.
Annunci online

  pensatoio passeggiate per digerire l'attuale fase storica
 
Diario
 


 

 

Sono marxista

 




Darfur Day

Annuncio Pubblicitario

gaza_black_ribbon






sotto la media l'Italia arranca, con questi media l'Italia crepa







  


        
Articoli di filosofia

Il futuro delle filosofie
http://www.italonobile.it/Il%20futuro%20delle%20filosofie.htm

L'argomentazione apagogica sulla verità in Vittorio Hosle
http://www.italonobile.it/Esiste%20verità.htm

Pensiero di Pensiero...
http://www.italonobile.it/pensiero%20di%20pensiero.htm

La teoria delle descrizioni definite di Bertrand Russell

La x è solo un segno ?

Dall'assenza del segno al segno dell'assenza

Dallo zero alla variabile


Frege e la negazione

Frege e l'esistenza

Senso e denotazione in G. Frege

Concetto e Oggetto in G. Frege

Frege e la logica

Frege e il pensiero

Concetto e rappresentazione in G.Frege

Funzione e concetto in G. Frege

Il senso e la denotazione dei concetti in Frege

La connessione dei concetti in Frege

Ontologia del virtuale
http://www.italonobile.it/Ontologia%20del%20virtuale.htm

L'eliminazione della metafisica di R. Carnap

Conoscenza e concetto in M. Schlick

Schlick e la possibilità di altre logiche

Tempo e spazio in Schlick

Schlick e le categorie kantiane

Apparenza e realtà in Schlick

Concetti e giudizi in Schlick

Analitico e sintetico in Schlick

Evidenza e percezione in Schlick

Giudizio e conoscenza in Schlick

Il reale secondo Schlick

La critica di Schlick all'intuizione

Definizioni e sistemi formali in Schlick

La logica in Schlick

La verificazione in Schlick

La verità in Schlick

Lo scetticismo nell'analisi secondo Schlick

Lo scopo della conoscenza in Schlick

Logico e psicologico in Schlick

L'unità di coscienza secondo Schlick

Schlick e la svolta della filosofia

Schlick e l'induzione

Matematica e realtà in Schlick


Alexius von Meinong e la teoria dell'oggetto


Bernard Bolzano e una logica per la matematica

Contenuto e oggetto in Kazimierz Twardowski

Jean Piaget e la conservazione delle quantità continue

L'attualità di Feyerabend

Sul Gesù storico
http://www.italonobile.it/La%20spartizione%20delle%20vesti.htm

La coscienza secondo Thomas Nagel
http://www.italonobile.it/la%20doppia%20vita%20del%20conte%20Dracula.htm

Filosofia e visione
http://www.italonobile.it/l'immagine%20della%20filosofia.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614562

Ermeneutica della luce e dell'ombra
http://www.italonobile.it/all'ombra%20della%20luce.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614557

Il test di Fantuzzing: mente e società
http://www.italonobile.it/Test%20di%20Fantuzzing.htm

Metafisica oggi
http://www.italonobile.it/metafisica.htm

La merce in Marx

Una teoria marxista della crisi : un primo livello di riflessione


Globalizzazione economica e giuridica
http://www.italonobile.it/globalizzazione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615609

Guerra, marxismo e nonviolenza
http://www.italonobile.it/Guerra,%20marxismo%20e%20non%20violenza.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615613

Utopia e stato d'eccezione
http://www.italonobile.it/utopia%20e%20stato%20d'eccezione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=622445

Il reddito di cittadinanza
http://www.crisieconflitti.it/public/Nobile1.pdf

Keynes da un punto di vista marxista

Appunti marxiani 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10



STORIA DEI NUMERI E DELLE CIFRE NUMERICHE
http://www.italonobile.it/genealogia%20della%20matematica.htm

La comunicazione nel linguaggio scientifico e la filosofia

 http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614558



Lemmi Wikipedia da me integrati
Alexius Meinong
Bernard Bolzano
Storia dei numeri
Sistema di numerazione
Sistema di numerazione cinese
Sistema di numerazione maya


Il Capitale di Marx e altro
1 2  3  4  6  7  8  9
10  11  12  13  14  15  
16  17  18  19  20  21
22  23  24  25  26  27
28  29  30  31  32 

 

Dibattito su Emiliano Brancaccio
1 2 3

Quelli che la crisi l'avevano prevista

Cazzari Nobel

Le molte cazzate del Nobel cazzaro

 

DISCLAIMER (ATTENZIONE):
l'Autore dichiara di non essere
responsabile per i commenti
inseriti nei post. Eventuali
commenti dei lettori, lesivi
dell'immagine o dell'onorabilità
di persone terze non sono da
attribuirsi all'Autore, nemmeno se
il commento viene espresso
in forma anonima o criptata.







