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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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25 agosto 2010

Sismondi e Marx : la crisi come fine e come passaggio

Interessante è la tesi per cui Marx vede la fine del capitalismo come passaggio ad un altro tipo di società mentre in Sismondi c’è solo il senso della fine, ma non c’è il presentimento di un nuovo inizio. Tale differenza di atteggiamenti può anche avere un aspetto psicologico, ma quel che si vuole qui evidenziare è la sua valenza epistemologica. Perché si possa parlare di passaggio e non di semplice fine, si deve avere una teoria sui soggetti che trasformeranno la società e una capacità di individuare gli istituti che anticipano e prefigurano tale passaggio.

 

 

 

Se la prima elaborazione è stata fatta sia pure con esiti controversi a livello sociologico (la classe operaia) e politico (il Partito), la seconda è stata sviluppata molto meno. Chi in un certo senso ha tentato una analisi di questo tipo è stato Giovanni Mazzetti, che più che un economista è un filosofo delle scienze sociali ed ha reinterpretato gli istituti del Welfare e la politica economica keynesiana come uno stato intermedio della transizione al socialismo. Chi scrive invece pensa di aver individuato nel reddito di cittadinanza un altro filo rosso che ci consenta di guardare un itinerario possibile. La storia del socialismo reale invece sembra essere una sorta di teratologia della transizione.


25 agosto 2010

Alla memoria di Sacco e Vanzetti

«Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra; io non augurerei a nessuna di queste ciò che io ho dovuto soffrire per cose di cui io non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui io sono colpevole. Io sto soffrendo perché io sono un radicale, e davvero io sono un radicale; io ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano» [...] (dal discorso di Vanzetti del 19 aprile 1927, a Dedham, Massachusetts).

«Non dimenticarti giammai, Dante, ogni qualvolta nella vita sarai felice, di non essere egoista: dividi sempre le tue gioie con quelli più infelici, più poveri e più deboli di te e non essere mai sordo verso coloro che domandano soccorso. Aiuta i perseguitati e le vittime perchè essi saranno i tuoi migliori amici, essi sono i compagni che lottano e cadono, come tuo padre e Bartolomeo lottarono e oggi cadono per aver reclamati felicità e libertà per tutte le povere cenciose folle del lavoro. In questa lotta per la vita tu troverai gioia e soddisfazione e sarai amato dai tuoi simili.». (da una lettera di Nicola Sacco a suo figlio Dante)


24 agosto 2010

Possiamo tutti desiderare il bene reciproco : risposta ad Ashoka

Non so perché un libertario si fa chiamare Ashoka. Il nome mi piace perché è quello dell’imperatore Maurya che, dopo aver insanguinato l’India con impegnative campagne militari, si convertì al Buddhismo giurando sul suo proposito di pace e lasciando per il suo regno documenti che attestavano tale giuramento.

 

 

Il blogger Ashoka è uno studioso della scuola austriaca di economia (Ludwig von Mises, Hayek, Bohm-Bawerk, Rothbard che è statunitense ma si rifà a loro) che a mio parere è molto interessante per quanto fortemente contrapposta, forse più che al marxismo, a qualsiasi istanza socialista di intervento dello Stato nell’economia e di redistribuzione delle risorse sulla base di criteri etico-politici. Ha fatto alcune osservazioni sui post pubblicati in questi mesi sulla teoria marxista delle crisi economiche. Egli sostiene che :

1.      Se fosse vero che l'imprenditore estrae un plusvalore dal lavoro ma non dal capitale ci dovremmo aspettare che le imprese con più alta intensità di lavoro garantiscano profitti più alti. Invece si assiste ad una tendenza generale che fa muovere il saggio di profitto verso un valore comune (quindi alta intensità di lavoro o di capitale non fa differenza).
Il tasso di profitto di TUTTE le imprese tende a ruotare intorno ad un certo valore medio, indipendentemente dalla loro quota di capitale.
Come si spiega?

2.      Marx scrive che il bust c'è perché le imprese investono in capitale e ne accumulano così tanto che il saggio di profitto va in negativo. A quel punto smettono di investire, il capitale cala, ritorna un saggio positivo e si ha un revival. Questa teoria non spiega però perché oggi, dopo 150 anni di accumulo di capitale, non siamo in perenne depressione con saggio di profitto sotto zero. Se fosse vero che il capitale si decumula durante la crisi è pur vero che se al contempo c'è una caduta generale del saggio di profitto allora come facciamo oggi, con imprese che hanno un'intensità di capitale molto superiore a quella di 150 anni fa, ad avere un saggio di profitto positivo?

3.       Se la crisi fosse causata dalla caduta del saggio di profitto dovuto all'accumulazione di capitale, dovremmo aspettarci una evoluzione ben precisa: I cicli  dovrebbero sempre più brevi e violenti. A ogni giro la quota di capitale è cmq maggiore del precedente e quindi si dovrebbe raggiungere prima il punto di crisi. Inoltre dopo un certo numero di cicli la quota di capitale dovrebbe essere così alta da tradurre il tutto in una perenne depressione (con magari rivoluzione annessa). Tutto questo non avviene.  I salari reali dei lavoratori dovrebbero ridursi ad ogni ciclo e quindi la condizione degli stessi dovrebbe peggiorare con il tempo. Anche qui non ci siamo.

4.      Secondo un’altra teoria nel capitalismo ogni imprenditore produce sulla base di una conoscenza limitata ed incompleta delle richieste del mercato. Il risultato è che ognuno produce sempre troppo o troppo poco e i prezzi di vendita oscillano sempre al di sopra o al di sotto dei valori. Questa sproporzione deriva dall’assenza di un piano e se riguarda un ramo della produzione particolarmente importante che può indurre squilibri in altri settori vitali, essa può far precipitare l’intera economia in una crisi generale” Anche qui giusta osservazione ma si manca il punto. Io non direi che c’è chi produce troppo o troppo poco ma che l’entrepreneur, quando decide di produrre il bene X e venderlo al prezzo Y, si trova in una situazione di incertezza: sa quanto paga ma non sa a quanto venderà e le sue previsioni si possono realizzare o venire deluse. Ciò che guida il continuo riaggiustamento che coordina l’economia è proprio il sistema di profitti/perdite che premia alcuni imprenditori e ne punisce altri: questo è il processo di mercato (alla Hayek ma spiegato molto alla buona).
Ora per come è scritta sembrerebbe che gli squilibri ci sono sempre ma a volte, non si sa bene per quale motivo, coinvolgono un settore importante e fan precipitare il tutto. Questa teoria non spiega nulla: sarebbe come dire che ci sono miliardi di scimmie davanti a macchine da scrivere e poi a una capita di scrivere la Divina Commedia.

