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11 aprile 2009

Sergio Cesaratto : una Germania riluttante (articolo di fine 2008)

 “We can only hope that the measures taken by other countries … will help our export economy.” (Michael Glos, ministro tedesco dell’economia, citato dal Financial Times, 30 nov. 2008)

1. “The sick man of Europe” titolava tempo fa The Economist con riferimento al nostro paese. La corrente crisi sta tuttavia mettendo in luce, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che l’Europa soffre di una malattia ben più grave e che riguarda il suo paese più importante: la Germania. La corrente crisi finanziaria, ormai trasmessa all’economia reale, ha evidenziato la debolezza del coordinamento europeo sui temi di politica economica, debolezza che vede al centro il rifiuto della Germania, la potenza regionale più forte, a svolgere il ruolo di paese leader con i relativi onori e oneri. Gli organi di stampa dell’establishment economico, il citato The Economist, Financial Times, Sole-24 Ore, sono tutti allineati nel denunciare questo atteggiamento tedesco sì che quasi appare strano che un sito di economisti alternativi si allinei a questo coro. Eppure la questione è rilevante perché il tema della politica economica europea è tanto importante quanto trascurato dalla sinistra radicale italiana (ed europea), se non nella vizza denuncia dei “dogmi liberisti” come nella riunione della sinistra europea tenuta a Berlino i giorni scorsi (come si evince dall’altrettanto stantio resoconto de il manifesto, 30 nov.). A tal proposito la sinistra italiana (ed europea) dovrebbe apprendere che in queste faccende non esiste una “solidarietà di classe internazionale” a cui rifarsi, ma solo i crudi interessi nazionali (e non v’è dubbio che la Linke tedesca farebbe giustamente i propri se chiamata a scegliere); se questi sono conciliabili tanto meglio, sennò meglio attrezzarsi per tempo perché “il forte fa ciò che ha il potere di fare e il debole accetta ciò che deve accettare”, come insegnava Tucidide, il capostipite del realismo politico. Ma la sinistra radicale ha sempre preferito crogiolarsi nelle utopie o nelle chiacchiere.



2. Il piano di rilancio approvato dall’Unione Europea - 200 miliardi di € - è per opinione condivisa poco più di una mera sommatoria di piani nazionali. Si è contrabbandata per novità l’attenuazione del Patto di stabilità e crescita (i famigerati vincoli di Maastricht), ma questa era già stata prevista da accordi stipulati nel 2005. Il piano tedesco è particolarmente piccino per la quarta economia mondiale, 12 miliardi, in due anni, da confrontarsi con i quasi 600 della Cina, pure in due anni, e i 275 del Giappone, la terza e seconda economia mondiale, rispettivamente (per paragone, il piano italiano è di 6 miliardi di € tutti sottratti ad altre spese già previste, per cui vale sostanzialmente zero, v. Sole-24Ore, 30 nov.). La Germania ha chiaramente rallentato, e continua a rallentare, la diminuzione del tasso di interesse da parte della BCE. Tali diminuzioni sono di scarso impatto in una situazione di razionamento del credito e di sfiducia, ma possono rendere meno costose per i governi le necessarie politiche fiscali espansive. Il surplus commerciale della Germania negli ultimi 12 mesi (ultimo dato: settembre), ci offre una dimensione della potenza economica tedesca e delle possibilità di quella economia da fare da locomotiva del rilancio globale: esso è stato di 288 miliardi di € contro i 265 della Cina e i 65 del Giappone. Nel 2007 il 63% di quel surplus è stato con i paesi europei (27 miliardi circa con Francia, Spagna e RU, e 19,6 con l’Italia).

3. La crisi in corso aveva dato anche occasione all’iperattivo presidente francese Sarkosy di proporre di rafforzare la governance economica europea. L’opposizione tedesca non si è fatta attendere temendo “che la Francia minacci così l’indipendenza della Bce o comunque voglia imporre le sue politiche economiche ai partner sfidando così la consolidata supremazia tedesca su questo fronte” (A.Cerretelli, Sole-24Ore, 24 ott.). Se l’attivismo francese ha sinora sortito solo accordi di facciata chiunque può immaginare il vuoto di governo quando nel prossimo semestre la guida europea sarà affidata a un nano geopolitico, per giunta anti-europeista, come la Repubblica Ceca.
A tal riguardo, in un utile lavoro recentemente presentato presso il Centro Sraffa di Roma, Carlo Panico ha ricostruito i meccanismi della governance europea mettendone in luce limiti e incongruenze[1]. In particolare, a fronte di ben delineati poteri e obiettivi attribuiti alla BCE a cui i trattati attribuiscono una indipendenza formale, è assente un contraltare istituzionale che coordini in maniera più ampia la politica economica. Questo non può essere costituito dall’ECOFIN, il consiglio dei ministri economici, che ha poteri formali, ma in quanto raccoglie tutti e 27 i paesi dell’Unione è un interlocutore non omogeneo alla BCE. L’Eurogruppo creato nel 1997 raccoglie i soli ministri dei paesi aderenti all’Unione Monetaria Europea e si riunisce prima dell’ECOFIN (a entrambi i gruppi partecipa anche il presidente della BCE), ma non ha poteri formali, e pour cause. E’ che alla Germania la governance europea com’è va benissimo, in particolare proprio per l’assenza di quell’autorità politica che interloquisca con la BCE che Sarkosy voleva rafforzare dando più autorità all’Eurogruppo.

4. Tale governance riflette lo statuto della politica economica europea quale è venuto a formarsi nel corso dei vari trattati. Tale statuto ha tre elementi La politica monetaria è affidata alla BCE, formalmente indipendente dal potere politico, la quale l’amministra avendo come mandato il solo controllo del tasso di inflazione che, tradotto in soldoni, significa controllo del tasso di variazione dei salari nominali in Europa e in particolare in Germania. Il ritardo della BCE a diminuire i tassi di interesse, addirittura aumentandoli in luglio a tempesta cominciata, è stato dovuto alla necessità tedesca di tenere sotto frusta le cospicue richieste salariali della IG Metal (la Fiom locale) giudicate troppo elevate, poi infatti frettolosamente ritirate quest’autunno. Tenuti così sotto controllo i salari, la politica fiscale è tenuta a bada dai noti paletti di Maastricht e dei Patti di stabilità: della politica fiscale si occupano i vincoli e non è oggetto di coordinamento politico. Dal marzo 2005 questi vincoli sono stati formalmente ammorbiditi nella fiducia che, in assenza di controlli sui movimenti di capitale, i mercati finanziari provvederanno comunque a limitare le politiche fiscali dei paesi più deboli sotto la frusta dell’aumento del costo del loro indebitamento, tanto più che le difficoltà di finanza pubblica si accentuano in una fase di crisi, a maggior ragione se chi potrebbe rifiuta di espandere la propria spesa pubblica. Il terzo e ultimo tassello della politica europea è costituito dalle politiche nazionali di flessibilità dei mercati, in particolare quello del lavoro, a cui viene assegnato l’obiettivo della crescita. Nell’epoca keynesiana gli obiettivi della crescita e del pieno impiego erano visti come obiettivi sopranazionali da realizzarsi attraverso comuni politiche espansive, monetarie e fiscali mentre sarebbe stata considerata distruttiva una strategia di deflazione salariale competitiva. I risultati penosi per l’economia europea degli ultimi 15 anni confermano tale interpretazione.

