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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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7 gennaio 2009

Sandro Padula : ridurre l'orario e reddito per tutti

 

Quattro decenni di piramidizzazione del debito capitalista e di new economy hanno avuto un impatto sociale negativo sulle condizioni di vita della classe lavoratrice. Oggi assistiamo ad una clamorosa inversione della tendenza alla riduzione della settimana lavorativa. Se nel secolo scorso le ore di lavoro settimanale si erano progressivamente ridotte, dalle 60-70 ore del 1860 alle 40 ore del 1960, oggi per riprodurre la vita sociale di 4 persone sono necessarie 80 e più ore di lavoro che, per giunta, non sono sufficienti neanche a riprodurre la vita di un nucleo di 3 persone.
Il "capitale fittizio", cioè quella enorme massa di diritti cartacei sulla ricchezza, ha giocato «una parte importante nella crisi del sistema complessivo almeno dagli anni 1960». Quando l'economia reale capitalistica ha grosse difficoltà di reinvestimento produttivo cerca di trovare denaro attraverso il capitale fittizio. Per intenderci, la Fiat negli anni '80 rastrellava molti soldi attraverso gli interessi ricavati dai buoni ordinari del tesoro che reinvestiva nell'economia reale. Il ricorso al capitale fittizio non è dunque una anomalia del sistema, ma un passaggio inaggirabile che però alla fine si rivela a sua volta una causa ulteriore di crisi.
È quanto spiega Loren Goldner nel suo Capitale fittizio e crisi del capitalismo (edizioni Ponsimor, pp 320, 17 euro). Militante americano, professore universitario e attento studioso di Marx, di cui fornisce una lettura eterodossa, e dei movimenti della classe lavoratrice di diversi paesi, Goldner analizza l'attuale sistema economico e finanziario internazionale aggiornando alcune idee di Rosa Luxemburg sul carattere vampiresco del sistema capitalistico, simile a quello che precedette e favorì l'egemonia della Gran Bretagna sul mercato mondiale.
La dollarizzazione e la finanziarizzazione dell'economia mondiale hanno ingenerato colossali piramidi di debiti, come quello degli Stati uniti che ammonta (calcolando debito federale, statale, locale, aziendale e personale) a 33 trilioni di dollari, pari a tre volte il Pil. Questo fenomeno si è riversato anche sui paesi in via di sviluppo che hanno visto le loro risorse saccheggiate da politiche antisociali e antiecologiche. Negli ultimi dieci anni i mutui ipotecari sono stati addirittura convertiti in una fonte di finanziamento per le spese più indispensabili dei salariati e dei ceti medio-bassi, colpiti dall'aumento delle disuguaglianze sociali. Ciò ha contribuito a far esplodere la crisi di solvibilità dei settori sociali già sfruttati. Gli Usa, che hanno fatto da battistrada a queste dinamiche, sono al tempo stesso diventati il paese più indebitato del mondo e una specie di fossile industriale. 



Ah, i paesi scandinavi...

Questa progressiva perdita dello "scettro imperiale" nordamericano, tuttavia secondo Goldner non affievolirà la disperata resistenza di quelle forze economiche e politiche che cercheranno di promuovere delle controtendenze per mantenere una qualche forma d'egemonia americana sul mondo, grazie anche ad una forza militare distribuita su scala planetaria, in modo aperto o coperto, in 110 paesi. Ne sono prova la «strategia geopolitica mirata a controllare i confini della Russia e della Cina», la forte presenza in Medio oriente delle Corporations che puntano a dominare i territori ancora estranei alla loro sfera di influenza e ricchi di materie prime. Gli Usa dominano ancora la maggior parte delle prime 200 Corporations del mondo ed hanno un grande peso «per mezzo di istituzioni internazionali quali l'Onu, il Fmi e la Banca mondiale, con le imposizioni - gli ultimi due - di programmi di aggiustamento strutturale a 100 paesi in via di sviluppo con l'effetto di provocare 60 e più fallimenti o quasi fallimenti di stati». Non è un caso se dopo la fine del sistema monetario internazionale a cambi fissi, avvenuta d'imperio il 15 agosto 1971, tutte le svalutazioni statunitensi del costo del denaro e quindi del dollaro hanno gravato sulle Banche centrali dei paesi che ancora insistono ad avere riserve monetarie in dollari. Di fronte a questa situazione - sostiene lo studioso americano - il XXI secolo sarà molto incerto e anche pericoloso se il declino egemonico degli Usa non verrà, per così dire, accompagnato da una rinascita delle lotte della classe lavoratrice a livello mondiale.
Lotte che, secondo Goldner, dovrebbero coalizzarsi attorno ad un programma minimo: abolizione della dittatura del dollaro e dei sovrabbondanti lavori socialmente inutili o nocivi; reddito minimo garantito su scala mondiale; riduzione dell'orario di lavoro quotidiano e settimanale (senza riduzioni dei redditi); ristrutturazione ecologica dell'economia e del rapporto città-campagna.


5 gennaio 2009

Giuseppe Quaranta : Hamas (creatura israeliana) può mai essere un interlocutore della Sinistra ?

 Le drammatiche notizie che ci giungono in queste ore da Gaza, oltre a provocare in noi militanti di sinistra indignazione, preoccupazione, angoscia e rabbia, ci portano spesso degli interrogativi, dalle risposte non sempre facili. 



E la domanda non è “ di chi è la colpa ? “, qui c'è poco da discutere. Le responsabilità, non solo in quest'ultima carneficina sono chiare, palesi. Israele e le sue politiche hanno responsabilità inequivocabili. Come tante responsabilità hanno tutti gli Stati dell'occidente che nei decenni hanno appoggiato, avallato, spinto o semplicemente non contrastato le politiche di occupazione violenta di Israele. Per non parlare della sistematica violazione delle risoluzioni dell'Onu da parte di Israele nel silenzio delle stesse Nazioni Unite.
L'impossibilità dell'equidistanza tra Israele e Palestina, cioè quindi tra oppressore feroce e oppresso è ( o meglio dovrebbe essere ) quindi patrimonio e punto fondante per una sinistra coerente, ma la domanda dalla risposta più difficile rimane quella sul rapporto del movimento internazionale di solidarietà con la Palestina nei confronti di Hamas. Ovviamente, partendo da una considerazione fondamentale e cioè che ogni popolo ha il diritto di scegliersi il proprio governo. Quindi, nei considerare la questione palestinese oggi, non possiamo non legittimare il governo che i palestinesi stessi si sono dati nelle ultime elezioni.
E la domanda non è neanche quella di chiedersi se sia giusto per un popolo oppresso e sotto occupazione armata resistere nei modi che ritiene opportuni, fa anche questo parte del suo diritto.
La vera domanda è se in Hamas e quindi nel fondamentalismo islamico si possa trovare la soluzione alla drammatica situazione del popolo palestinese.
La mole di fuoco piombata su Gaza non ha giustificazione, ciò che sta emergendo da settori della destra italiana ad esempio, per giustificare questa nuova guerra da parte di Israele è a dir poco agghiacciante. E' quanto mai urgente una forte mobilitazione contro queste violenze inaudite, contro questi attacchi dalla ferocia difficilmente eguagliabile. La nostra solidarietà al popolo palestinese deve arrivare in maniera chiara e forte. Ma questa solidarietà, deve essere innanzitutto indirizzata nei confronti del popolo palestinese.
In un ottica di campi contrapposti – imperialismo Usa-Israele e stati che oggettivamente assumono una funzione antimperialista – viene spontaneo ad alcuni settori della sinistra di “ schierarsi “, nello scacchiere mediorientale con Hamas, con Hezbollah in Libano, con la variegata resistenza irachena ecc. Ma sarebbe sbagliato, semplificare e schematizzare. Si può da comunisti ad esempio, appoggiare acriticamente Hezbollah sapendo che ha decimato il partito comunista libanese ? Si può appoggiare contemporaneamente la resistenza baathista e laica irachena in parte legata alla figura di Saddam Hussein e contemporaneamente appoggiare l'Iran di Ahmadinejad ? Con troppa faciloneria, si rischia di giocare, dai salotti di casa nostra ad un macabro Risiko, dove il nemico del mio nemico è sempre e comunque mio amico.
La situazione è purtroppo, tanto più complessa e tanto più drammatica. Tanto più che non ci troviamo di fronte ad un vero e proprio processo rivoluzionario come è in atto in America Latina, dove è molto più facile individuare l'interlocutore.