11 agosto 2010

Claudio Napoleoni : le crisi cicliche e la circolazione capitalistica

 

Quanto alle crisi cicliche che colpiscono periodicamente il sistema capitalistico, Marx ammette che esse sono fenomeni complessi che si producono per una serie di numerosi fattori : la crisi reale può essere spiegata per Marx solo con il reale movimento della produzione capitalistica della concorrenza e del credito, e cioè con i processi che caratterizzano l’intera struttura dei mercati e tutto il meccanismo finanziario che rende il sistema economico reale molto più complicato dei modelli analizzati da Marx. Per cui quest’ultimo può analizzare le crisi solo ad un alto livello di astrazione. A suo dire la forma generale con cui si manifesta la crisi nelle condizioni capitalistiche è quella di una interruzione nel processo di circolazione delle merci. Tale interruzione si ha nel momento in cui le due fasi della domanda e dell’offerta (Marx dice della compra e della vendita) si separano ed entrano in contraddizione tra loro : se A vende e poi non riesce a comprare da B a sua volta B non essendo riuscito a vendere ad A non può comprare da C e così via. In passato le crisi erano sempre sinonimo di carestia, cioè di insufficienza dell’offerta, della produzione. Adesso invece la crisi è crisi di sovrapproduzione che vede da un lato merci invendute e dall’altro bisogni insoddisfatti. 



Ma quale è la causa di tale separazione tra l’acquisto e la vendita ? Marx critica gli economisti che vedono la causa della crisi in questa separazione, in quanto la separazione è la forma generale della crisi, non ne è la causa. La possibilità della crisi è già contenuta nella circolazione semplice (M-D-M), cioè dovunque, dal semplice baratto (M-M) si sia passati a forme più sviluppate dello scambio e quindi alla comparsa del denaro che ha la funzione di separare nel tempo e nello spazio l’acquisto dalla vendita. Il produttore in questo caso non deve andare più in cerca (come nel baratto) di chi abbia ciò che egli desidera e che contemporaneamente desideri ciò che egli ha. Grazie al denaro egli può vendere il suo prodotto quando è pronto e acquistare ciò di cui ha bisogno quando gli pare. Se non che se la circolazione semplice delle merci contiene già la possibilità di una interruzione nel processo di scambio, essa non contiene alcuna causa reale perché tale interruzione si verifichi di fatto ed in forma generalizzata. Prova ne sia il fatto che, mentre non c’è crisi senza circolazione delle merci e del denaro, c’è stata invece circolazioni delle merci e del denaro molto tempo prima della produzione capitalistica e senza che si siano mai manifestate crisi. La mancata distinzione tra produzione mercantile semplice e produzione capitalistica è la ragione della differenza tra Marx e gli economisti classici, ed al tempo stesso la ragione del fatto che questi ultimi tendano a negare il fenomeno delle crisi. Uno degli esempi più significativi a questo riguardo è la legge degli sbocchi di Say, dove la giusta tesi che le crisi e la sovrapproduzione sono improbabili nella produzione mercantile semplice, diventa la falsa tesi che la crisi e la sovrapproduzione sono impossibili anche nelle condizioni storiche capitalistiche, al costo notevole di negare la specificità stessa della produzione capitalistica. Per Marx la circolazione del denatro come capitale contiene non solo la possibilità della crisi (come nel caso della circolazione semplice) ma anche la causa che la traduce in atto. Nel modello di circolazione capitalistica (D-M-D’) basta anche una riduzione del surplus di valore mediante cui D diventa D’ (che è l’incentivo della produzione capitalistica) perché il possessore del denaro (inteso come capitale) torni a considerare seriamente se valga la pena o meno che egli metta il suo D in circolazione, ovvero che egli investa il suo denaro nell’acquisto dei valori del processo produttivo (forza-lavoro e mezzi di produzione).


10 agosto 2010

Ma cos'è questa crisi : Boyer su tre temi accanto a quello del sottoconsumo

 

La teoria delle crisi avrà numerosi sviluppi alla fine del 1800 e l’inizio del ‘900. Tutti gli autori interessati cercano di spiegare le crisi e le fluttuazioni sulla base di un fattore esplicativo spesso pertinente ma non sufficiente, iscritto in un insieme teorico specifico o debolmente collegato allo schema analitico delle grandi scuole di pensiero. 




