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3 aprile 2009

Sergio Rossi : la fine del regime di finanziarizzazione

 L’inizio della recessione globale segna non soltanto l’inizio della parabola discendente del ciclo economico attuale, ma anche la fine del regime di crescita economica degli ultimi vent’anni. Questo regime (di “finanziarizzazione”) è caratterizzato dalla crescente importanza dei motivi finanziari, dei mercati finanziari, degli operatori finanziari e delle istituzioni finanziarie nel funzionamento del sistema economico “globalizzato”.

Questo regime emerse all’inizio degli anni 1990. In esso, la crescita economica è indotta dall’aumento delle spese di consumo finanziate dall’indebitamento personale in quanto fenomeno di massa. Questa specificità dell’attuale regime di crescita economica è alla base della crisi del capitalismo finanziario e ne costituisce il difetto principale. Infatti, la recessione in atto sarà tanto diffusa e prolungata da provocare la crisi del regime di crescita economica che l’ha generata, in quanto nessuna istituzione finanziaria sarà disposta a erogare nuovi crediti alle categorie di persone il cui reddito disponibile non permetterà di finanziare il livello delle spese di consumo mantenuto sotto questo regime. Dato che la progressione delle spese di consumo è indispensabile per la crescita economica, e che tali spese non saranno più finanziate con il credito erogato dagli operatori finanziari, il regime di crescita basato sulla finanziarizzazione viene meno ai suoi presupposti ed è dunque destinato a essere rimosso dopo la crisi.

La finanziarizzazione conferisce ai principali azionisti delle società quotate in Borsa un controllo maggiore sulle stesse, inducendole prima di tutto a massimizzare il rendimento dei fondi propri e da qui gli utili da versare quale dividendo agli stessi azionisti. Questa strategia aziendale implica la riduzione sistematica dei costi di produzione, primi fra tutti i salari – facendo eccezione dei lauti stipendi degli alti dirigenti e dei lavoratori molto qualificati. I contratti collettivi di lavoro e i sindacati sono stati così sostituiti dal decentramento dei negoziati salariali sul piano aziendale e dalla personalizzazione dei contratti di lavoro sulla base delle qualifiche dei lavoratori assunti, permettendo in tal modo di ridurre i costi di produzione abbattendo il costo del lavoro – anche grazie alle scelte di politica monetaria orientate prioritariamente alla stabilità dei prezzi anziché alla lotta contro la disoccupazione. Si giunge così alla “grande moderazione” salariale per effetto della liberalizzazione e delle innovazioni finanziarie, che hanno consentito di sostituire gli aumenti salariali con varie forme di credito al consumo per mantenere una crescita economica sostenuta e duratura nel tempo.



Il caso degli Stati Uniti è emblematico a questo riguardo. Nell’economia statunitense, la parte dei salari nel reddito nazionale è tendenzialmente diminuita, da circa 75 per cento negli anni Settanta del secolo scorso a circa 67 per cento nel 2006. Questa diminuzione implicò inizialmente anche la diminuzione del tasso di crescita economica, ma la tendenza si ribaltò negli anni 1990: da quella data si osserva uno scollamento tra l’andamento della crescita economica e l’evoluzione dei salari. I consumi non sono più finanziati soltanto dai salari, ma anche e soprattutto dal credito erogato dalle banche e da società finanziarie non-bancarie, che trovano in questa loro attività la fonte di ulteriori guadagni nella forma di compensi e commissioni per il solo fatto di concedere prestiti, anche ipotecari, ed emettere carte di credito al consumo.

Negli Stati Uniti il credito al consumo mostra infatti un aumento tendenziale al tempo stesso della “grande moderazione” salariale. Esso rappresentava circa il 14 per cento del reddito nazionale alla fine degli anni 1980, con una percentuale più che raddoppiata nel 2006. Si osserva d’altra parte una sincronizzazione tra il tasso di crescita economica e il tasso di crescita del credito al consumo. Negli Stati Uniti, i debiti delle famiglie sono aumentati dal 62 per cento del loro reddito disponibile, nel 1975, al 127 per cento nel 2006. Se riferita al prodotto interno lordo, la percentuale dei debiti contratti dalle famiglie statunitensi è anch’essa raddoppiata nel medesimo arco temporale. Dal canto loro, i debiti ipotecari nel 2006 rappresentavano ormai il 97,5 per cento del prodotto interno lordo statunitense (la percentuale era la metà nel 1975).

Ora, la crisi finanziaria in atto comporta, fra le altre cose, un restringimento del credito in generale e, in particolare, il blocco totale del credito al consumo negli Stati Uniti. In questo modo, le spese per consumi delle famiglie sono amputate della loro componente che ne assicurava l’aumento tendenziale nel regime della finanziarizzazione. In questo regime, il credito al consumo si fonda in sostanza sulla messa in pegno, quale garanzia di rimborso, del patrimonio personale, un impegno tanto più richiesto dai finanziatori quanto i mutuatari subiscono la “grande moderazione” salariale. Sebbene gli attivi posti a garanzia dei prestiti possano essere dei titoli finanziari, per esempio delle azioni, si tratta soprattutto di proprietà immobiliari, che servono a garantire una somma maggiore dell’ipoteca concessa per il loro acquisto. Si sviluppano così gli “home equity loans”, una forma particolare di credito al consumo che, per una banca, consiste nel valutare la differenza tra il prezzo di vendita potenziale dell’abitazione del mutuatario e il prezzo del suo acquisto effettivo (deduzione fatta degli interessi maturati sull’oggetto immobiliare, se il suo acquisto fu finanziato mediante un’ipoteca), concedendo allora un credito al consumo per l’ammontare della suddetta differenza garantita dalla stessa proprietà immobiliare. Se il mutuatario non potrà pagare in futuro le rate del prestito così concesso, la vendita della sua proprietà permetterà al finanziatore di essere ripagato dal “mercato”, con maggior facilità quando i prezzi nel settore immobiliare continuano ad aumentare.

Nell’ultimo ventennio, gli “home equity loans” negli Stati Uniti sono diventati via via sempre più importanti rispetto all’ammontare totale dei crediti al consumo. Dopo essere rimasti attorno al 20 per cento di questo totale fino alla fine degli anni 1990, essi sono progrediti in maniera sostenuta fino a rappresentare più del 30 per cento dei crediti al consumo nel 2006. Per tale motivo, sin dai primi anni 1990, il mercato immobiliare è stato il motore principale della crescita economica negli Stati Uniti.

