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13 gennaio 2009

Sto con Rosetta !

Non mi illudo : l'asse Bassolino-Iervolino è una satrapia corrotta (magari con qualche eccezione individuale), un potentato locale. I rifondaroli vendoliani che cercano di ossigenare il morituro (vedi ad es. Giulio Riccio) sono parte integrante di questa satrapia. Ma Ferrero e Diliberto che si dissociano giustamente da questa esperienza sulla base del fatto che essa non ha niente a che fare con la Sinistra, comunque finiscono per appoggiare un'operazione del Pd nazionale che è ancora più discutibile ed oscura.
Come forse pochi sanno,
all'inizio l'allora Pds non caldeggiava la candidatura Bassolino a sindaco di Napoli, volendo un esponente di più basso profilo e più obbediente alla segreteria nazionale o una candidatura di alto profilo intellettuale e morale (come Aldo Masullo che adesso vorrebbe prendersi una rivincita), ma che costituisse alla resa dei conti un vello bianco (Masullo ad es. era maestro del discusso e acerrimo avversario di Bassolino e cioè Berardo Impegno che è stato il capo dell'ala liberal dei Ds a Napoli e cioè l'ala dell'attuale commissario del Pd Morando) che nascondesse pratiche amministrative di ben altro colore. Fu Rifondazione a volere Bassolino, che era il capo ambiguo della Terza mozione del Congresso che sancì la fine del Pci, ma che comunque era di ascendenza ingraiana (ricordo un suo dibattito con Pietro Barcellona all'Istituto italiano di studi filosofici) ed uno dei migliori uomini del Pds campano.  Infatti nei primi quattro anni si parlò di Rinascimento napoletano, Bassolino fu considerato il sindaco più amato dai suoi concittadini etc etc. Si trattava di ordinaria amministrazione e l'ordinaria amministrazione a Napoli è un miracolo. Ovviamente vennero poi le sfide vere, ma tra queste ci furono gli scontri tra Bassolino e i dirigenti nazionali dei Ds. Bassolino creò un alleanza ed un intreccio con rappresentanti del centrosinistra, intreccio di potere in cui entrarono De Mita, Mastella, la Iervolino e gli ex-socialisti (si pensi a Cardillo e Sarnataro) . Tale intreccio era solo l'effetto meridionale di quel processo di decentramento di compiti istituzionali che era il verbo leghista un po' sfumato dal centrosinistra settentrionale (si pensi a Bassanini, Cacciari, Bresso, Chiamparino, Penati, Errani).
Il fallimento sulla questione "monnezza" è il risultato del processo di corruzione causato da questo intreccio, ma è anche il fatto che da un lato Bassolino non si poteva inimicare la Sinistra radicale, dall'altro non poteva avocare quei poteri eccezionali che hanno consentito a Berlusconi di svuotare le strade dei centri cittadini (ma non quelle di periferia o extraurbane) dichiarando le discariche zona militare ( e togliendo così forza alla protesta). Il fatto che la corruzione e l'inefficienza campane siano state oggetto del can-can mediatico è per il resto il risultato di una precisa operazione politica. Quale ? 



P-p-p-passo dopo passo....sempre a schifìo siamo finiti...

A mio parere, il federalismo è il modo in cui si scaricheranno le contraddizioni sociali del sistema capitalistico italico, cioè lasciando il Meridione da solo con tutta la sua corruzione e la sua inefficienza. Perchè tale operazione funzioni però devono essere evitati tutti i protagonismi politici a Sud e si deve approfittare della strutturale alta corruzione dei processi politici meridionali per condizionare qualsiasi tentativo di progettualità politica e di autonomia decisionale del Meridione.
Tale operazione è fatta con l'alto avallo del
capocorrente della destra (del Pci, del Pds, dei Ds, del Pd) e cioè Giorgio Napolitano, che periodicamente fulmina la satrapia campana con i suoi comunicati e progetta un'Italia finalmente bipartisan che avvicini l'economia italiana al tanto amato capitalismo anglosassone (con tutti i suoi squilibri ben occultati da una patina di perbenismo old style)
Cosa sono i
Nicolais e i Iannuzzi infatti se non notabilato ben allineato, pronto in cambio di prebende a chiedere solo periodicamente l'elemosina e ad avallare un Italia a due velocità, con nuove gabbie salariali e previdenziali, con una continua osmosi tra poteri mafiosi, imprese ed istituzioni ? Perchè mai tra gli avversari più accaniti della satrapia campana c'è il sicario piddino del sistema di imprese che vuole impadronirsi anche dei servizi essenziali (es. la distribuzione idrica) e cioè la Linda Lanzillotta, memore della resa (almeno parziale e momentanea) di Rosetta al movimento che si opponeva a Napoli alla privatizzazione dell'acqua (movimento che era in parte lo stesso che non voleva l'inceneritore di Acerra) ?
Perchè a Bassolino e Iervolino non si rimprovera niente, se non la resa al movimento (il cui leader è
Padre Zanotelli) che meglio rappresenta a Napoli la Sinistra radicale. Un movimento tutt'altro che forte e strutturato, ma che tuttavia rallenta la digestione di questi coccodrilli.
Dunque non sto con Rosetta, ma la sua vana resistenza comunque mi diverte, perchè evidenzia l'ipocrisia farisaica di chi vuole sanzionarla e non ne ha nemmeno i titoli.




12 gennaio 2009

Sara Farolfi : il 2009 sarà record di cassa integrazione. E spunta l'ipotesi «gabbie»

 

Gabbie salariali in arrivo per gli ammortizzatori sociali? Uno degli emendamenti presentati ieri al (cosiddetto) decreto anticrisi prevede, per quanto riguarda la cassa integrazione in deroga - destinata alle aziende o settori che a norma di legge non ne avrebbero diritto e alimentata da fondi pubblici - la possibilità di «trattamenti modulati e differenziati» a livello regionale o locale. Secondo Fulvio Fammoni (Cgil), due sono le possibilità: «O ci si riferisce alla possibilità di trattamenti diversi tra lavoratori magari dello stesso gruppo a seconda dell'area geografica oppure, fermo restando il tetto uguale per tutti, di una diversa ripartizione delle quote tra stato e enti locali». Nulla di buono in entrambi i casi, osserva la Cgil, trattandosi o dell'introduzione di gabbie salariali per gli ammortizzatori sociali o comunque di una marcata divisione tra regioni ricche e povere. «La solita critica preconcetta», dice il ministro del lavoro Maurizio Sacconi, precisando che «l'emendamento non si riferisce alla dimensione del sussidio del lavoratore, che deve essere garantito ovunque nella stessa misura, ma alla diversa mescolanza di finanziamento che si può produrre tra fondi dello stato, delle regioni e, ove possibile, degli organismi bilaterali».



