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7 aprile 2009

In Italia solo il governo è antisismico

La vicenda descrive il solito pasticcio di merda in cui si risolvono tutti gli affari italiani :
1) Un outsider,
ciclotimico che però ha qualche freccia al proprio arco, dichiara che può prevedere un sisma a 6-24 ore dall'evento e al tempo rassicura gli abruzzesi, stremati da scie sismiche in essere da Ottobre 2008, che per fine Marzo tutto sarà finito.
2) Evidentemente è costretto a cambiare idea, perchè a quanto pare,
avvisa il sindaco di Sulmona che verso inizio Aprile, ci sarà una forte scossa di terremoto in quella zona. Il sindaco di Sulmona, a cui è andato storto il buffet del Congresso del Pdl, viene scavalcato dall'allarme della popolazione, ma poichè niente accade, si incazza come un portoghese allo stadio a cui sospendono la partita per il maltempo. 



3) Ancora più incazzato è l'inquietante 
killer del territorio italiano, Guido Bertolaso, che con l'efficienza di Harvey Keitel in "Pulp Fiction", deodora la carcassa dell'ecosistema nostrano e fa impallidire le contestazioni fatte a suo tempo al professor Barberi. Il tecnico di Franza o Spagna definisce il nostro outsider come un imbecille e intende denunciarlo  per procurato allarme. Poi, invece di verificare le probabilità di un grosso sisma ed approntare le dovute precauzioni, si premura di rassicurare la popolazione infante, dal momento che la sicurezza è un concetto meramente psicologico.
4) Per il colmo della sfiga berlusconiana, la profezia dell'outsider si avvera, pur se con un ritardo di 5 giorni ed il nostro diventa un vero vate, tanto che Di Pietro già lo vorrebbe candidare per le Europee. Bertolaso con il riportino unge la propria restante credibilità, così come la Maddalena profuma i piedi di Gesù morituro con i suoi capelli. Addirittura si pensa di aggiornare la scala Richter, aumentando l'intensità da 5.8 a 6.2, altrimenti il paragone con il sisma in Umbria sarebbe stato vergognoso (magnitudo 5,6 e 11 morti)
5) La protezione civile si attiva a parole dopo 15 minuti dal sisma,
ma informa i cittadini dell'accaduto solo dopo più di un ora, mentre il Corriere della Sera si è appena svegliato e la Rai si fa portare il caffè dalla BBC. L'informazione in fisica rallenta la velocità dei soccorsi ? O Bertolaso ha paura che i vicini lo vedano ancora in vestaglia ?
6) Ora l'Italia è unita nell'aiuto verso l'Abruzzo. Lo sarà nell'adeguamento dei Comuni a rischio sismico alle norme più elementari di sicurezza che dovrebbero presiedere alla costruzione di un qualsivoglia edificio ?
Visto che in Giappone eventi sismici di tale magnitudo non vengono nemmeno avvertiti ? Toglieremo la Protezione civile dall'arcano diretto controllo del premier, tanto criticabile
Crediamo piuttosto che del paio di centinaia di morti tra qualche tempo a nessuno fregherà più un cazzo e magari li fisseremo nei pilastri della prossima malferma ricostruzione.
Nessuno sarà lasciato indietro, nessuno sarà lasciato solo, ma ci sarà con noi sempre qualcuno che ce lo metterà nel culo.


7 aprile 2009

Giorgio Gattei : una formula per questa crisi

 . In macroeconomia c’insegnano che i consumi sono funzione dei redditi delle famiglie. E se poi si approssimano i redditi delle famiglie alle retribuzioni dei lavoratori, allora i consumi risultano funzione inversa dei profitti dei capitalisti. La relazione è corretta, ma insufficiente. Infatti, quando i redditi e le retribuzioni superano un certo livello diventa possibile per le famiglie, oltre che consumare, acquisire un patrimonio di beni immobili e titoli mobiliari.

Nemmeno questa relazione è però sufficiente perché in epoca di finanziarizzazione sia i consumi che il patrimonio possono essere alimentati anche dal ricorso al credito, che è debito D per le famiglie. Ne risulta così che i consumi C e il patrimonio P delle famiglie sono alimentati dai redditi Y e dall’indebitamento D. Per sintetizzare si può scrivere:

C + P = f (Y, D)

Ovviamente la sostenibilità dell’indebitamento dipende dal tasso d’interesse che viene praticato dalle banche, con un doppio effetto di retroazione positivo se il tasso d’interesse diminuisce. Infatti da un lato aumenta la facilità di ricorso al credito che alimenta la costituzione di maggiori consumi e patrimoni, dall’altro cresce il valore del patrimonio già posseduto (essendo il valore del patrimonio in funzione inversa del saggio d’interesse) che consente un ulteriore ricorso al credito.
E’ stato questo “circolo virtuoso” a sostenere l’esplosione dei mutui immobiliari e quant’altro (anche in presenza di scarse garanzie personali) grazie ad una politica monetaria accomodante che negli Stati Uniti ha ridotto il tasso d’interesse dal 6,50% del 2000 all’1% del 2004.



2. Se però il tasso d’interesse aumenta, quel circolo virtuoso si fa “vizioso”. E’ quanto è successo dal 2004 in poi, da quando la Federal Reserve (per ragioni che qui non è il caso di considerare) ha preso ad alzare il tasso d’interesse portandolo fino al 6,25% alla metà del 2007. Ciò ha reso le famiglie indebitate incapaci a pagare le rate con i redditi e le retribuzioni a disposizione. Così sono state costrette a consumare di meno, provocando una caduta della domanda effettiva, oppure a vendere parte del patrimonio. In questo caso si è prodotta quella deflazione da debito descritta da Irving Fisher nel 1933 e di cui qui si può dare conto con un semplice esercizio numerico.