5. Ma, come diceva Alfred Marshall, “bygones are bygones in Economics” (il passato è passato in economia), e allora perché in un momento in cui “tutti sono keynesiani” i tedeschi sono perniciosamente attaccati alle loro politiche? I commentatori hanno suggerito varie spiegazioni. I tedeschi danno grande valore alla sobrietà nei consumi differenziandosi dalle smodatezza dei consumatori anglosassoni al punto che le carte di credito hanno accettazione assai limitata persino nei supermarket e il credito al consumo è poco diffuso (Financial Times 28 nov.). Al riguardo i bassi tassi di interesse sono ancor oggi guardati con sospetto come la fonte di tutti i guai del capitalismo anglosassone. Così la Merkel, reagendo alle critiche mosse alla timidezza del suo governo, ha affermato l’altro giorno: “La moneta troppo a buon prezzo negli US è stata una causa della crisi odierna. Sono profondamente preoccupata che noi si stia rafforzando questo trend attraverso le misure adottate negli US e altrove trovandoci fra 5 anni ad affrontare precisamente la medesima crisi” (Financial Times 27 nov.). Ma la ragione fondamentale è probabilmente da ricercarsi altrove, e in particolare nelle scelte neomercantiliste di quel paese, il perseguimento dunque del surplus commerciale come fine ultimo della politica economica. Per gli scopi della realizzazione di tale surplus lo stato di persistente deflazione competitiva in cui la Germania si trova da anni va benissimo, anzi ne è componente essenziale tenendo bassi i costi del lavoro. Tenuti bassi i salari reali (ma il marco/euro sopravvalutati danno una mano ai consumi reali dei lavoratori tenendo basso il prezzo dei beni importati) la tecnologia tedesca fa la differenza, di prezzo e di qualità, cogli altri paesi europei. L’imponente ristrutturazione industriale tedesca degli ultimi anni e la connivenza sindacale a tale modello sono stati ben illustrati da De Cecco e Carlin & Soskice[2]. Naturalmente si dovrebbe andar oltre e cercare di comprendere i motivi storici dietro la scelta di questo modello di sviluppo che, certo, impone disciplina alla propria forza lavoro ed è stato selezionato dalla classe dirigente tedesca forse anche per questo motivo. Sarà importante sollecitare qui il contributo di qualche amico storico.

6. Il “chief eurozone economist” di Unicredit, ha opportunamente dichiarato al Financial Times (30 nov.) che la Germania dovrebbe mostrarsi responsabile a fronte dell’eurozona “piuttosto che trasformarsi in una versione occidentale della Cina” (peraltro assai meno mercantilista della Germania). Si osservi che tali politiche tedesche non sono solo perniciose in Europa, ma una delle cause dei disequilibri globali dell’economia mondiale (le cosiddette “global imbalances” su cui torneremo in un successivo articolo). Che fare dunque? A me sembra che obiettivo primo di una sinistra concreta sia fare chiarezza di dove siano i problemi politico-economici – in questo caso il problema tedesco – difficili da attaccare che siano. Quello che colpisce della passata esperienza di governo della sinistra è stata l’assenza di uno straccio di analisi fatta per tempo del contesto della politica economica europea e globale (che non fossero slogan triti e ritriti contro il neoliberismo). Non si tratta qui di stendere, si badi, illuministici progetto tardo-keynesiani (come qualcuno vorrà frettolosamente attribuirci), ma di imparare a leggere la dura realtà geopolitica globale in cui ci si muove. L’analisi è poi base per la battaglia politica, con il ben noto pessimismo della ragione ecc., a meno di volersi arroccare a gufare nella propria torre d’avorio.


10 aprile 2009

Cristina Tajani : crescita diseguale, diseguale recessione

 La disuguaglianza tra ricchi e poveri negli ultimi vent’anni è aumentata in tre quarti dei paesi Ocse. È questa l’evidenza amara che emerge dalle statistiche sulla distribuzione del reddito in oltre 30 paesi pubblicate a fine ottobre dall’Ocse [1]. Della crescita economica degli ultimi vent’anni, in altre parole, hanno beneficiato maggiormente i ricchi piuttosto che i poveri. In alcuni paesi tra cui Stati Uniti e Italia le disuguaglianze tra i redditi e tra i patrimoni si sono inasprite. Nei paesi con maggiore disuguaglianza si è assistito ad un aumento della povertà e a una sensibile diminuzione della mobilità sociale (Stati Uniti, Inghilterra e Italia sono i paesi in cui la mobilità sociale è diminuita maggiormente).

Certo nella dinamica dei redditi ci sono categorie sociali che se la passano meglio di altre. Nella media dei paesi analizzati, infatti, è fortunatamente diminuita la povertà degli anziani mentre è aumentata la povertà dei bambini e degli adulti soli (spesso a seguito di un divorzio o della perdita del lavoro). Nei paesi Ocse i bambini ed i giovani adulti hanno il 25% di probabilità in più di essere poveri rispetto al resto della popolazione. Questi dati sono confermati, per l’Italia, anche dall’Istat che da qualche anno segnala la crescita della povertà tra i minori [2] (si veda anche l’ultimo rapporto del 4 novembre 2008). Dato che, oltre ad essere odioso in sé, si associa a fenomeni di trasmissione intergenerazionale della povertà: le persone giovani in condizioni di povertà genereranno figli poveri i quali, a causa della scarsa mobilità sociale, faranno fatica ad affrancarsi da questa condizione. In altre parole la povertà dei minori è associata all’aumento della povertà tra le famiglie con figli a carico.

Per quanto riguarda in particolare l’Italia, il rapporto rileva che il nostro paese è passato da livelli di disuguaglianza vicini alla media Ocse vent’anni fa, a livelli ben superiori oggi. Siamo infatti il 6° paese sui 30 censiti per livello delle disuguaglianze tra ricchi e poveri. La disuguaglianza tra ricchi e poveri è cresciuta infatti del 33% rispetto alla metà degli anni ‘80 mostrando l’inefficacia delle misure di contrasto alla povertà che pure l’Ocse rileva siano state implementate nell’ultimo ventennio. Il reddito medio del 10% più povero si aggira intorno ai 5.000 dollari (sotto la media Ocse di 7.000), mentre il reddito del 10% più ricco è di 55.000 dollari (leggermente sopra la media degli altri paesi). Ancora più accentuata è la disuguaglianza nei patrimoni (i dati precedenti si riferiscono invece ai redditi, cioè dati di flusso): il 42% della ricchezza totale è detenuta, infatti, dal 10% dei cittadini, mentre “solo” il 28% del reddito totale è ascrivibile allo stesso 10%.



Secondo i ricercatori dell’Ocse in buona misura le crescenti disuguaglianze sono generate dalla trasformazione del mercato del lavoro, con un aumento dei lavoratori a basse qualifiche e di lavoratori poveri. Anche le misure di contrasto alla povertà e i sussidi sociali hanno perso efficacia negli ultimi vent’anni, ragione per cui sarebbe necessario ridisegnarli. In questo scenario si colloca l’attuale crisi finanziaria: è lecito domandarsi se ad una crescita economica così disuguale corrisponderanno effetti disuguali nella recessione, ovvero se la crisi colpirà in proporzione con maggior durezza i redditi più bassi. È questa la domanda che si è posto anche A. Atkinson, uno dei maggiori studiosi europei in materia di distribuzione del reddito e disoccupazione, in un recente scritto [3]. Dipenderà dalle politiche pubbliche che i governi attueranno, è la risposta dello studioso. In prima battuta i Governi si sono comportati da prestatori di ultima istanza, correndo in soccorso delle istituzioni finanziarie in difficoltà e garantendo così, in una certa misura, anche i piccoli risparmiatori. Ma affinché gli effetti della recessione non pesino maggiormente su chi già è in difficoltà è necessario qualcosa di più. Molto dipenderà dalla capacità delle coalizioni di governo di immaginare interventi sociali redistributivi, ancor più efficaci se studiati su scala sovranazionale. Solo nelle settimane più recenti i governi hanno cominciato a varare misure anti crisi (a cominciare dagli Stati Uniti per arrivare in Europa con Francia, Inghilterra e Germania e in Asia con un inedito piano della Cina) che guardino oltre il sistema finanziario. Ma, per quanto riguarda l’Europa, l’idea di un intervento sociale coordinato (se non addirittura sovranazionale) auspicato da Atkinsons è ben lontana dal prendere corpo tra le coalizioni di governo del vecchio continente. Ciascuno farà come e quanto potrà. E così mentre l’Inghilterra pensa ad interventi sull’ordine del 7% del Pil (della stessa dimensione le misure anti crisi della Cina), in Italia si pensa di intervenire muovendo cifre dell’ordine dello 0,3% del prodotto interno lordo che rischiano di essere del tutto inefficaci e frammentarie (ovvero quel poco che si spende è anche mal speso).