La crisi finanziaria rimette in causa durevolmente l’aumento sostanzioso dei prezzi delle proprietà immobiliari, senza il quale le lucrative pratiche di “home equity lending” non possono svilupparsi e sostenere così le spese di consumo delle famiglie statunitensi. Questo fenomeno blocca quindi la dinamica autorinforzante del credito, della domanda di immobili, e dell’aumento dei prezzi delle proprietà residenziali. Anche supponendo che il restringimento del credito in generale cui si assiste nella crisi in atto (soprattutto ma non soltanto negli Stati Uniti) sia di breve periodo, questa crisi colpisce inesorabilmente una delle due principali condizioni necessarie per questa dinamica autorinforzante: i prestiti ipotecari a rischio elevato (“subprime”). L’altra principale condizione necessaria è data dal ridotto livello dei tassi di interesse, verificatasi dallo scoppio della crisi nell’agosto 2007. Sebbene i tassi di interesse resteranno a livelli molto bassi per almeno ancora un anno, vale a dire fintanto che la recessione non sarà superata mediante una timida ripresa, la dinamica del regime di crescita finanziarizzata non sarà riattivata. Da un lato, il numero dei pignoramenti e degli abbandoni delle proprietà residenziali continua ad aumentare e lo farà ancora durante tutto il 2009, perché le famiglie statunitensi non riescono più a far fronte ai propri debiti sia ipotecari sia di altro tipo (tra cui spiccano quelli contratti con le loro numerose carte di credito e i leasing di autoveicoli). Questa tendenza blocca ogni incentivo a concedere nuovi mutui “subprime”. D’altro lato, i vari operatori nel settore finanziario (banche, assicurazioni, fondi di investimento, e via dicendo) non sembrano più disposti ad acquistare titoli che trasferiscono ai loro possessori i rischi legati direttamente o indirettamente ai mutui “subprime”.

L’impossibilità di rilanciare i prestiti “subprime” rimette in causa in maniera durevole l’aumento rilevante dei prezzi delle proprietà immobiliari, che a sua volta rimette allora in causa l’incremento degli “home equity loans”. Il credito al consumo è così minacciato nella sua crescita tendenziale, ripercuotendosi negativamente sull’aumento delle spese di consumo statunitensi e, da qui, sulla continuazione del regime di crescita economica basato sulla finanziarizzazione, giunto al termine del suo “ciclo di vita” con una crisi di ampiezza e proporzioni dirompenti per l’economia mondiale.


2 aprile 2009

Un corsivo di Lucio Manisco sulle manifestazioni contro il G20

La kermesse dei “biggies” a Londra è stata preceduta da tre giorni di proteste di massa nella capitale e in molte città europee. Ci sono stati disordini, pesanti interventi della polizia, arresti di no-global e minacciosi moniti di Scotland Yard. La BBC, la ITN, i quotidiani inglesi hanno dedicato ampio spazio a questo più che motivato preambolo dei G-8, G-20, ecc. Lo stesso hanno fatto tutti gli altri mass media europei con l’eccezione di quelli italiani: solo qualche breve accenno alle severe misure di sicurezza predisposte nella capitale britannica, ma su tutto il resto silenzio assoluto della RAI-MEDIASET e della nostra stampa benpensante.



Evidente il timore di un contagio delle masse giovanili del nostro paese, come se i ragazzi dell’Onda attingessero le notizie dal TG1 o dal TG5 e non dall’internet
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2 aprile 2009

Grecia : sciopero generale. Tensione e rabbia

 

Oggi si aspetta la partecipazione di migliaia e migliaia di lavoratori allo sciopero generale proclamato dalla Confederazione generale dei lavoratori (Gsee) e dalla Confederazione del settore pubblico (Adedy). Nel mirino ovviamente c'è la politica economica del governo che colpisce sempre piú larghe fasce sociali impoverite dalla crisi. Indicativo è ciò che ha detto lo stesso presidente della repubblica, Karolos Papoulias, durante il suo incontro «solidale» con la leadership dei sindacati al palazzo presidenziale. La crisi, ha sottolineato Papoulias, ex ministro socialista, «non deve essere pagata dai lavoratori, perché almeno loro sono innocenti. La crisi deve essere pagata da quelli che l'hanno provocata, e che insistono a non voler perdere niente di ciò che hanno guadagnato in passato e di quello che pensano di guadagnare nel futuro». La situazione in Grecia è ormai insopportabile non solo per larghi strati sociali in conflitto con il padronato, ma anche per lo stesso governo conservatore di Costas Karamanlis, che si presenta sempre piu fragile ed incapace di affrontare la crisi economica, giá grave ancor prima del crollo del sistema finanziario mondiale.



«È una miscela esplosiva, tra la crisi finanziaria mondiale e la politica economica del governo che ha provocato enormi problemi fiscali» ha detto il presidente della Gsee, Jannis Panagopoulos. Problemi che non trovano soluzione e che fanno aumentare la rabbia sociale. Una rabbia che si esprime giorno per giorno nei discorsi tra la gente, una crisi che si vede nei negozi e nei mercati, nel calo pauroso dei consumi e delle vendite anche dei beni di prima necessitá, nelle imprese che chiudono, nelle statistiche. La Grecia, tra i «27», ha un debito pari al 93% del PIL, inferiore, cioé, solo a quello italiano e il primato comunitario di lavoratori che vivono con salari sulla soglia di povertá: il 14%, mentre la media nell'Ue è all'8%. È peggiore la situazione tra i giovani laureati, la cosidetta generazione da 700 euro, dove il tasso di dissocupazione arriva il 45%. Famiglie intere che avevano comprato una casa o una macchina grazie ad un prestito dalle banche, che ancora fino pochi anni fa «offrivano» il denaro in pochi giorni, ora rischiano di perdere tutto. Nelle cronache dei quotidiani e dei canali televisivi si vedono sempre piú persone disperate, arrabbiate. Con la nuova rabbia dei giovani studenti che non si è mai placata dal dicembre scorso. Insieme alle proteste dure degli anarchici. Questa settimana piú di 700 allevatori di bestiame da tutto il paese sono arrivati ad Atene per chiedere ció che lo stesso ministro dell´ agricoltura, Sotiris Chatzigakis, aveva promesso un mese fa, cioé 100 milioni di euro. Ma ora il ministro non ha «niente da dare». È in corso un presidio a oltranza di fronte al ministero dell´economia di centinaia di operai del Gruppo Tessile Unito, che ha deciso di chiudere tutte le fabbriche, dal nord al sud del paese. «Ben sette volte abbiamo viaggiato fino qui per ottenere un incontro con il ministro, che ci aveva promesso un aiuto, ma non siamo riusciti a vedere nessuno» dice un operaio 59enne, licenziato insieme ad altri 1200 suoi compagni di lavoro. Gli unici a guadagnare sono le banche, sostenute dal governo con 28 miliardi di euro per la crisi finanziaria. Ma i banchieri non sembrano disposti a far girare questo denaro, aiutando le imprese. Oggi ci saranno due cortei, uno dei sindacati e uno dei comunisti ortodossi del Kke, che preferiscono manifestare separatamente. Ma questo conta poco di fronte ad una crisi che trova il premier stanco e poco disposto a dialogare. Non a caso ha preferito rimanere ad Atene, nonostante l´ invito di Gordon Brown al summit dei G20 a Londra.