Sia dato un debito di 100 dollari interamente coperto da un patrimonio mobiliare (10 titoli a 10 dollari ciascuno). Se la banca chiede di ridurre il debito (diciamo del 10%), la famiglia può provvedere vendendo un titolo e consegnando il ricavato alla banca. Ad un debito calato a 90 dollari corrisponderà un patrimonio… Di quanto? Se anche altri debitori, richiesti di ridurre l’indebitamento, vendono titoli, il prezzo in borsa diminuirà, e se contemporaneamente il tasso d’interesse aumenta, i titoli rimasti perderanno di valore. Diciamo che calino a 9 dollari ciascuno, così che a fronte di quel debito ridotto a 90 dollari sta ora un patrimonio di 9×9 dollari = 81 dollari. A maggior ragione la banca chiederà di rientrare dallo “scoperto” di 9 dollari, ma la reiterazione della vendita di un altro titolo da 9 dollari, se la vendita coinvolge più debitori e/o il tasso d’interesse continua a crescere, a fronte di un debito calato a 81 dollari produrrà una svalutazione del valore patrimoniale di quei titoli a 8×8 dollari = 64 dollari.

E’ questo il paradosso di Fisher: più si prova a pagare il debito, più ci si mette in condizioni di non arrivare a pagarlo per la progressiva caduta dei valori patrimoniali (mobiliari ma anche immobiliari, perché il processo è il medesimo) posseduti dalla famiglie, anche di quelle che non sono indebitate. E’ questa la “deflazione da debito” che, da stime provvisorie, avrebbe ridimensionato i valori finanziari nel 2008 di 50.000 miliardi di dollari (cfr. http://www.mybudget360.com/).

3. La formula mette subito in chiaro le manovre disponibili contro la deriva deflazionistica. La prima, quella più immediata, è la riduzione del tasso d’interesse così da rialzare i valori patrimoniali, come si è proceduto a fare dalla metà del 2007 in avanti. Tuttavia se continuano le vendite di titoli e d’immobili per ripianare i debiti, l’effetto della manovra è nullo e nemmeno un tasso di sconto portato allo 0% è in grado d’invertire la tendenza alla liquidazione dei patrimoni.

In alternativa andrebbe meglio l’aumento di redditi e retribuzioni, che consentirebbe alle famiglie di onorare i mutui senza necessità di ricorrere alla vendita dei patrimoni. Ma non si avrebbe una ripresa dei consumi, dovendosi destinare l’incremento del reddito al rimborso del debito. Comunque in questo caso, data la nostra ipotesi iniziale, il costo del superamento della crisi finirebbe a carico dei percettori di profitti.

Ancora più drastica è l’alternativa di una moratoria dei debiti, così che il loro pagamento venga momentaneamente sospeso oppure accollato allo Stato per dilazionarlo. Ma si tratterebbe appena di un rinvio perché i debitori dovrebbero comunque pagarli più tardi.

Per questo l’unico rimedio definitivo ricavato dalla formula è il condono dei debiti facendo pagare in questo caso il costo del superamento della crisi ai creditori stessi. Annulla il debito: sarebbe così data concretezza al precetto che risuona ogni volta che si recita il Padre Nostro: “Signore, rimetti a noi i nostri debiti, come NOI li rimettiamo ai nostri debitori”. Un impegno verso il prossimo che non sarebbe più fatto di vane parole.


6 aprile 2009

Roberto Ciccarelli intervista Isabelle Sommier : una generazione tradita

 Milleuristes spagnoli, «generazione mille euro» italiana, quella dei «650 euro» greca e, ancora, il Cpe in Francia nel 2005. Sono i volti della stessa crisi sociale che ha investito l'Europa ben prima di quella finanziaria. Una condizione che, ormai, apparenta gli studenti universitari con i precari quarantenni. Quelli che ieri erano in piazza a Londra e Berlino, Parigi e Roma. Già nel 2006, un rapporto Eurostat rivelava che il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni si era attestato in questi paesi intorno al 23 per cento. Ne è seguito un drastico allungamento del periodo di formazione ed una massificazione di impieghi al ribasso, come ha rivelato la recente inchiesta Almalaurea in Italia. Il risultato, osserva Isabelle Sommier, direttrice del Centre de recherches en sciences politiques della Sorbona, «è un diffuso sentimento di tradimento. Esiste in Europa un'intera generazione che si sente vittima di una promessa non mantenuta quando gli viene proposto un lavoro senza rapporto con la propria formazione». 



A Roma per una serie di incontri seminariali (e ieri al corteo per osservare da vicino il movimento italiano), Isabelle Sommier si è da sempre occupata del legame tra le proteste politiche e i movimenti sociali in Italia e in Europa. Un recente bilancio l'ha tratto nel suo ultimo libro La Violence révolutionnaire (Presses de Sciences-Po, 2008). «La disillusione è tanto più forte in quei paesi, come la Francia e l'Italia - dice - che hanno vissuto in pochi anni un salto tra la generazione dei genitori e quella dei figli iper-alfabetizzati. Questa generazione sente di avere perso l'indipendenza che i genitori hanno attribuito al sapere gratuito».

È questa la ragione della radicalizzazione dello scontro sociale in Francia come in Grecia?

Quando non si hanno sbocchi sul futuro, questo è il minimo. Bisogna dire, però, che è solo un'esigua minoranza che attribuisce a questi scontri un significato politico. La maggioranza, come in Grecia, si radicalizza per esasperazione. Sono presi dal fuoco dell'azione. In Francia ci sono gli stessi ingredienti, salvo la corruzione politica e sociale che non è delle stesse dimensioni. La radice però è comune: non esistono più mediazioni politiche a disposizione di questa generazione.

Quanto conta in questo processo la dissoluzione della sinistra?
I suoi militanti sono sociologicamente distanti dalle nuove generazioni. Questa dissoluzione non può essere attribuita solo alla mancanza di un lavoro politico sul territorio. I socialisti francesi sono il partito dei ceti medi. La crisi ha investito questa base sociale, ma loro sono troppo presi dai propri giochi interni per accorgersene. Le dico soltanto che è stata la Medef (la Confindustria francese, ndr) a chiedermi di fare un seminario sulla precarietà, non loro. Per la sinistra, la lotta contro la precarietà è poco più di uno slogan. Sembra essere più interessata al mandato parlamentare.
 
Pensa che il problema sia culturale?
Proprio così. La sinistra ha una cultura che non comprende ciò che Robert Castel ha definito désaffiliation sociale, cioè l'assenza della garanzia di un lavoro permanente che produce isolamento sociale. Con questo non voglio dire che la zona di vulnerabilità sociale sia unica per tutti. Esiste una forte separazione tra i movimenti di cui parliamo, ad esempio quello che da sette settimane sta mobilitando le università francesi, e i banliueusards. Non è raro vedere questi giovani aggredire gli studenti per derubarli durante le manifestazioni.