Come già segnalato nel rapporto Ocse, le misure di contrasto alla povertà ed i sussidi che non siano orientati a fare “massa critica” (cioè a concentrare più interventi e di diverso tipo verso gli stessi beneficiari, per esempio i disoccupati) rischiano, a parità di spesa, di rivelarsi del tutto inutili. Sembra andare esattamente in questa direzione la misura di sostegno al reddito dei lavoratori parasubordinati (i co.co.pro che non beneficiano di alcun tipo di ammortizzatore sociale) contenuta nel decreto cosiddetto “anticrisi” del 29/11/2008 n. 185. Il provvedimento prevede l’erogazione una tantum del 10% dei compensi percepiti nell’anno precedente (sempre che tali compensi siano compresi tra 5mila e 11.516 euro) a beneficio del collaboratore a progetto (sono così esclusi i collaboratori coordinati e continuativi che ancora esistono nel settore pubblico) che abbia operato in settori o territori definiti in crisi (da un successivo decreto) per almeno tre mesi in regime di monocommittenza e che risulti non avere avuto contributi versati per almeno due mesi. In altre parole i requisiti di accesso alla misura che potrà ammontare al massimo a 1150 euro (il 10% del massimale di reddito) sono lo stato di monocommittenza (non meglio definito: tre contratti con tre diversi committenti l’uno di seguito all’altro come vengono considerati?), il lavoro in collaborazione per almeno tre mesi e per meno di 10, la residenza in aree dichiarate in crisi, lo stato di disoccupazione da almeno 2 mesi. Il decreto nulla dice, inoltre, sulla copertura contributiva della misura.

Un provvedimento così costruito è condannato all’inefficacia sia per l’intensità del contributo (che in media raggiungerà i 700-800 euro, una tantum) che per l’estensione dei beneficiari. Le stime più attendibili [4] parlano di una platea di 10.000 lavoratori contro gli 80.000 previsti dal Governo per un ammontare di spesa vicina agli 8 milioni di euro. Se gli interventi sociali messi in campo dai Governi saranno di questa natura e di questa entità, anche la recessione, così come è stato per la crescita, avrà effetti diseguali in proporzione tra ricchi e poveri. I poveri soffriranno di più.


9 aprile 2009

Claudio Buttazzo : intervista a Vaclav Exner del partito comunista ceco

 

Sembra ancora lontana da una soluzione la crisi di governo nella Repubblica Ceca. Dopo le dimissioni del premier e leader del principale partito di destra (Ods), Mirek Topolanek, la situazione politica è in fase di stallo, bloccata dai veti incrociati dei vari partiti. L’Ods vorrebbe un reincarico a Topolenk. Ma il presidente della Repubblica, Vaclav Klaus, anch’egli dell’Ods, è intenzionato a dare l’incarico a qualcun altro. Il Partito socialdemocratico (Cssd) di Jiri Paroubek propone un governo a termine, sostenuto da una larga maggioranza, che duri fino alla fine di giugno per consentire alla Repubblica Ceca di portare avanti fino alla scadenza del mandato la presidenza di turno ceca nell’Unione Europea. E propone anche elezioni anticipate per il prossimo autunno.
Di diverso avviso la terza forza politica del paese, il Partito comunista di Boemia e Moravia (Kscm), che è, invece, fortemente contrario alla chiusura anticipata del parlamento, ritenendo che ciò sia irresponsabile di fronte alla crisi economica che attanaglia il paese. Un vuoto governativo non farebbe che aggravare la situazione.
Il Kscm propone che si dia vita a un governo di intesa nazionale con la partecipazione delle principali forze politiche e con una larga base parlamentare e di consenso nel paese; un governo che porti avanti la legislatura fino alla sua naturale scadenza, cioè fino alla primavera del 2010.
Per saperne di più sul senso e le finalità di questa proposta, abbiamo intervistato membro della segreteria nazionale del Kscm, Vaclav Exner, che è anche deputato e componente della Commissione Estri del Parlamento ceco.
Ecco il testo dell’intervista.

D. In cosa consiste esattamente la proposta del Partito comunista di Boemia e Moravia perla costituzione di un governo di intesa nazionale?

R. La nostra società, e di conseguenza anche il nostro parlamento, è oggi caratterizzata da una situazione di disordine, di divisione, di disorientamento. Sarebbe necessario che, per un periodo seppur limitato, le forze politiche principali si mettessero assieme (diciamo, da qui alle elezioni politiche del 2010), in modo da poter andare a una pacificazione della scena politica sulla base di un programma minimo che affronti le questioni più urgenti. Sono questioni di grane rilevanza che non possono essere affrontate da un governo con una scarsa base di consenso, da un governo costituito solo da uno o due partiti.

D. Concretamente, cosa dovrebbe fare un simile governo: affrontare i problemi della crisi economica?

R.
La crisi è il problema principale, anche se essa riguarda non solo la Repubblica Ceca, ma tutto il mondo. E un governo come quello che ha governato finora non è in grado di affrontarlo. Ma nel nostro paese la crisi si intreccia anche tutta una serie di altre questioni politicamente molto sensibili.
Ad esempio: la questione della privatizzazione di ulteriori settori produttivi di decisiva importanza. E poi: la questione dei fondi pubblici per la sanità e del modo come vengono utilizzati, come garantir l’effettivo accesso a tutti i cittadini alle cure sanitarie. Vi è, poi, il grave problema della crescente disoccupazione, fortemente connesso con la crisi economica. Si tratta solo di alcune delle grandi questioni che un governo di intesa nazionale dovrebbe affrontare e la loro soluzione dovrebbe avvenire sulla base di un grande impegno comune.