5.      il metodo capitalistico dei prezzi relativi è un "second best" per coordinare la produzione ma è un "second best" che lavora abbastanza bene. La pianificazione è solo apparentemente un "first best" (se fossimo tutti identici in valori e desideri) ma poiché non lo siamo ed anzi siamo nettamente differenti gli uni dagli altri ecco che diventa un sistema non solo inefficiente e burocratizzato ma anche incapace di garantire benessere.

6.      Qui viene analizzata l'espansione, e si dice giustamente inflazionistica, del 1850-1873 ed il ruolo degli investimenti ferroviari. Guardiamo in sintesi cosa è successo:

 Inflazione monetaria --> espansione bancaria --> tasso di interesse sui prestiti che si abbassa.
 Le industrie che producono beni capitali (es. macchinari ma anche tutti quei beni che non sono direttamente beni di consumo) dipendono molto dal tasso di interesse. I loro investimenti infatti si ripagano sul lungo periodo ed il tasso di interesse è quindi fondamentale. Basso tasso di interesse ---> investimenti di lungo periodo diventano "profittevoli".
Se il tasso di interesse basso fosse causato da un aumento del risparmio (la gente risparmia di più, consuma di meno ora, per consumare di più in futuro) allora ci sarebbero le basi per una crescita "sana". Invece qui il tasso di interesse si abbassa perché c'è nuova moneta (specialmente i prestiti bancari in regime di riserva frazionaria) e quindi quello che accade è che i consumi aumentano e non diminuiscono.
Fase di boom: aumentano i consumi ed in contemporanea anche gli investimenti a lungo termine. Dato B*) è evidente che il tasso di interesse rimarrà basso solo temporaneamente e quindi questi investimenti sono "cattivi investimenti".

Dove c'è il boom? Nel settore dei beni capitali ovvero i mercati azionari e poi in quei settori che godono di particolari "incentivazioni" Statali. In quegli anni le ferrovie, negli anni '90 l'informatica, nel 2002-2006 il settore immobiliare.

Bust: il tasso di interesse sale x motivi microeconomici (non sto a tediarti ma se vuoi ti posto una storiella che lo spiega), gli investimenti si rivelano... cattivi investimenti e saltano quasi tutti assieme. Le borse fanno la stessa fine.

 

 

Premetto che non so rispondere esaurientemente a tutte le questioni poste. Ad es. il pensiero di Marx non si può esporre con cognizione di causa se non lo si studia approfonditamente in tutte le sue opere. Ma proverà a dire qualcosa :  

A.    C’è forse un errore nel ragionamento di Marx  relativamente al capitale costante (o lavoro morto). Il fatto che egli sia acquistato al suo valore non implica che esso non concorra a produrre un valore superiore. Cioè per esso vale la stessa dicotomia che c’è tra lavoro vivo e forza lavoro. Cioè altro è il suo valore e altro è il valore che produce. Questo perché in esso c’è il progresso tecnico-scientifico, che è lavoro cristallizzato, lavoro che non si risolve nel lavoro erogato per produrre materialmente la macchina stessa. La questione del capitale e del lavoro cognitivo non si pone soltanto adesso, come pensano i post-fordisti. Possiamo dire che il capitale sia come il moltiplicando di una operazione, mentre il lavoro vivo sia il moltiplicatore. Per cui lo sfruttamento c’è, ma non è quantificabile così facilmente e non si costituisce nel suo quanto nella singola unità lavorativa, ma si realizza in tutta la catena produttiva ed anche al momento in cui viene remunerata l’attività tecnico scientifica presupposta nella produzione di un bene capitale.

B.     Per questo motivo non si può studiare la questione della caduta tendenziale del saggio di profitto all’interno della singola impresa. Una singola impresa che aggiunge capitale costante espellendo capitale variabile non per questo ha una diminuzione dei profitti. Il fenomeno della caduta tendenziale del saggio di profitto si deve guardare come qualcosa che riguarda il sistema aggregato delle imprese e si deve guardare non tanto al momento della produzione, ma al momento del realizzo. Se tutte le imprese sostituissero lavoro vivo con capitale costante, il realizzo sarebbe difficile e l’economia nel suo complesso sarebbe soggetta a crisi frequenti. I profitti avrebbero una flessione e così il saggio di profitto. Dunque la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto va collegata alle ipotesi sul sottoconsumo e le due tesi non vanno considerate come alternative tra di loro. Per certi versi esse sono come Scilla e Cariddi. Per altri versi una tendenza alimenta l’altra.