Come si spiega la crescita del Nouveau parti anticapitaliste (Npa) di Olivier Besancenot, dato all'8-10 per cento alle prossime europee?

Si spiega con il fatto che in Francia non c'è stata la cesura con i movimenti degli anni Settanta come in Italia. Sono storie diverse, ma per me questo è un elemento significativo. L'Npa rappresenta un'area militante, sindacale, culturale di origine maoista e libertaria che, a partire dalla crisi del '68 francese, è riuscita a radicarsi nei movimenti, penso a quello dei senzatetto, dei sans papiers e ad una serie di associazioni dei precari. Forte è anche la presenza nel sindacalismo di base attivo sin dagli anni Ottanta. A differenza dei socialisti e dei comunisti, questa area ha dimostrato una sensibilità per i cambiamenti sociali. Parliamo di una realtà consolidata che è diventata nel tempo una scuola politica. Molti socialisti, come Henri Weber, hanno iniziato da qui. La figura di Besancenot è il simbolo della nuova generazione: un laureato dequalificato che ha un master e fa il postino. Una parte del suo consenso viene dai trentenni che si riconoscono nella sua situazione e criticano la mancanza di un ricambio generazionale ostacolato da chi è andato al potere con il '68.

La Cgil ha mostrato timide aperture rispetto al movimento dell'Onda che ha riportato l'attenzione su questi problemi in Italia. Qual è il rapporto tra il sindacato, i partiti e i movimenti in Francia?

Di comunicazione. Lo si è visto nelle lotte contro il Cpe, contro la riforma universitaria e nello sciopero generale della settimana scorsa. Ricordo però, quando sono nate le prime associazioni dei precari, nei primi anni Novanta, la Cgt sostenne che non erano rappresentative. Dopo il movimento degli stagisti del 2005 l'atteggiamento è cambiato. La Cgt ha attivato comitati per i disoccupati, ha assistito i sans papiers nella ristorazione. Ha dovuto rispondere alla concorrenza dei sindacati di base.


6 aprile 2009

Joseph Halevi : La legge inganno Summers-Geithner sugli asset tossici

 

Se guardiamo ai recenti presidenti Usa dichiaratamente progressisti (Jimmy Carter e Bill Clinton) notiamo che invariabilmente il loro progressismo sfuma, nemmeno intenzionalmente, perché la belva, the beast, impone l'allineamento sulla sua realtà. Carter, che aveva fatto campagna contro lo stallo salariale del periodo Nixon-Ford, crollò di fronte alla politica antinflazionistica inaugurata dalla Federal Reserve di Volcker nel 1979. Fu questa politica ad aprire la porta alla finanziarizzazione dell'economia, alla disarticolazione del mercato del lavoro su cui si è fondata la presidenza Reagan. Per Bill Clinton la capitolazione avvenne con l'abbandono della riforma del sistema sanitario e la deregolamentazione sia delle comunicazioni che dell'ordinamento bancario. Gli esecutori di quest'ultima oggi si trovano al cuore dell'amministrazione Obama. Essi sono i proconsoli della belva, come Larry Summers, che durante Clinton si oppose ad ogni controllo sul traffico dei derivati finanziari. Oggi i Summers ed Geithner stanno facendo capitolare Obama sul terreno della capitalizzazione delle banche in crisi. 



Infatti il piano appena varato è ancora più favorevole agli interessi delle banche di quello di Paulson dello scorso ottobre. Il piano Paulson intendeva estrarre le cartacce tossiche dai libri di conto bancari. Si arenò sulla formulazione del prezzo che lo Stato avrebbe dovuto pagare le banche per prendersi le cartacce. Queste non sono azioni il cui valore, pur essendo crollato, è conosciuto ad ogni momento. Le cartacce dei prodotti derivati non hanno valori verificabili da transazioni di mercato continue. Non hanno valore, quindi. Nel piano Geithner-Summers-Obama è stata fatta la legge con l'inganno incorporato. Il Governo di Washington si impegna a finanziare per il 90% le scommesse al rialzo, effettuate dalle stesse banche, sui prezzi delle cartacce. Come in un'asta truccata. Il finanziamento pubblico è garantito con prestiti senza ricorso (no recourse). Legalmente non devono essere rimborsati se il valore del bene collaterale scendesse al disotto del prezzo di acquisto. Il governo Obama-Geithner-Summers considera quindi le cartacce come beni collaterali.
Per le banche tutto diventa un giochetto: prima si trucca l'asta, giocando al rialzo usando soldi pubblici. E i nuovi «prezzi» delle cartacce ricapitalizzano le banche. Se poi, quando le cartacce vengono rivendute, il loro prezzo dovesse risultare inferiore a quello emerso dall'asta truccata - e così sarà - i libri di conto delle banche non mostreranno un debito nel confronti dello Stato. La regola del «non ricorso» permette di non rimborsarlo. Non per caso le azioni finanziarie sono schizzate in alto a Wall Street. Nemmeno Paulson, sotto pressione dai crolli quotidiani, l'aveva pensata così bene. Allo Stato rimane il debito causato dal finanziamento al 90% dell'asta truccata. Quella di Obama-Geithner è una capitolazione totale agli incendiari. Essa aumenta il ricatto nei confronti dello «stato» delle ormai megabanche. Washington ha accettato il mantra del capitale monopolistico Usa (la belva, appunto) che ricapitalizza attraverso la nazionalizzazione temporanea, come successe in Svezia nel '93, sfiducia il pubblico e crea quindi instabilità compromettendo la ripresa. Cosa completamente falsa, semmai è vero il contrario. Più grave ancora l'accettazione da parte di Obama della tesi che i «prodotti» in mano alle banche abbiano un valore maggiore di quanto appaia, ma è la gente a non capirlo. Emerge pertanto che tutto il chiasso sui bonus ai manager era una cortina fumogena mediatica, mentre Summers e Geithner lavoravano alacremente per consolidare il potere del capitale nei confronti dello Stato.