2 aprile 2009

La crisi vista da due economisti marxisti

 

Il piano di salvataggio della banche messo in piedi dall’Amministrazione USA non ha fermato la crisi di Wall Street. E’ un indicatore secondo cui ormai “nessuno si fida più nessuno” o sarà così fino a quando finirà l’incertezza politica e a novembre ci sarà una nuovo presidente degli Stati Uniti? La nuova presidenza USA avrà qualche carta da giocare o sarà irrilevante?

V. Giacchè:Non credo che l’aspetto decisivo per risolvere l’attuale crisi finanziaria sia rappresentato dall’elezione del nuovo presidente Usa. Il nuovo presidente Usa, più che carte da giocare, avrà un debito pubblico più elevato con cui fare i conti. Più elevato di 700-1000 miliardi di dollari.

M. Donato: I salvataggi (e le dichiarazioni “rassicuranti”) non funzionano perché la crisi è sistemica e non locale o settoriale. Il settore dei mutui sub-prime è troppo piccolo per poter essere considerato la causa del crollo: è piuttosto la spia di una instabilità strutturale del capitalismo, sistemica. L’amministrazione Bush ha cercato di ritardare lo scoppio della crisi per scaricarla sul prossimo Presidente; ci è riuscita per un anno, poi non è stato più possibile.

Gli USA vogliono coinvolgere l’Europa nel tentativo di assicurare le banche dai fallimenti e chiedono una sorta di piano “Paulson” a livello di Eurozona. Le istituzioni europee seguiranno la strada statunitense o questa volta si smarcheranno dal burden sharing dei fallimenti bancari?

V. Giacchè: Credo che il percorso sia in qualche modo obbligato. Ma non tanto a causa di pressioni statunitensi, quanto a causa dell’entità dei problemi, che ormai coinvolgono in pieno le banche basate nell’Eurozona. Saranno però interessanti le modalità degli interventi. Un conto, infatti, è acquistare obbligazioni “tossiche” da una banca, altra cosa è ricapitalizzarla, un’altra cosa ancora è ricapitalizzarla acquisendone la proprietà. Il governo italiano, ad esempio, appare intenzionato a ricapitalizzare le banche in difficoltà acquistando però azioni senza diritto di voto. Il che significa spendere i soldi di chi paga le tasse (in Italia in larga prevalenza i lavoratori) senza avere il minimo controllo su come tali soldi saranno spesi.

M: Donato: Non mi sembra di vedere alcuna differenza tra il modo in cui le leadership europee e quella Usa stanno affrontando la crisi.

Molti dipingono questa crisi come “crisi finanziaria” che riguarda dunque solo la dimensione speculativa dell’economia, voi parlate di crisi strutturale di sistema. Potete spiegare la differenza?