Oltre alle tesi concernenti il sotto-consumo operaio (Hobson) possono essere individuati tre principali temi :

1.      La questione del risparmio e del credito. Tugan-Baranovskij, che insiste sul ruolo della produzione dei mezzi di produzione nello svolgimento del ciclo, propone una spiegazione delle crisi fondata su di un processo di sovracapitalizzazione rispetto al risparmio disponibile a mano a mano che avanza l’espansione. Non vi sarebbe dunque una tendenza all’eccesso di risparmio, ma al contrario una insufficienza di risparmio, tenuto conto del livello dell’investimento. In altre parole il sistema economico sarebbe incapace di agiustare il flusso di risparmio alle esigenze dell’accumulazione, esigenze crescenti lungo il periodo di espansione, mentre per Tugan è l’ammontare dei fondi dei capitali disponibili che determina il livello dell’investimento. Questo tipo di impostazione però ipotizza che il processo di formazione del risparmio e quello dell’investimento siano perfettamente distinti, cosa assolutamente non ovvia. Alcuni hanno ripreso questo schema completandolo con l’introduzione del credito bancario : nella misura in cui le imprese che investono fanno ricorso a denaro a credito fornito dal sistema bancario (e suscettibile di sostituire il risparmio), questo può venire meno (Wicksell, Fisher, von Mises, Robertson). In regime di goldstandard in particolare, il sistema bancario può essere indotto a giudicare eccessiva l’espansione del credito ed a frenarla (con il razionamento o con l’aumento del tasso d’interesse) qualora l’espansione giunga ad avere una copertura insufficiente ed emerga un abuso di credito. Keynes capovolgerà questo tipo di analisi mostrando il ruolo primario dell’investimento ed il ruolo secondario del risparmio : grazie al suo effetto moltiplicatore del reddito ogni incremento dell’investimento tende sotto certe condizioni a creare alla fine del periodo un eguale ammontare di risparmio indotto (sul reddito distribuito attraverso questa spesa).

2.      La questione dell’aggiustamento delle capacità produttive. La questione della sovracapitalizzazione viene affrontata da un altro punto di vista analitico complementare a quello di Marx, dall’economista francese Aftalion : in periodo di espansione, l’investimento netto (accrescimento delle capacità produttive è per Aftalion suscitato dalla crescita della domanda finale. Ma a causa di necessari sfasamenti temporali, dato che la fabbricazione di beni capitali richiede tempo (secondo il principio del ritardo di investimento), l’investimento stesso nel momento in cui alimenta l’espansione produce a termine una situazione di sovracapacità (sovracapitalizzazione) questa volta in rapporto alla domanda. Questa situazione è generatrice di crisi per via della sovrapproduzione che essa comporta. La creazione delle capacità produttive in un’economia di imprese private non coordinate, potrebbe non risultare proporzionale all’evoluzione della domanda. Da questa osservazione è nato il principio di accelerazione (Aftalion e Clark) che rappresenta la prima funzione di investimento, ossia la prima relazione formale tra l’investimento e la produzione elaborata nella storia della teoria economica. Questo principio fortemente semplificatore si basa sul fatto che la domanda di beni di investimento da parte degli imprenditori sarebbe funzione della sola domanda dei prodotti finali, cioè sarebbe una domanda derivata, indotta da questa domanda finale. Di qui, se l’investimento è proporzionale alla variazione della domanda, la variazione dell’investimento di un periodo sull’altro è anch’essa proporzionale alla variazione del ritmo di questa domanda. Ciò si traduce in un azione fortemente amplificatrice dell’innalzamento della domanda di beni di consumo su quella dei beni di investimento. Questa azione condurrebbe al sovrainvestimento e quindi alla sovracapitalizzazione man mano che l’espansione progredisce e poi al contrario all’arretramento brusco dell’investimento nella depressione.

