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21 aprile 2009

La sabbia abruzzese di Saviano

 Io so e ho le prove. So come è stata costruita mezz’Italia. E più di mezza. Conosco le mani, le dita, i progetti. E la sabbia. La sabbia che ha tirato su palazzi e grattacieli. Quartieri, parchi, ville. A Castelvolturno nessuno dimentica le file infinite dei camion che depredavano il Volturno della sua sabbia. Camion in fila, che attraversavano le terre costeggiate da contadini che mai avevano visto questi mammut di ferro e gomma. Erano riusciti a rimanere, a resistere senza emigrare e sotto i loro occhi gli portavano via tutto. Ora quella sabbia è nelle pareti dei condomini abruzzesi, nei palazzi di Varese, Asiago, Genova.

(Da Gomorra di Roberto Saviano)


21 aprile 2009

Stefano Perri : distribuzione del reddito e diseguaglianza. L'Italia e gli altri

Scriveva Keynes, nelle Conseguenze economiche della pace, che il processo di formazione del capitalismo industriale si è fondato su un “doppio inganno”. Da una parte i lavoratori si appropriavano di una piccola parte della torta che avevano contribuito a produrre, mentre i capitalisti ne ricevevano “la miglior parte”, con la tacita condizione di non consumarla, ma di destinarla prevalentemente all’accumulazione del capitale.

Dopo la crisi del ’29 e la seconda guerra mondiale, il processo di sviluppo è sembrato invece basarsi su una graduale diminuzione delle diseguaglianze che ha stimolato la domanda aggregata. Tuttavia, dagli anni settanta, le diseguaglianze sono tornate a crescere, con l’aggravante che nei paesi sviluppati la “miglior parte della torta” ha alimentato prevalentemente la speculazione piuttosto che gli investimenti reali. In molti hanno scambiato questa restaurazione del “doppio inganno”, che con la crisi attuale mostra tutte le sue contraddizioni, con la via maestra della modernizzazione.

In questo quadro il governo italiano ha varato una manovra del tutto inadeguata. Avendo appreso l’idea che le aspettative si auto-realizzano dalle storielle che è uso raccontare, Berlusconi sembra ritenere che bastino le sue esortazioni a consumare per ristabilire la fiducia. Soprattutto non sembra rendersi conto che la spesa per il consumo dipende dal reddito delle famiglie e che l’ insufficienza della domanda aggregata è il risultato del mutamento nella distribuzione del reddito che ha caratterizzato in modo fondamentale l’ultima fase economica nei paesi sviluppati.

Vediamo come si è evoluta la distribuzione del reddito negli ultimi 20 anni, seguendo il recente rapporto dell’OCSE Growing unequal?[1] e confrontando la situazione Italiana con quella di altri paesi sviluppati: la Germania, la Francia, il Regno Unito e gli USA. L’Italia sembra essere il paese che riesce a cumulare contemporaneamente alcune delle caratteristiche più negative dei paesi anglosassoni e di quelli del continente europeo. Queste note si riferiscono alla evoluzione della distribuzione del reddito precedente la crisi. Proprio per questo motivo mettono in evidenza alcune delle sue cause fondamentali.

L’aumento della diseguaglianza a partire dalla metà degli anni 70 è stato caratterizzato dalla diminuzione della quota delle retribuzioni del lavoro sul reddito nazionale. Come si può vedere dal grafico che segue questa quota è diminuita consistentemente nei paesi dell’OCSE, ma è caduta in modo molto più pronunciato in Italia[2].

Come conseguenza in Italia la quota del reddito nazionale che si ottiene attraverso il lavoro è la più bassa tra i paesi che stiamo confrontando:

La forte diminuzione della quota dei redditi da lavoro dipende in larga misura dall’evoluzione del salario reale. Secondo le stime del rapporto dell’ Organizzazione Internazionale del lavoro, a parità di potere di acquisto, gli stipendi reali sono diminuiti in Italia del 16% circa tra il 1988 e il 2006[3].

La quota dei redditi da lavoro in Germania e Francia è diminuita seguendo l’andamento medio, mentre negli Usa e nel Regno Unito la quota è diminuita meno della media OCSE. Anche in questi paesi però la diseguaglianza è aumentata e nel caso degli USA enormemente. Sono state infatti all’opera anche altre cause, principalmente l’andamento del differenziale nelle retribuzioni del lavoro e l’effetto dei trasferimenti del reddito da parte dello stato alle famiglie e della tassazione, cioè il ruolo dello stato nel modificare il reddito disponibile delle famiglie rispetto al reddito di mercato.

La diseguaglianza nella distribuzione del reddito è rappresentata dall’indice di concentrazione dei redditi, l’indice Gini. L’Italia risulta avere verso la metà degli anni 2000 un alto indice di Gini, inferiore solo a quello degli USA tra i paesi considerati e superiore alla media di 24 paesi dell’OCSE. Germania e Francia hanno invece un indice Gini inferiore alla media, cioè sono paesi con una distribuzione del reddito notevolmente più egalitaria.

Negli ultimi venti anni la crescita dell’indice Gini è stata molto alta in Italia (inferiore solo a quella degli USA tra i paesi confrontati)[4].

E’ interessante per comprendere come si manifesta la diseguaglianza, confrontare i redditi mediani, quelli del decile più povero e quelli del decile più ricco della popolazione. Come si vede dai grafici, questo confronto mette in luce in modo drammatico la gravità della situazione italiana. Infatti, mentre sia per il reddito mediano che per il reddito del 10% più povero l’Italia è l’ultima tra i paesi considerati, e ha redditi minori rispetto alla media OCSE, il reddito del 10% più ricco risulta più alto rispetto alla media OCSE, e anche rispetto alla Francia. Si tratta di un dato che mostra in modo inconfutabile lo squilibrio che il nostro paese vive, con conseguenze molto rilevanti sia sul piano sociale che economico.

Vale la pena soffermarsi anche su uno dei dati più significativi presenti nel rapporto dell’OCSE, che svela il contenuto ideologico dell’identificazione del liberismo con una forte dinamica sociale e con ciò che si indica come meritocrazia. L’elasticità dei redditi intergenerazionali misura la probabilità che i figli mantengano lo stesso reddito dei padri. Più basso è il valore e più alta è la probabilità che i redditi cambino di generazione in generazione. L’Italia ha un valore molto alto per questo parametro. I dati della Francia e della Germania, mostrano che la mobilità sociale è favorita da una distribuzione meno diseguale del reddito e dalla robustezza delle istituzioni del Welfare, ancora in questi paesi non smantellate. Il sogno americano, la possibilità per ciascuno di migliorare indipendentemente dalle condizioni di nascita, è molto più effettivo nei paesi dell’Europa continentale che in quelli anglosassoni.

Vediamo ora come la distribuzione dei redditi è modificata dall’intervento pubblico, comparando i redditi di mercato con i redditi disponibili, calcolati tenendo conto dei trasferimenti dallo stato alle famiglie e della tassazione.

Secondo i dati OCSE in Italia l’effetto dell’intervento dello stato sulla diseguaglianza nella distribuzione dei redditi è superiore a quello dei paesi anglosassoni e alla media OCSE. Tuttavia risulta sensibilmente inferiore a quello della Germania e della Francia. Guardando anche gli altri paesi dell’ Unione Europea, i cui dati non sono riportati nel grafico, l’Italia si situa in effetti agli ultimi posti nell’efficacia distributiva dell’intervento pubblico[5]. Occorrerà capire quanto la scarsa efficacia redistributiva dell’intervento dello stato relativamente agli altri paesi europei sia dovuta all’alta evasione fiscale e agli sprechi nella spesa pubblica e quanto dipenda dalla struttura stessa della tassazione e dei trasferimenti. Dalle elaborazioni dell’ OCSE risulta in particolare che la progressività dei trasferimenti, e di conseguenza il loro impatto redistributivo, è molto minore in Italia rispetto alla media degli altri paesi, tanto per quanto riguarda le persone in età da lavoro che per gli anziani. Quello che è certo è che la politica economica, sia in relazione agli obiettivi più immediati di stimolo della domanda aggregata, sia in relazione alla correzione delle cause strutturali della crisi globale e di quella del nostro paese in particolare, deve porsi come obbiettivo prioritario la maggiore efficacia dell’intervento redistributivo dello stato.

Il rapporto dell’OCSE cerca anche di stimare l’impatto dei servizi pubblici, principalmente relativi alla sanità e all’istruzione, sulla distribuzione del reddito.

Anche in questo caso l’efficacia redistributiva dell’intervento pubblico in Italia si rivela superiore a quella dei paesi anglosassoni, ma ora risulta inferiore alla media dei paesi OCSE oltre che alla Francia e alla Germania. Anche in questo caso, guardando anche agli altri paesi dell’Unione Europea, l’Italia si situa agli ultimi posti. Si capisce come una politica di tagli indiscriminati come quella prevista dalla finanziaria per l’istruzione, non può che aggravare una situazione già molto preoccupante.