5 aprile 2009

Fabio Sebastiani : il dramma crisi. Epifani si rivolge al governo

<<Silvio Berlusconi». E' l'unico nome che il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani pronuncia dal palco quasi a metà del suo discorso. E la piazza, anzi l'immensa distesa di giovani, donne, pensionati, lavoratori e migranti, quanti non se ne erano mai visti in una iniziativa del sindacato, risponde immediatamente con una sonora bordata di fischi. Il segretario della Cgil fatica a riprendere la parola. E se avesse citato Luigi Angeletti e Raffaele Bonanni, rispettivamente segretari generale della Uil e della Cisl, cosa sarebbe successo?
A parte questa "irriverenza" i tre milioni di ribelli, guerriglieri e fannulloni del Circo Massimo (2 milioni e settecento mila secondo gli organizzatori e solo 200mila secondo la questura) si comportano da veri e propri gentlemen.
Osservano composti il lungo minuto di silenzio in onore dei morti sul lavoro e degli sventurati che giacciono in fondo al "mare mostrum" Mediterraneo. Cantano e ballano "Bella ciao", accompagnati dal vivo dai Modena City Ramblers. Si commuovono, infine, alle note del film "Il postino" suonate da Louis Bacalov e alla lettura della lettera del figlio di un ex-tuta blu dell'Ilva da parte di Pierfrancesco Favino alias Giuseppe Di Vittorio.
Rispetto al 2002 non c'è poi così tanta differenza. Quella storia, fatta di attacco ai diritti e di una Cgil in solitario deve ancora concludersi, in fondo. Di diverso da allora c'è la crisi economica. E non è poco. Nonostante le difficoltà scandite dalla cassa integrazione e dai licenziamenti a Roma sono arrivati tanti lavoratrici e lavoratori, soprattutto dal Sud.
Ed è proprio battendo il tasto della crisi economica che Epifani imposta il suo discorso. Chiede, al Governo un tavolo urgente sulla crisi, e a Cisl e Uil il referendum unitario sull'accordo separato. Due richieste non nuove, che dal grande catino del Circo Massimo assumono però tutto un altro significato.
La crisi economica «non la si può affrontare con battute e con misure non all'altezza», dice il leader della Cgil. Ed è per questo che occorre aprire «un tavolo vero di confronto» tra governo e parti sociali. «Se sono vere le parole del nostro presidente del Consiglio, prima di partire per Londra, di non voler lasciare indietro nessuno, chiediamo formalmente - scandisce Epifani dal palco - di aprire subito un tavolo vero di confronto perchè si possa ascoltare realmente e concretamente le cose da fare per fronteggiare questa crisi». E questa richiesta, puntualizza il numero uno della Cgil, «non è una sfida ma un invito a verificare se è possibile avere un tavolo vero di confronto». «Non siamo in grado - prosegue Epifani - di fare previsioni attendibili ma se la ricchezza del paese crollerà nel 2009 del 4%, questa caduta non la si può affrontare con battute e misure non all'altezza dei problemi. Dietro questi numeri astratti, infatti, ci sono i problemi, le prospettive e la vita di milioni e di milioni di persone».



Per il resto, il leader della Cgil si limita a rimbrottare senza enfasi la Confindustria per aver firmato l'accordo separato e ad invitare gli altri due sindacati a sostenere la prova del consenso davanti ai lavoratori. «E' una bella contraddizione - sottolinea - aver accettato di tenere la consultazione alla Piaggio e averla negata alla Fincantieri». «Non si può giocare con la democrazia», ha concluso Epifani. Nel rilanciare i quattro punti della piattaforma Cgil (giustizia fiscale, tutele verso i pensionati, ammortizzatori sociali ed estensione della cassa integrazione ordinaria, politiche industriali) Epifani affaccia l'idea di un tetto agli stipendi dei manager. Citando l'esempio degli altri paesi industrializzati, il leader della Cgil spiega che il tema «non è da sottovalutare». «Non è giusto - afferma - che i manager guadagnino duemila volte più di un giovane apprendista o precario. Anche da noi, con i compensi dei cento manager più importanti si possono pagare i salari di diecimila lavoratori». Epifani conclude il suo intervento con una dedica un po' speciale. «Vorrei dedicare queste nostre giornate di mobilitazione a chi - dice - come la ragazza che ci ha scritto, non può nemmeno dire di aver perso un lavoro stabile perché non lo ha mai avuto». La prossima battaglia importante sarà sui precari? Lo sapremo presto. A giugno cominceranno ad uscire dalla pubblica amministrazione diverse migliaia di lavoratori precari.
Prima del segretario della Cgil hanno parlato diversi lavoratori e lavoratrici colpite dalla crisi. Hanno chiesto semplicemente alcune misure di sostegno al Governo. «Caro Berlusconi si faccia un decreto per i lavoratori dopo tanti decreti ad personam. Porti la cassa integrazione all'80% dello stipendio e allunghi la cassa integrazione ordinaria da 52 a 104 settimane». È stato questo l'appello di un operaio cassintegrato dello stabilimento Fiat di Pomigliano d'Arco, Mario Di Costanzo. Molto bello l'intervento di una giovane insegnante precaria di Cremona, Rossella Zelioli, che ha sottolineato il bisogno di «difendere la scuola pubblica», in linea con quanto più volte ripetuto dalla studentessa fiorentina Marta Lavacchini, intervenuta a sua volta dal palco. Al Circo Massimo è stata forte anche la presenza degli immigrati, che hanno applaudito il discorso di Joseph Walker. Il migrante ha chiesto «di superare i legami che la Bossi-Fini prevede tra permesso di soggiorno e rapporti di lavoro». «Chiediamo servizi e non bonus», ha ammonito infine la pensionata settantenne Enza Talciani di Roma.
Nel corteo anche tanti studenti. Secondo l'Unione degli Universitari almeno diverse migliaia e un po' da tutte le parti d'Italia . «Questa grande partecipazione - afferma l'Udu - sottolinea come gli studenti universitari chiedano a questo governo politiche differenti per uscire dalla crisi, che partano da un rinnovato senso di solidarietà fra lavoratori e studenti, fra giovani e anziani». Gli studenti hanno distribuito in piazza un kit con le loro proposte per sostenere l'università e il sistema formativo, «perchè un Paese che non investe in formazione è un Paese sempre in crisi». L'Onda, invece, ha "distribuito" scarpe contro il ministero della Pubblica istruzione. Diverse centinaia hanno partecipato al corteo dalla Cgil concedendosi un originale "fuori programma" in viale Trastevere, dove sono accorse le forze dell'ordine per impedire che gli studenti raggiungessero il portone del ministero.