E' evidente, che le difficoltà ( dovute ad elementi però non solo soggettivi ) di una sinistra laica, progressista e radicata nel mondo arabo abbiano favorito da un lato Israele e le sue pulsioni più violente e feroci, dall'altro le organizzazioni fondamentaliste islamiche : non è un caso, che questi aspetti si sono spesso intrecciati.
Dal finire degli anni settanta, con una forte escalation negli anni ottanta, le varie organizzazioni islamiste a vario livello, furono finanziate dai governi e dalle autorità militari israeliane*, in funzione anti-Fatah proprio per bloccare il processo che avrebbe potuto portare se non alla creazione di uno stato palestinese almeno a condizioni migliori di quelle attuali per i palestinesi.
In quel periodo, mentre l'offensiva nei confronti di Fatah si faceva durissima e la corruzione di quest'ultima raggiungeva livelli inaccettabili, fiorivano le strutture legate al mondo islamista ( nella sola Gaza nel 1992 le moschee diventano oltre 600 ). I contributi economici che Hamas riceveva in vario modo ( più o meno direttamente dal governo israeliano, nonché dai contributi dell'allora parte più agiata dei palestinesi che versava regolarmente quote all'organizzazione musulmana ), si sono trasformati in welfare diffuso : ospedali, scuole e tutto quello che concretamente conduce ad un reale radicamento tra il popolo.
La caduta del muro, il crollo dell'Urss di certo non aiutarono le organizzazioni ed i partiti progressisti e laici, in qualche modo legati al movimento comunista e progressista internazionale, avallando ancor di più la tesi che la “ prospettiva islamica “ era l'unica percorribile per il martoriato popolo palestinese.
Il rafforzamento di Hamas ( dalla storia sempre molto contraddittoria : nel '91 ad esempio, l'organizzazione islamica fu molto timida nel condannare la prima guerra del Golfo, cosa che fecero senza esitazione sia Fatah che Arafat), ebbe come conseguenza il rafforzamento di una destra ancora più feroce in Israele, che è riuscita ormai a permeare anche settori più moderati della politica e della cultura israeliana.
Da quel momento, i rispettivi rafforzamenti si “ tengono “ : più violenza da parte di Israele, più si rafforza Hamas e se questa cresce, cresce ancor di più la violenza israeliana.
Hamas, oggettivamente finisce per essere “strumento” del governo israeliano. Non si può non vedere questo drammatico aspetto. In questi tristissimi giorni, questo “ indiretto ” legame tra Hamas e Israele è molto evidente.
Ora più che mai la guerra appare come uno strumento che favorisce le posizioni più violente, fasciste ( per dirla come Mohammed Nafa'h, segretario del partito comunista israeliano ) della destra e di quasi tutto il mondo politico israeliano : il dramma è che si sta facendo una vera e propria campagna elettorale massacrando centinaia di persone nel silenzio, quando non nell'appoggio della comunità internazionale
Oggi però, davanti un tale massacro le organizzazioni e i partiti attivi nella resistenza a questa ennesima e vile aggressione devono giustamente collaborare, non possono fare altro : le spaccature sarebbero dannose per tutti. Fa benissimo quindi il FPLP ( Fronte Popolare per la liberazione della Palestina ) a farsi promotore in questi giorni di manifestazioni e raduni unitari**, facendo da “ cerniera “ tra Fatah e Hamas. Ma fa altrettanto bene nel cercare di risollevarsi, nel cercare di creare le condizioni affinchè rinasca una sinistra laica e progressista.
Il nostro compito ora deve consistere nel condannare il genocidio in atto a Gaza, condannare quei comportamenti che da anni provocano nei palestinesi inaccettabili sofferenze. Oggi, come ieri e come domani, è necessario stare al fianco del popolo palestinese, della sua eroica resistenza, della sua causa, impegnandoci, indignandoci, mobilitandoci.
Ma sapendo che difficilmente, senza la rinascita in Palestina di una sinistra forte, maggioritaria , realmente progressista e quindi laica si potrà a breve trovare una vera soluzione alla “questione palestinese “.


5 gennaio 2009

Finalmente il sito di Emiliano Brancaccio

Sono lieto di annunciarvi la nascita di un sito a cura di Emiliano Brancaccio.
Emiliano Brancaccio magari non sarà un futuro premio Nobel (questa cose le può dire di sè solo il ministro Brunetta), ma è un economista serio, originale e non privo di quella vis polemica che serve un po' a rompere il clima da "pensiero unico" che caratterizza un po' il dibattito esistente nel campo economico.



Non è il solo a dire certe cose: c'è un gruppo di economisti che, come ben sa chi viene su questo blog (i famosi dieci lettori...),  contesta i presupposti della sintesi neoclassica e dei suggerimenti che questa propina da circa 25 anni ai governanti europei. Gli antecedenti di questo gruppo sono l'allievo di Sraffa Pierangelo Garegnani che contesta la necessità di compressione dei salari per salvare l'occupazione e l'economista Augusto Graziani, che con la sua teoria del circuito monetario di produzione, cerca di reinserire il conflitto di classe all'interno dell'analisi economica.
Emiliano Brancaccio è uno di quelli che cerca di operare una sintesi tra queste teorie, nel suo caso una sintesi che si ispira a Marx ed alla sua visione della società.
Presenze come quella di Emiliano Brancaccio sono una smentita esplicita di coloro che pensano che la Sinistra sia morta o sia ridotta a Slow Food.
Grazie Emiliano per la tua passione e per il tuo coraggio, sperando solo che al prossimo dibattito televisivo non ti associno ancora quell'anima pura del Presidente dell'Adam Smith Society, che è ormai il tuo "azzeccapaccheri dei Brutos"  


4 gennaio 2009

Giampaolo Calchi Novati : la questione complessa israelo-palestinese

 