D. Avete, come partito comunista, delle proposte specifiche da avanzare per la soluzione della crisi economica?

R.
La nostra idea è che sia necessario smetterla di affrontare la crisi attraverso il pompaggio di ulteriori fondi pubblici a vantaggio delle banche e delle aziende, cioè degli stessi che hanno causato la situazione di crisi. A nostro parere, vanno affrontate le cause strutturali della crisi. Da noi c’è, ad esempio un problema di sovrapproduzione, e ciò soprattutto nel settore automobilistico. Questo è dovuto al fatto che la nostra economia è stata orientata soprattutto sul montaggio delle auto. E’ evidente che non si può più continuare con una produzione ce non ha poi alcuno sbocco di mercato. Noi riteniamo prioritario salvaguardare i posti d lavoro. E questo s può fare solo un massiccio e qualificato intervento pubblico, cioè un intervento pubblico nella costruzione di infrastrutture, nel risanamento e salvaguardia ambientale, nell’istruzione, nella cultura, nella scienza, nella ricerca. Si tratta di settori dove si possono creare posti di lavoro utili e stabili, lavoro buono. E si tratta, peraltro, di settori che richiederebbero quantità di investimenti pubblici assai minori di quello che si richiederebbe per la ristrutturazione dell’industria automobilistica.
In secondo luogo, sarebbe necessario sarebbe necessario sostenere uno sviluppo economico di tipo strutturale, interno, per quanto, in questo campo ci si scontra con gli impedimenti da parte dell’Unione Europea. Ma è, tuttavia, indispensabile creare le condizioni per lo sviluppo delle strutture economiche interne. Altri paesi, come la Gran Bretagna, l’Irlanda, i paesi nordici, si sono già mossi verso la ricerca di un vasto consenso politico e sociale interno, in modo che il governo potesse agire nell’ambito di linee largamente concordate.
Ciò è necessario per via dello sforzo enorme che è necessario per il percorrimento di vie nuove, verso uno sviluppo che favorisca la produzione ad alta tecnologia, l’utilizzo intensivo della scienza e il suo rapporto col lavoro umano, che deve diventare sempre più qualificato ed essere al meglio valorizzato.

D. A giugno si terranno le elezioni per il parlamento europeo. Come si prepara il Partito comunista di Boemia e Moravia a questo appuntamento?

R.
Io stesso sono uno dei candidati al parlamento europeo. Per la campagna elettorale abbiano già approvato il nostro programma. In questo programma, naturalmente, facciamo nostre un po’ tutte le questioni che sono già nel programma della Sinistra europea. Come tu sai, noi siamo presenti come osservatori nella Sinistra europea, non avendo ritenuto opportuno aderirvi pienamente per via di alcune riserve da parte nostra circa il giudizio sul nostro passato ed anche circa i meccanismi di democrazia all’interno della Se. E’ evidente che nel nostro programma chiediamo, innanzitutto, che la democrazia sia davvero rispettata all’interno dell’Ue. Per questo noi abbiamo fortemente contrastato l’approvazione del trattato di Lisbona. Un trattato che non risolve né il problema della burocrazia né il problema di deficit di democrazia nel funzionamento dell’Ue. Un forte accento, nel nostro programma, lo poniamo sulle questioni sociali, le quali sono state del tutto ignorate o accantonate dai vertici Ue. Col pretesto del supporto all’introduzione delle nuove tecnologie, il trattato di Lisbona ha in realtà avvantaggiato solo gli imprenditori, favorendo la disoccupazione e politiche antisociali ai danni dei lavoratori.
La borghesia cerca di favorire e utilizzare a proprio vantaggio la frantumazione, la divisione, le disparità tra i lavoratori delle singole nazioni e regioni in Europa.
E’ necessario che la Sinistra europea faccia di più per contrastare tutto questo, per unificare politicamente e sindacalmente i lavoratori in Europa, ma anche i lavoratori europei con quelli di tutto il mondo. Anche perché non possiamo pensare di poter risolvere la nostra crisi scaricandola sui lavoratori e sui paesi più deboli del resto del mondo, come vorrebbero le varie borghesie europee e dei paesi ricchi.
Occorre, poi, battersi per un salario minimo uguale in tutta Europa e anche per uno standard minimo di servizi e assistenza pubblica agli anziani, ai disoccupati, all’infanzia.
Noi ci impegneremo con tutte le nostre forze in questa campagna elettorale. Abbiamo già approntato il materiale di propaganda da diffondere nell’ambito delle nostre manifestazioni, elle assemblee pubbliche, ma anche porta a porta.
Per la prima volta abbiamo programmato iniziative elettorali di piazza non solo nelle grandi città, ma anche in quelle più piccole, facendo appello in questo senso alla mobilitazione di tutti i nostri iscritti.


9 aprile 2009

Sergio Cesaratto : la crisi vista da Sinistra

 Fra gli economisti di orientamento critico vi è ormai un certo consenso sulle dinamiche che hanno caratterizzato il capitalismo mondiale in anni recenti e che hanno condotto alla crisi in corso[1]. In questa nota si riassume per sommi capi tale interpretazione e si indicano alcune prospettive future.

1. Siamo tutti keynesiani, ma qualcuno di più
Oggi tutti invocano Keynes (o Minsky), ma da sempre gli economisti meno conformisti utilizzano Keynes (e Kalecki) per spiegare le dinamiche del capitalismo. Al centro di questa interpretazione vi è l’idea che l’economia di mercato cresca, nel breve come nel lungo periodo, guidata dalla crescita della domanda aggregata per beni e servizi. Questa consiste di domanda per beni di consumo, investimenti e spesa pubblica. Per un singolo paese essa consiste anche di esportazioni (mentre le importazioni sono una sottrazione alla domanda per i propri beni). Finché non esporteremo su Marte, l’economia-mondo è come se fosse un singolo paese per cui domanda e crescita sono guidate dalle sole prime tre voci. Siccome gli investimenti dipendono a loro volta dalla domanda attesa (gli imprenditori investono sulla base di quanto si attendono di vendere), le fonti ultime della domanda sono consumi e spesa pubblica. Il capitalismo gira se li foraggia dotando di liquidità consumatori e stati[2].

Negli anni più recenti gli Stati Uniti hanno costituito il motore ultimo che ha generato domanda e crescita globale. I consumi degli americani sono stati, in particolare, il motore di questo processo. I consumi dei lavoratori americani (incluso il ceto medio) hanno però sofferto, come altrove, dei mutamenti a loro sfavorevoli nella distribuzione del reddito. Ciò è stato tuttavia più che compensato dall’azzeramento della propensione al risparmio (cioè dalla quota di reddito che viene risparmiata invece che spesa per consumi) e dall’ampio foraggiamento ai consumi che è provenuto dal credito al consumo, inclusi i mutui immobiliari, oltre che dall’”effetto ricchezza”[3] dovuto all’aumento dei valori mobiliari, prima, e immobiliari, poi. In ambedue i modi i lavoratori americani hanno cercato di mantenere o migliorare gli standard di vita acquisiti[4]. Il capitalismo americano ha dal suo punto di vista potuto compensare in tal modo la caduta dei consumi conseguenza della peggiorata distribuzione del reddito e assicurare la piena occupazione in una società priva di ammortizzatori sociali. La memoria degli elevati tassi di disoccupazione sperimentati negli anni ’80, oltre che i cospicui flussi migratori dal Messico, hanno tenuto a bada il conflitto distributivo. Bellofiore e Halevi hanno efficacemente sintetizzato il modello come quello del lavoratore terrorizzato e indebitato[5].
La stabile crescita dell’economia americana, in anni noti ora come quelli della “grande moderazione”, ha determinato un crescente disavanzo commerciale soprattutto con i paesi del sud-est asiatico. Le importazioni di prodotti di largo consumo a basso prezzo dall’Asia (modello Wall Mart) hanno contribuito a loro volta, assieme al credito al consumo, a mantenere tollerabile il peggioramento della distribuzione del reddito negli Usa.