Ma secondo la Cgil, è l'intero decreto ad essere «sbagliato e, in alcuni casi, a rischio di incostituzionalità». In causa c'è soprattutto l'odiosa norma che prevede che nelle piccole imprese i lavoratori abbiano diritto al sussidio pubblico (in questo caso si tratta del sussidio di disoccupazione) solo qualora ci sia stato l'intervento preventivo degli enti bilaterali. Che significa condizionare un diritto all'azione di enti privati costituiti tra imprese e sindacati a titolo facoltativo (ma la norma suggerisce la volontà di renderli obbligatori...). Non solo: il diritto a percepire qualsiasi «sostegno al reddito» è subordinato alla firma da parte del lavoratore di una «dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro o a un percorso di riqualificazione professionale». Anche oggi l'accettazione di un altro lavoro è condizione sine qua non per ottenere il sussidio ma «l'accanimento sul punto, senza mai dire peraltro quale debba essere la congruità tra il lavoro che si perde e quello che eventualmente si trova, induce al pensiero che la crisi sia colpa del lavoratore», nota Fammoni.
Una riunione in Cgil (con i segretari generali di categoria e dei principali territori) ha fatto ieri il punto sul decreto. Le modifiche da chiedere si vorrebbero unitarie e concordate con Cisl e Uil, ma anche su questo terreno l'accordo tra i sindacati confederali è tutt'altro che scontato: l'ipotesi di «gabbie salariali» per dire non ha sollevato neppure una rimostranza ieri da parte di Cisl e Uil. Anzi. «Con Cisl, Uil e Confindustria, il decreto anticrisi è stato discusso nei dettagli - scandisce il ministro Tremonti - Con la Cgil il dialogo è un pò più difficile, speriamo nel futuro».
Nella sostanza il decreto non stanzia un euro in più per gli ammortizzatori sociali. Nonostante il presidente dell'Inps abbia definito, ieri, il 2009 come «un anno record per la cassa integrazione». «Il governo garantisca le risorse per la cig in deroga nelle regioni che hanno esaurito i fondi», chiede Cesare Damiano (Pd). Qualcosina è stato fatto invece per gli esercenti del turismo e del commercio: una sorta di «prepensionamento» che dà diritto a un sostegno al reddito (pari alla pensione minima, 516 euro al mese) per chi chiude bottega a tre anni dalla pensione. «Nessun onere per lo stato» - si è affrettato a chiarire ieri il governo - trattandosi di un ammortizzatore finanziato da un contributo specifico a carico di tutti gli iscritti alla gestione pensionistica Inps.


12 gennaio 2009

Joseph Halevi : Good luck Obama...

 

Dal discorso del presidente eletto Barack Obama all'università George Mason, in Virginia, appare esplicitamente come egli sia molto più consapevole - rispetto agli altri politici - della dimensione della crisi economica e della sua natura epocale. Implicitamente emerge anche come Obama abbia sentore dell'enorme difficoltà di riformare gli Stati Uniti.
Si possono accettare senza esitazione tutte le proposte da lui elencate. Esse non sono tuttavia sufficienti, ma non soltanto per le ragioni puramente quantitative articolate da Paul Krugman sul New York Times dell'8 gennaio. Date le stime del Congressional Budget Office - che prevede, nel prosssimo biennio, una caduta del Pil per 2,8 miliardi di dollari - Krugman osserva che i 775 miliardi di stimolo fiscale menzionati da Obama produrranno, keynesianamente, un effetto «moltiplicatore» pari a poco meno di 1200 miliardi. Una somma molto lontana, nei suoi effetti occupazionali, rispetto alla perdita stimata. Viene anche fatto osservare che solo il 60% del programma di Obama è costituito da spese pubbliche aggiuntive; il restante 40% proviene dalla riduzione delle tasse. Gli effetti espansivi di quest'ultima misura sono molto dubbi, soprattutto se gli sgravi fiscali saranno indirizzati alle imprese: i nuovi investimenti dipendono infatti più dalla domanda, che da sconti sulle tasse.


Quasi quasi, se andrebbe già a coricare...


Tutte cose giuste, insomma, sia dal lato di Obama che da quello - critico - di Krugman. A mio avviso entrambe sono alquanto irrilevanti, se non collocate in un quadro di riforma cruciale del capitalismo Usa. Di questo Obama sembre essere consapevole, focalizzando la sua critica sulle banche, oggi viste come il male fondamentale. Così facendo, però, egli isola il «male» dalla sua dimensione sistemica, malgrado dica che la crisi non è il «normale» risultato del ciclo economico. Il comportamente del settore finanziario non è nato dal nulla. E' stato prodotto da meccanismi economici e istituzionali volti a tenere in piedi la dinamica economica malgrado la stagnazione latente. Negli ultimi trent'anni tale stagnazione si è manifestata attraverso il calo dei salari reali e nell'incapacità del complesso militare-industriale di colmare il vuoto di domanda effettiva. Un vuoto che è stato riempito dall'indebitamento, a sua volta reso possibile dalle politiche di «denaro facile» adottate dalla Federal Reserve e del credito da parte delle banche private.
Cambiare un'economia che fino a ieri si è fondata sul sistema militare-industriale da un lato e finanziario indebitorio dell'altro - con tutti gli squilibri nei conti mondiali che ne sono scaturiti - è un lavoro di Sisifo, che implica una riforma radicale del ruolo dello stato federale, dei singoli stati dell'Unione, e del sistema legislativo. Staremo a vedere. Tuttavia vale la pena ricordare il naufragio della pur moderata proposta riformatrice del sistema sanitario avanzato da Hilary Clinton. Cozzò contro ideologie e interessi costituiti di ospedali privati, corporazioni mediche, società di assicurazione, società produttrici di macchinari medici, ecc. Tutti soggetti che beneficiano dell'alto costo delle cure mediche negli Usa. E questa era solo una riforma parziale, incentrata sul ruolo della «famiglia».
Visti da lontano, gli Usa - per non essere un fattore di crisi sull'economia mondiale - abbisognano di una serie di riforme come l'indebolimento del complesso militare-industriale (assai improbabile), la riforma del sistema bancario, di quello sanitario e dell'istruzione pubblica.
La deposizione al Congresso effettuata nel 2007 da Elizabeth Warren, docente presso la facoltà di legge dell'Università di Harvard, mostra lucidamente la connessione tra la spesa sanitaria e per l'istruzione e la crisi finanziaria delle famiglie, sempre più obbligate a ricorrere all'indebitamento per farvi fronte. Questo è però un problema istituzionale che pesa direttamente sui rapporti sociali, di classe, e non è risolvibile attraverso un normale «moltiplicatore» keynesiano. La Warren ha infatti provato come tutte le spese concernenti i beni correnti siano fortemente calate negli ultimi tre decenni. Tutto il peso delle spese aggiuntive ricade su servizi sanitari, istruzione e assicurazioni. Il meccanismo è infernale e internazionale. Le spese per beni correnti sono calate in proporzione al reddito per unità familiare grazie ai prezzi più bassi - frutto della deindustrializzazione e delle importazioni (prevalentemente dal'Asia e dall'America Latina). Questo stesso processo sta alla base della caduta dei salari e quindi del ricorso all'indebitamento. Esso è anche causa degli squilibri mondiali. Good luck Obama.