3.      La questione dell’innalzamento dei costi nell’espansione. Questa tesi del francese Jean Lescure sottolinea il ruolo dell’aumento dei costi nel corso dell’espansione e il suo effetto negativo sull’evoluzione del tasso di profitto atteso. Così, al termine di un periodo di sviluppo, i costi di impianto e i prezzi di produzione salirebbero più dei prezzi di vendita, il che non permetterebbe più agli imprenditori di attendersi dalle loro nuove imprese un tasso di profitto sufficiente. Ciò deriverebbe dall’aumento (nettamente superiore a quello degli altri settori) dei prezzi di prodotti di base minerali e metallurgici che registrano una domanda crescente eccezionalmente intensa nel corso dell’espansione. Deriverebbe anche dall’aumento dei tassi d’interesse (più rapido di quello del prezzo delle merci) sotto l’effetto delle tensioni sul mercato finanziario (il risparmio sembra insufficiente solo perché il tasso d’interesse cresce) e dall’innalzamento del tasso di salario unito alla flessione del rendimento della manodopera a mano a mano che l’espansione conduce ad una situazione vicina al pieno impiego. L’aumento dei prezzi di vendita non basta a compensare l’aumento dei costi, di modo che la caduta dei profitti precede quella dei prezzi ed annuncia la crisi. Vi è qui un fattore esplicativo che completa l’analisi della sovrapproduzione in rapporto alla domanda effettiva.


10 agosto 2010

Claudio Napoleoni : la caduta tendenziale del saggio di profitto

 

Parlando della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, Marx afferma che per aumentare il plusvalore, il capitale deve accrescere la produttività del lavoro. Quest’ultima infatti (determinando una diminuzione del tempo di lavoro incorporato nei singoli prodotti e dunque una diminuzione del valore delle singole merci) determina anche la diminuzione del tempo di lavoro necessaria a produrre i mezzi di sostentamento dell’operaio. Essa riduce la parte della giornata lavorativa in cui la forza-lavoro riproduce se stessa per accrescere, all’inverso, il tempo di lavoro supplementare che l’operaio cede al capitale e cioè il pluslavoro e il plusvalore prodotto. Per aumentare la produttività del lavoro il capitale deve rivoluzionare costantemente la base tecnica della produzione introducendo nuovo capitale costante ed accrescendo la composizione organica del capitale. L’aumento della produttività del lavoro è sinonimo dell’aumento del saggio del plusvalore (o saggio di sfruttamento). Ma al tempo stesso con l’accresciuta composizione organica del capitale si ha una caduta del saggio di profitto e cioè del rapporto che il plusvalore ha non solo con il capitale variabile, ma con tutto il capitale (costante + variabile).

La legge è a doppio taglio : il saggio di profitto diminuisce non perché il lavoro divenga meno produttivo, ma proprio perchè diventa più produttivo. Il saggio della forza motrice della produzione capitalistica e se tende dunque ad affievolirsi, vuol dire che il destino di tutto il sistema è segnato. Lo sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale è la missione storica del capitale, ma è appunto mediante tale sviluppo che lo stesso capitale crea le condizioni materiali di una forma più elevata di produzione : la ragione di vita del capitale diventa il suo limite e la sua ragione di morte. Il mezzo viene permanentemente in conflitto con il fine ristretto, cioè la valorizzazione del capitale esistente. Le forze che agiscono sul saggio di profitto sono il saggio del plusvalore e la composizione organica del capitale. Lo sviluppo della produttività del lavoro le fa aumentare entrambe, ma la composizione organica finisce per incidere maggiormente nel lungo periodo. 