V. Giacchè: La differenza è sia nella genesi della crisi che nelle sue conseguenze. Cominciamo con la genesi. Su questo punto vorrei spendere qualche parola in più in quanto mi sembra piuttosto trascurato nelle ricostruzioni della crisi. L’8 aprile scorso è comparso sul Financial Times un importante articolo, annunciato da questo richiamo in prima pagina: “Ritorno agli anni Venti. Il ritorno a un mondo disuguale”. L’articolo cominciava con queste parole: “La disuguaglianza tra i redditi negli Stati Uniti ha raggiunto il punto più alto dai tempi dell’anno del disastro: il 1929”. E proseguiva così: “la caratteristica più notevole dell’era della disuaglianza e del libero mercato che è iniziata negli anni Ottanta è rappresentata dal fatto che si siano avute così poche reazioni alla stagnazione dei guadagni della gente comune in una così larga parte dell’economia del mondo sviluppato”. In effetti i dati sono impressionanti. Tra il 1979 e il 2005 i redditi prima delle tasse delle famiglie americane più povere sono cresciute dell’1,3% annuo, quelli del ceto medio di meno dell’1% annuo, mentre quelli dell’1% più ricco della popolazione sono cresciuti del 200% annuo prima delle tasse e addirittura del 228% dopo le tasse. Risultato: nel 2005 il reddito dopo le tasse del quinto più povero della popolazione era di 15.300 dollari annui, quello del quinto mediano di 50.200 dollari, mentre quello dell’1% più ricco era superiore al milione di dollari. In definitiva, negli anni tra il 2002 e il 2006 all’1% più ricco della popolazione americana sono andati quasi i tre quarti della crescita del reddito complessiva. Nel 2005, secondo dati dell’US Census Bureau, l’indice della disuguaglianza tra i redditi, ha raggiunto il massimo storico (J. Plender, “Mind the gap. Why business may face a crisis of legitimacy”, Financial Times, 8 aprile 2008). Lo stesso vale per la Gran Bretagna, ove questo si è verificato dopo l’andata al potere dei laburisti di Blair nel 1997: anche qui, secondo gli stessi dati governativi, la forbice della disuguaglianza è la più alta di sempre. Ma, più in generale, la riduzione della quota del prodotto interno lordo che va ai salari, e per contro la crescita della quota destinata ai profitti, è una tendenza che investe tutti i paesi a capitalismo maturo, come ha evidenziato una ricerca della Banca dei Regolamenti Internazionali del 2007: in Italia, ad esempio, dal 1983 al 2005 i lavoratori hanno perso 8% percentuali, andati in maggiori profitti (che infatti sono saliti nel periodo dal 23% al 31% del totale). In termini assoluti, si tratta di cifre enormi: l’8% del pil italiano è infatti pari a qualcosa come 120 miliardi di euro (L. Ellis – K. Smith, The global upward trend in the profit share, Bank for International Settlements, luglio 2007).
Sono cifre clamorose, che giustificano lo stupore del Financial Times per l’assenza di reazioni (cioè di lotte) contro questa gigantesca redistribuzione della ricchezza verso l’alto. Le spiegazioni però non mancano. Al di là degli stessi rapporti di forza tra le classi (squilibrati dalla concorrenza esercitata da paesi con un costo della forza-lavoro molto basso), un peso non secondario hanno senz’altro giocato fattori legati all’egemonia culturale ed ideologica esercitata dal capitalismo, che, dopo la caduta del Muro di Berlino e l’implosione del socialismo reale nell’est europeo, ha potuto riaffermare il proprio orizzonte come l’orizzonte ultimo della storia umana. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, però, è in gioco anche un fattore di tipo diverso. In realtà, negli Stati Uniti (ma anche nel Regno Unito e in Australia) il tenore di vita delle persone con redditi medio-bassi ha cominciato ad essere sganciato dall’andamento del reddito. È proprio qui che entrano in gioco il settore immobiliare e i mutui subprime. La politica monetaria espansiva e di bassi tassi di interesse condotta dalla Federal Reserve ha infatti alimentato in questi anni la bolla immobiliare, consentendo al tempo stesso anche a famiglie a basso reddito di contrarre debiti relativamente a buon mercato. La crescita dei valori immobiliari ha creato un senso di ricchezza crescente, anche se il reddito in realtà non cresceva affatto (qualcosa di simile, anche se su scala meno larga, era successo alla fine degli anni Novanta con la bolla borsistica della “new economy”), e tra l’altro ha reso possibile rinegoziare i mutui e anche accendere ipoteche sulla casa a garanzia di prestiti finalizzati al consumo. Nel frattempo, la fertile fantasia dei grandi istituti di credito americani aveva escogitato prodotti rivolti anche a chi non aveva né reddito, né lavoro, né poteva offrire garanzie patrimoniali: i cosiddetti “mutui Ninja” (“no income, no job, no asset”). Questi ed altri mutui ad alto rischio sono appunto i famigerati mutui subprime – che è poi un elegante eufemismo: invece di parlare di “mutui spazzatura” o di “mutui di infima categoria”, sia parla di “mutui sottoprimi”.
Praticamente, il regno di Bengodi: anche gli “ultimi” ora potevano comprarsi una casa, anche loro potevano essere, se non primi (adesso non esageriamo…), almeno subprime. La banca concedeva questi mutui ad alto rischio, e poi li rivendeva – impacchettati assieme ad altri crediti di migliore qualità – inserendoli in veicoli appositi, le cui quote venivano offerte agli investitori come obbligazioni (perdipiù con rating elevato). Non solo: dal 2004 al 2006, l’ufficio governativo statunitense per la casa e lo sviluppo urbano spinse le due agenzie governative Freddie Mac e Fannie Mae ad acquistare obbligazioni di questo genere per 434 miliardi di dollari, con il risultato di incentivare le banche a continuare ad offrire mutui insostenibili come i subprime (C.L. Leonnig, “How HUD Mortgage Policy Fed The Crisis”, the Washington Post, 10 giugno 2008).
Questa costruzione era perfetta, salvo un piccolo particolare: che tutto questo castello di carta poteva stare in piedi soltanto se il valore degli immobili continuava a crescere (cosicché il valore della casa che uno aveva acquistato cresceva di valore e quindi poteva essere rivenduta guadagnandoci). Ma la cosa ovviamente non poteva andare avanti all’infinito. E infatti nel 2006 il mercato immobiliare Usa ha cominciato a scendere, e infine è crollato.
Il resto è storia nota: scoppio del bubbone dei mutui subprime, fallimento per centinaia di migliaia di famiglie Usa, problemi nel debito al consumo, forti svalutazioni di bilancio per le banche coinvolte, difficoltà sul mercato interbancario (perché le banche cominciano a non fidarsi più della solvibilità delle loro controparti), crollo dei titoli azionari…
Questa parte della storia è iniziata nell’estate del 2007, e ancora non è finita. E qui veniamo alle conseguenze della crisi finanziaria sull’economia reale. Qui mi limiterò a pochi cenni, perché il tema è stato molto più trattato. Ciò che sta accadendo è, molto semplicemente, che le banche non si prestano più denaro tra loro. Perché non si fidano più l’una dell’altra, e in qualche caso perché speculano sulle difficoltà altrui. È la famosa “trappola della liquidità” di keynesiana memoria. La liquidità c’è, ma non circola. Anche il recente taglio dei tassi di interesse di Fed e Bce è risultato del tutto inefficace a questo riguardo. In casi come questi l’operatività delle banche si rallenta e si ferma, le più mal ridotte falliscono, le altre cessano di erogare il credito alle imprese (o lo erogano a tassi molto elevati). Quindi cominciano a fallire le imprese.
E ovviamente la storia continua. Le imprese che falliscono non restituiscono neppure i prestiti che avevano già ricevuto. E il problema ritorna nel campo bancario: gli istituti di credito devono aggiornare al rialzo la stima dei crediti dubbi (incagli e sofferenze), svalutare una parte dei loro attivi, aggiornare al ribasso le stime di redditività e nel peggiore dei casi ricapitalizzare. Altri istituti falliscono, e così via. Questi sono i circoli viziosi che da sempre caratterizzano le crisi.
In definitiva, però, il punto su cui vorrei insistere è questo: questa crisi non nasce come crisi finanziaria, ma è invece radicata nel processo di progressiva riduzione del reddito dei lavoratori, il quale a sua volta è l’effetto della necessità di comprimere i costi del capitale variabile (ossia della forza-lavoro) per combattere la caduta del saggio di profitto
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M. Donato: Non ha senso contrapporre capitale speculativo a capitale produttivo ignorando che si tratta di due forme funzionali di manifestazione del capitale. Nelle crisi da sovrapproduzione, la circolazione tende ad assumere maggiore importanza rispetto a una produzione in cui le opportunità di profitto non sono sufficienti a saturare la pletora di capitale in circolazione. Le imprese/banche sono costrette a continue innovazioni tecnologiche per battere la concorrenza; la tecnologia aumenta la forza produttiva del lavoro riducendo il tempo di lavoro necessario e con esso il valore delle singole merci prodotte. Gli investimenti necessari a introdurre nuove tecnologie producono l’effetto che la quota di capitale costante cresca sempre più di quanto succede al capitale variabile. Il plusvalore eventualmente ottenuto dalla vendita delle merci non viene necessariamente, completamente e simultaneamente impiegato nell’accumulazione. Queste, schematicamente, le radici reali della crisi che si manifesta nelle sue forme monetarie e finanziarie. Se il tasso di profitto P/C è insufficiente per il capitale in circolazione, le imprese/banche mentre cercano (nella fase di produzione) di aumentare in ogni modo il numeratore, devono periodicamente tentare anche di distruggere e/o di svalutare il capitale in eccesso posto a denominatore del tasso di profitto. Queste le crisi, distruzione di quote di capitale in eccesso rispetto alle normali opportunità di profitto.

