismo politico che attende i risultati della carneficina. Chi ha vinto e chi ha perso. La striscia di Gaza è una tomba dove giacciono le nostre speranze. E non ci sarà nessuno che senza vergogna potrà equivocare il vero significato della mobilitazione generale perché si fermi la mattanza, in assenza di un'iniziativa dell'occidente, prima di tutto dell'America, che il presidente eletto vuole ricondurre alla democrazia dopo otto anni di violazione dei diritti umani, prolungati dalla scia di sangue in Palestina. Il mondo dovrà ripartire da lì, dai quei 360 km quadrati di territorio, per conquistarsi il diritto al futuro.


14 gennaio 2009

Cesare Pavese : "Lavorare stanca" (parte seconda)

Solamente girarle
le piazze e le strade sono vuote
Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti uno parla da solo.
E' per questo che a volte c'è lo sbronzo notturno
che attacca discorsi e racconta progetti di tutta una vita.



La solitudine è uno stato dell'anima. Non importa quante persone materialmente ci siano con te.
La donna per Pavese è il medium tra sè e l'umanità intera. Ma Pavese già parla da solo. Che vuol dire infatti "deciderla" ?


14 gennaio 2009

Joseph Halevi : la sicurezza di Israele, eterna bugia

 

Il 2007 ha segnato il quarantesimo anniversario della guerra dei sei giorni, che portò alla tuttora perdurante occupazione israeliana di Gerusalemme orientale, della Cisgiordania, di Gaza e delle alture siriane del Golan. Nelle pagine dei giornali israeliani, americani e britannici più seri dedicate alla commemorazione di quell'evento sarebbe stato difficile, in tale occasione, trovare articoli che avvalorassero la tesi di una guerra iniziata da Israele per motivi di sicurezza preventiva. Una giustificazione del genere è ormai morta e sepolta, uccisa dagli stessi generali israeliani che nel 1968 smantellarono interamente l'ideologia del pericolo mortale per Israele.
Basta ricordare questo fatto storico per capire come nessuna delle azioni israeliane nei territori occupati dal 1967 abbia una qualsiasi legittimità legata alla sicurezza. Invece sono tutte passibili di incriminazione per la violazione delle convenzioni di Ginevra riguardanti i diritti della popolazione civile. È infatti un crimine distruggere le case e trasformarne gli abitanti in profughi, così come è un crimine popolare forzatamente un territorio.
In tale contesto storico si capisce anche come il concetto di tregua sia stato interpretato ed usato dai governi di Israele sin dalla fondazione dello Stato, quando le «tregue» del biennio 47/49 venivano usate per espellere la popolazione civile palestinese dai suoi villaggi radendoli poi al suolo. Negli avvenimenti di questi giorni la tregua tra Tel Aviv e Hamas mediata dall'Egitto circa sei mesi fa è stata formalmente rotta da un raid israeliano il 4 novembre scorso proprio perché la tregua teneva e perché Hamas aveva accentuato l'avvicinamento alla soluzione fondata su due stati originariamente formulata da Arafat. Su questo punto le analisi apparse negli ultimi due anni su Haaretz sono cruciali: ne discende che è volutamente errato presentare Hamas come un'organizzazione che non intende negoziare con Israele.
Tuttavia anche all'indomani della tregua mediata dall'Egitto, Israele non ha mai rinunciato alle sue prerogative di strangolare Gaza allentando e stringendo il nodo, ogni volta in maniera più stretta, a sua discrezione. Questo gioco mortale per la popolazione civile di Gaza non si è mai interrotto rappresentando quindi una violazione sistematica dell'impegno di por termine sia alle incursioni che all'assedio