C.     Come è che allora la caduta del saggio di profitto non si è realizzata ? Bisogna considerare quello di Marx un modello che va integrato. Marx parla di controtendenze ed è molto discussa (come si può desumere dalle tesi espresse da Napoleoni) la tesi se le controtendenze rallentino solo la tendenza o la neutralizzino. A mio parere vanno tenute presenti la presenza di un contesto precapitalistico che permette al capitalismo di rimandare l’emergenza delle sua proprie contraddizioni (la tesi di Luxemburg), la tendenza all’oligopolio e la formazione di trust che permettono una maggiore razionalizzazione del mercato sia pure con storture sue proprie (le tesi di Kautsky, Hilferding e poi di Robinson, Galbraith e Sweezy), il ruolo delle guerre nella distruzione del capitale in eccesso e le esportazioni di capitale  sotto l’egida degli Stati nazione (la tesi di Lenin), gli sbocchi di merci all’estero attraverso una politica commerciale fortemente tesa all’esportazione (la tesi di Denis), la spesa pubblica come strumento per il mantenimento dell’equilibrio economico (la tesi di Keynes) ed in particolare la spesa militare (le tesi di Kalecki e poi della new Left americana), le lotte sindacali come mezzo per non abbassare troppo la domanda aggregata e permettere una maggiore stabilità delle economie di mercato (Hansen), l’esistenza di una semiperiferia socialista che ha consentito l’attenuazione delle contraddizioni capitalistiche ed ha fatto da cuscinetto tra il centro capitalistico e la periferia sottosviluppata (la tesi di Wallerstein), il mantenimento della domanda aggregata attraverso il credito al consumo e la pubblicità (Galbraith e Sweezy), lo scambio ineguale con i paesi in via di sviluppo (Emmanuel), il sottosviluppo funzionale (Gunder Frank), l’uso del debito dei paesi in via di sviluppo per rifinanziare le economie ricche (Samir Amin). Bisognerebbe studiare l’effetto combinato di tutti questi fenomeni per valutarne l’effetto sullo sviluppo del capitalismo negli ultimi 150 anni.

D.    Fare l’esempio delle scimmie alla macchina da scrivere credo sia fuorviante : le discipline legate al concetto di complessità e di caos evidenziano che sia in natura sia nella società si possono registrare mutamenti qualitativi, squilibri cumulativi legati a determinati valori della variabili in gioco. Perciò non è illecito pensare che in regime di incertezza legata ad un mercato che si vorrebbe autoregolantesi esistono momenti del ciclo che possono trasformarsi in crisi vere e proprie. La natura creditizia e monetaria delle crisi esemplificata da Ashoka non tiene conto del fatto che la spesa dello Stato serve ad integrare una domanda insufficiente e a questa è legata anche il flusso di liquidità in eccesso che viene considerato artificiale. Si può dire anche che l’intervento dello Stato ha dilazionato e aggravato una crisi che sarebbe stata più contenuta, ma si può dire anche che senza l’intervento dello Stato le crisi sarebbero più frequenti ed avrebbero portato ad una instabilità maggiore.  Ci vuole a tal proposito un certo coraggio a consigliare pazienza alle vittime del ciclo di autoregolazione del mercato. Sarebbe forse il caso che molti dei liberisti entusiasti vadano a fare sermoni edificanti sulla libertà e la responsabilità nelle zone più colpite dagli alti e bassi dei mercati: può darsi che convincano qualche centinaio di disgraziati losers, ma può anche essere che tornino carichi di impressioni coinvolgenti. Non è a mio parere un caso comunque che una crisi simile per gravità a quella del 1929 si sia verificata proprio alla fine di un trentennio in cui c’è stata una grande revanche in nome dell’attacco allo Stato sociale, all’Impero del Male, allo strapotere dei sindacati. A proposito credo invece che la crisi propria dell’intervento statale sia quella energetica e della stagflazione degli anni Settanta, ma non quelle finanziarie legate comunque alla carenza, potenziale o effettiva, di domanda.

E.     Infine il sistema socialista di distribuzione delle risorse. Su questo posso dire ben poco. La questione non mi sembra risolta da Mises ed Hayek (vedi qui) e ritengo che la pianificazione sovietica sia stata portata avanti più con gli strumenti neo classici che con quelli autenticamente ispirati a Marx (è la tesi di Boffito e, limitatamente alla diagnosi, è accettata anche da Graziani). Ma dovrei approfondire il tema e dunque mi fermo qui.

 

 


24 agosto 2010

Boyer : la crisi del 1929 come prima crisi che non si regolamenta da sé ?

La crisi del 1929 si apre negli Usa con il gigantesco crollo della borsa di Wall Street. Questa catastrofe finanziaria è essa stessa il riflesso ritardato di un inizio di ripiegamento dei tassi di profitto realizzati e scontati in una congiuntura di superspeculazione sganciata dai fenomeni economici reali. Con il crack finanziario si innesca la depressione, di una durata e di una intensità senza precedenti, estendendosi rapidamente dagli Usa all’Europa attraverso gli effetti della contrazione del commercio estero e delle esportazioni di capitali. Tra il 1929 e il 1932 (punto più basso della crisi), la produzione industriale mondiale regredisce di più del 50%, i prezzi industriali all’ingrosso cadono del 35%, il numero dei disoccupati nel 1933 raggiunge i 30 milioni, negli Usa la disoccupazione è al 25%.

La depressione si amplifica senza che nessuno dei meccanismi classicamente considerati come fattore di ripresa sembri mettersi in azione. Il sistema economico pare incapace di trovare la strada della ripresa da sé. Ed effettivamente la depressione degli anni ’30 è la prima nella storia del capitalismo a non aver conosciuto una ripresa spontanea. In tal modo la crisi classica non gioca più il suo ruolo di regolatore dell’attività economica nel lungo periodo. Se ciò è vero, significa forse che il capitalismo non è più allora ciò che è stato prima


24 agosto 2010

Epistemologia ed economia

La teoria neoclassica è un paradigma economico che presume che l’economia possa essere come la fisica e cioè che in essa si possa scomporre la situazione empirica in unità elementari di cui si determinano le relazioni fondamentali espresse da leggi e con le quali si ricostruisce con buona approssimazione la situazione empirica da cui si è partiti e si prevede poi quale evoluzione essa può avere. In fisica è possibile elaborare ipotesi sull’intero sistema degli oggetti fisici in quanto la loro verifica è circoscritta in contesti dei quali è possibile almeno un parziale isolamento, attraverso la galileiana difalcazione degli impedimenti. In fisica la grandezza del sistema complessivo degli oggetti e l’inesistenza di interazioni macroscopiche che mettano in forse nel breve periodo le ipotesi assunte ha consentito alle ipotesi stesse una validità temporale che può essere messa in questione solo dall’accanimento eventuale di soggetti appartenenti alla comunità degli scienziati. Nelle scienze umane questo non è possibile : l’isolamento che permette la verificazione locale delle ipotesi è fuori questione, il sistema complessivo è ben più piccolo di quello degli oggetti fisici e le interazioni ben più frequenti e rilevanti. Probabilmente accadono in campo macroscopico almeno alcuni dei fenomeni che in fisica avvengono a livello subatomico e rendono così incerta e complicata la conoscenza fisica a quel livello.