5 aprile 2009

Antonio Sciotto : «Tavolo con il governo. Contratti, voto unitario»

 

All'inizio del suo intervento davanti all'enorme platea del Circo Massimo, Guglielmo Epifani non può che ricordare la giornata del 23 marzo del 2002, quella dei 3 milioni in piazza in difesa dell'articolo 18, che «scrissero una pagina storica, che nessuno ha scordato». E anche se dietro il palco c'è Sergio Cofferati, non si può fare a meno di notare che siamo in un'altra Italia, che sembra lontana anni luce, eppure l'antico circo romano riesce a essere ancora una volta pieno: oggi parlano gli operai in cassa integrazione, i precari sull'orlo del licenziamento, i medici che non vogliono denunciare gli immigrati, gli stessi - ormai tantissimi - stranieri che danno un contributo indispensabile alla nostra economia. E anche i pensionati, gli studenti dell'Onda. La parte di società colpita dalla crisi: e la Cgil chiede al governo un «confronto vero».
Epifani prende spunto dal G20 di Londra, dove Berlusconi ha chiesto - proprio lui - «attenzione all'umano e al sociale»: «Se quelle parole erano sincere, accetti finalmente di incontrarci». E poi si rivolge a Cisl e Uil: «Contro l'accordo separato hanno votato 3,4 milioni di persone, e quando lavoratori e pensionati si esprimono è una cosa che non si deve mai irridere. Ma noi siamo disposti a mettere tutto da parte se accettate di indire un referendum unitario. E accetteremo l'esito come vincolante». 




Questo il cuore del messaggio Cgil lanciato ieri, ma il segretario ha rievocato prima di tutto i passaggi che hanno portato al Circo Massimo: si parte dal 30 ottobre, la grande manifestazione sulla scuola, in quel caso unitaria, anche se quello stesso giorno ci fu con Cisl e Uil la rottura sul contratto; poi il 5 novembre, quando la Cgil presenta le sue 6 richieste al governo contro la crisi ormai galoppante; si passa al 12 dicembre, lo sciopero generale, articolato però per territori. Poi Epifani passa direttamente al 5 marzo, la manifestazione dei pensionati. Salta il riferimento allo sciopero congiunto del 13 febbraio di Fp e Fiom, vissuto con grandi contrasti all'interno della confederazione, ma poi fatto proprio da tutta la Cgil: un'omissione che ha fatto salire i malumori dalle due categorie.
Tornando al discorso sul governo, Epifani ha spiegato che «c'è un abisso tra quello che avrebbe potuto fare contro la crisi e quello che ha fatto finora». «A parte quello che è stato dato alle banche, ha stanziato solo 4 miliardi di euro: cifra così bassa che non ha paragoni rispetto a quanto hanno fatto all'estero». «Intanto il tempo passa, la cassa ordinaria si avvia per molti alla conclusione, senza che venga prolungata e resa più cospicua, come noi chiediamo. Tanti precari perdono il posto, ma per loro non è chiaro cosa sia disponibile, e comunque è poco e per troppo pochi. Perché non si attua una moratoria dei licenziamenti? Non si è sospesa la Bossi-Fini, e tanti immigrati con il lavoro perdono anche il permesso di soggiorno. Sulle donne si dicono tante parole in libertà, tacendo che nel 2009 rimarranno senza posto 340 mila lavoratrici in più. Ai pensionati si dà una social card che non funziona, invece di aumentare i loro redditi. Quanto ai dipendenti, e agli stessi pensionati, sono quelli che oggi pagano di più la crisi, e che nel 2008 hanno pagato 8 miliardi di euro in più al fisco mentre si allentava il contrasto all'evasione fiscale: perché non si parte dalla restituzione del fiscal drag?».
Domande rivolte al governo, insieme ad altre critiche: contro la manomissione del Testo unico sulla sicurezza del lavoro, contro le tante violazioni ai diritti degli immigrati ispirate dalla Lega, dai medici che denunciano alle ronde, contro l'indebolimento del diritto di sciopero. Da qui la richiesta di un tavolo al governo: «Per parlare di 4 temi: la politica industriale del paese, dalla crisi Fiat a quella della chimica; gli ammortizzatori sociali e lo stop alla cacciata dei precari; il reddito dei pensionati; la giustizia fiscale e la lotta all'evasione».
Ma c'è anche un messaggio alla Confindustria, a Cisl e Uil: «Il tavolo dovrebbe andare bene anche a voi». E ai due sindacati: «Queste battaglie le avremmo potute fare insieme, non ci può essere divisione». Ma poi il segretario Cgil passa al nodo dell'accordo separato sui contratti, e qui dice a Confindustria che «ha fatto un errore gravissimo a firmare senza la Cgil, perché poi si rischia di creare una confusione che danneggia anche le imprese». E a Cisl e Uil ricorda i 3,6 milioni di votanti al referendum, con i 3,4 che hanno detto no, e dunque propone una votazione unitaria: «Il nodo della democrazia e della rappresentanza è centrale, lì possiamo tentare un'intesa unitaria. Ma sapendo che per noi non ha senso votare una volta sì e una no: o c'è democrazia sempre, o non c'è mai». Il segretario della Cisl Raffaele Bonanni risponde piccato che «il paese ha bisogno di piazze sindacali e non elettorali» e che «la Cgil sui contratti ha una linea antagonista ormai fuori dalla storia».
Dal palco hanno parlato, precedendo Epifani, alcuni delegati. Ha iniziato un operaio della Fiat di Pomigliano, che ha spiegato come ormai nello stabilimento campano si siano fatte 23 settimane di cassa, «e altre ci aspettano: ma il governo non fa altro che caricare i lavoratori quando protestano». Una giovane precaria della scuola ha parlato dell'ansia che prova ogni anno il 30 giugno, quando finisce il contratto, e poi si è riferita al prossimo primo settembre: «Forse io e altre migliaia di precari non avremo più il posto». Un lavoratore immigrato chiede agli italiani di stare vicini agli stranieri del paese, nelle battaglie «contro le leggi inique e il clima di xenofobia che il governo sta imponendo». Una pensionata ricorda l'umiliazione della social card, un medico di Palermo rivendica con orgoglio il suo rifiuto - e quello di tutta la Cgil - a denunciare gli immigrati bisognosi di cure.