10 gennaio 2009

Oltre la tassa sugli immigrati....

Si potrebbe :




1) Tassare i guadagni degli scafisti o costituire con loro una joint-venture
2) Organizzare il rientro dei clandestini tramite gli stessi scafisti a prezzi scontati
3) Far annegare direttamente gli individui meno produttivi prima del rientro in maniera da razionalizzare le perdite
4) Far apparire il nome di uno sponsor italico sugli scafi.
5) Far diventare Lampedusa la nuova isola dei Famosi e sorteggiare un clandestino perchè partecipi allo show.
6) Fare una convenzione con un'agenzia di scommesse perchè gli abitanti di Lampedusa scommettano sul numero giornaliero dei clandestini ed il numero dei morti annegati
7) Sorteggiare tra i clandestini sbarcati per la seconda volta quello che parteciperà a "Carramba, che sorpresa"


9 gennaio 2009

Joseph Levine: un argomento per dimostrare il razzismo ipocrita di Israele

 L'attacco sferrato in questi giorni da Israele a Gaza ha suscitato discussioni nella stampa mainstream. Ma sia coloro che si sono espressi contro l'attacco, sia coloro che lo appoggiano, nonostante tutte le differenze condividono un assunto fondamentale secondo cui Israele, in quanto democrazia occidentale industrializzata, accetterebbe il principio illuministico del valore assoluto della vita umana riconoscendo i diritti inalienabili che da esso derivano. In questo quadro, gli esponenti del governo israeliano sarebbero messi di fronte a un tragico dilemma: come affrontare le forze minacciose che non condividono tali valori - gli «estremisti islamici» - senza sacrificare i propri standard morali. Così, chi è favorevole all'attacco a Gaza si chiede in quale altro modo, se non con una micidiale forza militare, Israele possa proteggere i suoi cittadini dai lanci dei missili, mentre chi è contrario fa notare che il bombardamento, con i suoi alti costi in termini di vite umane, è comunque un mezzo inadeguato a garantire la sicurezza di Israele.
Coloro che si oppongono all'attacco, naturalmente, hanno ragione. Ma, sottoscrivendo tacitamente l'idea dello «scontro tra culture», essi sollevano Israele dalla sua responsabilità morale. L'aggressione attualmente in corso non è governata dal doloroso riconoscimento che i diritti umani comportano esigenze in conflitto tra loro; essa è animata piuttosto da un profondo razzismo, da tribalismo, e dall'antica dottrina della colpa collettiva.