A questo ragionamento è stata fatta la seguente obiezione : nel descrivere la caduta del saggio di profitto sembra che Marx assuma che il saggio di plusvalore rimanga costante, ma l’aumento della produttività del lavoro tende ad aumentare il saggio di plusvalore. Mentre i due fenomeni sono effetti opposti ma inscindibili dell’accresciuta produttività del lavoro, Marx compie l’errore di separarli considerando più rilevante l’aumento di composizione organica del capitale. Sia von Bortkiewicz che Sweezy criticano questa asimmetria, dal momento che le due variabili sono da considerarsi di importanza eguale, per cui non si può dire a priori quale delle due prevarrà. Se gli sforzi dei capitalisti riusciranno a stabilizzare il saggio di profitto o se essi agiranno solo per affrettarne il declino è un risultato che non può essere previsto. Anche Joan Robinson ha criticato Marx dicendo che poiché la crescita della produttività del lavoro non ha limiti il saggio di plusvalore può svilupparsi in misura tale da prevalere sull’altra tendenza (la crescita della composizione organica di capitale). Le successive interpretazioni (Rosdolsky e Meek) hanno accertato che in Marx il saggio di plusvalore non rimane costante, ma il suo aumento non avrebbe impedito complessivamente la caduta del saggio di profitto. Un’altra critica possibile al ragionamento di Marx riguarda gli effetti che l’aumento della produttività di lavoro ha sulla composizione organica di capitale : infatti l’aumento della produttività riduce non solo il valore delle merci che entrano a comporre i mezzi di sussistenza della forza-lavoro, ma riduce anche il valore delle macchine e delle materie prime, così che all’aumento del volume fisico del capitale costante (composizione tecnica del capitale) non corrisponde sempre l’aumento della composizione organica (che è un espressione di valore). Su questo ha molto insistito Natalie Mosszkowska. Quest’ultima ha sottolineato il ragionamento di Marx dove questi dice che la produzione delle macchine costa meno lavoro di quanto il loro uso ne sostituisca e poiché il capitale non paga il lavoro, ma il valore della forza-lavoro usata. Per esso l’uso delle macchine è limitato dalla differenza tra il valore della macchina e il valore della forza-lavoro da essa sostituita : il che significa che il capitalismo introduce solo le innovazioni tecniche che possono moltiplicare più volte la produttività del lavoro e dunque il saggio del plusvalore. L’immissione sempre più immediata e diretta della scienza nel processo produttivo ha a sua volta aumentato la possibilità che, all’aumento della composizione tecnica del capitale, si accompagni un aumento assai più modesto della sua composizione organica. In realtà sia la Mosszkowska che Sweezy non riescono a ricostruire nei suoi termini reali il discorso di Marx. La loro critica fa perno su due argomenti : il primo è che l’incremento della fora produttiva del lavoro avrebbe la capacità di determinare una tale riduzione di valore del capitale costante da impedire l’aumento della composizione organica del capitale. Il secondo argomento è che il saggio del plusvalore possa in va di principio accrescersi di pari passo alla composizione organica del capitale, così da annullare gli effetti che questa ha sul declino del saggio di profitto. In realtà però Marx accenna anche al fatto che sia l’abbassamento del valore del capitale costante, sia l’aumento del saggio di plusvalore sono condizionati da limiti assoluti che sono quelli fisici legati alle materie prime e quelli naturali legati alla capacità di lavoro dell’essere umano : i processi organici vegetali ad es. non sono disponibili come quelli puramente meccanici o chimici. Oppure il pluslavoro giornaliero di due operai non può mai compensare il pluslavoro orario di cinquanta operai. Secondo altri interpreti (Gillmann e Pietranera) la caduta tendenziale del saggio di profitto ha avuto effettivamente luogo e si è di fatto realizzata nel periodo a cavallo tra i due secoli, ma che il capitalismo ha reagito ad essa con lo sviluppo del monopolio, entrando così in una fase qualitativamente nuova in cui quella legge non trova più applicazioni : ci furono due principali contromisure e cioè da un lato la formazione di varie specie di combinazioni industriali e bancarie, con l’intento di ridurre l’aria della concorrenza, controllare l’investimento della produzione ed eliminare e pratiche distruttive delle riduzioni dei prezzi. D’altro canto c’è stato un aumento progressivo della scala di produzione con l’intento di ottenere economie di scala ed innovazioni tecnologiche volte ad elevare la produttività del lavoro. Il risultato di questo processo è stato che la natura del capitale costante ha subito un cambiamento qualitativo che è stato nascosto dalla sua espressione quantitativa tradizionale. La sempre maggiore sostituzione di macchine più costose con macchine meno costose e la sempre maggiore economia nel consumo di materie prime hanno rallentato l’espansione quantitativa del capitale costante (sia nel valore che nella massa materiale dei suoi componenti). Questo spiegherebbe la relativa immobilità della composizione organica del capitale a partire dalla prima guerra mondiale, per cui nel periodo del capitale monopolistico il problema della caduta tendenziale del saggio di profitto diventa soprattutto il problema della realizzazione del plusvalore netto. Le nuove interpretazioni di Rossdolsky e le tesi di Gillmann rivendicano il crollo come un requisito essenziale dell’analisi di Marx, nonostante le perplessità di Dobb.


9 agosto 2010

Ma cos'è questa crisi : Marx visto da Boyer

 

Marx riprende gli spunti di Sismondi e aggiunge la questione del conflitto di classe e del livello di sviluppo delle forze produttive, oltre alla consapevolezza del carattere storico di quelle leggi economiche che gli economisti classici consideravano simili a quelle fisiche.