2. Le “global imbalances”
Molti paesi asiatici, Cina in testa, hanno dunque visto crescere i loro avanzi commerciali con gli Usa. Per impedire un rivalutazione del proprio cambio che avrebbe nuociuto alle loro esportazioni, base della loro crescita, essi hanno volentieri reinvestito i crediti accumulati in buoni del Tesoro americani finanziando in tal modo il disavanzo estero americano. Europa e Giappone non hanno partecipato se non marginalmente al festino in seguito alla depressa domanda interna, per scelta e disgrazia, rispettivamente[6]. Se ne è avvantaggiata però la Germania (ma pure il Giappone) che esporta beni capitali in Asia conseguendo forti attivi commerciali. Questo modello è stato suggestivamente, se non del tutto appropriatamente, denominato Bretton Woods II[7]. Esso si basa sul patto scellerato fra paesi dell’est asiatico e Usa: i primi pronti a sostenere il debito estero americano purché questi continuino ad acquistare le loro merci e consentano loro un cambio competitivo.
Si vede dunque come il modello di crescita Usa basato sull’indebitamento delle famiglie di lavoratori americani sia diventato la base del funzionamento dell’intera economia mondiale. E’ la creazione di potere d’acquisto da parte del sistema finanziario Usa la fonte ultima della domanda mondiale, mentre l’”esorbitante privilegio” di emettere la principale moneta di riserva internazionale fa in modo che la liquidità creata sia tranquillamente accettata in pagamento anche all’estero. E’ questo modello che è ora entrato in crisi. Dei suoi due aspetti, l’indebitamento interno delle famiglie Usa e quello esterno, l’indebitamento verso i paesi asiatici, è saltato il primo, e piuttosto inaspettatamente in quanto le più rinomate cassandre internazionali, come il famoso Roubini, pronosticavano che sarebbe stato il secondo a saltare col crollo verticale del dollaro[8].
Siccome fa tuttavia comodo dare la colpa agli altri, con una acrobatica inversione di cause ed effetti l’interpretazione dominate dovuta al presidente della Fed Bernanke, e prontamente sottoscritta da Alesina e Giavazzi, addebita la responsabilità degli squilibri all’eccesso di risparmio dei paesi asiatici (il “saving glut”)[9]: tale risparmio avrebbe trovato utilizzazione nei prestiti alle famiglie americane, certo andati un po’ oltre la normale prudenza. Questa interpretazione di chiaro stampo neoclassico trascura che i risparmi asiatici si sono formati come conseguenza dell’aumento di reddito in quei paesi dovuta al trascinamento della domanda Usa. La capacità di credito alle famiglie del sistema finanziario americano è infatti del tutto indipendente dai risparmi asiatici, come insegna la teoria della moneta endogena condivisa nei suoi tratti più generali dagli economisti meno conformisti.




3. Cosa è andato storto

I fatti recenti sono ormai a tutti noti nei loro tratti salienti: è saltato l’anello più debole del debito delle famiglie americane, i mutui immobiliari concessi nella totale assenza di garanzie di restituzione e di consapevolezza dei mutuatari di ciò che sottoscrivevano. Questi mutui venivano rimpacchettati e venduti ad altri istituti finanziari con l’idea che, in tal modo, il rischio si spargesse su una pluralità di soggetti diventando così inoffensivo. Finché il prezzo delle case cresceva tutti erano soddisfatti. Se per esempio i mutuatari non erano in grado di pagare il sistema gli riaccendeva un altro mutuo di più alto valore, sì da restituire il vecchio con tanto di interessi. Con l’aumento progressivo dei tassi di interesse da parete della Fed a cominciare dal 2004 e l’inizio del calo del prezzo delle case il sistema ha cominciato a scricchiolare con un effetto domino che, attraverso lunghi mesi, si è prima trasmesso all’insieme dell’economia finanziaria e successivamente all’economia reale.
E’ così entrato in difficoltà anche l’altro pezzo del modello, il modello export-led della Cina che vede le proprie aspettative di crescita scemare, il che non è proprio salutare per un paese in cui si affacciano ogni anno nel mercato del lavoro decine di milioni di giovani, di cui molti laureati, per non pensare alle centinaia di milioni di contadini non ancora beneficiati dalla crescita. Non è tuttavia ancora crollata la fiducia cinese nel dollaro, che in questa tempesta ha visto addirittura accresciuto il proprio valore mentre le autorità cinesi non hanno certo intenzione alcuna, ora, di proseguire nella lenta rivalutazione dello Yuan. Questo potrebbe tuttavia non continuare a essere ben visto dagli Usa come dimostrano le prime prese di posizione dello staff di Obama. Dove abbia condotto la logica delle svalutazioni competitive ben sappiamo dalla crisi degli anni trenta.

4. Cosa si può raddrizzare
L’esperienza recente nei paesi avanzati, in particolare negli Usa, mostra come il sostegno alla domanda aggregata che deriva dall’indebitamento privato sia assai più fragile di quella basata sull’indebitamento pubblico[10]. Diffuso appare ora il ricorso a misure keynesiane di spesa pubblica, in genere ritenute più efficaci dei tagli fiscali. A destra si paventa da parte di molti il pericolo che finita la crisi il debito pubblico accumulato faccia aumentare i tassi di interesse diventando esso stesso un fattore di recessione. A sinistra ci si domanda se la crisi corrente dimostri che il capitalismo è profondamente irriformabile tagliando l’erba sotto ogni ipotesi riformista. Al primo problema si può rispondere che il livello dei tassi di interesse è in buona misura condizionato dalle banche centrali che lo utilizzano per tenere sotto controllo le dinamiche salariali, mentre il rapporto debito/Pil dipende non solo dall’ammontare del debito, che aumenta lentamente se i tassi di interesse si mantengono bassi, ma anche dalla crescita del Pil. Allora la prima questione ci rimanda alla seconda: è possibile disegnare un capitalismo che coniughi crescita e controllato conflitto sociale? In via di principio ci si potrebbe avvicinare a ciò attraverso un contratto sociale che assicuri una distribuzione diretta e indiretta (attraverso la spesa sociale) del reddito a favore delle classi lavoratrici e sostenga per questa via la domanda aggregata[11]. Diversa la questione della realizzabilità politica di tale assetto, difficilissima. Ciò non vuol dire però che la realizzabilità teorica non possa essere brandita come arma di lotta politica in particolare a fronte delle difficoltà che il capitalismo potrebbe avere a trovare altre vie d’uscita agli elevati tassi di disoccupazione prodotti dalla crisi.


8 aprile 2009

Victor Castaldi : liberati i manager, riprendono le trattative

 

Abbiamo vinto? Non saprei, mi sembra presto per dirlo, ma certo abbiamo segnato un punto a nostro favore». Benoit Nicolas, delegato sindacale Cgt della Caterpillar di Grenoble non nasconde il proprio ottimismo, ma ci tiene anche a restare con i piedi per terra, sa bene che il conflitto sarà ancora molto lungo e difficile. Quando lo raggiungiamo al telefono le agenzie hanno battuto da poco la notizia che i quattro manager “trattenuti” per ventiquattr’ore dagli operai sono di nuovo liberi: hanno passato la notte sulla moquette di un ufficio della direzione e al mattino sono stati svegliati dai lavoratori con croissant caldi e caffè e la notizia che la trattativa era stata sbloccata.
«Abbiamo ottenuto molti impegni dai vertici europei e americani del gruppo - spiega ancora Nicolas - ora dovremo verificare che vengano rispettati. Ci hanno promesso che i lavoratori perderanno una minima parte del salario con la cassa integrazione e che non ci sarà nessun
licenziamento. Per questo abbiamo deciso di sospendere l’occupazione degli uffici e abbiamo ripreso a trattare». E i quattro dirigenti bloccati dagli operai sono potuti tornare a casa.
Si è concluso così il terzo “sequestro” del genere avvenuto in Francia nelle ultime settimane, dopo quelli dei dirigenti di Sony France e dell’azienda 3M. Ieri, a fare le spese del duro clima sociale che si respira da alcuni mesi in Francia era stato il patron del gruppo del lusso Ppr, Francois Henri Pinault, bloccato per un’ora in un taxi, a Parigi, da una cinquantina di dipendenti in stato di agitazione contro la prospettiva del licenziamento. «Non sappiamo ancora se torneremo a occupare l’azienda - ci racconta ancora al telefono il delegato della Cgt, la maggiore confederazione sindacale del paese - ora serviva mettersi attorno a un tavolo e lo abbiamo fatto». L’azienda di Grenoble, leader mondiale delle macchine per cantieri, sta infatti discutendo da tempo di un piano di ristrutturazione che prevede 733 licenziamenti su un totale di 2.800 lavoratori presenti oggi nello stabilimento di Grenoble. Tra i segnali che hanno contribuito a sbloccare la situazione della  Caterpillar c’è stato probabilmente anche quello lanciato dal Presidente della Repubblica Nicolas Sarkzoy che, in partenza per il vertice del G20 di Londra, si era detto deciso, in un’intervista radiofonica, a «salvare lo stabilimento e difendere i posti di lavoro». La crisi della Caterpillar, aveva però aggiunto il Presidente, è globale e arriva a seguito della caduta di domanda di costruzioni - solo in Usa in diminuzione dell’80% -. Così l’azienda ha annunciato già a gennaio la soppressione di 22mila posti di lavoro, tra cui i 733 di Grenoble, su un totale di 113mila dipendenti in tutto il mondo. Le parole di Sarko avevano conosciuto subito anche un piccolo pendant politico, visto che al leader del centrodestra transalpino aveva replicato l’ex candidata socialista all’Eliseo Segolene Royal che aveva replicato con tono sarcastico: «Con me all’Eliseo Caterpillar e altre aziende che rischiano la chiusura sarebbero salve».