I dati testimoniano in modo evidente che tutte le economie dei paesi sviluppati hanno subito negli ultimi decenni un processo di redistribuzione dei redditi a favore dei profitti e delle rendite (che si presentano spesso collegati tra loro). Questa redistribuzione è una delle cause più importanti dell’attuale crisi. L’Italia, in questo quadro, ha assistito ad un processo ancora più accentuato e ancora più squilibrato rispetto alla maggior parte degli altri paesi. Ne deriva la necessità di una riforma fiscale progressiva e redistributiva, sia in funzione di stimolo alla domanda aggregata nell’immediato, sia come condizione per un processo equilibrato di sviluppo nel lungo periodo.


20 aprile 2009

La scorsa settimana, nel quasi silenzio dei media, è stato firmato il protocollo sul nuovo modello contrattuale. Un vecchio articolo sull'argomento di Massimo Roccella

 La manovra economica appena varata dal Governo, fra le tante altre cose, contiene una misura suscettibile di incidere sui futuri assetti della contrattazione collettiva e, più in generale, sulle modalità di erogazione delle retribuzioni. Con l’art. 5 del d.l. 29 novembre 2008, n. 185 l’Esecutivo è tornato sui suoi passi quanto alla controversa questione della detassazione dei compensi per lavoro straordinario. La Cgil, che aveva sempre contestato tale agevolazione fiscale, ha visto riconosciute le proprie ragioni. Anche Confindustria, Cisl e Uil, peraltro, hanno motivo di rallegrarsi, dal momento che la stessa disposizione ha confermato, ed anzi rafforzato, il trattamento fiscale di favore per il c.d. salario di ‘produttività’ erogato a livello aziendale: l’imposta sostitutiva con aliquota al 10%, infatti, è destinata adesso ad essere applicata entro il limite (raddoppiato rispetto a quello previgente) di € 6.000 lordi annui percepiti a titolo di retribuzione variabile e con riguardo ad una platea più ampia di beneficiari (i lavoratori del settore privato che abbiano percepito nel 2008 una retribuzione non superiore ad € 35.000).

Ancorché l’intesa definitiva non sia stata ancora raggiunta, la strada per la riforma del modello contrattuale sembra spianata. Vale la pena, dunque, di cominciare ad interrogarsi, tenendo conto di quel che oggi si conosce (ovvero delle Linee guida per la riforma della contrattazione collettiva, già sottoscritte da Confindustria, Cisl e Uil), sugli effetti prevedibili del nuovo modello sulla condizione salariale dei lavoratori.

Il presupposto del ragionamento, naturalmente, va individuato nell’assunto, apparentemente oggetto di larga condivisione, che nel nostro paese esiste, ormai da anni, una drammatica questione salariale, cui sarebbe necessario fare fronte con rimedi incisivi. Ebbene, se di questo si tratta, occorre prendere atto che il modello caldeggiato da Confindustria e condiviso da una parte del movimento sindacale appare, prima facie, peggiorativo, per tutti i profili essenziali, rispetto a quello, tuttora vigente, del Protocollo del 23 luglio 1993.

La funzione del contratto collettivo nazionale, innanzi tutto, risulta inequivocabilmente legata al mero recupero dell’erosione inflazionistica. Non è così nel modello del luglio ’93, il quale, a prescindere dalla successiva esperienza applicativa, di per sé non avrebbe affatto escluso che a livello nazionale, tenendo conto della produttività media del settore coinvolto, si concordassero incrementi di salario in termini reali.

Neppure l’obiettivo (minimo) di garantire, attraverso il ccnl, la tutela del salario reale risulterebbe acquisito. Vero è infatti che, per conseguire tale obiettivo, si vorrebbe adottare un diverso indice previsionale dell’inflazione (l’Indice dei Prezzi Armonizzato Europeo [IPCA]), più sensibile e realistico dell’ormai inattendibile tasso di inflazione programmata su cui si sono fondate le negoziazioni salariali negli ultimi quindici anni. Va però ricordato, in primo luogo, che il tasso d’inflazione programmata ha perso credibilità in ragione dell’uso strumentale e manipolatorio che di tale strumento è stato fatto negli anni in cui ha governato la destra (basti pensare al tasso dell’1,7% fissato dall’ultimo DPEF); e comunque, in secondo luogo, che neppure col nuovo indice (che, peraltro, di per sé non garantisce di corrispondere all’inflazione effettiva) sarebbe assicurata la tutela del salario reale: questo risultato, anzi, è escluso a priori, dal momento che l’indicatore di aumento dei prezzi dovrebbe essere depurato della c.d. inflazione importata legata all’aumento del prezzo dei prodotti energetici, destinata a scaricarsi interamente sulle spalle dei lavoratori. Quanto al meccanismo di recupero certo degli scostamenti fra l’inflazione prevista secondo i criteri dell’IPCA e quella poi effettivamente registrata, esso appare delineato, allo stato, in termini ancora troppo indeterminati per permettere di farsene un’idea e concludere che si tratti di qualcosa di più incisivo del criterio già oggi previsto in relazione alla successione nel tempo dei bienni di negoziazione dei salari.

Rispetto alla contrattazione di secondo livello, nulla cambia. Essa è destinata a svolgersi a livello aziendale o, alternativamente, territoriale, avendo ad oggetto emolumenti retributivi totalmente variabili (legati a produttività, redditività, ecc.) e non determinabili a priori: esattamente come prevede già oggi il protocollo del luglio 1993. Semmai, oggi risulta ancora più chiaramente espressa l’impossibilità di consolidare in cifra fissa le erogazioni riconosciute al secondo livello di contrattazione: essendo d’altra parte la variabilità delle stesse condizione imprescindibile per beneficiare del trattamento di favore contributivo e soprattutto fiscale (previsti dalla legge 247/2007 e, rispettivamente, dal d.l. n. 185/2008).

Nulla cambia, in particolare, con riguardo all’essenziale questione dell’effettività della contrattazione aziendale: la quale, svolta oggi in un numero ridotto di imprese di medio-grandi dimensioni con riferimento ad una platea di meno di 2.000.000 di lavoratori, verosimilmente non appare destinata a particolare espansione. Si ipotizza, naturalmente, che la ‘spinta’ fiscale decisa dal Governo possa determinare uno sbilanciamento verso la periferia degli equilibri della contrattazione collettiva: ma non è affatto detto che quest’effetto si verifichi (o, almeno, che si verifichi nelle dimensioni immaginate: v. infra).



C’è di nuovo la previsione di un “elemento di garanzia retributiva”, che il ccnl dovrebbe fissare in favore dei lavoratori che non beneficiano di erogazioni salariali aziendali. La previsione sarebbe in sé positiva, ma, a parte il fatto che è figlia dell’evidente scetticismo circa la virtù espansiva della contrattazione di secondo livello, si presta a due rilievi che inducono (quanto meno) a sospendere il giudizio: 1. I criteri per la determinazione di tale elemento restano avvolti assolutamente nel vago, cosicché risulta impossibile prevedere se, e come, possano tradursi in incrementi di salario reale (tanto più che l’attivazione di tale elemento è relegata al termine di ciascun triennio contrattuale). 2. La propensione delle imprese alla contrattazione salariale aziendale dovrebbe risultare accresciuta proprio perché, in alternativa, esse sarebbero costrette a corrispondere l’elemento di garanzia retributiva. Nella realtà potrebbero innescarsi comportamenti del tutto diversi. Dal momento che l’elemento di garanzia sembra destinato ai lavoratori che non percepiscono nessun tipo di erogazione salariale aziendale e poiché lo sconto fiscale deliberato dal Governo riguarda il salario di “produttività” comunque definito, anche mediante accordi individuali o addirittura a seguito di erogazioni unilaterali, nulla vieta di aggirare la contrattazione collettiva, provvedendo ad emarginare i sindacati previo ricorso a simili, e ben conosciuti, strumenti.

Si è detto che nulla cambia rispetto alla configurazione della contrattazione di secondo livello. A ben vedere un elemento di novità c’è e riguarda l’eventualità che i ccnl consentano di apportare modifiche ai propri contenuti economici o normativi attraverso accordi di livello territoriale. La novità è evidente, la sua positività altamente discutibile: stante il fatto che le evocate modifiche legittimerebbero, all’evidenza, deroghe peggiorative, e che potrebbero essere concordate non solo per far fronte a situazioni di crisi, ma anche per favorire lo sviluppo economico ed occupazionale di aree specifiche, se ne deduce che anche la funzione di garanzia salariale minima, riservata al ccnl, rischia nella pratica di rivelarsi della stessa consistenza della carta velina.