Per verificare ciò che dico, basta cimentarsi in un semplice esperimento del pensiero. Supponiamo che i terroristi di Hamas si fossero nascosti a Tel Aviv (o a Los Angeles, o a Londra - l'esercizio è altrettanto illuminante se applicato agli Usa e/o a qualunque altro stato occidentale «civilizzato»). Sarebbe mai stata contemplata una aggressione come quella cui abbiamo assistito nei confronti di Gaza? I governanti israeliani avrebbero calcolato con la stessa risoluta freddezza il rapporto costi-benefici relativo a un massiccio attacco aereo sui quartieri ebraici? I governanti americani ed europei avrebbero perdonato un simile attacco? E i pundit avrebbero espresso la loro simpatia nei confronti del terribile dilemma di Israele? Naturalmente no! L'idea stessa di una simile azione sarebbe stata immediatamente riconosciuta come moralmente riprovevole, e chiunque l'avesse proposta sarebbe stato trattato con disprezzo. Sembra di sentirli: Cosa, noi come Hamas? Loro non rispettano la vita umana, noi sì.
Salvo il fatto, naturalmente, che «noi» - i membri dell'Occidente che si autodefinisce illuminato - non la rispettiamo più di quanto facciano «loro». Se davvero mettessimo in pratica i valori che dichiariamo di sostenere, non reagiremmo al nostro esperimento del pensiero in modo asimmetrico. Oppure acconsentiremmo alla decisione di sacrificare la popolazione di un quartiere di Tel Aviv per il bene superiore. O - più probabilmente - dovremmo giudicare questo attacco a Gaza moralmente fuori dei limiti. Il fatto che le diverse ipotesi non ci colpiscano immediatamente come asimmetriche - una spiacevole necessità in un caso, una atrocità morale nell'altro - tradisce l'esistenza in noi di due impulsi molto primitivi, anti-illuministici: sciovinismo razziale/tribale e credenza nella colpa collettiva.
Il primo è ovvio. Se siamo onesti, ammetteremo che gli uomini, le donne, i bambini di Gaza appaiono diversi dagli ebrei israeliani e dagli altri «occidentali»: loro sono «altro», non pienamente umani. Noi naturalmente rifiutiamo con veemenza certi giudizi. Ma se non crediamo che le cose stiano così, che cosa spiega il risultato del nostro esperimento? Perché non saremmo disposti a uccidere centinaia di «noi» per proteggere gli altri, mentre siamo pronti a uccidere loro, tanti quanti ne servono? E' semplice: loro non contano quanto contiamo noi.
O forse no. Qualcuno potrebbe obiettare che c'è una differenza moralmente rilevante tra le due popolazioni: poiché Hamas è una organizzazione palestinese, sarebbe moralmente giustificabile mettere a rischio la vita dei palestinesi per proteggere i cittadini israeliani. Ma questa obiezione, semplicemente, mette a nudo il secondo elemento anti-illuministico presente nella psiche occidentale moderna: la nozione di colpa collettiva.
Perché il mero fatto che Hamas è palestinese dovrebbe giustificare che sia messa a repentaglio la vita di palestinesi che non sono combattenti di Hamas e che non sono personalmente responsabili degli atti terroristici commessi da quella organizzazione? Ciò è possibile solo se crediamo che tutti i palestinesi nascano colpevoli, semplicemente - come dirlo altrimenti? - perché appartenenti alla stessa tribù di Hamas. In quale altro modo è possibile spiegare la distinzione tra le potenziali vittime innocenti palestinesi, e quelle innocenti «come noi»?
La colpa collettiva è una nozione moralmente primitiva e odiosa tanto quanto i principi attribuiti agli «estremisti religiosi». Ecco perché la punizione collettiva è proibita dal diritto internazionale. Inoltre, abbracciare la dottrina della colpa collettiva significa abbandonare una posizione moralmente valida. I terroristi fanno sempre appello ad essa per giustificare la morte di qualcuno. Al Qaeda considerava le vittime degli attacchi al World Trade Center adulatori del Grande Satana, così come Hamas considera le sue vittime collaborazionisti dell'occupazione. Se vogliamo respingere un simile modo di ragionare, non dobbiamo indulgervi noi stessi.
Se rinunciamo all'idea di colpa collettiva e di fedeltà alla tribù, non resta niente che distingua le vittime concretissime dell'attacco di Israele a Gaza dalle vittime immaginarie nel mio esperimento. A dire il vero, non c'è una differenza moralmente rilevante. Gridare a gran voce la nostra indignazione è l'unica risposta umanamente decorosa alla brutale aggressione di Israele. Ce lo impongono quei valori occidentali illuminati che tutti noi dovremmo avere cari.


9 gennaio 2009

Bruno Steri : è nella disuguaglianza sociale la contraddizione essenziale

 

Un paio di settimane fa (Affari&Finanza dell’8 dicembre) Marcello De Cecco ha indicato con la sua solita chiarezza i vizi che si celano dietro l’apparente virtù degli enormi esborsi di risorse finanziarie destinati dalle autorità statunitensi (Fed e Tesoro) al salvataggio di colossi bancari e assicurativi. C’è un problema di qualità ed uno - non meno preoccupante - di efficacia. Iniziamo dal primo, rievocando per sommi capi la vicenda di Citibank. A quest’istituto (un colosso con 2 mila miliardi di attivo) è stata riservata poco meno della metà (306 miliardi) dei 700 miliardi di dollari già stanziati dal Congresso per i salvataggi bancari. Una quota enorme, diretta verso un’unica banca, che ha comprensibilmente sollecitato il commento di De Cecco: “Alcune istituzioni sono più uguali di altre”. I dubbi aumentano se si passa a valutare le condizioni a cui tale enorme esborso è stato accordato. Esso serve infatti ad assicurare la garanzia pubblica sui prestiti, immobiliari e non, più o meno imprudentemente concessi da Citi (e le eventuali perdite a questi connessi). La logica è la stessa di quella del Piano Paulson, che mirava ad alleggerire le banche dall’ingombro di titoli tossici presenti in grosse quantità nei loro attivi. Come contropartita, Citibank ha pattuito unicamente la corresponsione alle casse pubbliche di un dividendo fisso dell’8% su un pacchetto di 27 miliardi di azioni acquistate dal governo. Ma la plancia di comando, a cominciare dal consiglio di amministrazione responsabile delle passate scelte speculative, e l’assetto aziendale, la cui gigantesca dimensione risulta ormai difficilmente governabile e controllabile, restano tali e quali erano. Il caso in questione è particolarmente significativo in quanto il principale artefice dell’intervento di soccorso è Robert Rubin, già Chief executive dello stesso Citigroup ed ora, assieme a Lawrence Summers, principale consigliere economico di Obama (alla faccia del conflitto di interessi!). 