Per il momento il peggio sembra essere stato evitato, ma il confronto tra i rappresentanti dei lavoratori e la direzione della Caterpillar France resta serrato. I negoziati sul piano di ristrutturazione sono ripresi già ieri - terminato il blocco della fabbrica - alla presenza
di dirigenti europei e statunitensi del gruppo, oltre ai quattro ex “sequestrati” e dei rappresentanti del Ministero del lavoro francese. Secondo la stampa economica d’oltralpe le trattative non riusciranno probabilmente a salvare tutti i posti di lavoro minacciati di soppressione, ma potranno offrire migliori condizioni economiche ai lavoratori destinati ad andare via. Di altro avviso, naturalmente, il sindacato. «La direzione ha accettato anche di pagarci i tre giorni di sciopero, è un fatto storico - ci dice Benoit Nicolas - Sarkozy ha detto che garantisce lui per l’azienda e i nostri posti di lavoro. Per il momento stiamo a quello che ha dichiarato. C’è un calendario per la trattativa, gli incontri sono già cominciati, non dobbiamo essere pessimisti. Anche perché noi siamo pronti a riprendere la nostra lotta in forme anche più dure. Il nostro obiettivo è sempre stato chiaro: licenziamenti zero».


8 aprile 2009

Andrea Oleandri : vive la France !

 Se c'è una cosa che devo riconoscere ai francesi, è la massiccia dose di "palle" (scusate per il francesismo) che ci mettono quando devono lottare per un loro diritto.
Ce ne eravamo resi conto anche ai tempi del CPE, ovvero la modifica dei contratti di lavoro in chiave liberalizzatrice (un po' come la nostra tanto amata legge 30). Ce ne rendiamo conto quando scendono in piazza per gli scioperi generali, con la bassa dose di crumiraggio.
E soprattutto, ce ne siamo resi conto in questi ultimi giorni con i lavoratori che, messi di fronte al licenziamento, hanno preso a sequestrare all'interno della fabbrica i loro dirigenti e manager.
Pratica di cui tenere conto ma da rafforzare in altra direzione. Di fronte ad industrie e fabbriche che chiudono non perché in crisi, ma poiché rendita e profitto vanno difesi e garantiti (l'Indesit ne è l'esempio più clamoroso), bisogna fare un salto qualitativo nella lotta. A tal proposito mi è tornato alla mente in questi giorni il bellissimo documentario della Klein "The Take - La Presa". Brevemente, parla di gruppi di operai che durante la crisi che colpì l'Argentina alcuni anni fa (la sirena di quanto sarebbe accaduto in tutto il mondo oggi), presero ad occupare le loro fabbriche che il padrone aveva abbandonato, a formarsi in cooperative e a rilanciare la produzione.



Per questo più su dicevo che è necessario un salto qualitativo di quanto sta avvenendo in Francia. Sequestrare i dirigenti per chiedere una contrattazione seria, risulta una pratica fine a se stessa nel momento in cui l'azienda ha comunque deciso di chiudere. Può servire a garantire migliori ammortizzatori, una ricollocazione per alcuni, ma ad evitare tanti licenziamenti, probabilmente no.
Se devono saltare delle teste, queste sono quelle dei manager e non dei lavoratori.
E' dunque urgente che anche in Francia, in Italia e ovunque chiudano fabbriche, i lavoratori si facciano carico di ciò che è loro - una volta si sarebbe detto che i lavoratori si devono impossessare dei mezzi di produzione - rilanciando la produzione, lavorando alla ricerca di un mercato sul quale scambiare i loro prodotti. Del resto, da una parte, senza la necessità del profitto, i prezzi sarebbero più competitivi; dall'altra, i prodotti senza manager e dirigenti, sarebbero comunque di qualità, visto che non è il controllo dall'alto che migliorano gli stessi, ma è il lavoro degli operai che ne fa la qualità.
Ovviamente, come sempre, io posso dire la mia, ma poi sta ai lavoratori organizzarsi direttamente, e al sindacato (posto che ne abbia voglia, altrimenti se ne può fare anche a meno) agevolare e aiutare questa organizzazione, magari lavorando anche per trovare il mercato o l'indotto nel quale vendere i prodotti delle fabbriche recuperate.
La lotta al sistema capitalista e neo-liberista passa anche da qui, dalla messa in discussione del paradigma produttivo – in questo caso – in chiave organizzativa.


8 aprile 2009

E questa è scienza...

Una serie di osservazioni sulla giornata appena passata :
1) Bertolaso alle voci (dietro c'è l'outsider Giuliani che cerca di aggirare la censura governativa ?) di un altra forte scossa in arrivo, legge un comunicato che dichiara solennemente che le scosse non sono prevedibili e aggiunge
"Questa è la scienza, il resto...". Il resto è sfiga allora, caro Guido, perchè un altro scossone viene davvero. E sono due figure di merda.
2) Qualche giorno prima il vulcanologo Boschi,
che plasma la scienza che vuoi basta che lo finanzi
(e quella di farsi finanziare è scienza vera e propria...) ha lasciato perle come quella per cui si può prevedere dove ma non quando (eeehhhh ???) e che di sicuro non ci sarà un sisma violento come quello che ha causato tanti danni (anche perchè i palazzi che dovevano cadere son caduti...ma allora di che stiamo parlando ?).
3) Castelli a "Ballarò", ad una domanda sull'autocertificazione e la sua credibilità nel campo dell'edificazione, si lascia andare ad un mantra del tipo "Chi controlla il controllore, homo homini lupus e in hoc signo vinces". Bastava che aggiungesse chi polizia i poliziotti, chi carabina i carabinieri e chi vigila sui vigili urbani e avremmo fatto a meno di tutte le forze dell'ordine.