Rispetto a quanto previsto dal Protocollo del ’93, infine, muta la cadenza di negoziazione del ccnl che sarebbe unificata per l’insieme dei suoi contenuti e, di conseguenza, anche per la parte salariale risulterebbe calibrata non più su due, ma su tre anni. Questa dilatazione della cadenza della contrattazione salariale appare tutt’altro che irrilevante. In condizioni di normalità del ciclo economico (dunque ovviamente non nella fase attuale, che potrebbe anche dar luogo ad un calo dell’inflazione legato alla più generale depressione delle attività produttive) le previsioni sulla crescita, e comunque sull’andamento, dell’inflazione sono notoriamente tanto più difficili, quanto più ampio è il lasso temporale di riferimento. Appare dunque poco credibile un sistema di negoziazione salariale che, privo di meccanismi di indicizzazione automatica, pretenda di reggersi su cadenze temporali così dilatate. Se si vuole tenere ferma la scelta di rinunciare a forme di indicizzazione dei salari e, nel contempo, non perdere di vista l’obiettivo di salvaguardare il potere d’acquisto dei lavoratori, sarebbe assai più ragionevole la scelta opposta: sarebbe assai più sensato accorciare (e non allungare) le cadenze della contrattazione salariale. Il modello prefigurato, viceversa, incorpora il rischio che, medio tempore (ovvero durante il triennio di vigenza del ccnl), i salari vadano incontro ad un’erosione inflazionistica non adeguatamente controllata ex ante e difficilmente rimediabile ex post.

Si dirà che questo difetto d’impostazione era già presente nella piattaforma unitaria con cui i tre sindacati confederali si sono presentati alla trattativa con la Confindustria. E’ vero. La Cgil però, rifiutando di sottoscrivere le Linee guida, sembra essersi resa tempestivamente conto del pericolo di infilarsi in un vicolo cieco. Sarebbe altamente auspicabile che anche gli altri sindacati sappiano respingere le pressioni di Governo e Confindustria per una conclusione affrettata del negoziato, si concedano una pausa di riflessione ed evitino di imboccare la strada di un accordo interconfederale separato, inedita e gravida di pericoli per l’intero sindacalismo confederale e per la condizione salariale dei lavoratori.


17 aprile 2009

Forza Lega !

Stavolta sostengo la Lega nel suo ostruzionismo, nella sua difesa del particulare che sa almeno di corretta percezione dei propri interessi. E hanno torto i radicaloidi referendari, portatori d'acqua spesso in malafede delle forze politiche egemoni. A partire dalla necessità di scegliere i propri rappresentanti (ma è questa la democrazia ?), presupponendo erroneamente di poterne valutare l'affidabilità, alla fine si stanno facendo gli interessi di una riforma bipartitica del sistema elettorale. Si dirà, ma se il popolo italiano decide con il referendum in questo senso ? 



Ma allora, se il 55% degli Italiani (ma fosse pure il 70-80%),stabilisce che il restante 45 o 20 avrà più problemi nel farsi rappresentare in Parlamento, siamo di fronte ad una democrazia, o ad una dittatura della maggioranza ?


17 aprile 2009

Federico Pirro : la grande Industria abita ancora il Mezzogiorno

Un’associazione ambientalista di Taranto ha chiesto di recente al Comune di indire un referendum cittadino per giungere alla chiusura dell’intero stabilimento siderurgico, o almeno della sua area a caldo, a causa del forte impatto ambientale dell’impianto ove, peraltro, il Gruppo Riva sta realizzando da anni massicci investimenti per contenerlo. Si vorrebbe così puntare nel capoluogo ionico ad uno sviluppo fondato in larga misura su mitilicoltura, turismo, artigianato, servizi e commercio, avviandovi una pesante deindustrializzazione che colpirebbe una delle maggiori concentrazioni industriali del Paese e del Mediterraneo e svaluterebbe nei fatti l’impegno profuso da lungo tempo da Istituzioni, sindacati, imprese e centri di ricerca per contenere, con l’impiego di tecnologie avanzate, le ricadute nocive dei vari insediamenti sull’ecosistema cittadino.
Ora, la recessione che colpisce il Paese non risparmia certo il Meridione, ma mentre vi sono ormai in declino i ‘protodistretti’ di pmi - che qualche economista aveva immaginato che potessero trainare la crescita del Sud  e che invece sono stati interessati nell’ultimo settennio da ristrutturazioni selettive - restano tuttora punti di forza i grandi stabilimenti di gruppi industriali settentrionali ed esteri, pubblici e privati, che vi si sono localizzati dai primi anni Sessanta del ’900, e che fra il 1996 e il 2007 hanno realizzato massicci investimenti per ampliamenti e ammodernamenti di impianti, incrementandovi spesso anche l’occupazione .
Si passeranno rapidamente in rassegna alcuni comparti manifatturieri pesanti e mediopesanti, l’ICT, il transhipment e la portualità dei terminal container, escludendo per ragioni di spazio l’industria leggera – agroalimentare, tac e legno-mobilio – che pure vanta diffuse presenze di aziende italiane ed estere. 



Oggi la più grande fabbrica d’Italia per dipendenti diretti (13.346 + 3.100 nell’indotto) è proprio il gigantesco impianto siderurgico a ciclo integrale dell’Ilva di Taranto che, superando per i suoi occupati la stessa Fiat Auto a Mirafiori, è anche il maggior stabilimento del settore in Europa. Inoltre ben oltre la metà della capacità di raffinazione petrolifera del Paese è nel Mezzogiorno con 5 raffinerie in Sicilia, 1 a Taranto, mentre la più grande d’Italia è in esercizio a Sarroch nel Cagliaritano (1.000 addetti diretti + 3.000 nell’indotto), della Saras (famiglia Moratti), impianto che è anche il maggiore del Mediterraneo ed uno dei sei supersites d’Europa. Dei cinque impianti di cracking in Italia per la produzione di etilene. ben 4 sono nel Sud e quello di Priolo (SR) è il più grande e fra i maggiori del continente.

I pozzi petroliferi in Basilicata, i maggiori on-shore d’Europa, creano nella regione un indotto di 1.500 unità. Nella chimica fine operano fra gli altri nel Mezzogiorno i gruppi farmaceutici mondiali della: 1) Sanofi Aventis con 2 impianti a L’Aquila e Brindisi; 2) Serono Merck a Bari; 3) Novartis nel Napoletano con 412 addetti diretti; 4) Wyet Wederle a Catania con 1.000 occupati diretti.

Nei settori dell’auto e dell’automotive, oltre il 50% della capacità produttiva di automobili e di veicoli commerciali leggeri del Gruppo Fiat è insediata nei grandi stabilimenti della Sevel ad Atessa (CH) (6.300 addetti diretti, 700 interinali e oltre 3.000 nell’indotto); dell’Alfa Romeo a Pomigliano d’Arco (NA) (5.000 diretti, più 5.000 nell’indotto); della Fiat Sata a Melfi (PZ) (5.200 diretti e 3.000 nell’indotto di primo livello); della Fiat auto a Termini Imerese (PA) (1.500 addetti diretti più 400 nell’indotto). Il Gruppo Fiat ha anche altri grandi stabilimenti a Sulmona, Termoli, Napoli (2), Pratola Serra e Flumeri (AV), Foggia, Bari, Lecce dove produce componentistica, motori, autobus e macchine movimento terra: ad essi si aggiungono quelli della Ergom, di recente acquisita dal Gruppo torinese. A Bari è in esercizio un polo di componentistica per auto con gli imponenti impianti dei Gruppi Bosch (2.350 addetti), Firestone (1.000) Getrag (750), Magneti Marelli (731), Graziano Trasmissioni, Skf e il loro indotto.

Nell’aerospaziale uno dei più grandi poli d’Italia è nell’area di Napoli, seguita da quelli di Brindisi, Foggia e Grottaglie (TA). Nel settore energetico a Brindisi esiste la più potente centrale termoelettrica d’Italia – insieme a quella di Porto Tolle nel Veneto – di proprietà dell’Enel, da 2.640 MW, con 470 addetti diretti e 800 nell’indotto. La Puglia è la seconda regione alle spalle della Lombardia per energia da combustibili fossili e la prima per quella da fonte eolica. Oltre all’Enel, operano nel Sud i maggiori gruppi energetici italiani come Edison, Sorgenia, Enipower ed esteri come British gas, Endesa-Eon, Atel, Gas Natural, con centrali a turbogas, a olio combustibile, eoliche e distribuzione di gas in reti urbane.

Nell’ICT esistono i poli mondiali della STMicroeletrocnics a Catania con 4.600 addetti diretti, in quella che è nota come l’Etna Valley; della Micron ad Avezzano (AQ) con 2.000 addetti diretti; della Ericsson a Marcianise; della bioinformatica nel Cagliaritano, mentre in Sardegna è nata anche la Tiscali di Renato Soru.