Passiamo rapidamente al secondo dei problemi sopra detti. Finora, per tappare il buco finanziario, le autorità Usa hanno sborsato l’astronomica cifra di 3 mila miliardi di dollari (ma, secondo alcune stime, si arriva a 4 mila). In un anno, il debito pubblico ufficiale degli States è quasi raddoppiato, passando da 5,7 a 10 mila e 500 miliardi di dollari. A ciò occorre aggiungere i successivi esborsi che possono derivare dai rischi connessi all’esposizione delle varie banche “salvate” (oggi difficilmente quantificabili). In definitiva, si viaggia verso un debito pubblico che può in tempi brevi raggiungere le dimensioni del Pil (14 mila miliardi di dollari): come si usa dire, un rapporto debito/Pil di dimensioni “italiane”. Più nello specifico, il fatto che la stessa Federal Reserve (ma anche altre Banche centrali, in particolare quella inglese) abbia gonfiato a dismisura il suo bilancio, triplicandolo rispetto a un anno fa e deteriorandone la qualità per l’assorbimento dei titoli “spazzatura”, dovrebbe essere considerato non un’opportunità ma un fattore di fragilità del sistema. Non a caso, c’è chi ha criticamente osservato che il venir meno della robustezza patrimoniale, l’abnorme aumento dell’indebitamento e l’assunzione di funzioni improprie fa assomigliare questi stessi istituti centrali a dei veri e propri hedge funds. Ma evidentemente quanto fatto sin qui non è ancora bastato ed ora il presidente della Fed, Ben Bernanke, ricorre ad una misura del tutto eccezionale azzerando il costo del denaro: con la mente alla fallimentare strategia seguita negli anni 1929 e seguenti, si cerca oggi di fugare l’incertezza e la sfiducia iniettando denaro nel sistema, così da riattivare le transazioni interbancarie, ricostituire margini per indurre a prestare denaro e riavviare gli investimenti.
Si dice: in una fase eccezionale (e per molti versi inesplorata), si tratta di correre dei rischi. Ma il punto è un altro: tutto questo sarà sufficiente a riattivare la macchina capitalistica? La storia più recente (vedi Giappone fine anni ‘80/inizi ‘90) sembrerebbe suggerire una risposta negativa. E del resto – ricorda opportunamente De Cecco nell’articolo sopra citato - lo stesso Keynes “perse fiducia nella politica monetaria, quella politica monetaria espansiva che aveva predicato dal 1919 al 1930”. E prese a consigliare investimenti pubblici diretti. Dare soldi alle banche (e ai banchieri, soprattutto se amici) senza adeguate contropartite, ripercorrere la strada del denaro facile e dell’indebitamento può sembrare l’unica praticabile, solo se non si intenda toccare i rapporti di classe. A tale proposito, va ricordato che la crisi in cui siamo immersi è esplosa a seguito non tanto dell’indebitamento pubblico quanto di quello privato. Come è stato notato (perfino dallo stesso Tremonti), il parametro sensibile per monitorare cause ed effetti di questo tracollo è l’indebitamento totale di un Paese (comprendente, oltre all’esposizione del settore pubblico, anche quella di famiglie e imprese): si scoprirebbe allora che, ad esempio, il debito nazionale totale Usa ha raggiunto il 370% del Pil (un rapporto doppio rispetto al 1957). Le famiglie si sono indebitate (e continuano a indebitarsi) perché non hanno un reddito sufficiente a sopravvivere: è qui, nell’impennarsi della disuguaglianza caratterizzante la società e l’economia reale, che va individuata la contraddizione essenziale. Ed è qui che occorrerebbe decisamente intervenire, per disinnescare il dispositivo che in profondità genera la crisi. Questo intendeva Marx quando scriveva: “La causa ultima di tutte le crisi effettive è pur sempre la povertà e la limitazione di consumo delle masse, in contrasto con la tendenza della produzione capitalistica a sviluppare le forze produttive ad un grado che pone come unico suo limite la capacità di consumo della società”.
Tale fondamentale questione circoscrive l’ambito dell’opzione anticapitalistica. Lorsignori, nel vivo di questa crisi, offrono mance a chi è più direttamente colpito dall’onda recessiva e propongono di rivedere (in peggio) il sistema pensionistico. Noi – i comunisti, la sinistra – diciamo: blocco dei licenziamenti, estensione delle tutele a tutto il mondo del lavoro, redistribuzione del reddito, rimodulazione degli scaglioni fiscali (così da prendere le risorse necessarie là dove sono), abbattimento delle spese militari, nazionalizzazione/socializzazione dei principali istituti di credito e creazione di un polo creditizio pubblico in grado di selezionare l’offerta di finanziamento sulla base del carattere più o meno virtuoso (socialmente e ambientalmente) dell’investimento. E’ banale ricordarlo: ma la possibilità che queste opzioni prevalgano è esclusivamente affidata alla forza che sarà tributata (e che saprà conquistarsi) Rifondazione e, con essa, la sinistra.


8 gennaio 2009

Francesco Piccioni : Madoff è soltanto il primo ?

 

Si dice che la trasparenza delle informazioni sia una condizione sine qua non per avere «mercati» efficienti, dove ogni investitore possa comportarsi come previsto dai manuali di economia: ovvero come «soggetto razionale». Specie se, come quasi tutti gli analisti spiegano, alla base di questa mostruosa crisi ci sarebbe «soprattutto» un deficit di trasparenza, di regole e di controllori.
Bene, la gestione della più grande crisi che il capitalismo abbia mai conosciuto - per questione, se non altro di dimensioni - avviene in modo pressoché segreto, nonostante l'immensa mole di notizie sfornate giorno dopo giorno da tutti i media. Manca infatti sempre l'informazione fondamentale: cosa stanno facendo davvero le «autorità monetarie» del mondo? Innanzitutto: cosa stanno facendo il Tesoro Usa e la Federal Reserve? Intendiamo: liste di movimenti, non dichiarazioni autocertificate.
Prendiamo un caso particolare, in modo da poter vedere in dettaglio dov'è che l'informazione - improvvisamente - svanisce. Il «caso Madoff» (l'ex presidente del Nasdaq, ideatore di una truffa da 50 miliardi di dollari realizzata con l'antico sistema della «catena di S. Antonio», chiamata negli States «schema Ponzi») occupa da giorni le prime pagine anglosassoni e non solo. Ha fatto scalpore per le dimensioni dell'ammanco, la fama di molti suoi clienti (da Steven Spielberg a Kevin Bacon, dalla fondazione Elie Wiesel alla Yeshiva University), il dolore seminato nella comunità ebraica newyorkese (di cui era un esponente di punta). La Sec - autorità di controllo della borsa Usa - gli aveva imposto di consegnare entro il 31 dicembre la lista completa dei suoi beni, in patria e all'estero, in modo da poter far fronte alle richieste di risarcimento dei sottoscrittori dei suoi fondi. Madoff, tramite i suoi legali, ha obbedito all'ingiunzione, ma la Sec ha deciso di non render nota la lista neppure agli avvocati delle «parti lese». Motivazione ufficiale: è possibile che gran parte di quei soldi sia depositato in banche offshore (leggi: paradisi fiscali), che potrebbero facilmente predisporre, se preavvertite, una linea di resistenza alle richieste di restituzione da parte Usa.