5 aprile 2009

The Guardian : l'ombra del fascismo

L’obiettivo centrale di Silvio Berlusconi come Primo Ministro italiano è apparso da lungo tempo sconcertante e vergognosamente ovvio. Sin da quando scese in campo nel vuoto politico creato nel 1993 dai simultanei scandali della corruzione governativa a destra e dal collasso del comunismo italiano a sinistra, il signor Berlusconi ha usato la sua carriera e il suo potere politico per proteggere dalla legge se stesso e il suo impero mediatico. Durante il più lungo dei suoi tre periodi di detenzione del potere, il signor Berlusconi non solo ha consolidato il suo già forte controllo sull’industria dei mass media italiani – oggi egli ne controlla direttamente circa la metà – ma ha fatto approvare una legge che gli ha garantito l’immunità da ogni procedimento giudiziario. Poi, quando quella legge è stata dichiarata incostituzionale, il signor Berlusconi nuovamente rieletto l’ha riportata in vigore con una nuova formulazione lo scorso anno e l’ha reintrodotta nell’ordinamento giudiziario.
Il successo del signor Berlusconi è dovuto per un verso alla sua stessa audacia e molto più per l’altro in maggior misura alla sempre più profonda debolezza dei suoi avversari. La sinistra italiana in particolare è venuta meno al compito di dispiegare una opposizione efficace. Pur tuttavia l’ultimo atto del signor Berlusconi – l’unione nel nuovo blocco del Popolo della Libertà, completata ieri, del suo partito Forza Italia con Alleanza Nazionale che discende direttamente dalla tradizione fascista di Benito Mussolini – può aver lasciato una ben più durevole impronta sulla vita pubblica italiana di qualsiasi altro intervento precedentemente posto in atto da questo tycoon populista.



Differentemente da quanto accaduto nella Germania postbellica, l’Italia del dopoguerra non ha mai fatto i conti con la sua eredità fascista. Il risultato è stato che, mentre il neofascismo non è mai seriamente tornato in superficie in Germania, in Italia si sono verificate importanti continuità – leggi e funzionari ereditati dall’era mussoliniana, e la rinascita post bellica di un ribattezzato partito fascista – il tutto malgrado una nominale cultura pubblica antifascista. Queste continuità sono ora diventate più solide. E’ un giorno di vergogna per l’Italia.
E’ anche vero che AN ha percorso una lunga distanza in sessanta anni. Il suo leader Gianfranco Fini si è spogliato dei suoi vecchi indumenti politici e ha guidato il suo partito verso il centro. Per più di quindici anni ha operato come alleato del signor Berlusconi. Ora parla della necessità di un dialogo con l’Islam, denunzia l’antisemitismo e promuove un’Italia multietnica – prese di posizione che il signor Berlusconi con le sue campagne populiste contro gli zingari e gli immigrati e con la sua propensione per un razzismo soft troverebbe difficoltà a condividere.
Malgrado le sue lontane origini liberali l’Italia moderna è storicamente un paese orientato a destra. Rimane peraltro scioccante che un capo di governo tra i venti leaders mondiali nel vertice economico di questa settimana a Londra abbia ricostruito la sua base politica sulle fondamenta poste da fascisti e che ora come risultato rivendichi una probabile permanenza della destra al potere per generazioni a venire.