La Campania è la terza regione d’Italia per produzione di elettrodomestici con 2 siti della Indesit nel Casertano, della Whirpool a Napoli - con 18 aziende dell’indotto - e della Siltal sempre nel Casertano. La più grande fabbrica d’Italia di aerogeneratori per energia eolica è a Taranto ed è della multinazionale danese Vestas, leader a livello mondiale nel settore, con 600 addetti diretti nella città ionica e 1.000 nell’indotto. Nel Meridione inoltre esistono grandi stabilimenti pubblici e privati produttori e manutentori di materiale rotabile ferroviario della AnsaldoBreda a Napoli, Reggio Calabria e Palermo, del Gruppo Firema a Caserta e delle Ferrovie dello Stato a Foggia.

Massiccia è anche la presenza di cementerie dei 4 grandi gruppi nazionali Italcementi, Buzzi Unicem, Colacem, Cementir, con le loro aziende di calcestruzzi, e di impianti di produttori minori. Da segnalare inoltre le numerose fabbriche della pugliese Fantini-Scianatico, fra i maggiori fornitori italiani di laterizi con stabilimenti anche all’estero. Nella prefabbricazione pesante spiccano gli impianti in Puglia della piacentina RDB, il primo produttore italiano del comparto. Esistono inoltre tre grandi poli navalmeccanici a Castellammare di Stabia (Na), a Palermo – questi due controllati dalla Fincantieri - e nel Messinese dove opera, fra le altre la Roqriquez del Gruppo Immsi di Roberto Colaninno. A Taranto è in esercizio il più grande Arsenale della Marina Militare Italiana con 1.700 addetti, insieme a quello di La Spezia. Nell’area di Napoli inoltre si concentrano 80 produttori di nautica da diporto, mentre un altro polo del settore è a Messina ed un altro in via di sviluppo a Manfredonia (FG).

Sempre nell’area del capoluogo campano esiste una delle maggiori concentrazioni di armatori d’Europa, con società leader a livello mondiale in alcuni segmenti di transhipment come il Gruppo Grimaldi per i rotabili e la MSC dell’imprenditore sorrentino-ginevrino Aponte che, oltre ad essere fra i maggiori nel settore crocieristico, è il secondo al mondo nella movimentazione via mare di container. Il più grande porto container del Mediterraneo per TEUs movimentati nel 2007 è a Gioia Tauro; altri quattro di rilevante capacità sono a Taranto, Cagliari, Salerno e Napoli. Il secondo scalo d’Italia dopo Genova, per traffico di materie prime e beni finiti, è quello industriale di Taranto che ha superato Trieste.

La maggior parte delle grandi industrie citate è tuttora concentrata nei poli di Chieti-San Salvo, Termoli, Napoli Pomigliano d’Arco, Foggia-Incoronata, Bari-Modugno, Brindisi, Taranto-Massafra-Grottaglie, Catania, Palermo-Termini Imerese, Priolo-Augusta-Melilli, Gela, Sarroch-Cagliari, Sulcis Iglesiente Portovesme, Porto Torres . Ad essi si affiancano siti manifatturieri più recenti come Atessa, Melfi, Lecce-Surbo, Gioia Tauro, ma anche aree di più antica industrializzazione, diffuse in varie regioni meridionali, che non hanno tuttavia acquisito la forza propulsiva delle grandi zone industriali.

Nel Sud dunque si localizzano settori strategici dell’industria italiana - con attività nell’indotto - con i quali il Paese compete e difenderli sul mercato significa difendere segmenti portanti dell’industria nazionale. Emerge poi il ruolo strategico in taluni comparti e in certe aree di grandi impianti di Eni, Enel, Finmeccanica, Fincantieri, Ferrovie dello Stato, Poligrafico dello Stato, restituiti a piena efficienza: pertanto in essi tali presenze pubbliche andrebbero salvaguardate. Da tali poli può ripartire una rinnovata strategia di industrializzazione nell’interesse del Paese.


16 aprile 2009

Carla Ravaioli : Crisi economica e crisi ambientale

“Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo. Oppure un economista.”
Autore di questa battuta, divenuta proverbiale nel mondo dell’ambientalismo più qualificato, è un economista, Kenneth Boulding. Uno dei pochi ardimentosi che negli anni Settanta, nel pieno del boom produttivistico postbellico, tentavano di sollevare qualche dubbio sulle certezze che ne animavano il fervore, e già allora sostenevano che l’economia mondiale doveva essere interamente ripensata in difesa dell’economia della biosfera, dunque in funzione della sua propria prosperità che dalla biosfera appunto trae alimento: dai grandi vecchi del Club di Roma, ai giovani ricercatori del MIT , a un piccolo drappello di economisti anomali, (in testa Nicholas Georgescu-Roegen, che in base al 2° principio della termodinamica aveva dimostrato l’inevitabile e irreversibile degrado di materie e energie impiegate nei processi produttivi) si impegnarono a convincere il mondo che il sistema industriale capitalistico andava consumando la base stessa del suo operare.
Non furono ascoltati. Proprio sulla totale assenza di dubbi circa la possibilità di una crescita infinita in un mondo finito, la società ha costruito se stessa. E continua. Forse (per richiamarci ancora a Boulding) perché come arbitri della politica mondiale si sono imposti gli economisti?
In effetti, battute a parte, si direbbe che ancora oggi nessuno dei responsabili del nostro futuro abbia nozione del rischio sempre più tremendo che l’umanità corre, tanto da affidarsi al tentativo di rilanciare e - al grido di “consumate, consumate!”- spingere al recupero della sua massima capacità produttiva un’economia al collasso. Rischio da un lato di un irrecuperabile squilibrio ecologico planetario, dall’altro di una divaricazione in continuo mostruoso aumento nella distribuzione del reddito (i dati più recenti parlano dell’ 1% della popolazione mondiale che detiene il 50% della ricchezza).
Se questa è la linea dei governi, la critica più seriamente impegnata dal canto suo tenta di correggerne le più intollerabili conseguenze, contrapponendovi scelte orientate a difesa del lavoro, a maggiore benessere sociale, a una più razionale conduzione delle politiche operanti; solitamente però senza mettere in discussione la logica portante di queste stesse politiche, senza interrogarsi sulle “leggi” del mercato, o pensare il capitalismo alla pari di ogni fenomeno storico, come tale non fatalmente destinato a dar forma al nostro futuro. E (ciò che oggi pare addirittura inspiegabile) senza mai occuparsi adeguatamente del pericolo ambientale: solitamente per lo più appena citato, insieme alla “questione di genere”, nel lungo elenco dei problemi da affrontare; o, nel migliore dei casi, preso in considerazione unicamente sotto la specie del mutamento climatico, e delle “energie rinnovabili” che dovrebbero risolverlo: nell’assurda convinzione (la stessa delle destre d’altronde) di garantire così la continuità di una felice e totalmente innocua crescita produttiva. Ma di queste cose mi sono occupata più volte (ne ho parlato anche nel mio intervento al convegno dedicato a “L’economia della precarietà” ) e non voglio insistere.
Credo interessante invece soffermarsi a riflettere su quanto di nuovo, negli ultimi tempi, e soprattutto da alcuni mesi in presenza della crisi finanziaria-economica, è emerso nella maggiore attenzione che non pochi intellettuali di fama (tra cui anche qualche economista) dedicano alle questioni ambientali. Certo dovuta ai sempre più allarmati richiami della scienza mondiale, concorde nel segnalare da un lato l’ormai estrema pericolosità del guasto ecosistemico , dall’altro il prossimo esaurimento delle risorse, non soltanto energetiche . Ma sicuramente in qualche misura indotta anche dalla crisi che, dopo il fallimento di giganti finanziari americani e il crollo delle borse di tutto il mondo, parla ora di recessione, di grandissime industrie a rischio, di disoccupazione massiccia.
Mi pare interessante in questa chiave la messa a fuoco di una radice comune delle due crisi, economica e ambientale, da alcuni meramente accennata ma dettagliatamente analizzata da altri. Il primo non solo a intuire ma a descrivere, con grande anticipo su tutti gli altri, la reciprocità di determinazione dei due fenomeni, è stato indubbiamente André Gorz che, in particolare in un articolo apparso poco avanti la sua morte , con parole addirittura profetiche ha indicato nella sovraproduzione (da lui già in precedenza denunciata come prima responsabile dello squilibrio ecosistemico) l’origine della crisi finanziaria. Nota infatti come l’enorme massa monetaria derivante dalla vendita, sia pure incompleta, delle merci prodotte, sempre più cerca investimento nell’”industria finanziaria”: quella che “crea danaro mediante danaro (…) comprando e vendendo titoli finanziari e gonfiando bolle speculative”, dando l’impressione di grande floridezza economica, ma fondata “in realtà su una crescita vertiginosa di debiti di ogni sorta (…) destinata prima o poi a esplodere, portando al limite al crollo del sistema bancario mondiale”. 
Ad accomunare le due crisi, e a ricondurle a una sola origine, l’insostenibilità dell’economia capitalistica, è anche l’antropologo Jared Diamone, che in qualche modo ne aveva anticipato cause e processi, ricostruendo la morte di grandi civiltà del passato nel suo celebre saggio “Collasso” . Di “Due minacce”, entrambe determinate dai processi di globalizzazione (cui seguono inquinamento, maggiore disuguaglianza, squilibrio finanziario) parla anche l’economista indiano Prem Shankar Jha . “Le due crisi si alimentano a vicenda”, scrive su “The Guardian” (12 dicembre 08) il prestigioso notista politico Gorge Monbiot. Letture analoghe della storia mondiale di questi mesi sono firmate dal filosofo Paul Virilio (Le Monde, 3 dicembre 08), dal biologo Edward O. Wilson (N.Y. Times, 27 novembre 08), da un folto gruppo di intellettuali sudamericani riuniti a Caracas e autori di un ampio appello politico. Tutti d’altronde si dicono convinti dell’ impossibilità di trovare soluzione ai problemi attuali all’interno delle regole e della “filosofia” del capitale, che ne è principale responsabile; tutti d’altronde si dichiarano ben poco fiduciosi in una piena ripresa del capitalismo, quanto meno nella forma attuale.
Prima ho accennato anche a qualche economista, in (eccezionale) posizione critica verso l’attuale sistema produttivo. Il primo è stato Nicholas Stern, ex-consigliere economico di Blair che, facendo riferimento alla crisi ambientale, in una conferenza svoltasi a Manchester il 29 novembre di un anno fa, disse: “Siamo di fronte al più grosso fallimento del mercato che il mondo abbia mai visto”; e, rilanciando una precedente proposta di Ban-Ki-Moon, segretario generale dell’Onu, affermò la necessità di tagliare il Pil mondiale almeno dell’1%, “per diversi decenni”.
A sua volta il Nobel Joseph Stiglitz, intervistato da La Repubblica il 6 dicembre scorso, alla domanda se, superata la crisi, l’economia mondiale potrà riorganizzarsi sulla linea attuale, di nuovo puntando su crescita, consumi, Pil , senza esitare risponde: no. Il capitalismo americano, e insieme tutto il capitalismo mondiale hanno vissuto per decenni sulle bolle speculative, cioè a dire credito facile, speculazione… Ma tutto ciò - afferma - non potrà ripetersi, almeno non nella dimensione che conosciamo. Magari forse avremo un capitalismo diverso, basato sulla distribuzione del reddito e della ricchezza, e la distribuzione potrà forse rimettere in moto l’economia…