In un aspetto la crisi israelo-palestinese è uguale a tutti i conflitti di tutto il mondo: le cause, le motivazioni, le responsabilità sono plurime, si rimandano e si rafforzano l'una con l'altra. I razzi Qassam non spiegano da soli la guerra d'Israele contro Gaza: se si può chiamare guerra uno scontro così sproporzionato non solo per la tecnologia militare dei due contendenti ma per il fatto che da una parte combatte uno stato in piena regola, persino troppo «sovrano» visto che a Israele, a dispetto dell'opinione dei più, sono permesse violazioni delle regole non ammissibili in genere per nessuno (salvo le superpotenze), e dall'altra una larva priva di qualsiasi personalità (tanto che spesso si paragona la lotta di Hamas a una guerriglia benché le analogie con le guerre di liberazione o le insorgenze siano davvero scarse se non per le vicende delle Intifada, che però si sono svolte nella West Bank più che a Gaza).
Le provocazioni di Hamas sono una mezza verità. Non si capisce del resto perché le condizioni di vita degli abitanti di Israele a ridosso della Striscia e sotto il tiro dei missili artigianali sparati da Gaza dovrebbero essere più insopportabili delle condizioni di chi è rinchiuso in una specie di prigione, in perenne embargo, senza collegamenti esterni, oggetto di periodiche incursioni e omicidi mirati. Per essere seri si deve partire dall'eccezionalità, per non dire unicità, della fattispecie arabo-israeliana e poi israelo-palestinese e dalla sostanziale circolarità degli scambi. Non ci sono azioni e reazioni singole. C'è una storia a più facce che si trascina da un secolo.
Anche in Israele-Palestina valgono le questioni legate allo stato e alla nazione, al potere, alle classi, alla terra e alla formazione sociale, ma sopra o sotto questi fattori c'è l'intreccio di due realtà concrete e simboliche che nessuna divisione è riuscita veramente a separare. La stessa guerra è il modo d'essere di questa interazione un po' perversa. Guerra dopo guerra, lo spazio fra israeliani e palestinesi è diventato sempre più comune, anche se via via più sbilanciato a favore di Israele quanto a capacità di gestirsi e ad autonomia effettiva e protetta. Israele, come stato e come soggetto collettivo di cui fanno parte, oltre alle decisioni delle autorità, un'opinione pubblica informata e un discorso politico-culturale che si presume libero, fa torto a se stesso se cerca di far credere che senza i deprecati e deprecabili razzi non ci sarebbe stato bisogno di una guerra. Dov'è finita la coscienza critica che si è soliti attribuire alla sua sofisticata intellettualità? Si aveva ragione di ritenere che al centro del confronto in vista delle elezioni di febbraio - in una fase obiettivamente cruciale per le obbligazioni dell'ordine globale, la crisi finanziaria, il cambio alla Casa Bianca, la (forse) crescente ambizione dell'Europa - non ci fossero i Qassam ma temi come la natura dello stato ebraico oggi e domani, la conciliabilità fra democrazia e demografia, le vie per integrarsi convenientemente nel Medio Oriente (altro che Unione europea). In gioco fra Israele e Palestina c'è l'ingombro fatale del disegno che ha portato alla nascita e all'affermazione dello stato ebraico con la grandezza dell'utopia e le sue insanabili contraddizioni. Allo stesso modo, e lo si dice non solo per equidistanza, i dirigenti di Hamas e al limite l'intero movimento palestinese non possono ridurre tutto alle colpe di Israele (l'assedio della Striscia, gli insediamenti nei territori, il muro, ecc.), perché l'applicazione degli accordi o degli schemi di accordo messi a punto a tutt'oggi si è dimostrata o inadeguata o effimera o impossibile. 



La questione israelo-palestinese può essere affrontata in due modi diversi e alternativi: o con la violenza o con la politica. Si può sostenere che anche la violenza è un'espressione della politica: è vero, ma la distinzione è fra la violenza come fine e la violenza come mezzo. Non si ripeta la solita solfa del «processo di pace» e dei «due stati per due popoli». Questi obiettivi possono essere raggiunti sia come sbocco della violenza (sopraffazione anche nelle eventuali concessioni) che per una scelta politica (equità nel riconoscimento dei diritti degli uni e degli altri). Finora ha prevalso l'uso sistematico della violenza. Israele ha in mente una soluzione - la sicurezza come dogma, la pace come possibilità, lo stato palestinese solo come necessità - che presuppone lo squilibrio, la supremazia, un dominio acclarato come unico pegno di sicurezza dando per scontato che i rapporti con i palestinesi, gli arabi e l'ambiente mediorientale nel suo insieme saranno sempre e comunque di ostilità se non di belligeranza.
Fatah e Hamas soffrono anche a distanza per la mancanza di una strategia attendibile. Arafat ebbe almeno il merito di tenere in vita un'idea unica di Palestina quando la Palestina era smembrata e negata da tutti. In ogni caso, nessuna componente del movimento palestinese ha mai immaginato di imporre una soluzione che implicasse un'egemonia a senso unico. La fase storica del «rifiuto arabo», quale che fosse il suo significato reale, è chiusa. Sono altre le minacce che incombono su Israele (provenienti anche dall'interno). Determinante, pur nella lunga durata, è il contesto in cui il contrasto si colloca di volta in volta. C'è una bella differenza fra Nasser e Mubarak. Ai tempi di Nasser l'impegno arabo e panarabo aveva come riferimento il sovvertimento dei rapporti di origine coloniale. Il Rais vinceva politicamente anche quando usciva sconfitto da una guerra perché cavalcava l'onda ascendente. Si supponeva che l'ordine mondiale potesse e dovesse essere forzato per adattarsi alle aspettative del Terzo mondo.
Il 1956 a Suez fu il clou esaltante di quell'impegno: non servì a nulla a Francia e Inghilterra sbaragliare l'Egitto in una guerra sbagliata e anacronistica. Israele allora credette utile mettersi al servizio dell'ultima fiammata del colonialismo europeo e subì più umiliazioni che gratificazioni scontrandosi con la politica decisamente post-coloniale degli Stati Uniti. Il declino della causa araba cominciò nel 1967 con la guerra dei sei giorni e si precisò nel 1977 quando Sadat andò alla Knesset a concordare i termini della resa. Il bipolarismo Est-Ovest non dava nessuna copertura alla causa araba. L'errore strategico di Israele è di non aver colto le diverse opportunità dei vari passaggi adottando lo stesso schema dell'autodifesa preventiva per esibire sempre e solo la forza militare. L'invasione del Libano nel 1982 lo dimostra in modo fin troppo evidente.
Invece di rompersi la testa sui «piccoli problemi» delle «piccole patrie», che appartengono al passato (la prima rivolta araba esplose nella Palestina mandataria nei lontani anni Trenta), Israele, palestinesi e arabi farebbero bene a misurarsi con le sfide che riguardano le loro posizioni relative nel sistema globalizzato. La globalizzazione, si sa, si occupa dell'ordine, non delle vittime. Le novità non mancano. Potrebbe essere imminente il superamento dell'era degli idrocarburi da cui dipende l'economia di quasi tutti i paesi arabi della regione. La Palestina ha il vantaggio di non doversi sottoporre a questo tipo di riconversione. Il suo interlocutore obbligato nella transizione è e resterà Israele. E qui si apprezza meglio la differenza fra la guerra e la politica.
Le alternative diventano: esclusione o inclusione. Demarcare i confini era il compito del colonialismo. In futuro, con o senza Hamas, conteranno i diritti della cittadinanza (più della sovranità), le funzioni e le specialità (più dell'origine etnica). Se Israele è la forza vincente, incombono su Israele le responsabilità maggiori. Deve scegliere molto semplicemente se accanirsi contro i vinti (i palestinesi) o contribuire al loro riscatto.