Marx è stato forse il primo a prefigurare l’impossibilità nel campo economico di poter fondare una scienza a partire da unità fondamentali attinte da un processo di astrazione. La sua dialettica permetteva solo di osservare la realtà a livello concreto e di demistificare la teorie esistenti come ideologiche, cioè come costruzioni che vogliono cristallizzare schematicamente situazioni storicamente contingenti.

L’analisi della realtà nel suo storico verificarsi rende ovviamente centrale nell’analisi di Marx lo sviluppo economico o meglio l’accumulazione di capitale e le sue conseguenze sociali. Il passaggio dell’economia neoclassica da una analisi statica ad una dinamica inevce si è rivelato, per le cose affermate, alqualto complicato.

 

 

In realtà la fondazione di un sapere economico più adatto al carattere dinamico del suo oggetto si può costituire a partire da un paradigma scientifico più adatto alla fondazione delle scienze sociali. Questo paradigma può essere quello delle scienze della complessità, che per certi versi si può definire l’erede della dialettica marxiana, anche se ad esso va continuamente applicato il metodo critico pure elaborato da Marx, affinchè anch’esso non porti a soluzioni ideologiche, così come è stato nel caso ad es. di Talcott Parsons.

Proprio l’assenza di una reale possibilità di isolare i fenomeni sociali rende impossibile la descrizione deterministica di essi. Mentre in fisica il determinismo ha un senso laddove è possibile isolare un sistema attraverso la “difalcazione degli impedimenti”ed agire su di esso attraverso le tecnologie, nelle scienze sociali sono possibili solo previsioni probabilistiche che vengono continuamente aggiornate quanto più numerosi sono i soggetti informati su di esse, in quanto  possono sempre adattare i loro comportamenti in modo da provare a disattenderle nel caso siano negative per loro da un punto di vista etico o pratico.

L’atteggiamento scientifico di Marx oggi può essere rielaborato non tanto nel senso del determinismo, quanto per il metodo che privilegia,  più che l’intenzione dei soggetti all’interno di un contesto sociale, le circostanze materiali che di fatto li fanno tendere ad assumere certi comportamenti piuttosto che altri. Anche se si potesse dire che, dato un evento A, si debba necessariamente verificare un evento B, nel campo delle scienze sociali non si può mai garantire che si verifichi solo l’evento A, per cui si può sempre verificare un altro evento C che impedisce all’evento B di realizzarsi.

Dunque lo sviluppo economico e sociale non ha mai un esito predeterminato, ma sempre una pluralità di esiti possibili, la cui probabilità è tanto precisabile quanto più dettagliata è l’analisi dello stato da cui si parte e quanto più profonda è la conoscenza della relazioni di causa ed effetto esistente tra eventi più o meno tipizzati.

Bohm Bawerk ad es. nella sua analisi del capitale trascura sia la complessità dell’oggetto sia il suo carattere storico, condannando l’economia alla descrizione di modelli astratti la cui applicazione si rivela essere molto aleatoria. Menger, che tra i neo-classici ha particolarmente sviluppato l’epistemologia dell’economia, voleva isolare gli elementi rigorosamente tipici tra cui si potessero stabilire leggi necessarie come quelle della natura. Queste leggi però non possono essere verificate empiricamente, dal momento che la realtà, nella sua complessità non consente tale verifica. Tale rifiuto della realtà è consapevole e perciò ancora più inquietante. Inoltre egli riteneva che il carattere spesso consapevole degli istituti sociali era legato al carattere atomistico ed individualistico del modello usato per descriverli e spiegarli. In realtà, ad es. per Marx, la consapevolezza degli istituti sociali è molto spesso lacunosa ed ideologica è fornisce solo una sicurezza mal riposta : la descrizione che si ottiene da un modello atomistico va inserita nel contesto storico e legata ad altre serie di eventi e situazioni spesso non prese assolutamente in considerazione : per fare un esempio, il carattere apparentemente libero di un contratto di lavoro non tiene conto dei bisogni ad esso collegati e della asimmetria spesso esistente tra i due contraenti. Anche quando contraddittoriamente Menger collega il modello atomistico con le azioni il cui effetto complessivo non è previsto, egli fa una semplificazione arbitraria perché proprio queste pratiche svincolate da una finalità consapevole sono l’effetto di una logica che riguarda un livello collettivo e complesso di analisi della realtà sociale. In realtà il modello atomistico in questo campo può avere solo una valenza didattica elementare, ma non ha alcun valore nel descrivere la realtà.

 

 


23 agosto 2010

Ma cos'è questa crisi : la crisi del '29 come fase B di un'onda lunga ?

Per l’ampiezza e per l’importanza degli effetti (disoccupazione massiccia, crollo della produzione dei prezzi e indirettamente nazismo e seconda guerra mondiale) la grande crisi del 1929 e la grande depressione che la seguì per circa dieci anni costituisce un problema teorico di grande importanza. Mentre i marxisti annunciavano la caduta del capitalismo e gli economisti liberisti vituperavano gli interventi dello stato ed il ruolo del sindacato nel difendere il tasso di salario, una nuova scuola di pensiero intorno a Keynes e ricollegandosi al New Deal di Roosvelt, annunciava un’era nuova del capitalismo e questa è l’interpretazione più corretta.

 

 

Questa crisi si inscrive nel quadro dei cicli classici, perché giunge esattamente otto anni dopo la crisi di riconversione del 1921. E tuttavia per la sua ampiezza e per i suoi effetti essa è molto più di questo : essa si colloca nel cuore di un periodo molto particolare che si apre alla fine della prima grande guerra mondiale e vede il verificarsi di eventi storicamente determinanti. Si pensi alla rivoluzione d’ottobre in Russia (1917), ad importanti sommosse operaie in Germania e in Italia (1919-1921), all’avvento del fascismo in Italia (1922), all’avvento del nazismo in Germania (1933), al franchismo in Spagna (1936), al New Deal negli Usa, alla socialdemocrazia in Svezia e al fronte popolare in Francia fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Questo periodo è interpretato da diversi autori come la fase B di un’onda lunga la cui fase espansiva avrebbe avuto inizio intorno al 1895.