“Lo chiameremo ancora capitalismo? Oppure come?” si chiede Eugenio Scalfari il giorno dopo, sempre su “Repubblica”, dopo essersi richiamato all’intervista di Stiglitz, e dopo aver ricordato come nel 1911 “l’allora giovane liberale Luigi Einaudi” avesse lanciato l’idea di un’imposta patrimoniale di successione che, oltre una certa soglia di reddito, “tassasse i patrimoni con un’aliquota del 50 % da impiegare per ridistribuire socialmente la ricchezza”. Se lo chiede senza scandalo né eccessiva apprensione, come in vista di un normale avvicendamento della storia. E la cosa non mi pare di poco interesse da parte di una persona come Scalfari, da sempre certo “di sinistra”, mai però su posizioni “antisistema”.
Non sarebbe il caso che anche le sinistre organizzate si impegnassero a immaginare la possibilità di un mondo senza capitalismo, o comunque di un “mondo diverso”, come i movimenti a lungo hanno dichiarato non solo necessario ma possibile? Superando finalmente “quella sorta di complesso di inferiorità delle sinistre nei confronti di quelle che vengono chiamate le leggi economiche. Per cui nei partiti comunisti c’è sempre stato un curioso miscuglio, di esigenza di superamento del capitalismo da un lato, e dall’altro paura di disturbare un assetto al quale si attribuisce il valore di straordinario ordinatore della società, al di fuori del quale non sembra esistere possibilità di ordine”. Come notava Claudio Napoleoni  nel discutere dell’ipotesi di una forte e generalizzata riduzione dei tempi di lavoro, da lui fortemente e per più ragioni auspicata. Magari un’idea da recuperare oggi?

 


15 aprile 2009

Guido Liguori : Stalin mostro sanguinario o politico realista costretto dalla storia a scelte obbligate?

 

Nel suo ultimo libro ( Stalin. Storia e critica di una leggenda nera , con un saggio di Luciano Canfora, Carocci, pp. 382, euro 29,50) Domenico Losurdo opta per la seconda risposta. E' una tesi controcorrente e già per questo il libro è da leggere: opponendosi al "senso comune" prevalente fa pensare e induce a problematizzare ipotesi storiografiche che si danno ormai per acquisite.
Quale è l'idea di fondo di Losurdo? Le tesi interpretative del fenomeno staliniano che più hanno inciso - Trockij, Chruscev, Hannah Arendt - sono state determinate dalla lotta politica interna al campo comunista o dalla Guerra fredda. Da qui un «ritratto caricaturale» di Stalin che sottovaluta radicalmente il contesto concreto del suo operare. In questo contesto l'autore fa rientrare non solo la "lunga durata" della storia russa (i conflitti medioevali nelle campagne, l'odio per gli ebrei, il banditismo nato dalle carestie), non solo lo "stato d'eccezione" in cui si collocò l'esperienza sovietica, ma anche i lati deboli dell'ideologia marxista, un «universalismo incapace di sussumere e rispettare il particolare», le tendenze escatologiche che volevano abolire in tempo rapidi proprietà privata, nazione, famiglia, ecc.
Lo stesso Gulag si espande con la «collettivizzazione forzata dell'agricoltura». Come si spiegherebbe la cruciale svolta del '28-'29? Dopo il trattato di Locarno, il riavvicinamento Francia-Germania, il colpo di Stato di Pilsudski in Polonia, la rottura delle relazioni commerciali e diplomatiche da parte del Regno Unito, i militari sovietici lanciarono l'allarme: il pericolo di guerra aumentava, bisognava industrializzare e garantire la fedeltà delle campagne. Dopo la «notte di san Bartolomeo» (Bucharin) contro i contadini, Stalin avrebbe cercato di tornare alla normalità, tanto che Trockij nel 1935 lo accusò di «liberalismo» e di «abbandono del "sistema consiliare"», di «ritorno alla "democrazia borghese"». In effetti Stalin - per far decollare la produzione - si batte contro il «livellamento "sinistroide" dei salari», contro l'egualitarismo, e propugna una nuova Costituzione, come si sa poi rimasta sulla carta. Di nuovo irrompe infatti l'emergenza, e il terrore: Losurdo - che parte dall'esame di una letteratura internazionale molto amplia, e "anti-stalinista" - accredita il fatto che l'opposizione trockista fosse un "pericolo" reale ancora nella prima metà anni '30.
Dopo la guerra, ancora, Stalin dichiara che la dittatura del proletariato non era l'unica via al socialismo, non era obbligatoria nei paesi dell'Est europeo. Ma poi irrompe la Guerra fredda e la sicurezza nazionale dell'Urss riprende il sopravvento.