4 gennaio 2009

Michel Warschawski : la carneficina di Gaza non è una reazione «sproporzionata» ai razzi lanciati dai militanti della Jihad Islamica

 Bisogna dirlo e ripeterlo: quella che si svolge nella Striscia di Gaza non è una guerra, ma una carneficina compiuta dalla terza forza aerea al mondo contro una popolazione indifesa.
Bisogna dirlo e ripeterlo: la carneficina di Gaza non è una reazione «sproporzionata» ai razzi lanciati dai militanti della Jihad Islamica e altri gruppuscoli palestinesi sulle località israeliane vicine alla Striscia di Gaza, ma un'azione premeditata e preparata da molto tempo, come d'altronde riconosce la maggior parte dei commentatori israeliani.
Bisogna dirlo e ripeterlo: quei razzi non sono, come vogliono far credere certi diplomatici europei, «provocazioni ingiustificabili», ma risposte, peraltro abbastanza insignificanti, a un embargo selvaggio imposto da Israele, da un anno e mezzo, a un milione e mezzo di residenti della Striscia di Gaza, donne, bambini, e vecchi compresi, con la complicità criminale degli Stati uniti ma anche dell'Europa.


Na' vecchia ragna : sta sempre co' le mani ad arranfà.....

Bisogna dirlo e ripeterlo: non assistiamo, come si cerca di spiegare a tutti quelli che hanno la memoria corta o selettiva, a un atto di autodifesa a lungo procrastinato di fronte a un'aggressione palestinese assolutamente ingiustificabile. Ehud Barak lo confessa tranquillamente, sono mesi che l'esercito israeliano si prepara a colpire «l'entità terrorista» denominata Gaza. Come spiegava opportunamente Richard Falk, relatore speciale dell'Onu per i diritti umani nei territori occupati, quando si definisce «entità terrorista» una zona popolata da un milione e mezzo di esseri umani si entra in una logica genocida.
L'aggressione israeliana a Gaza, come l'attacco al Libano nel 2006, s'inscrive nella guerra globale permanente e preventiva degli strateghi neoconservatori in forza a Tel Aviv, e per qualche mese ancora, alla Casa Bianca. Come il significato indica, questa strategia è preventiva, non ha bisogno di pretesti immediati e tangibili: l'occidente democratico sarebbe minacciato da un nemico globale, che prima è stato definito «terrorismo internazionale», poi «terrorismo islamico» per diventare infine semplicemente l'Islam. Lo «scontro di civiltà» di Huntington non è una descrizione della realtà politica internazionale, ma il quadro ideologico della strategia offensiva dei neoconservatori americani e israeliani, per com'è stata elaborata di comune accordo dalla seconda metà degli anni '80. In questa strategia di guerra, la minaccia islamica ha sostituito quello che è stato il pericolo comunista durante la guerra fredda: un nemico globale che giustifica una guerra globale.
Se il bombardamento criminale di Gaza gode in Israele di un sostegno consensuale, se la sinistra istituzionale, e in particolare il partito Meretz, si è unita al coro di guerra diretto da Ehud Barak, è appunto perché condivide questa visione del mondo che fa dell'Islam una minaccia esistenziale che bisogna imperativamente neutralizzare prima che sia troppo tardi.
All'orrore per questo crimine bisogna aggiungere quello per l'abiezione delle sue motivazioni contingenti: in meno di due mesi si svolgeranno in Israele le elezioni generali, e le vittime palestinesi sono anche argomenti elettorali. I martiri dell'attacco israeliano su Gaza sono oggetto di una gara mediatica tra Ehud Barak, Tsipi Livni et Ehud Olmert, fra chi sarà il più determinato nella brutalità. Il criminale di guerra che dirige il Partito laburista, o piuttosto quel che ne resta, si vantava ieri mattina di aver guadagnato quattro punti nei sondaggi.
Oltre al cinismo senza limiti di barattare 350 vittime palestinesi innocenti contro qualche decina di migliaia di voti, Barak mostra, una volta di più, la sua miopia politica: nel crescendo di bestialità, e malgrado tutti gli sforzi, non riuscirà mai a superare Benjamin Netanyahu, gli elettori preferiscono sempre l'originale alla copia. Tantopiù che il guerrafondaio si trova oggi di fronte allo stesso problema di colui che ha trasformato la guerra del Libano nel fiasco israeliano, un problema ben noto a tutti quelli che hanno iniziato le guerre coloniali: come porvi termine?
«Ci fermeremo solo dopo aver finito il lavoro», egli dichiara con l'arroganza dei capetti. Ma quando sarà finito «il lavoro»? Quando la popolazione di Gaza e di Cisgiordania accetterà di capitolare di fronte ai sogni coloniali dei dirigenti israeliani e limitare le sue aspirazioni nazionali a uno «Stato palestinese» ridotto a una decina di riserve isolate le une dalle altre e circondate da un muro?
Se tale è il «lavoro» che Barak spera di poter realizzare, il popolo israeliano deve allora essere pronto a una guerra che non solo sarà estremamente lunga ma anche interminabile. E se lo Stato ebraico è ben attrezzato per le guerre-lampo (blitz krieg, in tedesco), soprattutto quando queste sono condotte dall'aviazione, entra rapidamente in crisi quando si tratta di una prova di resistenza in cui i palestinesi, come tutti gli altri popoli vittime dell'oppressione coloniale, sono maestri.
Questo spiega perché meno di una settimana dopo il suo inizio, e malgrado le dichiarazioni trionfalistiche dei politici e dei militari, l'aria in Israele sta già cominciando a cambiare. Sabato scorso, qualche ora dopo il bombardamento di Gaza, eravamo poco più di mille persone a manifestare, spontaneamente, la nostra rabbia e la nostra vergogna. Ma saremo molti di più il prossimo sabato sera a esigere sanzioni internazionali contro Israele, a esigere che Ehud Barak e soci siano tradotti davanti a una corte di giustizia internazionale. Ne sono convinto.


3 gennaio 2009

Michelangelo Cocco: la guerra dei media

 

Quando il valico di Erez riaprirà, a testimoniare la tragedia di Gaza saranno riammessi solo otto giornalisti alla volta. Otto reporter «privilegiati» per ogni interruzione del black out totale sull'informazione decretato da mesi dal governo di Tel Aviv, scelti da un apposito elenco redatto dall'associazione della stampa estera. Si può ipotizzare che - se l'assedio e i raid contro la Striscia continueranno a lungo - una testata come il manifesto per mesi interi potrebbe non vedere da vicino quello sta accadendo.
Il bavaglio sull'informazione ha suscitato la protesta dei reporter stranieri (a quelli israeliani l'accesso ai Territori occupati è vietato per legge) che, dopo l'inizio dei bombardamenti sabato scorso, hanno presentato un ricorso alla Corte suprema. L'altro ieri l'Alta corte ha decretato che l'esecutivo ha il dovere di garantire l'accesso alla stampa estera al teatro dell'operazione «Piombo fuso». Ma con quali modalità?
Secondo quanto anticipato dal quotidiano Yedioth Ahronoth, ogni volta che il governo stabilirà che sarà possibile accedere, sarà solo un gruppo di otto «fortunati» a poter passare i cancelli del varco di frontiera nel nord della Striscia. Dal momento che quelli accreditati presso l'associazione della stampa estera sono oltre 400, si prevede che per le testate «minori» i tempi d'accesso alla Striscia risulteranno lunghissimi. I rappresentanti delle piccole testate temono inoltre che venga data precedenza ai grandi network e lasciate fuori le piccole realtà che fanno uso nel loro lavoro del contatto diretto con la popolazione palestinese e delle fonti locali.
Mentre la stampa estera continua a rimanere a bocca asciutta, l'esercito israeliano utilizza anche Youtube per diffondere il suo punto di vista sui raid che sono costati finora la vita a 417 palestinesi e ne hanno feriti circa 1.800. Il canale inaugurato dai militari dell'Idf, che raccoglie immagini «selezionate» degli attacchi degli ultimi sei giorni, è stato lanciato come parte di una più ampia campagna di «pubbliche relazioni» che mira a ottenere l'appoggio dell'opinione pubblica internazionale. I video dell'Idf su Youtube mostrano tunnel distrutti e caserme di Hamas bombardate, ma nulla sulle vittime civili. «I blog e i nuovi media rappresentano un campo di battaglia nella guerra per la conquista dell'opinione pubblica mondiale», ha spiegato al quotidiano Ha'aretz la portavoce dell'esercito Avital Leibovich.
È da almeno sei mesi che l'esercito israeliano pianificava «Piombo fuso» e che si preparava ad affrontare, anche da un punto di vista mediatico, la nuova offensiva. Per farlo bisognava evitare assolutamente «gaffes» come quella del vice ministro della difesa Matan Vilnai che un anno fa minacciò «un olocausto» contro i palestinesi. Sul Jewish Chronicle Anshel Pfeffer ha raccontato l'allestimento del Direttorato nazionale dell'informazione, un organismo interno all'ufficio del primo ministro.