L’esistenza di un nuova moneta per le transazioni internazionali come l’euro rispetto al pluridecennale monopolio del dollaro, quanto ha inciso e che effetti potrà avere in questa crisi?

V. Giacchè: La presenza dell’euro ha soprattutto l’effetto di ridurre i margini di manovra delle autorità monetarie Usa nella crisi. Infatti il fatto che i tassi della zona euro siano più elevati di quelli praticati negli Stati Uniti mette a rischio la praticabilità di una politica moentaria espansiva da parte della Fed. Il motivo è presto detto: ad ogni riduzione dei tassi diminuisce la convenienza per gli investitori internazionali ad investire nei titoli di Stato Usa, perché offrono un rendimento scarso rispetto al rischio di insolvenza dell’emittente (ossia degli Stati Uniti stessi). Il rischio di insolvenza degli Stati Uniti un tempo sarebbe stato considerato ridicolo. Oggi non è più così: la probabilità di un fallimento degli Usa è già oggi considerata doppia rispetto all’ipotesi di fallimento della Germania. E la crescita del debito pubblico proveniente dal piano Paulson di salvataggio delle banche e delle altre società finanziarie coinvolte nella crisi peggiorerà ulteriormente le cose.

M. Donato: Sono cambiati e stanno cambiando i rapporti di forza tra Stati ed aree valutarie integrate. Le valute nazionali o transnazionali sono espressioni – riflesse – di rapporti di forza più generali. Per lo Stato più forte dal punto di vista militare essere anche l’economia più indebitata è una contraddizione esplosiva. Avere un dollaro debole aiuta perché riduce il valore reale del debito, ma indebolisce ulteriormente la forza degli Usa. Alan Greenspan, trovandosi a scegliere tra il dollaro e la borsa, optò per salvare Wall Street; oggi Obama e McCain votano assieme il piano Paulson inaugurando la nuova stagione dei salvataggi.

Il liberismo e il monetarismo sono finiti sotto accusa. I liberisti adesso si travestono da pragmatici e chiedono apertamente l’intervento pubblico nell’economia. Si apre una nuova fase keynesiana? E se è così che caratteristiche avrà?

V. Giacchè: Questo è un aspetto divertente (forse l’unico) di tutta la faccenda. La crisi attuale mette in luce una semplice verità: il fatto che il mercato non è autosufficiente. La situazione è abbastanza curiosa. Hanno appena finito di convincerci che il mercato è l’artefice di tutto quanto vi è di buono nel nostro mondo, mentre lo Stato può soltanto rovinarne l’opera, ed ecco che arriva la crisi dei subprime, e poi del credito. E avviene il miracolo: tutt’a un tratto la “mano visibile” dello Stato non solo ridiventa gradita, ma viene addirittura invocata da voci insospettabili. Fa un certo effetto notare che il Financial Times non ha nulla da ridire sulla nazionalizzazione della banca inglese Northern Rock sull’orlo del fallimento, o sul sostegno da 50 miliardi di sterline alle banche realizzato dalla Bank of England offrendo titoli di Stato in cambio di crediti immobiliari. Fa ancora più effetto osservare come lo stesso governatore della Federal Reserve, Bernanke, giustifichi il salvataggio della banca Bear Stearns (comprata sull’orlo del fallimento da JPMorgan grazie a un prestito di 30 miliardi di dollari da parte della stessa Fed) dicendo che si tratta in realtà di un “salvataggio dei mercati”. E pensare che ci avevano spiegato che ormai sarebbero stati i mercati (anzi: il Mercato) a salvare il mondo garantendo benessere e prosperità per tutti… Ma le sorprese non sono finite: dal liberista Zingales che sulla sua rubrica “libero mercato” su l’espresso intona inni alla regolazione al finanziere George Soros che si scaglia contro il “fondamentalismo di mercato”; dall’ex ministro Domenico Siniscalco (oggi a Morgan Stanley) che approva l’atteggiamento “pragmatico” ed anti-ideologico di chi ha finalmente abbandonato “il dogma che il mercato possa risolvere ogni problema”, al vecchio Paul Samuelson che afferma addirittura: “urge un po’ di statalismo”. Insomma: i “convertiti allo Stato interventista” – come li ha definiti il sociologo tedesco Ulrich Beck – non si contano veramente più.
Ovviamente si tratta di conversioni interessate: infatti il problema oggi è quello di socializzare le perdite. La cosa è stata espressa proprio in questi termini dall’economista Roubini: “Nazionalizzare le perdite dei mutui subprime americani in sofferenza per salvare l’economia”. Ora il problema è se poi si tornerà a privatizzare i profitti come se nulla fosse. Io credo che le cose non stiano così. La profondità della crisi ha aperto uno squarcio importante nell’ideologia dominante. Non si potrà facilmente fare finta di nulla, né tornare al business as usual. Questo, in ogni caso, è l’obiettivo che dobbiamo prefiggerci: sviluppare la consapevolezza dei problemi. A cominciare dal fatto che il mercato capitalistico stesso è il problema.

M. Donato: Il liberismo è finito da un pezzo, un nuovo keynesismo fuori tempo massimo avrebbe una prima tappa obbligata da compiere: basta guerre.