Perché Israele fa tutto ciò? Ci troviamo di fronte ad una riedizione della stessa logica della guerra del Libano del 2006 e come nel 2006 il governo Olmert conta sull'appoggio attivo degli Usa e sul sostegno europeo. Allora Tel Aviv voleva ridefinire la mappa politica del Medio Oriente in rapporto alla Siria. Oggi, come osserva Tom Segev su Haaretz del 29 dicembre, «Israele colpisce i palestinesi per impartir loro una lezione». Quindi, continua Segev, «il bombardamento di Gaza dovrebbe liquidare il regime di Hamas in linea con un altro assunto che ha guidato il movimento sionista sin dalla sua nascita: che sia possibile imporre ai palestinesi una leadership 'moderata', una leadership disposta ad abbandonare le loro aspirazioni nazionali». Esatto. Quando Olmert e Sharon cominciarono a parlare di un ritiro unilaterale da Gaza, scrivemmo sul manifesto che non si trattava di una operazione di pace. Doveva essere invece vista come una decisione volta a trasformare Gaza e la sua popolazione civile in un campo di battaglia permanente dando il via a ciò che Tanya Reinhart - già editorialista di Yedyot Ahronot e allieva di Noam Chomsky, purtroppo scomparsa recentemente, - chiamò la «strategia del lento genocidio a Gaza».
Di fronte alla sua odierna materializzazione, la sofferenza dei palestinesi sottolinea la crisi della coscienza europea e di quella di sinistra in particolare: colpevole, quanto meno, di omertà.


14 gennaio 2009

Domenico Losurdo : i Protocolli dei Savi dell'Islam

 

Sfogliando su Internet le reazioni al mio ultimo libro (Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, Carocci 2008), accanto a commenti largamente positivi si notano altri contrassegnati da incredulità: è mai possibile che le infamie attribuite a Stalin e accreditate da un consenso generale siano per lo più il risultato di distorsioni e a volte di vere e proprie falsificazioni storiche?
A questi lettori in particolare voglio suggerire una riflessione a partire dalla cronaca di questi giorni. E’ sotto gli occhi di tutti la tragedia del popolo palestinese a Gaza, prima affamato dal blocco e ora invaso e massacrato dalla terribile macchina da guerra israeliana. Vediamo come reagiscono i grandi organi di «informazione». Sul «Corriere della Sera» del 29 dicembre l’editoriale di Piero Ostellino sentenzia: «L’articolo 7 della Carta di Hamas non propugna solo la distruzione di Israele, ma lo sterminio degli ebrei, così come sostiene il presidente iraniano Ahmadinejad». Vale la pena di notare che, pur facendo un’affermazione estremamente grave, il giornalista non riporta alcuna citazione testuale: esige di essere creduto sulla parola.
Qualche giorno dopo (3 gennaio) sullo stesso quotidiano incalza Ernesto Galli della Loggia. Per la verità, egli non parla più di Ahmadinejad. Forse si deve esser reso conto dell’infortunio del suo collega. Dopo Israele l’Iran è il paese in Medio Oriente che ospita il maggior numero di ebrei (20 mila), ed essi non sembrano subire persecuzioni. In ogni caso, i palestinesi dei territori occupati potrebbero solo invidiare la sorte degli ebrei che vivono in Iran, i quali ultimi non solo non sono stati sterminati ma non devono neppure fronteggiare la minaccia del «trasferimento», che i sionisti più radicali progettano per gli arabi israeliani.