Il visitor con fattezze femminili che prosegue la politica di Pig Sharon....

«Una delle lezioni tratte dalla guerra in Libano è che nella copertura mediatica del conflitto c'erano troppe uniformi - ha detto Yarden Vatikay, a capo del Direttorato - e questo non è risultato positivo». Una delle prime mosse del nuovo organismo è stata dirigere la maggior quantità possibile di giornalisti a Sderot, per concentrare la loro attenzione sugli effetti sulla popolazione civile israeliana dei lanci di razzi palestinesi da Gaza.
Il governo ha inoltre ordinato ai ministri di non rilasciare interviste (per evitare «gaffes» come quella di Vilnai): tra i membri dell'esecutivo non direttamente impegnati in «Piombo fuso», soltanto il responsabile degli affari sociali Yitzhak Herzog e quello della sicurezza interna Avi Dichter sono stati autorizzati a parlare. Al contrario membri del Direttorato come Avi Pazner - ex ambasciatore in Italia e Francia - a partire da sabato scorso, in soli tre giorni, ha rilasciato un centinaio d'interviste, in francese, italiano, inglese e spagnolo. L'ostilità principale viene incontrata da parte della carta stampata, soprattutto quella britannica, con in testa i quotidiani The Guardian e The Independent. A fare da contraltare ci pensa l'attivissimo ambasciatore a Londra, Ron Prosor, che, sempre nei primi tre giorni dell'attacco, ha rilasciato 25 interviste a canali televisivi e radiofonici nazionali.


3 gennaio 2009

Victor Kattan : intervista a Richard Falk su Israele e Gaza

 Qualche giorno fa, le autorità israeliane hanno espulso il professor Richard Falk, Relatore Speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati, che era entrato nel paese per indagare sulle violazioni dei diritti umani in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, occupate da Israele. Il collaboratore di Electronic Intifada Victor Kattan ha intervistato Falk sui motivi che stanno dietro la sua espulsione, sul paragone che egli ha fatto tra il trattamento dei palestinesi da parte di Israele e i crimini nazisti compiuti durante la seconda guerra mondiale, sul suo duplice ruolo di accademico e di sostenitore dei diritti umani, e su come i difensori di Israele stornano l’attenzione da quello che sta succedendo nei territori, attaccando i critici della politica israeliana.

Richard Falk è professore emerito di diritto internazionale all’Università di Princeton e membro del Foro di New York. Attualmente è professore ospite di Studi Internazionali all’Università Santa Barbara in California. Dal Marzo del 2008 è Relatore Speciale per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati alle Nazioni Unite. Falk è autore di oltre 20 libri di diritto internazionale e ha fatto parte della commissione d’inchiesta MacBride sulle atrocità commesse a Beirut nel 1982 nei campi profughi di Sabra e Shatila, come pure della commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulle violazioni dei diritti umani commesse in seguito alla seconda intifada palestinese del Settembre del 2001. Il suo ultimo libro, Achieving Human Rights [Ottenere i diritti umani] è stato pubblicato da Routledge nell’Ottobre del 2008.



Victor Kattan: Lei è stato recentemente espulso dal governo israeliano quando è atterrato all’aeroporto Ben Gurion nella sua veste di Relatore Speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, anche se ai due assistenti che viaggiavano con lei era stato concesso il visto per entrare nel paese, e nonostante il fatto che il ministero degli esteri israeliano avesse ricevuto in anticipo una copia del suo itinerario di viaggio, che includeva un incontro con il Presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas. Per quale motivo, secondo lei, è stato recluso per 20 ore e poi espulso?

Richard Falk: Naturalmente posso solo indovinare le motivazioni israeliane. La rappresentante del Ministero dell’Interno all’aeroporto ha insistito che stava semplicemente eseguendo un’ordine del ministero degli esteri di impedirmi l’ingresso. Ma questo non spiega perché non sono stati fatti sforzi per informare di ciò in anticipo l’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani. A mio parere, Israele voleva darmi una lezione per le mie precedenti critiche, e soprattutto, mandare alle Nazioni Unite il messaggio che Israele non ha intenzione di collaborare con un loro rappresentante che sia sgradito al governo. Naturalmente, il vero significato della mia esperienza riguarda il presunto diritto di uno stato membro a stabilire chi può rappresentare le Nazioni Unite nel valutare i comportamenti contestati. Se Israele avrà successo, questo costituirà un malaugurato precedente, e per questa ragione resisterò alla tentazione di dimettermi e lavorerò duro per essere un efficace Relatore Speciale, nonostante l’incresciosa impossibilità di visitare i territori palestinesi sotto occupazione.

VK: Nel Giugno del 2007, lei ha scritto un articolo intitolato “Dondolando verso un Olocausto Palestinese”. Nell’articolo, ha posto la domanda seguente: “E’ un’esagerazione irresponsabile associare il trattamento dei palestinesi con il vituperato record nazista di atrocità collettiva?”. Lei ha risposto affermando: “Non penso. I recenti sviluppi a Gaza sono particolarmente inquietanti perché esprimono in modo così vivido l’intenzione deliberata da parte di Israele e dei suoi alleati di sottoporre un’intera comunità umana a delle condizioni di crudeltà estrema, potenzialmente mortali. Il suggerimento che questo schema di comportamento è un olocausto in via di formazione rappresenta un appello disperato ai governi della comunità internazionale e all’opinione pubblica affinchè si agisca con urgenza per impedire che le tendenze genocide attualmente in corso si risolvano in una tragedia collettiva. Se l’etica di una “responsabilità di proteggere”, recentemente adottata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come base dell’”Intervento umanitario” dovesse mai venire applicata, allora è questo il momento di agire, per iniziare a proteggere il popolo di Gaza da ulteriori pene e sofferenze”.
Si rammarica di avere scritto queste parole? Se no, perché no?