Di contro alla "cattiva" eredità dell'"utopismo" marxista Stalin impara dunque - per l'autore - la «vacuità dell'attesa messianica del dileguare dello Stato, della nazione, della religione, del mercato, del denaro, e ha altresì direttamente sperimentato l'effetto paralizzante di una visione dell'universale incline a bollare come una contaminazione l'attenzione prestata ai bisogni e agli interessi particolari di uno Stato, di una nazione, di una famiglia, di un individuo determinato». Ma - questo il suo limite per Losurdo - la lotta contro «l'utopia astratta» si ferma più volte a metà strada, per non entrare in totale rotta di collisione con alcuni degli assunti di fondo della cultura marxista e comunista. Insomma, nei tre decenni di "stalinismo" i ripetuti tentativi fatti da Stalin di abbandonare lo stato d'eccezione per tornare a una relativa normalità sarebbero stati frustrati sia dalla situazione internazionale, sia dall'utopia astratta presente nel marxismo, alimentata dall'opposizione interna. Con questa lettura di fondo, Losurdo dedica molte pagine a demolire la "leggenda" chruscioviana legata ai successi militari dell'invasore nazista; a sottolineare l'attenzione prestata da Stalin alle diverse "nazionalità"; a lodare il "realismo" stalinista a fronte delle tendenze di sinistra che volevano il superamento dello Stato, della famiglia, del denaro.
Losurdo riconosce e condanna la svolta brutale nel sistema concentrazionario che si ha nel '37. Ma sottolinea come nel Gulag sovietico non vi fosse volontà omicida, e dunque non sia possibile l'accostamento ai lager nazista: quando muoiono a migliaia nel Gulag, durante la guerra, muoiono di stenti a migliaia anche nel resto dell'Urss.
E' difficile seguire Losurdo, con la necessaria competenza critica, in tutte le pieghe del suo discorso. Alcune delle sue tesi (la critica al concetto di «totalitarismo», il rifiuto di considerare le decisioni del vertice sovietico come irrazionali, il richiamo al contesto storico) appaiono convincenti. Ciò che non convince è un discorso troppo portato a vedere sempre nella soluzione adottata la migliore delle soluzioni possibili e a sottovalutarne l'effetto disastroso sulla politica dell'egemonia (vedi la rottura dell'alleanza leninista operai-contadini) e nella costruzione stessa di una idea espansiva di socialismo. Si prenda ad esempio il Gulag: può uno Stato che si vuole socialista creare un sistema concentrazionario così vasto, in cui (anche se non sempre e ovunque) vi furono condizioni di vita - secondo le parole dello stesso Vysinskij, che Losurdo riporta - che ridussero «gli uomini "a bestie selvatiche"»? Non è già questo fatto una macchia indelebile per uno Stato che si voglia socialista? Non consola sapere che peggio fece - per fare un esempio - il Regno Unito con gli irlandesi o con i deportati in Australia: ciò che ci si aspetta da un sistema che fa dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo la sua legge non è giustificabile per uno Stato che nasce per combattere tale sfruttamento e tutto ciò che di "bestiale" vi è nell'umanità. E ancora: la situazione oggettiva aveva indotto a irrigidire l'organizzazione del lavoro, a rinunciare a un nuovo modo di intendere i rapporti tra i sessi, al superamento graduale dei limiti nazionali. Ma a questo punto non viene da chiedersi: valeva la pena di fare una rivoluzione? A cosa è servita? Credo di conoscere la risposta di Losurdo: enorme è stato comunque il sussulto di liberazione, milioni di persone si sono così liberate dal Medio Evo e dal colonialismo, in tutto il mondo. E' vero, e dunque viva la Rivoluzione russa! Ma sembra giusto anche concordare con quanto ha scritto Giuseppe Prestipino sull'ultimo numero di Critica marxista (2009/1): seguendo Losurdo arriviamo alla conclusione che nel '900 il socialismo era impossibile.
Resta la domanda se le scelte fatte nel corso del primo e fallimentare tentativo di costruzione del socialismo abbiano costruito almeno le basi per ritentare l'esperimento nel nuovo secolo o siano oggi un ostacolo in più per chi ci voglia riprovare. Da questo punto di vista lo storicismo giustificatorio di Losurdo - pur avendo alcune ragioni - sottovaluta la possibilità stessa di una alternativa rispetto all'effettivo svolgimento storico: un politico realista può anche diventare un mostro sanguinario, uccidendo così di fatto, ugualmente, la creatura che "con realismo" si propone di proteggere. E se ogni volontà di cambiare anche la qualità della vita quotidiana, i rapporti tra i generi e tra gli esseri umani, le gerarchie e l'alienazione dentro e fuori la fabbrica viene bollata come «utopismo escatologico e anarcoide», non si troveranno facilmente le forze, le volontà, le soggettività per riprendere il cammino.


15 aprile 2009

Rosaria Rita Canale : la politica economica e il futuro dell' Ume

 La teoria della politica economica è giunta negli ultimi anni a conclusioni che ne hanno messo in discussione le fondamenta. Tali posizioni si sono consolidate in Europa durante gli anni ottanta, quando la crescita sostenuta dei deficit di bilancio e del debito pubblico hanno condotto ad una profonda revisione della relazione diretta fra spesa pubblica e crescita e alla negazione di un possibile ruolo attivo della politica monetaria nell’influenzare il livello di equilibrio del reddito. I fondamenti teorici di queste conclusioni possono essere ricondotti ai limiti delle politiche fiscali discrezionali e al fenomeno dell’incoerenza temporale sia in tema di politica fiscale che in tema di politica monetaria (Kydland and Prescott 1977). Infatti – seguendo l’ipotesi di aspettative razionali – “solo la moneta non anticipata è rilevante” (Lucas 1972, Sargent and Wallace 1975) e pertanto la politica monetaria non può avere alcun ruolo attivo nella stabilizzazione del prodotto. In tema di politica fiscale Barro (1974) avrebbe dimostrato che la spesa pubblica crea soltanto aspettative di maggiore tassazione futura – la cosiddetta equivalenza ricardiana – e nessun incremento di domanda. È stato poi rilevato che i politici raramente perseguono l’obiettivo dell’interesse pubblico, ma subordinano la decisione riguardo alla politica ottimale al meccanismo del consenso (si veda, fra gli altri, Buchanan and Tullock 1962). 



Questi risultati teorici hanno ampiamente contribuito a formare il paradigma di politica economica dell’Unione monetaria europea.
Il nucleo centrale di queste posizioni può essere sintetizzato nei seguenti punti:

1. le politiche economiche di breve periodo non sono desiderabili: anche se nel breve periodo possono avere effetti positivi, il risultato finale è unicamente un incremento dell’inflazione;

2. l’inflazione è un fenomeno monetario, che può essere regolato controllando la quantità di moneta in circolazione.

3. il prodotto interno lordo e la disoccupazione fluttuano attorno al loro livello di lungo periodo, il quale è indipendente da politiche monetarie e fiscali attive.

Questi principi rappresentano i fondamenti teorici del Trattato di Maastricht e del Patto di Stabilità e Crescita, il cui contenuto generale ha come obiettivo assicurare che le variabili monetarie non disturbino la convergenza spontanea verso il cosiddetto non accelerating inflation rate of unemployment (NAIRU) e aiutare la Banca Centrale Europea a perseguire la stabilità dei prezzi.
I governi nazionali che appartengono all’Unione Monetaria Europea sono obbligati a rispettare rigidi parametri e non possono usare liberamente la politica fiscale per aumentare la crescita e ridurre la disoccupazione. La spesa in deficit è stata trasformata, da strumento, in obiettivo di politica economica.
Il prezzo in termini di costi sociali in generale, e di occupazione in particolare, del processo di unificazione monetaria dell’Europa è stato per gli anni passati già molto elevato. L’esperienza della crisi economica mondiale ci ha mostrato anche che non è stato sufficiente contenere il deficit e il debito pubblico per controllare l’instabilità finanziaria. Il risultato generale è che ora in Europa non si dispone di strumenti adeguati per contrastare la disoccupazione e la continua riduzione del tasso di crescita del reddito. La politica economica non ha margini di discrezionalità.
La subordinazione del mantenimento degli equilibri interni all’obiettivo della stabilità della valuta comune ha in definitiva messo profondamente in discussione l’esistenza stessa di una Europa unita. Come per un qualunque sistema a cambi fissi, se i costi di mantenimento delle parità sono troppo elevati per alcuni dei paesi che vi partecipano, prima o poi la stessa sopravvivenza dell’area valutaria risulta essere a rischio.
Il futuro dell’Europa e dell’Euro passa pertanto per la creazione di una autorità di politica fiscale comune che controbilanci l’azione della banca centrale e sia in grado di individuare strumenti condivisi per sostenere la crescita. Ma questo risultato può essere realizzato solo se l’Europa diventa politicamente unita.
Gli estensori del trattato di Maastricht e del Patto di Stabilità e Crescita hanno dimenticato che esso avrebbe dovuto essere l’ultimo anello di una catena partita dai trattati di Parigi e Roma, passata attraverso l’Atto Unico, le cui motivazioni di fondo hanno natura politica. Il rispetto dei principi dettati dall’ortodossia economica ha fatto ritenere inutile l’unione politica nella convinzione che l’accordo sarebbe stato il naturale risultato di economie convergenti, perché sarebbe venuta meno la materia del contendere.
Tuttavia l’equilibrio del reddito e dell’occupazione non è il risultato spontaneo del mercato, ma piuttosto dell’azione della politica economica, sia fiscale che monetaria: di quella monetaria perché la Banca Centrale, nel modificare i tassi d’interesse, agisce sulla domanda sia attraverso gli investimenti che attraverso i consumi; e della politica fiscale dal momento che questa ha un ruolo attivo nell’influenzare la crescita del reddito attraverso il meccanismo del moltiplicatore keynesiano, la cui inefficacia non ha mai trovato un riscontro empirico convincete.
Sotto questo punto di vista l’esperienza sia passata che presente dell’economia statunitense, in cui la Federal Reserve coordina – pur essendo indipendente — il suo operato con il Governo federale, ci fornisce indicazioni importanti riguardo al ruolo dell’unità politica, e forse l’unica speranza di sopravvivenza dell’UME.