 
Ovviamente, Galli della Loggia sorvola su tutto ciò. Si limita a tacere su Ahmadinejad. In compenso rincara la dose su un altro punto essenziale: Hamas non si limita a esigere «lo sterminio degli ebrei» israeliani, come sostiene Ostellino. Occorre non fermarsi a metà strada nella denuncia delle malefatte dei barbari: «Hamas auspica l’eliminazione di tutti gli ebrei dalla faccia della terra» («Corriere della Sera» del 3 gennaio). Anche in questo caso non viene apportato uno straccio di dimostrazione: il rigore scientifico è l’ultima delle preoccupazioni di Galli della Loggia, al quale però bisogna riconoscere il coraggio di sfidare il ridicolo: secondo la sua analisi, i «terroristi» palestinesi si propongono di liquidare la macchina bellica non solo di Israele ma anche degli Usa, in modo da portare a termine le infamie di cui l’editorialista del «Corriere della Sera» denuncia l’ampiezza planetaria. Peraltro, chi è in grado di infliggere una disfatta decisiva alla solitaria superpotenza mondiale, oltre che a Israele, può ben aspirare al dominio mondiale. Insomma: è come se Galli della Loggia avesse finalmente portato alla luce I protocolli dei Savi dell’Islam!
E come a suo tempo I protocolli dei Savi di Sion, anche I protocolli dei Savi dell’Islam valgono ormai come verità acquisita e non bisognosa di alcuna dimostrazione. Su «La Stampa» del 5 gennaio Enzo Bettiza chiarisce subito il reale significato dei bombardamenti massicci da Israele scatenati dal cielo, dal mare e dalla terra, col ricorso peraltro ad armi vietate dalle convenzioni internazionali, contro una popolazione sostanzialmente indifesa: «E’ una drastica e violentissima operazione di gendarmeria di un Paese minacciato di sterminio da una setta che ha giurato di estirparlo dalla faccia della terra».
Questa tesi, ossessivamente ripetuta, si colloca nell’ambito di una tradizione ben precisa. Tra Sette e Ottocento il mite abate Grégoire si batteva per l’abolizione della schiavitù nelle colonie francesi: ecco che dai proprietari di schiavi è bollato quale leader dei «biancofagi», i neri barbari e smaniosi di pascersi della carne degli uomini bianchi. Qualche decennio più tardi qualcosa di simile avveniva negli Stati Uniti: gli abolizionisti, spesso di fede cristiana e di orientamento non-violento, esigevano «la completa distruzione dell’istituto della schiavitù»; essi erano prontamente accusati di voler sterminare la razza bianca. Ancora a metà del Novecento, in Sudafrica i campioni dell’apartheid negavano i diritti politici ai neri, con l’argomento che l’eventuale governo nero avrebbe significato lo sterminio sistematico dei coloni bianchi e dei bianchi nel loro complesso.
La leggenda nera in voga ai giorni nostri è particolarmente ridicola: più volte Hamas ha accennato alla possibilità di un compromesso, se Israele accettasse di ritornare ai confini del 1967. Come tutti sanno o dovrebbero sapere, a rendere sempre più problematica e forse ormai impossibile la soluzione dei due Stati è l’espansione ininterrotta delle colonie israeliane nei territori occupati. E comunque, la sostituzione dell’odierno Israele quale «Stato degli ebrei» con uno Stato binazionale, che abbracci al tempo stesso ebrei e palestinesi garantendo loro eguaglianza di diritti, non comporterebbe in alcun modo lo sterminio degli ebrei, esattamente come la distruzione dello Stato razziale bianco prima nel sud degli Usa e poi in Sudafrica non ha certo significato l’annientamento dei bianchi. In realtà, coloro che idealmente agitano I protocolli dei savi dell’Islam mirano a trasformare le vittime in carnefici e i carnefici in vittime.
Non meno grottesche e non meno strumentali sono le mitologie oggi in voga in relazione a Stalin e al movimento comunista nel suo complesso. Si prenda la tesi dell’«olocausto della fame» ovvero della «carestia terroristica» che l’Unione sovietica avrebbe imposto al popolo ucraino negli anni ’30. A sostegno di questa tesi non c’è e non viene apportata alcuna prova. Ma non è neppure questo il punto essenziale. La leggenda nera diffusa in modo pianificato ai tempi di Reagan e nel momento culminante della guerra fredda serve a mettere in ombra il fatto che la «carestia terroristica» rimproverata a Stalin è da secoli messa in atto dall’Occidente liberale in particolare contro i popoli coloniali o che esso vorrebbe ridurre in condizioni coloniali o semicoloniali.