23 agosto 2010

La morte di Tiberio Murgia, Ferribotte : un articolo del "Manifesto"

E'  morto, a 81 anni, Tiberio Murgia, popolare e amato caratterista del cinema italiano, l'unico attore non professionista apparso in ben ben 155 film. Sempre comunista fin da 16 anni, anche se di famiglia monarchica e fascistona, formato poi alle Frattocchie («ma mai ateo!»), sardo di Oristano, dove era nato il 5 febbraio 1929, resta per tutti il leggendario Ferribotte (variazione romanesca di «ferry boat», il traghetto delle migrazioni...), il siciliano dai baffi sottili, il corpo nervoso, il viso smunto dai tratti marcati, i capelli nerissimi e imbrillantinati. Era il focoso e geloso acchiappafemmine di I soliti ignoti, il personaggio che (scoperto casualmente da Monicelli in una trattoria di via della Croce dove era cameriere) fu trasformato da Murgia in una delle più terragne e imitate maschere della commedia all'italiana, a forza di battute che irridevano ai beceri proverbi della tradizione come il famoso: «Donna piccante pigghiala per amante, donna cuciniera pigghiala per mogliera».


Da molti anni dimenticato, Murgia era improvvisamente tornato alla ribalta, sia per l'uscita della sua straordinaria autobiografia, Il solito ignoto (edizione Insieme, Pescara, 2004), curato dal giornalista e filmaker Sergio Sciarra, sia per aver portato in tribunale il neofascista Storace & Co., che ne avevano sfacciatamente sfruttato l'immagine per una campagna anti-Veltroni. Nel libro Murgia racconta i suoi durissimi mesi da minatore in Belgio. Un'avventura galante proibita lo aveva degradato da segretario di sezione Pci e dalla sua isola, ma un'altra gli salvò la vita, perché la notte dell'esplosione in miniera era beatamente altrove. E poi i retroscena del capolavoro di Monicelli, i 50 anni di commedia all'italiana, vissuta dal pugnace emigrante sardo (da ben 7 generazioni, anche se nei dizionari del cinema basco ne fanno addirittura una loro bandiera) soffermandosi con una ricca aneddotica sui suoi celebri compagni di lavoro e di avventure. La gentilezza di Gassman e la spocchia di Renato Salvatori, Sordi, Mastroianni, Totò, Monica Vitti, Peter Sellers. La lettura e discussione dei giornali con «un vero signore», Ernesto Calindri. Le feste proibite della «dolce vita». Le scazzottate sul set, le liti furibonde di Maurizio Arena e Franco Fabrizi. L'antipatia di Nazzari, mito infranto. Le scorribande amorose di Capannelle, Leopoldo Trieste e Victor Mature. Il potente clan di Francio e Ciccio, non sempre amichevoli con quel «siciliano» intruso, gli straordinari duetti con Mina e Celentano. Avvincente e rocambolesca la sua vita, fatta di fame, lavoro duro, emigrazione, coltellate promesse e sferrate, amori, umiliazioni, coscienza di classe, lotta contro la disoccupazione e il fascismo mai scomparso. E calli da picconatore vero: «Ma che hai le spine nelle mani? mi disse Gassman quando si presentò. "No, sono i calli". Erano alti 3, 4 centimetri, calli da cantiere».
Poi il successo, il miracolo, dopo un lungo provino a Cinecittà e ben 9 siciliani veri sconfitti, nonostante le perplessità del produttore Cristaldi. Un caratteraccio dal cuore d'oro che sedusse De Sica e Nanni Loy, con più di una cinquantina di film (anche musicarelli, film balneari, parodie) solo negli anni '60, meno nei 70, regno delle commedie sexy (La soldatessa alla visita militare , La liceale, il diavolo, l'acquasanta) e un lento riflusso nel decennio successivo, indocile a facce e caratteri regionali. L'audace colpo dei soliti ignoti, La grande guerra (1959) e La ragazza con la pistola (1968), Costa Azzurra (1959), Le svedesi (1960) e Caccia alla volpe (1966) rimangono gli altri successi. Beppe Cino lo volle però in un cameo d'autore, per La diceria dell'untore, tratto dal romanzo di Gesualdo Bufalino. E Raiuno per Tutti pazzi per amore 2 (2010).
«Per una vita Tiberio mi ha ringraziato affettuosamente di avergli fatto cambiare vita - ricorda Monicelli - aveva una faccia altezzosa, sempre sospettosa su un corpo esile e nervoso, lo scelsi subito. Ha interpretato tanti film ma in fondo sempre lo stesso ruolo per il quale lo avevo scelto nei Soliti Ignoti. Un cosa curiosa, ma lui ne era contentissimo perché conobbe il successo. Siamo sempre rimasti in contatto, era carino, con me, generoso».
«Quando l'ho saputo mi sono venute le lacrime agli occhi. La morte di Tiberio Murgia è stata una notizia terribile - ha detto all'Ansa l'attrice Claudia Cardinale, che ha iniziato con lui la sua carriera d'attrice interpretando la sorella del celebre, gelosissimo Ferribotte.
«Quando l'ho conosciuto era il mio primo film, I soliti ignoti, non ero neanche di vent'anni - racconta la Cardinale - Lui aveva un viso incredibile con quelle sopracciglia sempre aggrottate, quegli occhi, era piccolo di statura. Sono vicina alla sua famiglia e lo porto nel cuore», ha concluso la Cardinale che non potrà partecipare ai funerali perché in partenza per New York sul set di un nuovo film con una giovane regista, Nadia Szold.