Molte istituzioni finanziarie «normali» hanno ammesso di avere investito in fondi Madoff, e se ne conoscono a grandi linee le perdite. E' il caso degli spagnoli del Santander e della Bbva. Come anche della banca Medici, austriaca ma partecipata al 25% da Unicredit. Ieri il governo austriaco ha di fatto commissariato l'istituto, esposto per circa tre miliardi, imponendo un proprio supervisore. L'amministratore delegato, Peter Scheithauer, e un membro del cda si sono dimessi. Neppure il supervisore potrà però sapere - almeno ufficialmente - da chi potrà, forse, recuperare parte dei soldi perduti.
Ma questa «segretezza» è diventata una prerogativa soprattutto della Fed. il ministro del tesoro, Hank Paulson, aveva preparato un piano di salvataggio del sistema finanziario Usa dotato di 700 miliardi di dollari. I primi 150 sono stati dati a varie banche senza nessuna contropartita in termini di controllo del loro utilizzo. I priblemi politici con il Congresso, oltretutto, hanno reso impossibile approvare il salvataggio dei tre grandi grandi costruttori di automobili (Ford, Gm e Chrysler), che pure chiedevano appena 14 miliardi.
Il ruolo di «dispensiere» è così passato alla Fed, più libera di agire ma teoricamente sottoposta al dovere di fornire informazioni a chi. istituzionalmente, ha il diritto di chiederne. La Fed, per esempio, in soli tre mesi ha erogato «prestiti di emergenza» per quasi 2.000 miliardi di dollari, senza più attuare nessuna delle misure di «sterilizzazione» dell'inflazione praticate fin lì. In cambio ha accettato come garanzie altrettanti «titoli spazzatura» che non hanno più un prezzo di mercato. Ma si è rifiutata di render nota la lista di questi «beni», in gran parte ancora in dotazione alle stesse banche.
Come ha potuto la Fed reperire la fantastica cifra di 2.000 miliardi? Nel modo più banale: stampando dollari. La base monetaria (riserva complessiva più contante in circolazione) è aumentata tra settembre e dicembre del 76%. Ad ottobre - nel pieno del crack di Lehmann Brothers, quarta banca d'affari mondiale, miseramente fallita - era cresciuta del 38% su base annua. Per capire la gravità del dato: il precedente record di crescita era il 28% e risale al 1939, quando l'America pompava il settore industriale in relazione alla guerra in Europa. Un simile squilibrio - come sempre avvenuto nella storia - comporterà prima o poi un'inflazione mostruosa. Fin quando le banche restano paralizzate si avrà invece il fenomeno opposto (la deflazione). E' uno dei prezzi da pagare al «segreto» ferreo che, loro e la Fed, mantengono sull'identità degli «asset» cartacei posseduti (Cdo e altri prodotti da cartolarizzazioni). Alla prima «lista nera» che salterà fuori, ne vedremo delle belle. Madoff è stato soltanto il primo.


8 gennaio 2009

Joseph Halevi : la crisi che verrà è legata alla deflazione salariale

 

Quali prospettive si aprono per il sistema eonomico negli Stati Uniti e nei paesi ed aree più significative? Tutti vogliono il rilancio della domanda, stavolta reale, nessuno però contempla l'abbandono della deflazione salariale. A Washington il Senato aveva bocciato i sussidi alle aziende automobilistiche Usa perchè queste si erano accordate con i sindacati per la riduzione dei salari ai livelli delle filiali delle aziende giapponesi e coreane a partire dal 2011 invece che dal 2009! La valanga di soldi catapultata, di fatto gratuitamente, verso le banche dal 2007 non ha rilanciato il credito. I soldi finiscono in titoli garantiti e in conti presso le banche centrali. Il perchè è ovvio: la bolla creditizia è scoppiata per via della sparizione dei valori dei titoli collaterali usati sia come garanzia che come indici di lucro futuro. Dietro di essi vi erano famiglie e persone insolventi, senza redditi sufficienti. Alla base di tale insufficienza sta la deflazione salariale.
La facile concessione di crediti ha simultaneamente agito da palliativo e da amplificatore della deflazione salariale, permettendo di mantenere un livello di spesa non raggiungibile con il solo salario, mentre il conseguente indebitamento riduce ulteriormente il salario reale attraverso il peso del servizio del debito. Negli Stati Uniti gli aiuti finanziari decisi pochi giorni fa in favore degli hedge fund hanno come obiettivo il rilancio del credito alle famiglie, le quali, nell'attuale recessione, non hanno alcuna speranza in una ripresa dei salari. Ma ciò significa riproporre esattamente lo stesso meccanismo in condizioni ove le famiglie hanno minori disponibilità. Le prospettive di ripresa negli Usa sono alquanto problematiche. Dipenderanno dalla dimensione e natura della spesa pubblica. Questa sarà determinata solo parzialmente da Obama, ma dalle esigenze che verranno accampate dalle nuove concentrazioni capitalistiche. Il salvataggio pubblico di banche ed affini e le operazioni di fusione patrocinate dal governo, hanno creato dei mastodonti finanziari deboli economicamente, in quanto ancora pieni di cartacce derivate senza appurabile valore, ma influentissimi nelle decisioni economiche del governo per via dellea loro dimensione. 



Il resto del mondo nell'ultimo venticinquennio ha poggiato sugli Usa per chiudere il proprio circuito macroeconomico diventando così creditore netto verso Washington. Nell'eurozona la deflazione salariale è diventata sia il perno del compromesso tra i vari capitalismi continentali che lo strumento per la lotta neomercantilistica all'interno dell'Ue. La deflazione dei salari soddisfa gli interessi microeconomici di tutte le imprese che vedono il salario come un costo. Contemporaneamente ciascun paese mira ad una deflazione salariale maggiore della media per esportare in Europa. La dinamica europea dipende però dalle esportazioni nette extraeuropee e dalla spesa pubblica visto che gli investimenti sono a loro volta molto dipendenti dalle esportazioni e da spese esogene alle decisioni di impresa. La crisi della Germania, colpita dalla crisi Usa, acuisce, bloccando la dinamica intraeuropea, la calamità macroeonomica costituita dalla deflazione salariale. Inoltre la rivalutazione dell'euro rispetto al dollaro allontana la possibilità di trovare la via d'uscita nei mercati extraeuropei. In Giappone la ripresa economica è stata tirata dalla crescita e l'espansione globale delle proprie multinazionali nipponiche ha permesso il rimpatrio di grandi profitti. Il tasso di espansione della Cina calerà notevolmente colpendo le esportazioni nipponiche. La Cina manterrà però la sua posizione di esportatrice netta, sempre più a scapito del Giappone. E'possibile dunque che si apra una nuova fase in cui la posizione dei conti esteri nipponici sarà assai problematica. L'eventualità del fenomeno deve essere collegata anche alle perdite subite dalle multinazionali nipponiche per via della crisi negli Usa ed in Europa. Ne discende un probabile calo nel rimpatrio dei profitti. Il Giappone può quindi entrare in un periodo di recessione con perdite nella bilancia dei pagamenti. Prolungata nel tempo, tale situazione potrebbe determinare un cambiamento profondo negli assetti capitalistici del paese con delocalizzazioni anche massicce verso la Cina.
Terminiamo la rassegna con la Cina, che aumenterà il proprio peso nell'economia mondiale senza però sfuggire alla crisi. Il governo di Pechino cercherà di arginarla per non bloccare lo sviluppo. Ma le zone più esposte alle esportazioni specialmente nei prodotti la cui produzione mondiale è altamente localizzata in Cina, verranno ulteriormente colpite. Continueranno anche le delocalizzazioni verso la Cina come nell'ipotesi summenzionata del Giappone. Attualmente, secondo le corrispondenze dagli Usa della Bbc, locali aziende di macchine utensili in crisi, si stanno spostando in Cina per usufruire dei minori costi salariali ed esportare la loro produzione verso gli Usa. Nella sostanza la Cina subirà l'effetto negativo del calo della domanda nei paesi maturi, mantre continuerà a funzionare da zona di produzione a basso costo salariale per molti settori dell'economia mondiale.