E’ quello che ho cercato di dimostrare nel mio libro. Subito dopo la grande rivoluzione nera che alla fine del Settecento a Santo Domingo/Haiti spezzava al tempo stesso le catene del dominio coloniale e dell’istituto della schiavitù, gli Stati Uniti rispondevano per bocca di Thomas Jefferson, dichiarando di voler ridurre all’inedia (starvation) il paese che aveva avuto la sfrontatezza di abolire la schiavitù. Questa medesima vicenda si è riproposta nel Novecento. Già subito dopo l’ottobre 1917, Herbert Hoover, in quel momento alto esponente dell’amministrazione Wilson e più tardi presidente degli Usa, agitava in modo esplicito la minaccia della «fame assoluta» e della «morte per inedia» non solo contro la Russia sovietica ma contro tutti popoli inclini a lasciarsi contagiare dalla rivoluzione bolscevica. Agli inizi degli anni ’60 un collaboratore dell’amministrazione Kennedy, e cioè Walt W. Rostow, si vantava per il fatto che gli Stati Uniti erano rusciti a ritardare per «decine di anni» lo sviluppo economico della Repubblica Popolare Cinese!
E’ una politica che continua ancora oggi: è noto a tutti che l’imperalismo cerca di strangolare economicamente Cuba e possibilmente di ridurla alla condizione di Gaza, dove gli oppressori possono esercitare il loro potere di vita e di morte, prima ancora che coi bombardamenti terroristici, già col controllo delle risorse vitali.
Siamo così ritornati alla Palestina. Prima di subire l’orrore che sta subendo in questi giorni, il popolo di Gaza era stato colpito da una prolungata politica che cercava di affamarlo, assetarlo, privarlo della luce elettrica, delle medicine, di ridurlo ad una condizione di sfinimento e di disperazione. Tanto più che il governo di Tel Aviv si riservava il diritto di procedere come al solito, nonostante la «tregua», alle esecuzioni extragiudiziarie dei suoi nemici. E cioè, prima ancora di essere invasa da un esercito simile ad un gigantesco e sperimentato plotone di esecuzione, Gaza era già oggetto di una politica di aggressione e di guerra. Sennonché, una concentrata potenza di fuoco multimediale è scatenata soprattutto in Occidente per annientare ogni resistenza critica alla tesi falsa e bugiarda, secondo cui Israele sarebbe in questi giorni impegnata in un’operazione di autodifesa: che nessuno osi mettere in dubbio l’autenticità dei «Protocolli dei Savi dell’Islam»!
E’ così che si costruiscono le leggende nere, quella che oggi suggella la tragedia del popolo palestinese (il popolo-martire per eccellenza dei giorni nostri), così come quelle che, dipingendo Stalin comne un mostro e riducendo a storia criminale la vicenda iniziata con la rivoluzione d’Ottobre, intendono privare i popoli oppressi di ogni speranza o prospettiva di emancipazione.


13 gennaio 2009

Cesare Pavese : "Lavorare stanca" (parte prima)

Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo
ma quest'uomo che gira tutto il giorno le strade
non è più un ragazzo e non scappa di casa.
Ci sono d'estate pomeriggi
che fino le piazze sono vuote, distese
sotto il sole che sta per calare e quest'uomo
che giunge per un viale di inutili piante
si ferma.
Vale la pena esser solo
per essere sempre più solo ?



Qui Pavese sperimenta su se stesso l'impossibilità di tornare indietro alla fanciullezza. E sperimenta l'impossibilità di scappare. Egli può solo girare in tondo, vagare e confermare la propria solitudine. Ad una certa età si può fare solo questo. Le piazze assolate sono la prigione che la ragione costruisce con la propria tendenza a rendere chiaro. Si può fuggire finchè resta uno spazio buio in cui nascondersi. Ma quando il sole illumina tutto, vuol dire che non ci sono corpi accanto al tuo che possano darti ombra. Vuol dire che sei davvero solo.


13 gennaio 2009

Sansonetti dimissionato da Ferrero

Don Saverio Sansonetti Vendola Bertinotti prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr......



Se ne va, se ne va, se ne va, se ne vaaaaaaaaaaaaaaaa....


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