4) Dulcis in fundo, una considerazione : qui si parla di prevedere i terremoti, ma con le scosse in sequenza da mesi si tratta di prevedere se, quando e dove gli edifici si sarebbero accartocciati su se stessi. A questo punto il problema della Protezione civile era di permettere che i soccorsi fossero i più rapidi ed efficienti possibili, che gli abitanti degli edifici più a rischio fossero evacuati per qualche mese ed il tutto ben prima che Giuliani cominciasse a fare la cassandra. Questo si è fatto ? Penso che l'indifferenza del governo in questi mesi si sia nascosta proprio dietro l'imprevedibilità, presupponendo che l'intervento della protezione civile sarebbe stato necessario dopo il sisma catastrofico e non prima. Perchè intervenire prima vuole dire spendere soldi. E tra il Gatto e la Volpe, chi se la sente di anticipare qualche moneta d'oro ? Meglio aspettare la morte di qualche centinaio di burattini e di fare roboanti comunicati stampa, ma quanto ai soldi, ma cosa sono ? Chi li ha visti mai ? Perchè noi usiamo gli cheque, o meglio la social card, i Tremonti bond, ma gli spiccioli, quelli ci sono proprio adesso caduti dalle tasche...


8 aprile 2009

Anna Maria Merlo, assalto al miliardario

 

L'ultimo in ordine di «sequestro» è anche il più illustre. François-Henri Pinault, presidente del gruppo Ppr e collezionista d'arte, proprietario di Palazzo Grassi a Venezia, è stato bloccato ieri pomeriggio per un'ora in un taxi in rue de Javel a Parigi (XV arrondissement), da un centinaio di dipendenti della Fnac e di Conforama, che protestano per un piano di ristrutturazione delle due società che prevede il licenziamento di 1200 persone: «Pinault, restituiscici i nostri posti di lavoro», hanno scandito i dipendenti, che hanno circondato il taxi, dove Pinault era salito dopo un consiglio di amministrazione. La polizia è intervenuta. Ma già nella mattinata gli operai della fabbrica Caterpillar di Grenoble avevano sequestrato cinque dirigenti, tra cui il direttore Nicolas Polutnick, con lo scopo di ottenere migliori condizioni di licenziamento. La Caterpillar, che ha due fabbriche nella regione di Grenoble, ha previsto di licenziare 733 persone sulle 2500 che impiega in Francia (il programma di ristrutturazione della multinazionale che produce macchinari per i cantieri è di 24mila licenziamenti nel mondo, dopo un crollo delle ordinazioni del 55%). 




«Non li lasceremo andare», ha affermato Benoît Nicolas, della Cgt. «Abbiamo proposto di passare a 32 ore, ma la direzione non ne ha voluto sapere - ha aggiunto il sindacalista - abbiamo delle proposte per limitare l'impatto dei licenziamenti», mentre da settembre gli operai di Grenoble sono in cassa integrazione 3 settimane su 4. Gli operai chiedono delle indennità di licenziamento pari a 3 mesi di salario per anno di anzianità e un minimo di 30mila euro, mentre la Caterpillar non intende oltrepassare 0,6 mesi di salario per anno e 10mila euro come minimo. Nel tardo pomeriggio un dirigente è stato liberato, mentre la polizia era pronta a intervenire. Nicolas Polutnick, che ha potuto incontrare dei politici locali, resta sulle sue posizioni: «Bisogna assolutamente che facciamo attenzione agli interessi dell'impresa - ha ribadito - per non dover essere obbligati a gestire non solo la perdita di 733 posti di lavoro, ma la totalità».
È la quarta volta in poche settimane che dei dirigenti vengono sequestrati in Francia dagli operai spinti alla disperazione dai piani di licenziamento. Era successo a metà marzo alla Sony di Pontonx-sur-l'Adour, nelle Landes, poi alla 3M di Pithiviers il 26 marzo. Ma al di là di questi episodi, la radicalizzazione dei conflitti sociali sta diventando moneta corrente in un paesaggio di desolazione sociale. Ieri, i rappresentanti del consiglio di fabbrica della Continental di Clairoix, in Piccardia, che è destinata alla chiusura il prossimo anno - 1120 persone resteranno senza lavoro - hanno lasciato la riunione con i dirigenti dopo dieci minuti: era stata organizzata a centinaia di chilometri dal sito della fabbrica, in un albergo a due stelle vicino all'aeroporto di Nizza, per evitare le manifestazioni. Una sentenza ieri ha sospeso la chiusura, chiedendo chiarimenti alla direzione tedesca. Nicolas Sarkozy è stato fortemente contestato nella visita a Châtellerault (Vienne), dove ha parlato delle «misure prese per far fronte alla crisi»: ma il presidente non si è accorto di nulla, perché un migliaio di agenti di polizia avevano bloccato la città, per contenere e mantenere a distanza la manifestazione di protesta, a cui hanno partecipato anche numerosi studenti, in una regione molto colpita dalla crisi. Ci sono stati nove fermi. A Gandrange, in Mosella - altra regione disastrata dalla crisi industriale - dove un anno fa Sarkozy aveva promesso un intervento per evitare la chiusura dell'acciaieria (aveva persino promesso di venire in vacanza con Carla), gli operai della Arcelor-Mittal hanno manifestato tristemente: la fabbrica ha chiuso ieri definitivamente, dopo aver licenziato i 575 operai.
L'esasperazione cresce, alimentata dalle notizie giornaliere su bonus, paracadute d'oro e stock option che finiscono nelle tasche dei manager: ieri, la polemica ha riguardato la "pensione" di Daniel Bouton, ex presidente della banca Société Générale (quella dello scandalo del trader Kerviel), che avrebbe un comodo emolumento di un milione di euro l'anno per gli anni della vecchiaia. Il governo ha anche varato un decreto per limitare i bonus, ma la moderazione riguarda solo le sei banche che hanno ricevuto aiuti dallo stato e le due case automobilistiche (Peugeot e Renault) e ha come limite temporale la fine del 2010. Ieri è scoppiato uno scandalo di evasione fiscale per Adidas, Michelin e Edf, con soldi in Lichtenstein. L'esasperazione cresce perché i cittadini hanno la sensazione che «la crisi non sia condivisa da tutti», spiega a Le Monde Jean-Michel Denis, del centro studi sul lavoro. I lavoratori sentono che «non hanno nulla da perdere e nulla da guadagnare», analizza un sindacalista per spiegare reazioni estreme come i sequestri dei dirigenti. «Una pratica detestabile, testimone dall'esasperazione dei lavoratori e segnale dell'assenza di dialogo sociale», secondo Patrick Devedjian, l'inesistente ministro del Rilancio.


8 aprile 2009

Emilano Brancaccio : lavoratori in campo ma la politica latita

 A  Parigi cento operai a rischio di licenziamento bloccano l’auto del patron del gruppo PPR, blasonato leader dell’industria del lusso. A Grenoble, i lavoratori della Caterpillar trattengono i manager negli uffici dell’azienda, per costringerli alla riapertura delle trattative contro il licenziamento di oltre 700 dipendenti. A Pithiviers, pochi giorni prima, la stessa sorte era capitata al direttore della filiale francese di una nota azienda farmaceutica americana. La “caccia al manager” che imperversa in Francia ha suscitato scandalo e imbarazzo presso i grandi media, ma la verità è che si tratta di una buona notizia. E’ il segnale che sui luoghi di lavoro inizia a maturare una consapevolezza: senza mobilitazione, senza lotta, i lavoratori saranno vittime predestinate della crisi di un sistema che dopo averli lungamente spremuti ora intende farli fuori senza tante cerimonie.  