(Roberto Silvestri)


12 agosto 2010

Ma cos'è questa crisi : i tempi lunghi

 

I primissimi analisti dei movimenti lunghi pongono l’accento su fattori esplicativi di grande interesse : ad es. Lescure e Van Gelderen vedono la fase di espansione prolungata come fondata su di un poderoso allargamento della produzione, legato allo sviluppo di nuovi settori di attività. Lescure mette in luce il fatto che il lungo periodo di espansione inflazionistica 1850-1873 si fonda sulla costruzione rapida ed intensa della rete ferroviaria in Inghilterra, Francia e Germania, il che stimola fortemente le industrie minerarie e metallurgiche (effetto trainante) e accresce la domanda di manodopera e di capitale, spingendo verso l’alto i salari ed il tasso d’interesse. Lo stesso autore evidenzia come, essendo state portate a termine le linee ferroviarie verso il 1873, ci si deve accontentare della manutenzione di una rete già esistente. L’offerta tende a sopravanzare la domanda e ciò causa una flessione dei prezzi. Successivamente Lescure mette in relazione la ripresa della fine del 1800 con le nuove attività delle industrie elettriche ed automobilistiche.

Kondratiev mette in evidenza la concordanza dei movimenti lunghi dei prezzi e della produzione. Ispirandosi ai lavori di Marx sul ciclo classico, cerca le cause dei movimenti lunghi nelle strutture stesse del sistema capitalistico. Crede di trovarle nell’esistenza di onde lunghe che interesserebbero i grandi investimenti di base come le ferrovie (teoria del ciclo di reinvestimento). Ma per Kondratiev il capovolgimento della congiuntura lunga deriverebbe (più che dall’esaurimento delle potenzialità di rendimento di tali investimento) dall’insufficienza e dal costo troppo elevato del risparmio suscettibile di essere investito, che ricomincia ad accumularsi durante la depressione lunga. Egli trasferisce al ciclo lungo l’analisi che il suo maestro Tugan-Baranovskij  aveva fatto per il ciclo classico. Ma se il fattore che egli propone può in certi casi giocare un ruolo minore a livello di cicli brevi, se ne concepisce difficilmente la trasposizione a lunghi periodi di tempo. Infatti una massa di risparmio come potrebbe restare per tanto tempo inutilizzata ?

Lev Trotzki si interessò delle onde lunghe per indicare che, a differenza del movimento classico, esse non hanno statuto di ciclo. Soprattutto non si possono spiegare le onde lunghe come il ciclo classico e cioè attraverso la struttura e la dinamica del sistema capitalistico. Esse sarebbero determinate non da fattori endogeni, ma dall’ambiente esterno nel quale il capitalismo si propaga (conquiste coloniali, scoperte di nuove risorse, rivoluzioni, guerre) mentre Kondratiev pensa che questi elementi si integrano nel processo generale della dinamica economica e sociale. Questa tesi di Trotzki (poco marxiana) diventerà la teoria ufficiale degli economisti sovietici. In realtà nel periodo di relativo ristagno tra le due guerre e soprattutto dopo la crisi del 1929 diveniva essenziale poter annunciare la crisi finale del capitalismo. La teoria di Kondratiev mostrando che il capitalismo poteva rinascere fu considerata eretica ( e lui nel 1930 fu arrestato e condannato a morte).

Schumpeter non si accontenta di constatare la concomitanza esistente tra fasi prolungate di espansione e messa in atto di massicce ondate di innovazioni (macchina a vapore per il primo Kondratiev, ferrovia per il secondo, motore a scoppio ed elettricità per il terzo, forse automobile ed elettronica per il quarto) ma mette tale concomitanza al centro di ciò che considera una teoria esplicativa. Per lui infatti sono queste ondate di innovazioni messe a punto durante le fasi depressive che provocano l’espansione prolungata (queste imprese trovano, alla fine della fase B, abbondanti capitali pronti per essere investiti).ma la teoria di Schumpeter non fa che spostare il problema, giacchè bisogna spiegare come si crea il progresso tecnico. Ernest Mandel, discepolo di Trotzki, pur designando come fattore essenziale il movimento di lungo termine del tasso di profitto, spiega la corrispondenza tra espansione prolungata e messa in atto delle rivoluzioni tecnologiche, dicendo che queste ultime centrate su nuovi tipi specifici di sistema di macchine cambiano l’organizzazione del lavoro e di conseguenza i rapporti sociali, creando un contesto che amplifica la crescita.



 Tra i primi tentativi di spiegazione dei movimenti lunghi alcuni hanno proposto il ruolo dell’allargamento del mercato mondiale, sia per l’ingresso di grandi paesi come Usa,Germania e Giappone, sia per le conquiste coloniali motivate dalla ricerca di materie prime o di sbocchi per le industrie dei paesi sviluppati. Effettivamente le principali spedizioni coloniali si situano alla fine dei periodi di depressione ed all’inizio dei periodi di espansione prolungata. Infine alcuni economisti quali lo svedese Gustav Cassell hanno cercato un fattore esplicativo al livello dei fenomeni monetari sulla base della teoria quantitativa della moneta : se la massa monetaria aumenta più velocemente della produzione, i prezzi tendono necessariamente a salire il che stimola la produzione. Nel quadro del gold standard (sistema aureo) nel quale la massa monetaria in circolazione è legata alle riserve auree detenute dalle banche, è stato messo effettivamente in luce un certo sincronismo non molto stretto tra i cicli lunghi e le variazioni delle riserve auree. Come è stato sottolineato dallo stesso Kondratiev non si può considerare però la produzione di oro come un fattore indipendente nella misura in cui la ricerca di oro è fortemente stimolata dall’intensità più o meno elevata dell’attività economica e dal movimento dei prezzi. La produzione di oro non può essere considerata come causa prima, ma solo come causa concomitante dell’impulso delle fasi di espansione. A partire dalla prima guerra mondiale l’oro non esercita più alcuna influenza sul movimento lungo. Quanto alla moneta non metallica, essa è oggetto di politiche monetarie che giocano a partire dagli anni ’30 un ruolo importante nella regolazione della congiuntura. Le prime interpretazioni dei cicli lunghi non possono essere considerate soddisfacenti nella misura in cui mettono in rilievo un solo fattore esplicativo, poiché il processo del movimento lungo si è rivelato troppo complesso.