4 aprile 2009

Francesco Garibaldo : un new Deal per l'auto

 Mentre scrivo quest’articolo le notizie sulla crisi dell’auto registrano un crescendo di chiusure, licenziamenti e dismissioni di impianti; le notizie negative riguardano tutte le imprese in tutto il mondo: chi produce macchine di lusso (Porsche) e chi utilitarie (Tata), chi era considerato eccellente e profittevole (Toyota) e chi incapace (Chrysler), il vecchio mondo con cifre tra le 600 e le 900 auto per 1000 abitanti, in età di guida, e chi invece è ancora a 30 (Cina). Certamente il crollo di vendite è stato subitaneo e drammatico, con punte del 40%, e quindi è facile dire che ciò è un effetto indotto dalla più generale crisi finanziaria che spinge gli acquirenti a rimandare una spesa impegnativa. È proprio così? La domanda non è oziosa perché dalla risposta dipendono le scelte d’intervento. In realtà la crisi ha evidenziato in modo improvviso e totale un problema, ormai più che decennale nel settore dell’auto, che riguarda tutti i principali settori industriali: un eccesso di capacità produttiva installata a causa di un inseguimento senza fine tra i principali produttori per conquistare nuovi mercati e decidere chi, alla fine, sarebbe stato costretto a chiudere. Questa gara, che non è competitiva ma distruttiva, ha poi indotto e facilitato il prevalere degli investimenti finanziari richiesti per sostenere questa folle corsa, sia nel senso di finanziare gli investimenti, sia nel senso di finanziare l’acquisto dell’auto. Si pretendeva, infatti, nell’attesa che le verdi praterie indiane e cinesi soddisfacessero la capacità produttiva potenziale di tutti questi impianti, che, nel vecchio mondo, le vendite dell’auto continuassero a crescere nonostante una contrazione del peso dei salari, giustificata proprio da quella corsa competitiva. È il cane che si morde la coda. Vi è chi sostiene che è solo un problema di pagare il prezzo economico e sociale di un classico consolidamento del settore; insomma i “deboli” e i “malati” verranno soppressi, liquidando così l’eccesso di capacità produttiva, ristabilendo un uso profittevole dei capitali investiti.Dice Marchionne che resteranno solo sei produttori mondiali e che cinque sono già stabiliti (Toyota, Volkswagen, Renault - Nissan, GM, Ford), quindi resta solo da decidere chi è il sesto e non può essere uno di quelli esistenti, perché sono tutti troppo piccoli, quindi vi saranno alleanze e fusioni. Ciò fatto, si dice, non esisterebbe più alcun problema poiché una semplice proiezione della crescita del reddito cinese e indiano ci mostra che in pochi decenni, non appena il PIL per persona raggiunge i 5000 dollari, centinaia di milioni di loro comprerà un’auto e quindi il mercato si moltiplicherà in modo fino a ora mai visto – l’Economist parla di quasi 3 miliardi di auto in alcuni decenni. A sinistra, per converso c’è chi esprime la sua soddisfazione profonda per questa crisi che rappresenterebbe la fine del modello dell’auto. In tutte due i casi si ritiene che i governi non si dovrebbero occupare di questa crisi, ci penserà il mercato, e paradossalmente entrambe chiedono, sia pure in direzioni diverse, forti investimenti in infrastrutture e servizi: le strade, per l’Economist, vero vincolo a un’espansione dell’auto nei paesi emergenti e, per chi vuole uscire da quel modello, un ripensamento della mobilità. Io parteggio per la mobilità sostenibile ma trovo del tutto irresponsabile ritenere che non bisogna intervenire nella crisi. La prima ragione è banale ma sostanziale, infatti, solo in Europa l’auto e le attività da essa indotte interessano dodici milioni di posti di lavoro – 50 milioni nel mondo -, se si riducessero della metà in due anni, la società europea conoscerebbe uno shock da tempi di guerra. La seconda è che il mercato non risolverà nulla da solo, sia si voglia aiutare il consolidamento e il rilancio del settore, sia si voglia porre fine al modello auto-centrico di mobilità. Le notizie contraddittorie sull’intervento del governo e del parlamento USA che, comunque si voglia definire, rappresenta l’assunzione pubblica della responsabilità di definire la mobilità del futuro toglie ogni alibi all’Europa. Il grande passaggio, all’inizio del ‘900, dai tram all’auto dovrebbe insegnarci qualche cosa. Passaggi da una modalità di mobilità ad un’altra infatti richiedono una trasformazione sociale complessiva che non può che basarsi su una regolazione pubblica. In primo luogo, infatti, bisogna ripensare la pianificazione territoriale e urbanistica, fermando il crescente sprawling urbano, e rilanciando l’aggregazione urbana come modello di convivialità. Solo così, infatti, si può seriamente garantire una mobilità delle persone e delle merci non auto-centrica, come già avviene a Parigi, dentro la peripherique, e a Manhattan. Si tratta di un ciclo di pianificazione e riposizionamenti che richiederà, se iniziato, alcuni decenni durante i quali si può mettere in moto il processo di riposizionamento dell’industria dell’auto. La prima urgenza, in questa ipotesi è il problema ambientale. La crisi deve rappresentare l’opportunità della transizione, che può essere ragionevolmente fatta in tempi inferiori al decennio, da auto a combustione interna basata sul petrolio e derivati, ad auto elettriche, con diversi sentieri di aggiustamento. Alcuni di questi sono già in cantiere , richiedono una manovra congiunta sul lato della domanda e della offerta e quindi un forte intervento pubblico. Mi riferisco alla filiera dell’elettrico basato sulle nuove batterie, scelta che già molte case, ad esempio Renault-Nissan, stanno facendo, oppure all’elettrico basto sui motori a cella combustibile, scelta che appare un po’ più lontana nel tempo, e infine a quelli misti, con la possibilità cioè di alternate l’elettrico con una delle tante versioni a combustione, infine la filiera dei gas naturali quali il metano che può interessare in modo specifico certe aree geografiche. Inutile dire che ogni avanzamento in questa direzione riguarda non solo l’auto, come mezzo di mobilità personale, ma tutto il settore automotive; processo di trasformazione che, una volta innescato, può raggiungere in tempi ragionevoli quella soglia da cui inizia un effetto palla di neve. Non tutte queste soluzioni sono strategicamente equivalenti; bisognerebbe, infatti, considerare i vincoli ecologici che suggeriscono che solo quelle filiere che possono, alla fine, congiungersi con l’utilizzo di risorse rinnovabili hanno un respiro strategico. La cosa non è irrilevante, perché se il pubblico deve giocare un ruolo, allora è importante prevedere una linea di investimenti di capitali sia nei nuovi servizi da creare, ad esempio una rete di ricarica elettrica piuttosto che di distribuzione dell’idrogeno, sia nel vero e proprio ripensamento dei sistemi di propulsione.



Un altro sentiero di aggiustamento riguarda il modello proprietario; si stanno, infatti, sviluppando modalità di uso di un mezzo di locomozione, in particola modo in aree urbane, basato sull’auto ma non in proprietà. Una siffatta soluzione, se adeguatamente sostenuta anche con stringenti regolazioni della mobilità in ambito urbano, può ridurre ulteriormente l’impatto ambientale. Infine vi è il campo alquanto inesplorato e, a mio giudizio, il più strategico della costruzione ex novo di veri e propri sistemi integrati di mobilità urbana, sul modello degli aeroporti.

Una linea di riposizionamento dell’industria europea verso questa direzione richiede una manovra coordinata europea, senza la quale il rischio è di innescare una guerra per la sopravvivenza che, nel momento in cui acquistasse carattere di lotta tra nazioni, metterebbe in moto una spirale preoccupante di destabilizzazione della stessa Unione Europea.

Infine i sindacati. Il rischio è che, in assenza di un progetto di respiro europeo, ognuno dei sindacati nazionali si schieri con la propria industria e, dove ve n’è più di una, con il proprio marchio. Dato che la cura che è vista universalmente come salvifica, è il taglio di capacità produttiva, il risultato di una chiusura nazionalistica e corporativa è anche quello di difendere il nucleo duro e sindacalizzato di ciascun’impresa leader, a spese dei precari, in primo luogo – molti immigrati e giovani – poi della subfornitura a bassa specializzazione, poi dei servizi, ecc. Andrebbe messa in discussione la saggezza di puntare ad un taglio delle capacità produttive ed a conseguenti licenziamenti. Un new deal europeo non consiste nell’investire senza senso ingenti quantità di denaro per il rilancio dei consumi, come non lo fu il new deal degli anni ‘30, ma nella difesa e creazione di posti di lavoro per svolgere attività produttive che riorganizzino l’attività industriale e modifichino la struttura dei servizi. Un piano di transizione dell’industria dell’auto in Europa può partire dal rifiuto dei licenziamenti, infatti, nelle ipotesi avanzate vi è una grande quantità di lavoro da fare, da questo punto di vista è di grande interesse la posizione del governo tedesco che chiede alle grandi imprese un anno di moratoria sui licenziamenti. È evidente, e qui sta il problema, che in tale ipotesi il ritorno sui capitali investiti non può, per un periodo lungo, avere i livelli sino ad ora realizzati, il che ci porta di nuovo alla finanziarizzazione di questi decenni e a un ruolo dello Stato. È tempo quindi di superare Maastricht, non semplicemente per allentarne i vincoli, ma per ripensare l’idea stessa del patto di stabilità; appare, infatti, evidente che gli investimenti necessari per il new deal non possono essere considerati come pura e semplice spesa. Analogamente non ha più alcun senso l’idea che, all’inizio di una deflazione, ci si debba proteggere dal rischio d’inseguimento salari nominali-prezzi, adesso il problema è solo politico: che peso deve avere il monte salari nella ricchezza nazionale.