7 gennaio 2009

Danilo Zolo : a Gaza stiamo assistendo allo splendore del supplizio

 

La striscia insanguinata di Gaza è l'ultima testimonianza di una tragedia senza ritorno, ormai avviata verso la soluzione finale. In questi giorni migliaia di feriti e centinaia di morti, vittime dei bombardamenti e dell'attacco terreste della grande potenza nucleare israeliana, si sono aggiunti alle decine di migliaia di persone in condizioni disperate a causa della miseria, delle malattie, della fame. I ricatti finanziari e l'embargo imposto da Israele alla popolazione di Gaza non intendevano colpire soltanto il movimento di Hamas.
Né si può minimamente pensare, nonostante i fiumi di retorica versati dagli opinionisti occidentali, che l'operazione «Piombo fuso» fosse stata progettata per replicare ai razzi Qassam. In dieci anni questi rudimentali strumenti bellici non avevano provocato più di una decina di vittime israeliane.
Gaza deve scomparire, soffocata nel sangue: questo è l'obiettivo strategico delle autorità israeliane dopo il fallimento del «ritiro» voluto da Sharon nel 2005. Gaza verrà falciata come entità civile e come struttura politica autonoma: non a caso i missili e i carri armati israeliani stanno distruggendo accanitamente le sue strutture civili, politiche e amministrative. Gaza verrà ridotta a un cumulo di macerie e scomparirà come sta scomparendo la Cisgiordania, che ormai sopravvive come un relitto storico, come una sorta di discarica umana differenziata, dopo quarant'anni di illegale occupazione militare.
Quello che rimarrà del popolo palestinese sarà sottoposto per sempre al potere degli invasori in nome del mito politico-religioso del «Grande Israele». Rispetto a questo mito il valore delle vite umane è uguale a zero, nonostante il «diritto alla vita» di cui ha fabulato la Dichiarazione universale dei diritti umani nel 1948. Il 1948 è proprio l'anno dell'auto proclamazione dello stato d'Israele e della feroce «pulizia etnica» imposta dai leader sionisti al popolo palestinese, oggi rigorosamente documentata da storici israeliani come, fra gli altri, Ilan Pappe, Avi Shlaim e Jeff Halper.



In questi anni l'idea di uno stato palestinese è stata l'ultima impostura sionista, sostenuta dal potere imperiale degli Stati uniti, con la complicità dell'Unione europea. L'inganno è servito non solo a coprire un processo di occupazione sempre più invasiva dell'esigua porzione di territorio - il 22 per cento della Palestina mandataria - rimasta al popolo palestinese dopo la guerra di aggressione del 1967. L'inganno è servito soprattutto per avviare una progressiva e irreversibile colonizzazione dell'intera Palestina. Oggi non meno di 400 mila coloni sono insediati in Cisgiordania e le colonie si espandono senza sosta.
A Gaza e in Cisgiordania i leader politici palestinesi sono stati costretti all'esilio, incarcerati o eliminati con la tecnica feroce degli «omicidi mirati». Decine di migliaia di case sono state demolite e centinaia di villaggi devastati. Centinaia di pozzi sono stati distrutti e le riserve idriche sotterranee sequestrate e sfruttate per irrigare le coltivazioni delle colonie e dei territori israeliani. Migliaia di olivi e di alberi da frutta sono stati sradicati. Un fitto intreccio di strade che collegano le colonie tra di loro e con Israele - le famigerate by-pass routes - sono state interdette ai palestinesi e rendono ancora più difficoltose le comunicazioni territoriali, già ostacolate da centinaia di check point. A tutto questo si è aggiunta l'erezione della «barriera di sicurezza» voluta da Sharon, il muro destinato a stringere in una morsa la popolazione palestinese, relegandola in aree territoriali sempre più frammentate e dislocate. Nel frattempo Gerusalemme è stata trasformata in un'immensa colonia ebraica che si espande sempre più verso oriente, cancellando ogni traccia della presenza arabo-islamica e dei suoi millenari monumenti.
L'etnocidio del popolo palestinese si consuma nell'indifferenza del mondo, con la complicità delle cancellerie occidentali, l'omertà dei grandi mezzi di comunicazione di massa, il servilismo degli esperti e dei giuristi «al di sopra delle parti», il fervido sostegno del più ottuso e sanguinario presidente che gli Stati uniti d'America possono vantare. Per quanto riguarda il popolo palestinese, il diritto internazionale è un pezzo di carta insanguinata, mentre le Nazioni unite, dominate dal potere di veto degli Stati uniti, macinano acqua nel mortaio e lasciano impuniti gli infiniti crimini internazionali commessi da Israele. La triste vicenda di Richard Falk ne ha offerto in questi giorni l'ennesima prova. Ciò che sicuramente riprenderà vigore in un futuro molto prossimo - e sarà per tutti la tragedia più grave - sarà il terrorismo suicida dei giovani palestinesi, la sola replica «economica» al terrorismo di stato. E altissimo sarà il rischio di un allargamento del conflitto nell'intera area della mezzaluna fertile.
Che senso storico e umano ha tutto questo? Qual è il destino del Medio Oriente? Che funzione svolge la strage di uomini, donne e bambini palestinesi? Come si giustifica la spietatezza del governo Olmert e la complicità delle autorità religiose israeliane?
Una cosa sembra certa e è la funzione sacrificale di un lembo di terra tra i più densamente abitati poveri e disperati del pianeta. Chi persegue un obiettivo assoluto e si crede portatore della giustizia e della verità, si attribuisce un'innocenza assoluta e è sempre pronto, come ci ha insegnato Albert Camus, a imputare agli avversari una colpa assoluta e a spegnere la loro vita negando loro ogni speranza. Gaza è ormai un immenso patibolo dove si celebra di fronte al mondo una condanna a morte collettiva. L'umanità assiste allo «splendore del supplizio», per usare una celebre espressione di Michael Foucault. La pubblica esecuzione della condanna a morte dei propri avversari è uno strumento essenziale di glorificazione di un potere che si sente più che umano.