RF: Questa per me è una domanda complicata. Ho scritto queste parole prima di essere nominato Relatore Speciale, come un cittadino impegnato che era profondamente preoccupato dal fatto che la situazione disperata del milione e mezzo di palestinesi di Gaza è ignorata dalle elite internazionali. Sentivo all’epoca che si trattava di una catastrofe umanitaria tuttora in corso, e che poteva trasformarsi in qualunque momento in una tragedia di proporzioni massime, a causa della fame e delle malattie. Retrospettivamente, penso adesso che sia stato innopportuno associare esplicitamente queste preoccupazioni, che rimangono forti come prima, all’esperienza storica degli ebrei nell’Olocausto. Di fatto, [tale associazione] è finita in mano agli apologeti delle tattiche israeliane di occupazione per spostare il dibattito dal dramma palestinese alle implicazioni incendiarie del collegamento con gli eventi dell’era nazista. Questo rientra nello schema più ampio, da parte di Israele, di spostare il dibattito dalla realtà dell’occupazione alla presunta colpa di quelli che parlano di tale realtà. Io insisto che la misurazione della colpa si dovrebbe basare sulla verità o la falsità di quello che viene riferito, e questo è il dibattito che auspico. In via di principio, mi rammarico anche che il mio collegamento tra la situazione di Gaza e le memorie naziste sia stata dannoso per molte persone, e abbia facilitato una diversione dal mio obbiettivo di richiamare l’attenzione sulla situazione di Gaza. Ho cercato di evitare di usare questo tipo di retorica nelle mie osservazioni successive sulla realtà palestinese, ma sottolinerei che la condizione di fondo di massiccia punizione collettiva dell’intera popolazione civile palestinese è una realtà ancora in corso, ed è nello stesso tempo immorale e illegale.

VK: Alcuni esperti di diritto internazionale considerano l’erudizione accademica e il sostegno ai diritti umani reciprocamente incompatibili: dicono che non si può essere seri studiosi e nello stesso tempo degli attivisti. Lei ritiene, come eminente esperto americano di diritto internazionale, con un lungo e rinomato curriculum accademico, e di militanza per i diritti umani per quasi mezzo secolo – che include, tra le altre cose, l’opposizione alla guerra in Vietnam, all’apartheid in Sudafrica, all’industria delle armi nucleari, all’invasione da parte di Israele del Libano e alla sua occupazione della Cisgiordania e di Gaza, come pure all’intervento della Nato in Kosovo, e all’invasione dell’Iraq del 2003 – che gli esperti di diritto internazionale dovrebbero parlare più spesso? E’ possibile essere un serio studioso di diritto internazionale e un attivista dei diritti umani?

RF: Questa è una domanda importante, che ho ponderato nel corso della mia carriera. Come ho detto in precedenza, la vera misura sia dell’erudizione che dell’impegno civile è la veridicità e l’esattezza, ed io ho sempre cercato di essere obbiettivo in questo senso basilare. Credo che tutti abbiamo identità multiple e che sia perfettamente coerente essere uno studioso che scrive e parla per un pubblico accademico e un cittadino impegnato che agisce allo stesso modo per il pubblico normale. In un certo senso, si tratta di tradurre una forma di comunicazione nell’altra. Credo che sia un contributo importante alla vitalità della società democratica avere il beneficio delle opinioni di un accademico specialista. Nello stesso tempo credo che in una classe sia essenziale, per il professore, essere ricettivo verso i punti di vista che lo contraddicono, e io ho sempre cercato di comportarmi così. Ho scherzosamente sottolineato che tra i miei studenti di Princeton vi sono stati Richard Perle e David Petraeus, il che prova che non indottrino i miei studenti, ma fortunatamente neppure loro riescono a convertirmi ai loro punti di vista. Quello che conta, alla fine, è la convinzione dell’importanza della discussione informata sulle questioni politiche importanti del giorno, sia che riguardi gli studenti, che gli studiosi, che i cittadini.

VK: John Dugard, il suo predecessore come Relatore Speciale delle Nazioni Unite, ha paragonato la situazione nei Territori Palestinesi Occupati con l’apartheid. Lei ha fatto parte della squadra di giuristi per i casi dell’Africa del Sud-Ovest (Namibia), a nome dell’Etiopia, davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, negli anni ’60. Sebbene tale corte, in una controversa decisione, decise che l’Etiopia e la Liberia non avevano “nessun diritto o interesse legale di loro pertinenza “ concernente l’illegalità dell’occupazione della Namibia da parte del Sudafrica, lei non vede nessuna somiglianza tra la politica di Pretoria del Grande Apartheid nell’Africa meridionale e quello che sta succedendo oggi nei territori palestinesi? In caso affermativo, quali lezioni possono trarre i palestinesi dal movimento anti-apartheid nel mettere in luce le ingiustizie dell’occupazione da parte di Israele – che dura da quattro decenni - di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e di Gaza? C’è un ruolo per il diritto internazionale?

RF: Sì, il mio background comprende una serie decisamente profonda di incontri con la realtà dell’apartheid in Sudafrica. Non molto tempo dopo il mio incarico nel caso davanti alla Corte Internazionale andai in Sudafrica, nel 1968, come osservatore ufficiale a nome della Commissione Internazionale di Giuristi per un importante processo politico tenuto a Pretoria. Mentre stavo in quel paese ebbi per diverse settimane l’opportunità di visitare (illegalmente) le misere città africane, per combinazione in compagnia di John Dugard. Questo mi aiutò ad apprezzare alcuni aspetti delle condizioni politiche estreme che sono importanti per capire la lotta palestinese. All’epoca venni colpito dalla sincera incapacità, da parte dei sudafricani bianchi “civili”, di capire la miseria e l’umiliazione del sistema dell’apartheid, sebbene facesse parte delle loro immediate vicinanze. La politica della negazione faceva sì che un outsider come me poteva “vedere” questa realtà più chiaramente di molti “insider”. Questo mi ricorda una frase di un pacifista israeliano: “La Cisgiordania è più lontana da Israele della Tailandia”. Per la mia esperienza, Gaza è addirittura più lontana. Ho esitato a trarre un’analogia tra il Sudafrica dell’apartheid e l’occupazione israeliana dei territori palestinesi: non volevo una seconda controversia a causa del mio linguaggio provocatorio. Allo stesso tempo vi sono alcuni aspetti istruttivi della vittoriosa lotta sudafricana che potrebbero essere importanti per i palestinesi.

Prima di tutto, un campo cruciale della battaglia è quello di stabilire la natura illegale, e persino criminale, dell’ordine dominante, e di iniziare perciò una battaglia per far leva sui cuori e sulle menti dei popoli del mondo. Gli Stati Uniti e l’Europa sono teatri particolarmente importanti per questa battaglia. La Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) all’Aja può essere d’aiuto nello stabilire la legittimità delle richieste di cambiamento. E’ utile ricordare che in quattro occasioni, l’ICJ è stata chiamata a pronunciarsi sull’apartheid del Sudafrica, e sebbene questi verdetti giudiziari non abbiano ottenuto risultati immediati, hanno contribuito a screditare il regime dell’apartheid. In secondo luogo, il luogo della battaglia è sia esterno che interno, e la possibilità di diventare padroni della situazione rispetto alla legittimità delle richieste si deciderà probabilmente fuori della Cisgiordania e di Gaza, e i campi di battaglia più importanti saranno Israele e gli Stati Uniti. In terzo luogo, non bisogna giudicare le prospettive di successo della parte oppressa dall’attuale equilibrio apparente delle forze. Una forza oppressiva apparirà probabilmente onnipotente fino a quando non sarà sull’orlo del crollo. E’ importante continuare la battaglia, nonostante le frustrazioni e le delusioni, basandoci sulla fede ultima nel trionfo della giustizia.