12 agosto 2010

Claudio Napoleoni : caduta del saggio di profitto e crisi di realizzo

 

La causa fondamentale che interrompe secondo Marx il processo di circolazione e produce le crisi è il declino del saggio di profitto : infatti quando questo saggio subisce una caduta tale da indurre i capitalisti a desistere dall’investimento e a mantenere il capitale nella forma monetaria in attesa di circostanze più propizie, la continuità del processo di circolazione è interrotta e scoppia la crisi. La caduta del saggio di profitto può essere legata sia alle cause di lungo periodo di cui si è già parlato prima, sia per l’impossibilità da parte dei capitalisti di vendere le merci a loro valore. Ciò che sta dietro alla diminuzione del saggio di profitto in un caso è assai diverso a ciò che sta dietro nell’altro caso : nel primo caso abbiamo a che fare con movimenti nel saggio del plusvalore e nella composizione organica del capitale, mentre rimane inalterato il sistema del valore. Nell’altro caso si ha a che fare con forze non ancora specificate ma che tendono a creare una generale carenza della domanda effettiva di merci, non nel senso che la domanda sia insufficiente ad acquistare tutte le merci offerte, ma nel senso che essa è insufficiente ad acquistarle tutte ad un soddisfacente saggio di profitto. 



In corrispondenza con questa alternativa, si sono sviluppate due linee interpretative del problema delle crisi, circa le cause che possano deprimere il saggio di profitto :

·         La prima di M. Dobb considera che il principio fondamentale della spiegazione delle crisi sia la caduta tendenziale del saggio di profitto, mentre la sproporzione tra produzione e consumo è solo un fattore subordinato. Per Dobb il consumo è un importante elemento incidentale e il conflitto tra produttività e consumo è un aspetto della crisi, ma rimane soltanto un aspetto, mentre Marx considerava la contraddizione entro la sfera della produzione tra crescente capacità produttiva e decrescente profittabilità del capitale (dunque tra forze produttive e rapporti produttivi nel capitalismo), il punto essenziale della questione. La crisi dunque appare come la reazione violenta che il sistema mette in atto nel tentativo di contrastare la legge della caduta del saggio di profitto. Infatti nella misura in cui la crisi rende improduttivo il capitale esistente o addirittura lo distrugge, essa determina una riduzione o annullamento del valore del capitale e quindi una riduzione della sua composizione organica, così che il saggio di profitto riprende a salire. In questa stessa direzione agisce anche l’aumento di disoccupazione che è prodotto dalla crisi, in quanto l’allargamento dell’esercito industriale di riserva riduce il prezzo della forza-lavoro occupata e crea le condizioni per una crescita del saggio di plusvalore, preparando il terreno ad una ripresa del processo di investimento. Da queste considerazioni che Marx ha sviluppato la teoria della crisi assume i connotati di una teoria del ciclo economico : crisi e depressione si configurano non come tempo difficile, ma come mezzo specifico a cui il sistema ricorre periodicamente per porre rimedio ai danni causati dalla prosperità. Un ritmo accelerato di accumulazione causa una reazione sottoforma di crisi, ricostituendo l’esercito di riserva, deprezzando il capitale e ristabilendo la vantaggiosità della produzione. Questa tesi malgrado il suo impianto classico ha avuto una posizione di minoranza all’interno della tradizione marxista, dove ha invece trovato più ascolto

·         La teoria delle crisi di realizzo per la quale la crisi discende sempre dalla caduta del saggio di profitto, ma questo declino non è spiegato con l’aumento della composizione organica di capitale, bensì con l’impossibilità per i capitalisti di realizzare il pieno valore delle merci che essi producono. In questo caso si tratta di teorie che provengono da autori che non concordano con Marx nel riconoscimento della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. All’interno di questa linea interpretativa si possono individuare due sottoclassi : la prima è quella per cui le crisi derivano da sproporzioni tra i vari settori della produzione. Secondo questa linea nel capitalismo ogni imprenditore produce sulla base di una conoscenza limitata ed incompleta delle richieste del mercato. Il risultato è che ognuno produce sempre troppo o troppo poco e i prezzi di vendita oscillano sempre al di sopra o al di sotto dei valori. Questa sproporzione deriva dall’assenza di un piano e se riguarda un ramo della produzione particolarmente importante che può indurre squilibri in altri settori vitali, essa può far precipitare l’intera economia in una crisi generale. Tale ipotesi è già presente in Marx dove parla della possibilità della migrazione di capitale da una branca di produzione ad un’altra e dove dice che tale migrazione può implicare una crisi. L’autore che per primo ha dato rilievo e diffusione a questa spiegazione è stato l’economista russo Tugan-Baranovskij, il quale respinse la tesi sia che le crisi derivano dalla caduta tendenziale del saggio di profitto, sia che risultino dal sottoconsumo delle masse. Egli affermò che non vi può mai essere né sovrapproduzione né deficienza di domanda, purchè la produzione nei vari settori sia proporzionata. La tesi che la crisi deriverebbe da sproporzioni fu adottata da Hilferding, ma influenzò anche Lenin nella critica alle tesi sottoconsumistiche, populistiche e sismondiane circa l’impossibilità da parte del capitalismo di sviluppare un proprio mercato. La spiegazione di Tugan Baranovskij finiva con il negare il carattere organico dei mali del capitalismo e con il suggerire che il sistema può porre rimedio ai suoi guai. La seconda sottoclasse della linea interpretativa qui esaminata afferma appunto la crisi causata da deficienza della domanda. All’origine di queste teorie sottoconsumistiche, oltre all’influenza di Sismondi vi è quella di Malthus per il quale il profitto può declinare non per un aumento dei salari ma per una caduta nei prezzi delle merci dovuta a deficienza della domanda, a sua volta causata dal fatto che l’accumulazione di capitale avviene troppo velocemente ed a spese del consumo. Anche Rodbertus abbracciò questo punto di vista e Dobb ha commentato che una teoria formulata originariamente come apologia dei proprietari terrieri e dei detentori di titoli di stato, divenne un’arma nelle mani del proletariato. La tesi di Tugan per la quale se anche dovesse scomparire quel settore del consumo che è rappresentato dalla classe operaia, ciò non disturberebbe il processo di valorizzazione del capitale, agì come un vero e proprio catalizzatore per le teorie sottoconsumistiche, le quali però contrapposero a Tugan un errore non meno grave e cioè quello di considerare la produzione come produzione per il consumo, mentre nel capitalismo questa finalizzazione è soltanto secondaria, in quanto il movente della produzione capitalistica è l’accrescimento del plusvalore. Ciò non significa che Marx avrebbe condiviso le tesi di Tugan : egli respinge la versione più rozza del sottoconsumo con l’argomento che l’esplosione della crisi è preceduta in genere da un regime di alti salari e tuttavia in altri passi Marx insiste con forza sulla contraddizione che insorge tra l’impulso del capitalismo ad espandere illimitatamente la produzione ed il suo interesse a limitare almeno parzialmente il consumo. Dobb ha in parte riconosciuto che la sua critica al sottoconsumismo di Sweezy era in parte ingenerosa. Tuttavia la spiegazione della crisi deve essere valutata nel quadro dell’affermazione marxiana che la logica del capitalismo è la produzione per la produzione e non la produzione finalizzata immediatamente al consumo (come è invece nella maggior parte dei teorici del sottoconsumo).