7 gennaio 2009

Fabio Sebastiani : contro il precariato. Intervista a Mena Trizio, segretaria della Nidil-Cgil

 

«La crisi potrebbe essere l'occasione per uscire da una situazione della precarietà che non giova a nessuno e che dimostra che questo sistema non regge». Mena Trizio è la segretaria generale del Nidil, il sindacato che nella Cgil si occupa di precari o, come recita l'acronimo, di "nuove identità del lavoro". Liberazione l'ha intervistata chiedendole un parere sui dati presentati dalla Cgia di Mestre sull'entità della precarietà in Italia. Qualche mese fa il Nidil presentò una ricerca, in collaborazione con l'Osservatorio sulla precarietà dell'Università La Sapienza di Roma, che parlava di circa quattro milioni di precari e di precarie nel mondo lavoro. 



E' difficile riuscire a trovare dati concordanti sul fenomeno della precarietà. Perché questa discordanza?

Intanto c'è una articolazione all'interno della precarietà, perché non è mai la stessa e non contempla gli stessi diritti.

Proviamo a mettere un po' di ordine allora.

Hai i contratti a termine, che sono oltre i due milioni, a questo va aggiunto un numero di circa 600mila lavoratori che sono in somministrazione. Il dato riguarda il 2007-2008. E poi si aggiunge l'area complessiva della parasubordinazione, da distinguere tra tipicamente parasubodinati, per esempio gli amministratori di condominio, e gli esclusivi atipici, lavoratori che ricavano il loro reddito sclusivamente dalla parasubordinazione e con modalità non tipiche, peraltro simili al lavoro dipendente. Questa tranche si condensa in 850mila unità. L'insieme di queste figure a cui si aggiungono 200mila partite iva dà un numero di 4 milioni di lavoraotri in stato di precarietà. Un numero certamente cresciuto in modo consistente nel corso degli ultimi anni. Solo la parasubordinazione è cresciuta di 50mila unità nel giro di breve tempo. Non è un caso se nel 2007 per effetto dei provedimenti del governo Prodi c'era stato un calo di 50mila unità proprio nella parasubordinazione. Non solo nell'edilizia ma anche nel settore dei call center.

Il nodo dei numeri è importante perché ci introduce direttamente al tema degli ammortizzatori sociali, sul quale sembra di capire che siamo ancora ai preliminari.

In realtà si è fatta soprattutto molta polvere e nessuna sostanza. L'ultimo provvedimento del Governo Berlusconi, il "185" non è attuabile e va definito nella sua formulazione a cui deve eseguire ancora il decreto attuativo. Attualemente chi è uscito fuori dal circuito non ha avuto nessun sostegno e non ce l'ha nemmeno chi ancora è rimasto al lavoro.

Ma il Governo attraverso il sistema degli enti bilaterali vuole coinvolgere il sindacato.

Sulla bilateralità c'è da dire che viene negato alla radice il diritto universale agli ammortizzatori sociali. Quello che è discutibile, infatti, è subordinare l'intervento pubblico all'intervento degli enti bilaterali.

Non ti pare che l'esecutivo voglia fare, come si dice, "figli e figliastri"?

Nel 185 si prende in esame la sospensione del rapporto di lavoro prima della scadenza del termine. Il provvedimento del governo interviene su apprendisti, e contratti a termine. Ne è fuori l'area dei somministrati. E ci sono pure condizioni capestro e limitative. Da solo non basta. Anche qui, ad esempio, c'è un provvedimento del 2007 che riservava la possibilità di accesso di sostegno al reddito in presenza di stati di crisi e dava 15 milioni di euro come cifra iniziale. Perché non si dà corso a quello?

Intanto la crisi avanza. Non credi anche tu che si stia perdendo tempo?
 
Sì, si sta perdendo del tempo prezioso e chi è rimasto fuori è rimasto fuori senza un appiglio. Parlo di chi ha chiuso l'anno fuori dal posto di lavoro. Ci sono stati segnalati casi di agenzie che hanno premuto per avere le dimissioni dei lavoratori.

Tra qualche mese, poi, ci saranno molti precari del pubblico impiego che saranno senza un lavoro.

Questa è l'ulteriore tragedia. Piove sul bagnato. Finora abbiamo visto il setore privato. Se si dovessero verificare i provvedimenti del Governo con l'espulsione di circa 50mila lavoratori allora siamo proprio alla tragedia oltre che alla follia. Per quei lavoratori in parasubordinazione (co.co.co, ndr) non è previsto neanche nel 185 un intervento di merito.

I numeri su lla precarietà lascerebbero immaginare che anche per il sindacato è arrivato il momento di dare più attenzione al problema.

C'è indubbiamentoe una attenzione che si è rafforzata da parte del sindadcato. I processi di crisi rendono più evidente la drammaticità del problema. Occorre che ci sia un intervento coordinato anche perché c'è molta frammentarietà, ed anche un intevento immediato e credibile che dia sostegno vero al reddito e che impedisca che la crisi li trovi privi di qualsiasi sostegno. Occore che ci sia un ripensamento sull'input da dare al mondo del lavoro e al mondo delle imprese. Questo sistema non regge. E la crisi potrebbe essere l'occasione per strutturare quello che c'è da strutturare confinando la precarietà soltanto ad alcune forme ben definite.


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