VK: Molti esperti di diritto internazionale hanno paura di criticare apertamente il governo israeliano per le sue violazioni dei diritti umani perché ritengono di poter essere colpiti nelle loro future prospettive di lavoro, per paura di essere definiti antisemiti o ebrei “che odiano sé stessi”. Come ebreo americano, cosa le ha dato la forza di esprimere le sue convinzioni per così tanti anni nonostante gli attacchi alla sua persona? Ha dei rimpianti? E se potesse tornare indietro, farebbe tutto di nuovo? Che consiglio darebbe ad altre persone sottoposte ad attacchi simili?

RF: Un aspetto increscioso di questo dibattito sulla politica di Israele verso i palestinesi è che sono state usate tattiche diffamatorie. Sono diventato sempre più il bersaglio di questi attacchi, e mi consolo a pensare che sia un segno di una certa influenza e di una certa efficacia. Alan Dershowitz, il famigerato professore di legge di Harvard, ha scritto sui miei viaggi recenti un articolo diffamatorio che inizia paragonandomi a David Duke, la cui fama è legata al Ku Klux Klan, e a Ahmadinejad, e suggerendo che sono un analogo venditore di odio. Questa ostilità irresponsabile è la parte spiacevole del mio ruolo controverso e delle opinioni da me espresse, e sfortunatamente riceve un peso sproporzionato da parte di una cultura mediatica che spesso considera l’odio e gli attacchi personali velenosi più convincenti, e di certo più meritevoli di attenzione, delle prove e del ragionamento. Ma non ho rimpianti. La mia integrità e la mia autostima sono profondamente legate alla mia identificazione, che dura da una vita, con gli oppressi, e alla mia convinzione che se l’umanità vorrà rifiorire in futuro, è essenziale che i forti rispettino la legge, a livello globale, come i deboli. Attualmente, abbiamo un diritto globale che non tratta gli eguali in modo eguale; i deboli vengono ritenuti responsabili, mentre i forti godono dell’impunità. Questo equivale ad una legge senza giustizia, suscitando accuse di ipocrisia e di doppio metro di giudizio. Il mio lavoro, come studioso e come cittadino impegnato, è stato dedicato a promuovere la causa di una giustizia globale basata su un ordine di legalità che impari a trattare gli eguali in modo eguale, sia che si tratti di stati che di individui.

Per quanto concerne il mio essere ebreo, questa è la mia identità. Credo che questa dedizione alla giustizia sia espressa al meglio dai profeti del Vecchio Testamento, ed è il contributo più duraturo della tradizione ebraica alla conoscenza umana e all’esercizio dell’etica. Ho avuto il privilegio, come studente universitario, di studiare Martin Buber, il grande filosofo ebreo, e di ascoltarlo mentre teneva una serie di conferenze all’Haverford College. Il suo messaggio è rimasto con me e mi risuona dentro ancora oggi. Con questo background riesco difficilmente a capire le accuse di “ebreo che odia sé stesso”, o di essere considerato in qualche modo “antisemita”. Rispondo a questi attacchi contro la mia credibilità sottolineando che non mi sento mai antiamericano quando critico la politica estera del governo americano. E’ una tattica incresciosa utilizzata da molti sionisti, quella di equiparare ogni critica allo stato di Israele o alla sua politica all’antisemitismo. Secondo me, questo atteggiamento è profondamente antidemocratico, e minaccia di trasformare il “cittadino” in un “suddito”. Credo che la misura di un buon senso della cittadinanza sia la coscienza, non l’obbedienza. Per tutte queste ragioni, non ho rimpianti, e sebbene non sia stato prudente, dal punto di vista del carrierismo, rifarei tutto di nuovo senza la minima esitazione. In sostanza, non potrei fare altro!

(Tratto dal blog di Andrea Carancini che ha tradotto l'articolo dall'inglese)


2 gennaio 2009

Michele Giorgio : Olmert teme un altro Libano

 

«Dopo lo shock iniziale la gente di Gaza sta riemergendo e cerca di tornare pian piano alla vita, tra un funerale e l'altro, un bombardamento e l'altro. C'è stato un minimo adattamento a questa esistenza tra le macerie delle case e il pericolo di rimanere uccisi a ogni momento. Sapete ora cosa fa paura, insieme alle bombe israeliane? Il freddo, si gela nella maggior parte delle case». Ha risposto alle nostre domande con un filo di voce il dottor Muawya Hassanin, responsabile dei servizi di pronto soccorso a Gaza.
«Centinaia di abitazioni - ci ha spiegato ieri - non hanno più vetri alle fineste. Li hanno mandati in frantumi le esplosioni provocate dalle incursioni aeree israeliane», oltre 500 in meno di una settimana, che hanno ucciso 417 palestinesi (di cui oltre il 25% civili) e ferito altri 1.800. «E tante case non hanno più una parete o le porte - ha aggiunto il medico - quando i missili e le bombe israeliane colpiscono un'abitazione, quelle intorno anche se restano in piedi subiscono danno gravi, spesso diventano inagibili». Con l'arrivo del primo freddo intenso in questa parte del Medio Oriente, a Gaza ora si muore anche dal gelo oltre che per la guerra e il blocco israeliano.
L'emergenza dei senzatetto aumenta di ora in ora, di pari passo con i raid aerei. A Rafah decine di famiglie sono state costrette a fuggire o hanno perduto la casa a causa delle bombe «speciali» usate dall'aviazione israeliana lungo il confine tra Gaza e l'Egitto per distruggere i tunnel usati dai palestinesi per procurarsi le merci che mancano da mesi, oltre alle armi per i gruppi armati. Almeno 200 palestinesi vivono ora nelle scuole dell'Unrwa. Senza un tetto sono rimaste anche diverse famiglie della parte di Rafah, sul versante egiziano del confine, poiché le forti esplosioni hanno danneggiato non pochi edifici.
A nord di Gaza, lungo il confine con Israele, a Jabaliya, Beit Hanun e Beit Lahiya invece si vive nell'ansia continua dell'attacco di terra israeliano, sul punto di scattare da giorni: anche se potrebbe essere più limitato (benché altamente distruttivo) di quanto i comandi militari israeliani vogliano far credere. Il premier Olmert, dopo aver minacciato nei giorni scorsi un'offensiva lunga e incessante, ieri ha fatto una parziale marcia indietro. «Speriamo di conseguire i nostri obiettivi nel tempo più breve possibile. Non abbiamo interesse a prolungare le ostilità», ha detto Olmert lasciando intendere che non vuole entrare nelle sabbie mobili di una guerra lunga come quella che aveva condotto in modo fallimentare nel 2006 contro Hezbollah in Libano. 


Olmert mentre saluta il 2008...