4 aprile 2009

Emanuele Giordana :i molteplici fronti della galassia talebana

 A Kabul hanno cambiato gli orari per i rifornimenti di gasolio da quando, di fronte all'ambasciata tedesca, un kamikaze si è schiantato contro un'autocisterna che tutti i giorni, alla stessa ora, andava a rinfilare carburante nei depositi della base americana dirimpettaia. A volte nemmeno l'intelligence più raffinata del pianeta arriva a pensare che la prima cosa da evitare siano orari e spostamenti fissi... L'effetto è che adesso il traffico cittadino è così intasato da provocare maledizioni costanti. La chiusura delle strade del centro, per garantire gli approvvigionamenti di gasolio che mandano avanti frigoriferi o riscaldamenti, auto di servizio e generatori, ha fatto insorgere molti editorialisti. Possibile, ha scritto uno di loro, che in questa città ognuno possa decidere quando chiudere la strada per i suoi comodi?
Vista dalla strada, sia quella della capitale sia quella di un villaggio, l'annunciata svolta di Obama per ora non significa nulla. Se non che 21mila soldati in più, fossero anche «non combattenti», saranno anche qualche migliaio di veicoli e autocisterne in più. «I sovietici - commentava con noi un cittadino della capitale - avevano il buon gusto di fare le caserme in periferia». Noi invece abbiamo scelto il centro città. Che ormai, ma non per ecologismo radicale, si gira praticamente a piedi, tante strade sono ormai a traffico limitato e aperte solo se hai la tesserina magica.



Ma se la strategia tracciata da Obama, oltre a spingere sull'invio di nuovi soldati, sosterrà davvero un «processo di riconciliazione», investimenti nell'esercito nazionale afghano e una migliore cooperazione civile (daremo soldi al Pakistan - ha detto - per ricostruire strade, scuole e ospedali), qualche effetto si potrebbe vedere. Nel dire che la vittoria non si ottiene dalla «somma delle bombe e dei proiettili», Obama pensa di spingere, non sull'acceleratore di un «surge» all'irachena, armando milizie tribali locali, ma su quello di un maggior decentramento nelle capacità di spesa - e dunque di negoziato - dei governatori provinciali. Almeno così sembra. Strategia del consenso che potrebbe davvero nuocere ai taleban.
Ieri, un'autobomba è esplosa contro i militari italiani nella parte meridionale della provincia di Herat, senza però provocare feriti. La galassia col turbante è oggi attiva su molti fronti. Troppi. C'è quello afghano, quello delle aree tribali pachistane, quello della valle di Swat, quello del passo di Khyber e, sostengono alcuni, persino quello del Belucistan, nel Sud del Pakistan. Ma ognuno di questi fronti rappresenta altrettante anime. Non così omogenee. Agli inizi di marzo, mullah Omar, il capo dei taleban afghani, ha chiesto di unire le forze contro l'invasore Usa e Nato. Ma mullah Omar pensa all'Afghanistan e al massimo al passo di Khyber (dove transitano i camion della logistica militare occidentale), non certo allo Swat o alle aride montagne del Belucistan. Stando al New York Times, Omar sarebbe adesso il promotore di un «surge» taleban che mirerebbe a unire forze disperse e che perseguono obiettivi differenti. Forze che anche sul piano ideologico sembrano essere sempre più distanti: le efferatezze dei taleban pachistani nella valle di Swat, a Nord delle aree tribali della frontiera afghano-pachistana, sono arrivate a eccessi che nemmeno i bravi di Omar avrebbero immaginato. La loro amministrazione della giustizia passa prima per il coltello che per il Corano. Non che i taleban afghani siano agnellini, ma certi bagni di sangue cari agli uomini di Beitullah Meshud non sono portati a esempio.
A differenza di molti fratelli nella fede, i taleban afghani hanno un programma da fronte di liberazione nazionale e dunque tengono in conto consenso e strategie. Più di un osservatore ha rilevato che tra gli stessi taleban afghani c'è differenza tra un «territorialista» come Omar e i teorici del terrore mordi e fuggi alla Jalaluddin Haqqani, già ministro taleban ma che adesso sembra giocare una carta personale assieme al figlio Sirrajudin, ritenuto il responsabile dell' attacco all'Hotel Serena. Tra gli uomini di Omar inoltre, poco permeabili alle tesi jihadiste e qaedsite, non sono estranee le sirene negoziali di Karzai. Quanto di più lontano dagli oltranzisti come Haqqani o Meshud, che negozia con una mano e spara con l'altra.
Se svolto con serietà, il nuovo piano Usa potrebbe davvero mettere in crisi il movimento più forte dell'area e cioè i taleban di mullah Omar. Da astuto stratega, il capo taleban sa che al momento la sua vera vittoria non è tanto militare (la guerra è in fase di stallo) quanto civile: basata cioè sulla capacità di strappare consenso, grazie alla somma di bombe e proiettili e all'assenza dello stato nelle province del Sud. E lì forse che si può mettere in crisi il meccanismo della guerra. Provando a fermarlo.


3 aprile 2009

La sindrome del crocierista

 A parte le volpine finalità propagandistiche nei confronti dei propri acefali elettori, la ragione di questa voglia tremenda di Berlusconi di farsi notare, facendosi fare fotografie degne del miglior pensionato in vacanza premio, va spiegata probabilmente dall'oscura consapevolezza di essere un intruso ad un grande buffet o ad un grande programma televisivo. 




Una volta scovato e scacciato via, tornando verso la sua grigia vita da impiegato, avrà bisogno di supporti materiali (foto, articoli di giornale) che gli dimostrino che il suo inganno non ha coinvolto solo se stesso, ma milioni di persone.
Oppure si può pensare alla consapevolezza del crocierista che sta vivendo in un certo senso un sogno da cui uscirà una volta finita la crociera.
 


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