14 aprile 2009

Un articolo di Corrado Perna del 2005 ancora utile sulla questione del terremoto e del POnte sullo stretto

 

Il ponte E' uno spreco pericoloso. Il Mediterraneo va monitorato e controllato

La tragedia del 26 dicembre in Asia ci ha fatto prendere coscienza del fatto che sappiamo pochissimo del pianeta su cui siamo trasportati nello spazio. Abitiamo una navicella di cui non conosciamo che pochi bottoni, per il resto la trattiamo come un bambino di fronte a un computer potentissimo, carico di bit che lui usa solamente come videogiochi. Ma è arrivato il momento di diventare adulti e smettere di giocare con l'unico pianeta che abbiamo. La tragedia che ha colpito il sudest asiatico, infatti, impone alcune questioni di fondo che ci riguardano tutti da vicino. La prima, che è stata denunciata da più parti, riguarda la sicurezza e la prevenzione dei disastri naturali. Diversi esperti hanno denunciato il fatto che una gran parte delle vittime potevano essere evitate se ci fosse stato un sistema di allarme, se le popolazioni della costa fossero state avvisate per tempo visto che dal momento della prima scossa all'arrivo delle prime onde distruttrici sembra siano passate diverse ore (da due a sette secondo le diverse località).



Territorio indebolito

La seconda questione riguarda il modello di urbanizzazione delle coste che, da almeno trent'anni, imperversa in tutto il mondo, trainato dalla corsa al turismo di massa che cancella qualunque legge o vincolo ambientale. A partire dal Mediterraneo dove spesso sono stati abbandonati gli antichi insediamenti , lontani dal mare, per affollare le coste con una serie interminabile di villaggi turistici, seconde case, centri commerciali, costruendo fino alla battigia. Un modello di urbanizzazione energivora che ha ignorato , come ha dimostrato Piero Laureano, i saperi acquisiti dalle generazioni precedenti, dall'uso dell'acqua piovana alle costruzioni climatizzate con materiali naturali, fino al profondo rispetto per gli alvei di fiumi e torrenti e che oggi si trova impotente di fronte alla potenza delle forze della natura.

Molti dei disastri naturali che abbiamo registrato negli ultimi anni nel nostro paese - dalla tragedia di Soverato a quella della valle di Sarno - sono in realtà dei disastri sociali in cui gli equilibri naturali e le conoscenze del passato sono state ignorate e stravolte. Certo, i terremoti non li possiamo attribuire al nostro perverso modello di sviluppo, ma gli effetti disastrosi dei terremoti e maremoti sono in gran parte legati al nostro modo di costruire, allo squilibrio tra classi sociali e tra paesi ricchi e impoveriti, ai diversi sistemi politici.

Impatti diversi

E' un fatto ormai acclarato che un uragano fa migliaia di volte più vittime in Centro America che nella costa meridionale degli Usa, o a Cuba dove esiste un ben oleato sistema di preallarme, così come un terremoto in Turchia produce una quantità di vittime e disastri decine di volte superiore a quello che produce lo stesso terremoto, con la stessa potenza, in Giappone. Pertanto la prima riflessione da fare su quest'ultima tragedia è che bisogna ripensare agli insediamenti umani, al modo di costruire, al ruolo da dare alle forze della natura. Soprattutto nelle aree ad alto rischio sismico. E tra queste sicuramente bisogna mettere in priorità l'area dello stretto di Messina, già colpita nel 1908 dal più distruttivo terremoto del '900, dove la gran parte delle vittime furono determinate proprio dall'onda anomala.

Incubo Stretto

Sui rischi che corre quest'area vale la pena riportare alcune affermazioni recenti di Enzo Boschi, presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (vedi La Repubblica del 27 dicembre). «La zona più a rischio del Mediterraneo - dichiara Boschi nell'intervista ad Aldo Cianciullo - è l'area dello Stretto di Messina. E' un'area a forma di imbuto: l'onda anomala entra e comincia a percorrerlo; man mano che il canale si stringe la massa d'acqua, non trovando spazio in larghezza, diventa sempre più alta. E alla fine, se l'energia in campo è molto alta come è avvenuta nel 1908, ci si trova di fronte a un muro liquido inarrestabile che spazza via tutto quello che trova sul suo cammino». Ma, l'onda anomala oltre che dal terremoto può essere provocata da altri fenomeni, sostiene Boschi, come è accaduto due anni fa a Stromboli. «In quell'occasione, a causa di un'accentuazione dell'attività vulcanica, ci fu il crollo di una parete dello Stromboli che produsse un'onda anomala di dimensioni considerevoli: se fosse accaduto in estate, con le spiagge piene di turisti, sarebbe stato un disastro. Tra l'altro in quell'occasione scattò subito l'allarme perché si temeva che l'attività sismica potesse continuare producendo altri crolli».
Da queste osservazioni di un esperto del livello di Enzo Boschi se ne possono trarre alcune precise indicazioni. La prima: va bloccato il bando relativo all'affidamento dei lavori per il ponte sullo Stretto di Messina. Alle luce dell'alto livello di rischio di tutta l'area dello Stretto la sola idea del ponte risulta essere oggi pura follia, un atto criminale, un perverso sperpero di denaro pubblico. Le risorse finanziarie stanziate per questa megaopera devono essere riconvertite per un monitoraggio di tutta l'area che comprende tre vulcani attivi - Etna, Stromboli e Vulcano - che negli ultimi anni hanno fatto tremare di paura le popolazioni locali, da Catania alle isole Eolie. La società Ponte sullo Stretto di Messina s.p.a., lautamente finanziata da tutti i governi da più di vent'anni, deve essere riconvertita in Società per la sicurezza dell'Area dello Stretto di Messina. Un sistema di allarme con relative vie di fuga, punti di raccolta, ecc. va pensato e implementato per tutta l'area che va da Capo Vaticano fino a Catania, un'area dove vivono quasi due milioni di persone.

Il nodo prevenzione

La ricerca scientifica su questi fenomeni è ancora estremamente debole e poco sostenuta dalle risorse pubbliche. Dato che nel programma del centrosinistra è stato messa tra le priorità un maggiore finanziamento della ricerca scientifica e tecnologica, si indirizzino queste risorse verso un bene collettivo fondamentale: la prevenzione delle catastrofi naturali. Questo significa cambiare agenda politica e dare un altro significato al concetto di «sicurezza», oggi ideologicamente declinato nella lotta al terrorismo.


14 aprile 2009

Ugo Pagano : scorpacciate di risparmio o digiuno di investimenti ?

Le cause immediate della crisi sono fatte spesso risalire all’assenza di regolamentazione e alla politica espansiva della Fed che, mantenendo i tassi d’interesse artificialmente bassi, avrebbe provocato un’eccessiva offerta di risparmio. Come è ampiamente spiegato nei noti modelli di selezione avversa, quest’ultima avrebbe, a sua volta, provocato la formazione di un pool di debitori sempre più scadente con le conseguenze che sono ormai sotto gli occhi di tutti.
Secondo
un articolo dell’Economist dello scorso gennaio un benefico “flow” di risparmio sarebbe diventato una disastrosa “flood” ma l’inondazione sarebbe dovuta più alle “global imbalances” generate all’estero che un frutto endogeno della economia e della politica americana.