1 aprile 2009

Rosario Patalano : la discreta sorveglianza della Fed

 Per molti economisti la crisi del 1929 fu in gran parte causata dalla decisione della Federal Reserve (Fed), adottata due anni prima, di abbassare il saggio di sconto dal 4 al 3,5 per cento. Con questa politica monetaria accomodante, la maggiore liquidità a disposizione delle banche fu utilizzata per finanziare (con mutui) l’acquisto di titoli azionari da parte dei privati alimentando nei due anni seguenti il boom speculativo di Wall Street. Anche oggi di fronte a questa grave crisi finanziaria la storia sembra ripetersi. La ricerca del capro espiatorio, sport preferito dall’opinione pubblica americana, conduce alla responsabilità della Fed, o più precisamente alla politica accomodante e di deregulation che ha caratterizzato la gestione di Alain Greenspan, alla guida della Fed tra il 1987 e il 2006.
Al di là delle precise responsabilità che sono ancora oggetto di dibattito, il rapporto tra l’opinione pubblica statunitense e la “sua” banca centrale è stato sempre controverso.
Gli Stati Uniti sono tra gli ultimi paesi ad economia di mercato ad aver istituito una banca centrale. Il sistema della Fed fu varato solo nel 1913, dopo che due precedenti esperienze di central banking (tra il 1791 e il 1836) erano state drasticamente “chiuse” dal Congresso perché entrate in conflitto con il potere delle banche locali. Il central banking negli Stati Uniti per tutto il XIX secolo fu considerato dai politici come un usurpazione delle funzioni fondamentali del Congresso (a cui la costituzione affida la responsabilità della politica monetaria) e dal mondo finanziario uno strumento di ingerenza nella liberta di impresa. La legge del 1864-1865, dopo un periodo di sfrenato free banking, confermando l’autonomia monetaria dei singoli Stati dell’Unione, si limitò ad istituire un Controllore Generale della circolazione di nomina presidenziale.
L’assenza di una banca centrale in un importante mercato monetario come gli Stati Uniti fu una delle principali cause di instabilità finanziaria mondiale per tutta la seconda metà del XIX. La frequente carenza di liquidità dovuta alla mancata sincronizzazione dei flussi monetari tra i territori dell’Est, dove si concentrava il settore industriale, e l’Ovest agricolo, e l’estrema frammentazione del sistema bancario, esposero il mercato finanziario degli Stati Uniti a crisi ricorrenti, che furono la caratteristica peculiare della storia monetaria americana nel XIX secolo.
Fu solo dopo la grave crisi finanziaria del 1907 che il Congresso si convinse ad istituire nel 1913 il Federal Reserve System, che appare nella sua struttura un compromesso tra l’esigenza di autonomia del sistema creditizio privato e la necessità del controllo e della vigilanza in nome dell’interesse pubblico. Il sistema infatti associa alle dodici banche della riserva federale anche le banche private, distinte rigidamente in base alla tipologia operativa. E non si tratta di una partecipazione formale, perché le banche della Riserva Federale in ogni distretto sono amministrate da un Consiglio dei Direttori che è nominato per un terzo dalle banche private, per un altro terzo dai rappresentati del settore agricolo, industriale e commerciale del distretto e per una altro terzo dall’organo centrale di governo della Fed, il Board of Governors. Per questo motivo la Fed è stata definita come government entity with private components, o come un’istituzione quasi-public. I suoi poteri rispetto al sistema finanziario si sono accresciuti sempre in seguito a gravi crisi. Così, tra il 1932 e il 1933, il suo carattere di istituzione pubblica fu decisamente accentuato con l’inserimento nello Statuto degli obiettivi della politica monetaria rivolta alla massima occupazione, alla stabilità dei prezzi, al mantenimento di tassi di interesse moderati nel lungo termine, e alla promozione di una crescita economica sostenibile.
Negli anni Sessanta la Fed divenne il pilastro della politica interventista “keynesiana” dell’amministrazione democratica, suscitando le proteste del mondo finanziario che lamentavano l’asservimento della politica monetaria a obiettivi di natura politica. Alla fine degli anni Settanta con la svolta che portò Paul Volker alla presidenza del Board of Governors, la Fed accentuò maggiormente la sua indipendenza dal potere politico divenendo l’attivo protagonista delle politiche di rientro dall’inflazione (ridotta drasticamente tra il 1981 e il 1983 dal 13,5% al 3,2%), assumendo il ruolo di “paradigma” delle severe politiche monetariste e dell’implacabile offensiva neo-conservatrice. Anche se Volcker era fondamentalmente un “uomo di Wall Street”, la drastica riduzione dell’offerta di moneta (la cui conseguenza fu una recessione che ridimensionò fortemente il peso dei sindacati dando via libera alla restaurazione neoconservatrice) e la maggior regolamentazione del mercato creditizio furono mal sopportate dagli ambienti finanziari che cominciarono ad elaborare strumenti alternativi per aggirare le restrizioni. Proprio all’inizio degli anni Ottanta cominciò a delinearsi la cosiddetta nuova finanza, costituita da mercati paralleli a quello ufficiale che si ponevano al di fuori di qualsiasi forma di regolamentazione. Anche quando la Fed si è presentata come lo strumento più importante per garantire l’attuazione di politiche sociali conservatrici, il mondo degli affari degli Stati Uniti ha quindi sempre giudicato con diffidenza il suo ruolo perché sostanzialmente al di fuori del contesto naturale del libero gioco delle forze di mercato.
La gestione di Greenspan (alla guida della Fed tra il 1987 e il 2006) non è stata altro che il punto terminale di una tradizione che considera l’esercizio del credito come una normale attività imprenditoriale, che è quindi preferibile lasciare alle libere forze del mercato. Una visione che negli ultimi decenni è stata rafforzata da teorie che tendevano a riaffermare la validità del free banking di fronte all’ingerenza del potere pubblico regolatore. Dalla fine degli anni Settanta si è svolto un serrato dibattito, ispirato da alcuni lavori pionieristici di Hayek, sulla natura delle banche centrali: vari contributi (sulla scia dell’importante saggio di Klein del 1974 sull’offerta di moneta “competitiva”) hanno messo in discussione la necessità dell’esistenza e delle funzioni di un organismo regolatore come la banca centrale. Questa letteratura teorica è stata accompagnata da una grande quantità di studi storici (sulle orme dei lavori di Rockoff sul periodo del free banking) che hanno analizzato esperienze concrete di free banking e riflettuto sulle circostanze che hanno portato al loro fallimento rendendo necessaria la “scomoda” tutela di una banca centrale. E non a caso l’esempio più studiato è l’esperienza storica degli Stati Uniti.
La “discrezione” con cui Greenspan ha sorvegliato lo sviluppo tumultuoso dei mercati finanziari negli ultimi due decenni, attraversando tre bolle speculative (nel 1987, nel 1998-2000 e ancora tra il 2003 e il 2005) non è quindi avulsa dal contesto storico ed è stata molto funzionale ai desideri delle lobby finanziarie e dei loro rappresentati al Congresso, e ha raccolto ampio consenso nell’opinione pubblica affascinata dal mito della ricchezza facile. Greenspan ha perseguito una politica tollerante per ridurre al minimo il peso e il ruolo dell’istituzione che era chiamato a dirigere. Sotto la sua discreta vigilanza i mercati dei derivati e di strumenti finanziari sempre più complessi hanno goduto di una assoluta deregolamentazione; le banche d’affari hanno avuto una straordinaria libertà d’azione; la crescita anormale degli indici azionari è stata volutamente sottovalutata e benevolmente considerata come una manifestazione di esuberanza irrazionale. Una politica monetaria in grado di assicurare liquidità abbondante in un contesto di inflazione contenuta e di una costante, anche se moderata, tendenza alla crescita, ha creato un ambiente favorevole alle tendenze speculative che hanno caratterizzato il mercato finanziario americano. Con una certa soddisfazione gli ambienti di Wall Street indicavano la politica del governatore con l’espressione Greenspan put per indicare il “senso di “protezione” che la Fed forniva alle esuberanti attività dei mercati finanziari (il put, infatti, è una opzione che permette al possessore di un titolo di venderlo a terzi a prezzo prefissato in qualsiasi circostanza) e che si esprimeva attraverso riduzione dei tassi d’interesse e iniezioni di liquidità ai primi segni di rallentamento. Una politica che portava vantaggi anche al resto del mondo, dato che gli Stati Uniti assumevano il ruolo di “grande consumatore” mondiale di capitali e merci, favorendo quello che lo stesso Bernanke non ha esitato a definire un nuovo equilibrio monetario mondiale (significativamente chiamato Brettoon Woods 2) . 