Il ministro degli esteri Tzipi Livni invece insiste sempre su un conflitto a oltranza che, ripete da settimane, dovrà cambiare «l'equazione», ossia i rapporti di forza a Gaza: abbattere il potere di Hamas e riportare il territorio palestinese sotto il controllo dell'Anp di Abu Mazen. «Il governo israeliano deciderà quando sarà il momento di cessare le sue operazioni militari nella Striscia di Gaza» ha detto la Livni ieri dopo aver incontrato a Parigi il presidente Sarkozy e ha negato l'esistenza di problemi umanitari a Gaza. «Non c'è bisogno di una tregua a fini umanitari, perché a Gaza non c'è una crisi umanitaria» ha detto. Sarkozy, atteso in Medio Oriente lunedì, secondo il quotidiano Le Monde vuole riposizionare il Cairo («che ora ha cattive relazioni con Hamas») al centro delle iniziative nella regione, per non assegnare una «vittoria diplomatica» al movimento islamico palestinese privilegiando altri interlocutori, come l'Iran e la Siria. L'idea di tregua permanente che i leader israeliani hanno in mente prevede con ogni probabilità l'ingresso a Gaza di un contingente internazionale (o arabo) dispiegato lungo le linee di confine e incaricato di impedire il lancio dei razzi. Al Palazzo di Vetro dell'Onu, a New York, è stata invece bocciata (per l'intervento degli Usa) una risoluzione di condanna degli attacchi israeliani, messa a punto dalla Libia e sostenuta dalla Lega Araba. Quest'ultima a sua volta non è riuscita mercoledi a raggiungere una posizione comune, per i contrasti da Siria ed Egitto.
L'offensiva aerea israeliana perciò continua, anche se meno intesa di qualche giorno fa. Un F-16 ha colpito un edificio di otto piani nel campo profughi di Jabaliya uccidendo un leader di Hamas, Nizar Rayan, 52 anni, responsabile politico per il nord di Gaza che si era rifutato di entrare in clandestinità. E' stata un'altra delle «operazioni chirurgiche» delle forze armate israeliane: sono rimaste uccise 12 persone, tra cui due mogli di Rayan e quattro dei suoi figli. Una strage che ricorda il bombardamento, nel 2002, della casa di Salah Shahade, capo militare di Hamas, in cui morirono una quindicina di civili tra i quali diversi bambini.
Hamas per protesta ha proclamato per oggi una giornata di «rabbia» e manifestazioni in Cisgiordania, che sfida l'Anp di Abu Mazen. I caccia israeliani hanno colpito una trentina di obiettivi tra cui ministeri, la sede del Parlamento, tunnel sul confine e presunti laboratori per la «fabbricazione di razzi». In Israele i morti sono finora quattro e i feriti alcune decine. Varie città israeliane sono esposte direttamente ai lanci di razzi Grad, da 122 mm, uno dei quali ha colpito in pieno un palazzo di otto piani a Ashdod. Misure di protezione sono state adottate anche a Tel Aviv e Yavne, ritenute fino a qualche giorno fa fuori dalla portata dei razzi palestinesi.




permalink | inviato da pensatoio il 2/1/2009 alle 16:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


2 gennaio 2009

Michelangelo Cocco: il rifiuto della tregua

 

Nessuna tregua, nemmeno quella «umanitaria», di 48 ore, proposta dal ministro degli esteri francese Kouchner. Israele ha respinto ieri pomeriggio ogni interferenza nella campagna contro Gaza che, ha annunciato il ministro della guerra Ehud Barak, potrebbe durare settimane. «L'offensiva è iniziata e non finirà finché i nostri obiettivi saranno raggiunti, stiamo continuando in linea con i nostri piani» ha dichiarato con un comunicato ufficiale il premier Ehud Olmert.
Barak, il generale pluridecorato che è il vero protagonista di «Piombo fuso» - l'operazione che secondo fonti mediche della Striscia è già costata la vita a 383 palestinesi e ne ha feriti oltre 800 - ha annunciato che i carrarmati si stanno ammassando ai confini tra Israele e la lingua di deserto evacuata da coloni e soldati poco più di tre anni fa. Secondo fonti israeliane, solo le pessime condizioni metereologiche hanno fermato l'offensiva di terra. L'operazione durerà «il tempo necessario» a fermare il lancio di razzi verso lo Stato ebraico e «assestare un duro colpo ad Hamas», ha detto Barak.
Ad essere colpiti dall'aviazione ieri sono stati in particolare il nord e il sud della Striscia, aree nelle quali negli ultimi anni (ufficialmente per stroncare il traffico di armi e prevenire il lancio di razzi) le ruspe hanno demolito centinaia di case palestinesi. Il bilancio di morte della giornata è di almeno una dozzina di palestinesi e include due sorelline, di 4 e 11 anni, uccise da un raid a Beit Hanoun. Sette persone sono state ammazzate in un altro attacco dei jet con la stella di David nel campo profughi di Jabaliya (sempre nel nord) per eliminare un attivista di Hamas che però al momento della strage non era in casa.




Il relatore speciale per i diritti umani dell'Onu, Richard Falk, ha denunciato «scioccanti atrocità» commesse contro la popolazione civile di Gaza. «Israele sta compiendo una serie scioccante di atrocità impiegando armi moderne contro una popolazione inerme che già sopporta da mesi un duro embargo», ha detto Falk in un'intervista alla Bbc della quale l'emittente britannica pubblica alcuni stralci nel suo sito online. Falk ha chiesto alla Comunità internazionale di aumentare le pressioni su Israele perché ponga fine ai bombardamenti. Secondo le Nazioni Unite almeno 62 palestinesi sono stati uccisi dall'inizio dell'offensiva (tra loro donne e bambini). Falk ha chiesto un'inchiesta sugli attacchi contro i civili.
Mushir al-Masri, deputato di Hamas, ha detto alla Reuters che il suo movimento «non sta elemosinando una tregua e non c'è spazio per negoziati su un cessate il fuoco mentre continuano l'aggressione e l'assedio». Nel quarto giorno di bombardamenti i dirigenti del partito islamista restano nascosti nei loro rifugi aspettando le prossime mosse dell'esercito di Tel Aviv. In vista delle elezioni politiche del 10 febbraio prossimo, i laburisti di Barak e il Kadima della ministra degli esteri Tzipi Livni hanno bisogno di portare a casa un risultato che sia il più vicino possibile all'obiettivo dichiarato della «distruzione di Hamas». Una tregua con Hamas i cui termini siano favorevoli a Israele? La rioccupazione del nord di Gaza per limitare al massimo il lancio di razzi? La televisione israeliana Canale 10 ha annunciato che l'aviazione è già riuscita a distruggere 1.000 dei circa 3.000 razzi in possesso di Ezzedine al Qassam, l'ala militare di Hamas. Ma i miliziani ieri sono riusciti a colpire la zona di Be'er Sheva - una quarantina di chilometri all'interno dello Stato ebraico - senza causare vittime ma facendo segnare il record di distanza raggiunto dai loro rudimentali vettori. Centrate anche le città di Kiryat Malachi e Rahat, zone a 30 chilometri dalla frontiera, mai raggiunte finora. Quattro gli israeliani uccisi dai Qassam, i Grad e i Katyusha lanciati dall'inizio dell'attacco aereo sabato scorso. Insomma per ora Hamas resiste e la guerra scatenata contro Gaza non sta assicurando agli abitanti di Sderot e dintorni la sicurezza promessa loro dal governo di Tel Aviv.
Inoltre prima o poi le proteste internazionali per i massacri e le distruzioni di proprietà si faranno più pressanti e lo Stato ebraico non potrà continuare a ignorarle. Una situazione difficile quella in cui si sono infilati il premier Ehud Olmer e i suoi ministri, che ieri Benjamin Netanyahu, il loro rivale e favorito per la vittoria nel voto del 10 febbraio, non ha mancato di sottolineare. Se non rimuoviamo Hamas - ha detto il leader del Likud (destra) in un'intervista alla Reuters - «Hamas si riarmerà».


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