In effetti, il governatore Bernanke
sostiene da molto tempo che il ruolo della Fed nell’espansione del credito è stato marginale e che la causa ultima della crisi è stata una scorpacciata di risparmi (saving glut) cui gli Stati Uniti sono stati costretti a causa del massiccio afflusso di risparmi proveniente da altri paesi (v. su questo anche Sergio Cesaratto, www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/a-sinistra-della-crisi/).
C’è qualche cosa di simpaticamente infantile nella formulazione della tesi del Governatore della FED. A molti di noi (per quanto mi riguarda, a casa della mamma) capita di attribuire le scorpacciate, e le crisi digestive che esse provocano, all’ottimo e sovra-abbondante cibo che viene cucinato. Il vero limite della tesi di Bernanke non sta tuttavia tanto nell’infantilismo della sua formulazione ma nell’inesattezza dei suoi contenuti. Come mostrano i dati contenuti nel
paper della Banca di Francia di Moec e Frey, negli altri paesi non c’è stata una sovrabbondanza di risparmi ma piuttosto un digiuno d’investimenti. Negli ultimi anni, nel mondo, i risparmi non sono cresciuti. Invece, specialmente al di fuori degli Stati Uniti, sono diminuiti gli investimenti. In altre parole, l’abbondanza di cibo in America sarebbe stata il frutto di un blocco dei sistemi di digestione dei vicini.
Si potrebbe sostenere che, in questa situazione, gli americani dovevano generosamente digerire anche per conto degli altri paesi e fornire loro trasfusioni di cibo pre-digerito. Parte del risparmio assorbito dall’America era infatti iniettato sotto forma d’investimenti diretti nella circolazione dei paesi colpiti dal blocco del loro sistema digerente.
Non è dunque colpa dei vicini se essi non sono riusciti a creare adeguate opportunità d’investimento, per di più intossicando gli americani con la loro inondazione di risparmi?
Il problema è che le lobby legate alle multinazionali americane, facendo pressione per la nuova architettura del commercio internazionale partorita a Marrakesh nel 1994 hanno avuto un ruolo niente affatto marginale nel causare il blocco dei sistemi digestivi dei loro concorrenti.
Partiamo dal 1992 quando George Bush Senior conclude una presidenza piena di successi in politica estera in un quadriennio che vede, fra l’altro, il crollo delle economie socialiste e la disintegrazione dell’Unione Sovietica. Eppure lo slogan “it’s the economy stupid!” basta a fargli perdere le elezioni contro Clinton. La causa non è tanto la crisi congiunturale iniziata nel 90 ma la consolidata percezione che il “modello americano” sia perdente rispetto a quelli alternativi giapponesi e tedeschi. Nel decennio precedente si sono consumati fiumi d’inchiostro per descrivere i miracoli del management giapponese e suggerire i vari modi in cui gli americani avrebbero potuto imitarlo.
Alla fine degli anni 90 il quadro si è capovolto. Gli Stati Uniti (e l’Inghilterra) sono diventati il modello da imitare e gli eroi di ieri (non solo Germania e Giappone ma, dopo la crisi del 97, anche tutte le tigri asiatiche) si affannano a ristrutturare le loro economie sulle orme del cosiddetto modello anglo-americano. Frattanto l’economia cinese ha un rapidissimo sviluppo. Cosa ci porta a questo improvviso rovesciamento della situazione?
La spiegazione potrebbe essere fatta risalire al solito ritornello liberista: solo gli americani (e gli inglesi) avrebbero riscoperto improvvisamente le virtù del mercato, offrendo così numerose opportunità d’investimento precluse ai loro rigidi concorrenti.
E, tuttavia a ben guardare, non sono state le virtù della concorrenza ma i vantaggi del monopolio intellettuale a far riguadagnare rapidamente terreno agli Stati Uniti rispetto alle altre economie occidentali. Infatti, nella prima metà degli anni 90, gli Stati Uniti non hanno più rivali militari e politici globali e possono riorganizzare l’economia mondiale in un modo diverso che valorizzi al massimo la loro leadership scientifica e tecnologica e soprattutto le loro posizioni di monopolio.
Le caratteristiche salienti del nuovo mondo sono contenute nei
TRIPS firmati a Marrakesh il 15 Aprile del 1994. Significativamente, i TRIPS costituiscono l’annesso 1C dell’accordo con cui viene fondato il WTO.
Il preambolo dei TRIPS recita come cosa ovvia che “intellectual property rights are private rights” come tutti gli altri diritti di proprietà privata. Eppure questa ovvietà era sconosciuta a un economista dell’innovazione del calibro di Schumpeter ed è stata recentemente messa in discussione nel bel libro di Boldrin e Levine
Against Intellectual Monopoly. Se il riconoscimento dei diritti di proprietà (inclusi quelli intellettuali) costituiva la base naturale del libero scambio, la ratificazione dei TRIPS non poteva non costituire un annesso degli accordi del WTO e un requisito obbligatorio per accedere al commercio internazionale. Diversamente da tutti i precedenti accordi internazionali relativi alla proprietà intellettuale, l’inclusione dei TRIPS nella costituzione del WTO comportava un efficace meccanismo per far rispettare la proprietà intellettuale. Gli Stati potevano ora essere disciplinati mediante le istituzioni dello stesso WTO e, in casi estremi, si sarebbe potuto limitare l’accesso al commercio internazionale ai “ladri” di proprietà intellettuale.
A dispetto dell’accattivante retorica declamante libero scambio e proprietà privata, gli accordi di Marrakesh introducono surrettiziamente super-tariffe tali da far impallidire il protezionismo più spinto. Con i TRIPS i diritti di proprietà intellettuale diventano dei monopoli globali e cioè, in un certo senso, dei dazi doganali dal valore quasi infinito. Non solo i concorrenti degli altri paesi non possono esportare il bene nel paese del monopolista intellettuale ma hanno anche il divieto di produrlo nel loro stesso paese. Quando alcune multinazionali di qualche paese si organizzano in “patent pools”, la desertificazione economica di quel settore negli altri paesi diventa inevitabile e sembra non lontano dalle passate imposizioni dell’Inghilterra alle sue colonie e in particolare, all’India (Marcello De Cecco,
Money and Empire, Rowman and Littlefield, 1975).
Salvo qualche notevole eccezione come
Krugman abbiamo assistito in questi mesi a un coro di allarmi per i danni di un incombente protezionismo. Si fa notare come uno degli effetti peggiori delle crisi finanziarie sia che esse possono disintegrare il libero scambio. E tuttavia, il rapporto fra i due fenomeni presenta una complessità del tipo problema uovo-gallina che non ammette facili soluzioni.
E’ certamente vero che la crisi sta portando ad atteggiamenti protezionistici e a
ritorni di nazionalismo economico.
E’ però anche vero che il protezionismo, celandosi sotto le sacre vesti dei diritti di proprietà privata, ha contribuito a generare la crisi finanziaria. Esso ha fatto inizialmente solo scemare le opportunità d’investimento fuori dagli Stati Uniti mentre questi ultimi, grazie agli investimenti diretti delle loro multinazionali, hanno per un certo tempo digerito anche per gli altri. Infatti,
come mostrano Moec e Frey la crisi è stata preceduta, prima di tutto, da una caduta degli investimenti fuori dall’America. In parte, questa caduta è stata inizialmente attenuata dagli investimenti diretti delle multinazionali dotate di un’imbattibile ricetta a base di monopolio intellettuale americano e lavoro cinese a basso costo.
Alla caduta degli investimenti degli altri paesi si è poi aggiunto un graduale blocco digestivo delle stesse imprese multinazionali americane. Già nel luglio 2005 l’Economist parlava di un
“corporate savings glut” e nel sottotitolo notava come ormai le grandi corporation, ancora di più delle economie emergenti, fossero diventate i leader mondiali della corsa globale verso la frugalità. Lo stesso articolo faceva poi riferimento al famoso paradosso della frugalità di Keynes secondo cui se tutti vogliono risparmiare dovrà (in assenza d’investimenti) calare il risparmio… anche se passando naturalmente prima per bolle speculative e varie “innovazioni finanziarie” (vedi Marcello De Cecco, www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=449).
In conclusione, se le crisi finanziarie hanno provocato il protezionismo, il superprotezionismo della proprietà intellettuale ha fatto calare gli investimenti. Ciò è avvenuto in due fasi (largamente sovrapposte nel tempo) e secondo due meccanismi.
Nella prima fase, dopo i TRIPS, si è avuto il lancio del modello cino-americano e una corsa a investimenti tesi a consolidare i monopoli intellettuali americani. Mentre si aprivano nuovi spazi per le compagnie americane superdotate di queste “risorse”, si chiudevano molte opportunità d’investimento autonomo per il Giappone e per le ex-tigri asiatiche che non avevano né le dotazioni monopolistiche americane né i bassi costi cinesi. La crisi asiatica del 1997 rappresenta il culmine di questa fase.
Nella seconda fase, secondo i meccanismi descritti nelle note
tragedie degli anti-commons, i monopoli intellettuali mondiali sono diventati troppo pervasivi e hanno cominciato a bloccarsi a vicenda. A questo punto comincia a incepparsi anche il meccanismo d’accumulazione dei grandi “proprietari di conoscenza”.
La caduta degli investimenti ha quindi creato alcune delle condizioni che hanno portano alla crisi finanziaria, e quest’ultima ha a sua volta portato il livello degli investimenti verso nuovi precipizi da cui sarà difficile risalire senza un notevole numero di misure di politica economica. Tra di esse non dovrebbe mancarne una che, coniugando le politiche keynesiane con la capacità della conoscenza di essere usata infinite volte senza deteriorarsi, generi un
supermoltiplicatore degli investimenti. Sostegno alla domanda aggregata e riappropriazione della conoscenza possono costituire due facce di una stessa politica tesa a liberare l’innovazione dalla gabbia del monopolio intellettuale e a fornire più opportunità d’investimento per tutti. 


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