Ma ormai il Greenspan party è finito, e la gestione della sua pesante eredità spetta al suo successore Bernanke. Studioso ossessionato dal problema della deflazione, Bernanke, fino ad ora, non si è discostato molto nella gestione di questa crisi dal modello Greenspan (e per questo si è parlato anche di un Bernanke put), adottando gli stessi strumenti del suo predecessore con il ricorso ad iniezioni di liquidità e alla riduzione dei tassi d’interessi. Una strategia che è stata spinta al suo estremo dalla Banca del Giappone (proprio su consiglio della Fed) che per un decennio tra il 1995 e il 2006 ha tenuto i tassi di sconto in prossimità dello zero con l’obiettivo di contrastare una grave crisi finanziaria innescata dal crollo del mercato immobiliare (con una dinamica che per certi aspetti è simile a quella attuale). La riduzione del tasso sui Fed Fund, portato il 16 dicembre 2008 in una banda di oscillazione tra 0 e 0,25%, il minimo storico negli Usa, appare del tutto in linea con questo modello ampiamente sperimentato, sulla cui efficacia il dibattito è ancora aperto. E’ comunque chiara la volontà di promuovere una politica monetaria espansiva, una scelta che in un altro contesto avrebbe “assicurato” Wall Street, ma che di fronte al grande falò distruttivo acceso dalla crisi dovrà esser necessariamente accompagnata da altre più radicali misure. Quello che è certo che Bernanke è ancora il miglior garante dell’autonomia di Wall Street. Nello scorso novembre, di fronte alla richiesta di una Commissione del Congresso di conoscere i nomi delle banche che hanno fatto ricorso ai programmi speciali di prestito, Bernanke si è rifiutato di collaborare, chiedendo alle autorità politiche di derogare a ogni obbligo di trasparenza in nome della “difesa” dell’immagine delle istituzioni bancarie coinvolte. Una affermazione che molti hanno definito sconcertante di fronte al disastro che è sotto i nostri occhi.
Saremo molto probabilmente testimoni di una nuova fase della vita della Fed e di una rinnovata stagione di regolamentazioni, indotte dalla circostanze drammatiche della crisi, ed è molto probabile che in seno alla nuova leadership si apriranno delle contraddizioni sul ruolo da attribuire a quella che sarà la nuova Fed, ed è a questo che lascia pensare il peso attribuito a Volcker nella nuova amministrazione di Obama. Ma si può essere certi che passata la tempesta, il mondo della finanza americana vorrà liberarsi di ogni soffocante tutela per gettarsi ancora a capofitto nell’esuberanza irrazionale del libero mercato.


1 aprile 2009

Duccio Cavalieri : neoliberismo, interventismo, keynesismo

 

La crisi economica globale del sistema capitalistico, oggi in atto, deve indurre gli economisti teorici ad interrogarsi su quanto sta accadendo e a cercare di prevederne i prossimi sviluppi e gli esiti. Uno dei compiti storici della scienza economica è infatti la spiegazione e la previsione di quanto avviene nella realtà.

Un primo punto sembra sufficientemente chiaro. Si tratta di una crisi che ha avuto inizio nel mondo della finanza e che ha poi contagiato l’economia reale. E’ emersa la forte instabilità di un sistema di intermediazione finanziaria che anziché incoraggiare il risparmio delle famiglie e assicurare che esso affluisse senza ostacoli agli investimenti delle imprese e agli impieghi delle amministrazioni pubbliche, è stato utilizzato per finanziare pericolose operazioni speculative compiute sul mercato dei capitali e su quello dei cambi. Questo è avvenuto in un contesto di bassi livelli dei salari reali e in presenza di una politica dell’amministrazione repubblicana degli Stati Uniti che ha alimentato nei lavoratori una forma inedita e sottile di illusione monetaria, consentendo alle banche e ad altre istituzioni finanziarie di concedere loro ampio credito e mutui ipotecari a condizioni molto facili (i subprime mortgages a tassi variabili) per indurli ad acquistare di più e consumare di più, nonostante i bassi salari.

Una situazione di questo tipo non può durare indefinitamente. Quando le banche cominciano a incontrare delle difficoltà nel rientro dei capitali prestati e vengono a trovarsi a corto di liquidità per l’insolvenza dei debitori, il flusso del finanziamento bancario alle imprese di produzione tende necessariamente ad interrompersi. Per allontanare nel tempo questa evenienza, le banche hanno fatto ricorso a strumenti innovativi di ingegneria finanziaria allo scopo di attuare una strategia finanziaria tutt’altro che nuova: quella della Ponzi finance, efficacemente descritta da Hyman Minsky. Hanno infatti cercato di trasformare i crediti in sofferenza in fonti di nuove rendite finanziarie, facendo ricorso a operazioni di cartolarizzazione (securitization) e successiva inclusione dei crediti frazionati in prodotti finanziari derivati, con l’intento di arrivare a disperdere il rischio individuale.