11 agosto 2010

Ma cos'è questa crisi : Keynes e Kalecki visti da Boyer

 

Sia che la si prenda dal punto di vista della tendenza alla sovracapitalizzazione, sia che la si consideri in termini di difficoltà di aggiustamento delle capacità produttive o di aumento dei costi, l’analisi dell’accumulazione nel corso del periodo di espansione sbocca così in modo diversi sul problema centrale : la minaccia che incombe a termine sul tasso di profitto che è il motore dell’accumulazione. Già l’economista neoclassico Knut Wicksell sottolineava la necessità, per suscitare l’espansione, di una differenza positiva tra il tasso di rendimento atteso del capitale di nuova creazione (tasso naturale di interesse) e il tasso monetario o tasso corrente di interesse (quello praticato dalle banche) di cui l’espansione tende a provocare l’aumento (questo tema è stato sviluppato anche da von Hayek). Da questo scarto nasce un processo cumulativo che sfocia a termine nel sovra-investimento, tenuto conto delle prospettive di profitto. Le analisi qui viste riprendono il tema centrale di Marx, arricchendone la comprensione del processo.  

Keynes, ispirandosi a Wicksell per quanto concerne il ciclo vede la causa essenziale nella variazione ciclica del tasso di rendimento atteso del capitale più produttivo, rappresentato da ciò che egli chiama l’efficienza marginale del capitale. Le aspettative (che giocano un ruolo centrale nell’analisi keynesiana) riposano su basi fragili. Per quanto riguarda il tasso di profitto, esse sono, durante la fase di espansione del ciclo, generatrici a termine di una situazione di sovrainvestimento. Anche se l’efficienza marginale del capitale diminuisce necessariamente con l’espansione, le aspettative sono eccessive relativamente all’aumento del costo del capitale e del tasso di interesse : il sovrainvestimento è dunque relativo. Questa situazione sfocia in un capovolgimento delle aspettative, una caduta improvvisa dell’efficienza marginale del capitale che conduce alla crisi per cessazione dello stimolo ad investire. La crisi nasce dunque dall’azzeramento dello scarto tra il rendimento scontato del capitale ed il tasso d’interesse. Mentre quest’ultimo dovrebbe essere abbassato, esso viene invece alzato. Keynes mette così in discussione la capacità degli imprenditori di gestire l’investimento senza produrre crisi.

L’economista polacco Michal Kalecki svilupperà l’analisi di Keynes imperniando la sua impostazione sul tema delle aspettative che governano le decisioni di investimento degli imprenditori. Se l’investimento è determinante per il livello dell’attività economica, esso è a sua volta determinato (per quanto riguarda il suo volume) dal livello dell’attività attuale ed alla variazione di questo rispetto ai periodi anteriori, il che introduce qui la nozione di ritardo temporale. L’investimento può essere così il risultato di aspettative eccessivamente ottimistiche (poiché fondate su una congiuntura passata) e la tragedia dell’investimento è ciò che conduce alla crisi prima di aver potuto produrre i suoi pieni effetti. In tal modo Kalecki chiama in causa il capitalismo in quanto la capacità produttiva diventa troppo grande per sostenere il tasso di profitto.



Una impostazione diversa ma complementare è quella del grande teorico dei cicli e della dinamica economica Joseph Schumpeter, la cui analisi è incentrata sul processo dell’innovazione tecnologica che è l’applicazione effettiva ed operativa di una invenzione scientifica. È l’innovazione che (per mezzo dell’intervento dell’imprenditore dell’investimento) fa uscire l’economia dal circuito della semplice ripetizione di periodo in periodo e la spinge nel processo dell’evoluzione economica. Le innovazioni vengono a grappoli e si generalizzano attraverso un effetto di diffusione a partire dagli imprenditori più dinamici che fanno largamente ricorso al credito per spezzare il circuito. L’applicazione e la diffusione dell’innovazione generatrice di profitto corrispondono al periodo di espansione, ma quando la generalizzazione è compiuta, il boom degli investimenti innovativi si esaurisce e con ciò le prospettive di profitto si deteriorano e sopraggiunge la crisi e la depressione (Schumpeter ha previsto anche che il capitalismo si estinguerà a causa della burocratizzazione del processo innovativo). La ripresa avrà luogo sotto l’effetto dell’abbondanza di capitali pronti per essere investiti e quello della caduta dei tassi d’interesse. Mettere in relazione investimento ed innovazione è certamente importante soprattutto con riguardo ai movimenti lunghi dell’economia. Ma è difficile considerare innovazioni e progresso tecnico come processi autonomi.


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