Altro che scandalo, dunque. Piuttosto, occorre augurarsi che anche in Italia e nel resto d’Europa i lavoratori trovino la forza necessaria per opporsi, azienda per azienda, a un’ondata di licenziamenti che si annuncia pesantissima, e la cui velocità di propagazione sta oltrepassando persino quella del famigerato 1929. Al tempo stesso, però, bisogna comprendere che le mobilitazioni sui luoghi di lavoro, oggi più che mai necessarie, sono insufficienti per indicare una via d’uscita dalla crisi che realmente tuteli gli interessi della classe lavoratrice. In questa fase, infatti, i lavoratori in mobilitazione agiscono sulla base della paura, della disperazione e dell’istinto naturale alla difesa dell’occupazione. La loro azione a presidio delle unità produttive a rischio è impetuosa, e spesso efficace. I lavoratori tuttavia avvertono una debolezza nelle loro iniziative che deriva dal fatto che essi agiscono in assenza di riferimenti politici, un’assenza che a lungo andare potrebbe minare la forza delle loro rivendicazioni. La sensazione, in proposito, è che vi sia un clamoroso ritardo nella percezione della enormità della crisi da parte delle rappresentanze storiche del lavoro, sul versante sia sindacale che politico. In Italia, per citare un esempio, si è gridato a una fantomatica svolta “a sinistra” da parte del Partito democratico dopo che il neo-eletto segretario si è azzardato a proporre una imposta una tantum sui contribuenti più ricchi al fine di ricavare cinquecento milioni di euro da destinare ai soggetti maggiormente colpiti dalla crisi. La proposta è oggi in bella mostra lungo le strade del paese, su cartelli formato gigante che farebbero ombra ai celebri manifesti delle campagne berlusconiane. Ma chi si affretta oggi a lodare questo presunto “nuovo corso” del PD è a conoscenza del fatto che cinquecento milioni rappresentano appena lo zero virgola tre per mille del reddito nazionale? Una somma persino difficile da pronunciare, la cui ridicolaggine solleva dubbi non sulla buona fede, ma sullo stesso senno dei fautori dell’iniziativa.
Il PD italiano non è il solo partito imbambolato di fronte al tracollo sistemico in atto. Tutte le forze del socialismo europeo si mostrano incapaci di reagire all’emergenza storica che si para di fronte ad esse, e che contraddice totalmente il fideismo liberista al quale si erano pressoché all’unisono votate. Le destre approfittano della paralisi socialista gettando fumo negli occhi dei lavoratori: un giorno mettendo gli impotenti prefetti a far finta di vigilare sulle erogazioni delle banche foraggiate, un altro lamentandosi dell’immoralità degli speculatori finanziari, e sempre puntando a dividere la classe lavoratrice, privati contro pubblici, precari contro protetti e soprattutto nativi contro immigrati. In una fase decisiva per il corso futuro degli eventi, insomma, ci troviamo al cospetto di un immane vuoto politico, che rischia di vanificare le sacrosante azioni rivendicative dei lavoratori che ogni giorno riempiono le cronache dei territori colpiti dalla crisi. Per sostenere queste mobilitazioni occorre allora un cambio di mentalità politica. Occorre cioè che si interpreti la crisi non come il frutto di una diffusa immoralità finanziaria, ma come l’esito di un sistema contraddittorio, che espande enormemente la capacità produttiva dei lavoratori ma al tempo stesso controlla rigidamente la loro capacità di spesa. Si tratta di un sistema giunto al capolinea, la cui agonia distruttiva non potrà certo esser mitigata dai pannicelli caldi dei democratici nostrani o dalle improbabili quadre del G20, già fallito ancor prima di iniziare.


7 aprile 2009

Vittorio Longhi : Africa, la crisi picchia, i giovani partono

 

Mentre il governo italiano adotta politiche sempre più restrittive e repressive nei confronti degli immigrati, gli esperti internazionali avvertono che bisogna prepararsi a nuovi, inevitabili esodi dal continente africano, il più colpito dalla recessione economica, e che bisogna riconsiderare le politiche di accoglienza.
«La crisi mondiale sta incidendo pesantemente sull'economia africana e sulle risorse alimentari, con forti aumenti dei prezzi, calo delle esportazioni, difficoltà a trovare investimenti e finanziamenti dall'estero, crollo del mercato del lavoro. Tutto questo, vista l'instabilità sociale e politica in Africa, darà vita a ulteriori conflitti e violazioni dei diritti umani, perciò produrrà nuovi flussi di migranti e di rifugiati». È la premessa di uno studio appena pubblicato dall'Harvard international review, a firma di Arno Tanner, docente di Immigrazione internazionale all'università di Helsinki ed ex senior expert al Consiglio d'Europa.
Tanner descrive alcune delle situazioni in cui la crisi sta avendo gli effetti più drammatici, come in Somalia, dove il prezzo dei cereali è raddoppiato e il valore dello scellino si è dimezzato negli ultimi mesi, rendendo quasi impossibile accedere ai generi di prima necessità per vasti strati di una popolazione già stremata dalla guerra. O come in Egitto, dove il governo ha mandato la polizia con i manganelli e i gas lacrimogeni per fermare le manifestazioni contro il rincaro della farina e impedire gli assalti ai granai. È ovvio che, in mancanza di cibo e lavoro, le tensioni sono destinate ad aumentare, aggravando le condizioni di povertà ed esasperando i conflitti interni. 



Perciò l'unica alternativa è scappare, verso nord, per quei migranti che Tanner descrive come «i rifugiati della crisi economica» e che in Europa non dovrebbero essere trattati indistintamente da irregolari, da «clandestini», ma trovare le stesse forme di protezione riservate ai rifugiati e alle vittime delle crisi umanitarie. «I programmi europei di accoglienza vanno riconsiderati e ampliati per prepararsi alla possibilità di crisi migratorie dall'Africa - spiega -, così come le politiche europee di asilo devono essere pronte a ulteriori flussi, assicurando almeno tutele temporanee». Tra le proposte del professore c'è «l'estensione del mandato dell'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati (Unhcr) o l'istituzione di un'organizzazione mondiale sulla Convenzione di Ginevra, che decida sui diritti dei rifugiati e coordini un sistema adeguato di suddivisione dell'onere, nell'attribuzione delle quote di reinsediamento, basate anche sugli indicatori di ricchezza, come il Pil, dei potenziali paesi di destinazione». Inoltre, Tanner invita a non tagliare gli aiuti e i fondi destinati alla cooperazione internazionale, come invece sta facendo il governo Berlusconi: «Una scelta miope quella dei paesi europei che riducono gli aiuti a causa delle crisi finanziarie interne, perché a lungo andare questo produrrà flussi di migrazione ancora più elevati verso quegli stessi paesi».
Le previsioni e le osservazioni del docente di Helsinki concordano con quanto dichiarato dal vicepresidente della Commissione europea e commissario per Giustizia, Libertà e Sicurezza, Jacques Barrot, dopo l'ultima visita a Lampedusa e a Malta: «L'aggravarsi della crisi e i suoi primi effetti reali in Africa avranno un impatto diretto sulle categorie di popolazione più inclini all'immigrazione», cioè uomini e donne giovani, relativamente istruiti ma senza prospettive.
E in Italia, finora, il persistere dei conflitti africani ha già fatto raddoppiare le domande di asilo. In base agli ultimi dati diffusi dall'Unhcr, dal 2007 al 2008 il numero delle richieste è passato da 14mila a oltre 31mila, facendo raggiungere al nostro paese, per la prima volta, il quarto posto tra le principali destinazioni dei richiedenti, dopo Stati uniti, Canada e Francia.
L'agenzia Onu precisa che due terzi dei 36mila migranti sbarcati sulle coste italiane nel 2008 hanno presentato domanda d'asilo e la metà ha ottenuto una forma di protezione. I paesi di provenienza sono soprattutto Nigeria, Somalia, Eritrea, Afghanistan, Costa d'Avorio e Ghana. Tutti luoghi già martoriati da guerre e violenze, che la crisi economica di certo non risparmierà.


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