In tali condizioni, chi comprende come stanno andando le cose e dispone di liquidità non la investirà più, ma la tratterrà, ripromettendosi di farne uso in seguito, quando la crisi avrà prodotto i suoi effetti più devastanti, per acquistare le attività patrimoniali superstiti a prezzi stracciati. Viene in essere cioè una situazione abbastanza simile a una trappola della liquidità, ma in presenza di tassi di interesse non ancora ridotti al minimo. Tale situazione non può tuttavia durare a lungo. Essa è destinata a cambiare non appena sul mercato dei capitali i tassi scendono ulteriormente e diventa possibile compiere operazioni vantaggiose di acquisto di capitale azionario, anche finanziandole a credito. Ossia creando degli appositi consorzi finanziari che si indebitano per acquistare imprese (è il cosiddetto leverage buyout) e che possono conteggiare il debito come un costo detraibile dalle tasse, scaricandone l’onere sulle società acquistate (che non di rado vengono poi abbandonate al loro destino di bad companies).

Questo contribuisce ad aumentare la scarsità di liquido e tende a determinare una crisi del mercato interbancario. Per l’eccessivo livello dell’indebitamento, le banche non si fidano più l’una dell’altra e non si prestano denaro tra loro. La crisi è aggravata dal fatto che nel frattempo si diffondono voci allarmanti sull’esito di investimenti troppo rischiosi effettuati dalle banche e i risparmiatori tendono di conseguenza a ritirare i loro depositi e a compiere spostamenti di capitali dai titoli privati a quelli pubblici, ritenuti più solidi, anche se non del tutto sicuri in una situazione di rischio sistemico.

Ne risulta appunto una sorta di trappola anomala della liquidità, che penalizza chi ha bisogno di prestiti per motivi non speculativi. E quindi danneggia in primo luogo le imprese, che possono essere costrette dapprima a ridurre e poi addirittura a cessare la loro attività. A questo punto la crisi diventa generale e coinvolge l’economia reale, a ulteriore dimostrazione della non neutralità della moneta. E attraverso nuovi meccanismi di trasmissione degli impulsi monetari e finanziari sulle variabili reali, che meriterebbero di essere ulteriormente indagati, la crisi si scarica per intero sui lavoratori e sulle loro famiglie.

Le principali cause della fragilità strutturale del sistema finanziario possono a questo punto facilmente individuarsi. Sono la tendenza a un eccessivo ricorso al finanziamento esterno da parte delle imprese; la diffusa pratica bancaria consistente nell’utilizzare credito a breve termine, continuamente rinnovato, per finanziare impieghi di capitale a medio e lungo termine; la facilità con cui vengono realizzate operazioni finanziarie e creditizie ad alto rischio; la scarsa trasparenza di molte operazioni finanziarie, che alimenta la possibilità di compiere vere e proprie frodi nel trasferimento dei rischi. Frodi che sono messe in atto dagli intermediari finanziari ai danni dei risparmiatori e vengono non di rado avallate da compiacenti agenzie di valutazione (rating companies), che, male interpretando le proprie funzioni, mettono in grado alcune società di indebitarsi per somme molto superiori al loro effettivo valore di mercato.

In breve, la crisi ha evidenziato la mancanza nel sistema capitalistico attuale di validi meccanismi di autoregolazione del mercato. In questo senso, si può certamente parlare di fallimento del neoliberismo e di riconosciuta necessità di ricorrere ad interventi pubblici per salvare banche e aziende in difficoltà, anziché lasciare che il mercato penalizzi l’insuccesso delle iniziative economiche meno efficienti. Al vecchio paradigma dell’efficienza allocativa del mercato oggi credono ancora solo pochi epigoni della Mont-Pélerin Society, della scuola di economia di Chicago e della London School of Economics. Quelli che hanno sempre insistito nel presentare il neoliberismo come antitesi al keynesismo e al dirigismo economico degli anni ’30; e che hanno ispirato il programma economico conservatore di Margaret Thatcher in Gran Bretagna e quello di Ronald Reagan negli USA, l’uno e l’altro favorevoli alla deregolamentazione, alle privatizzazioni e a un contenimento della dinamica salariale e della spesa pubblica per finalità sociali.

E’ un duro colpo per il neoliberismo, un indirizzo di pensiero che ha cercato di affossare le conquiste dello Stato sociale e ha inquinato il quadro teorico con la supply side economics e la ‘critica di Lucas’ all’efficacia della politica economica. Dopo la dissoluzione dei regimi economici dei paesi del cosiddetto ‘socialismo reale’ il neoliberismo ha creduto di avere ormai partita vinta e si è apprestato a seppellire definitivamente l’interventismo statale di tipo keynesiano. Ma oggi il neoliberismo subisce una dura lezione dalla storia. Perfino i più tenaci assertori di questo indirizzo di pensiero, posti di fronte alla drammatica alternativa tra aiutare Wall Street a uscire dalla crisi, sovvenzionando un sistema capitalistico dimostratosi largamente corrotto, o lasciare che esso precipitasse nel caos finanziario più assoluto, sono stati indotti a invocare un intervento straordinario dello Stato nella sfera economica per salvare dal fallimento grandi banche ed imprese. Con l’intenzione di addossare al Tesoro, ossia ai contribuenti, l’onere dell’acquisto dei crediti inesigibili. Senza quindi arrivare a delle vere e proprie nazionalizzazioni.

Ma non è stata, a ben guardare, una vittoria del keynesismo. L’odierna crisi globale ha semplicemente mostrato la necessità della politica economica, riaprendo in un certo senso il confronto teorico tra liberismo e keynesismo. Ma l’aumento della spesa pubblica, che oggi da tante parti si invoca, non riguarda la spesa sociale in istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione. Riguarda il sostegno di banche e società finanziarie in difficoltà e il salvataggio di grandi imprese industriali. Un salvataggio che ci si propone di realizzare continuando a comprimere i salari reali e le pensioni. E’ quindi un sostegno non alla domanda, ma all’offerta.

Tutto questo ha ben poco di keynesiano. E può accrescere il divario tra l’offerta e la domanda, anziché aiutare a superare le difficoltà di realizzo della produzione sul mercato. Difficoltà dovute alla maldistribuzione del reddito e tipiche di un sistema in cui il capitale non riesce a porsi fini diversi da quello del proprio continuo accrescimento. Tali difficoltà oggi non presentano più carattere esclusivamente ciclico, ma tendono ad assumere carattere strutturale. Segno che il capitalismo resta un problema (il problema di fondo) e che il problema tende ad aggravarsi.


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