Per Marx la crisi è resa possibile dal fatto che in un’economia di scambio generalizzato si ritrova ad avere produzione e consumo come due operazioni separate. I beni non vengono prodotto in vista del consumo, ma per essere venduti con un profitto sufficiente e ad un ritmo abbastanza rapido perché il capitale investito si trovi valorizzato. Le crisi appaiono con una certa regolarità per la logica stessa dell’accumulazione del capitale. L’investimento realizzato a livello dell’impresa capitalistica individuale nei settori di attività che nella congiuntura immediata appaiono suscettibili di fruttare i tassi di profitto più elevati, viene effettuato senza che sia assicurata una domanda effettiva per le merci prodotte. Non vi è coordinamento apriori delle decisioni di investire né regolazione se non a posteriori sul mercato che sanziona gli errori di previsione. Questo è per Marx l’effetto di una contraddizione nel sistema economico tra il carattere sociale della produzione ed il carattere privato della proprietà dei mezzi della produzione e delle decisioni economiche. La maggior parte dei produttori non possono acquistare l’equivalente di ciò che producono e devono fornire un sovrappiù o plusvalore ai capitalisti che ritengono occupati. Questo primo fattore si traduce in delle sproporzioni della produzione in rapporto alla domanda effettiva. Tali sproporzioni si allargano ai diversi settori dell’economia (ad es. tra sezione dei mezzi di produzione e sezione dei beni di consumo). Tale effetto viene rafforzato nel fenomeno del sottoconsumo operaio : per la natura stessa del sistema economico, l’imprenditore cercando di massimizzare il suo profitto esercita costantemente una pressione sui salari che per lui sono un costo ma che d’altra parte (a livello sociale) costituiscono un elemento della domanda complessiva, elemento sempre più importante mano a mano che si diffonde il rapporto di lavoro salariato. Si generano così situazioni di sovrapproduzione non in rapporto ai bisogni esistenti ma in rapporto alla domanda effettiva (solvibile).



A partire dal momento in cui, in uno o più settori di attività compare sovrapproduzione, il tasso di profitto si abbassa sotto l’effetto della flessione dei prezzi effettivamente praticabili. Ciò può portare ad un aggiustamento, dirigendo i capitali verso investimenti in altre attività. Ma può rivelarsi insufficiente qualora le disparità siano troppo grandi, informazione imperfetta ed i capitali non sufficientemente mobili. Per Marx questo fenomeno è rafforzato dall’effetto della legge tendenziale della caduta del saggio di profitto che egli stabilisce (per un dato tasso di sfruttamento) come conseguenza del fatto che l’accumulazione si svolga in modo sempre più capitalistico, ossia con una proporzione crescente in termini di valore di capitale in rapporto alla forza lavoro impiegata. L’accumulazione del capitale, stimolata senza sosta dalla sfrenata concorrenza del mercato, genera espansione ma giunge anche a creare un eccesso di capacità di produzione in rapporto alla domanda effettiva : il mercato sembra troppo stretto per la produzione ed il capitale non può più venire valorizzato ad un tasso di profitto sufficiente. Si ha così un eccesso di accumulazione rispetto al plusvalore che è diventato possibile estrarre. Con la caduta dei prezzi e del tasso di profitto esplode la crisi della produzione e poi dell’occupazione e del potere di acquisto, in un processo cumulativo.

Anche se la sua ricerca resta incompiuta Marx offre due elementi metodologicamente importanti :

·         La crisi classica (Juglar) è analizzata come un fenomeno strutturale e non soltanto congiunturale (conferma delle intuizioni di Malthus e Sismondi)

·         La  crisi intesa come un fattore regolatore dopo il tasso di profitto nella dinamica del sistema economico considerata nel lungo periodo, come soluzione momentanea e violenta che ristabilisce l’equilibrio turbato. La depressione nata dalla crisi porta con se la perdita di valore di gran parte del capitale produttivo nella misura in cui questo non è più in grado di fornire profitto sufficiente. Si ha così la concentrazione industriale in quanto le imprese meno colpite dalla crisi possono acquistare a prezzi infimi le imprese rovinate e trovare così condizioni più favorevoli di resistenza. Si ha poi una riduzione del tasso di salario e quindi un aumento del sovrappiù mobilizzabile dalle imprese rimaste attive. Come effetto dei due fenomeni precedentemente descritti si ha la ricostituzione di un tasso di profitto sufficiente

Nella misura in cui la crisi si trova iscritta in uno schema esplicativo della dinamica e delle fluttuazioni economiche con un ruolo specifico, il concetto di crisi è veramente costruito.

 


9 agosto 2010

Lucio Colletti (prima della cura) : Il declino del determinismo e l'ascesa del leninismo

 

Se la fine del capitalismo non è dimostrabile scientificamente la fondazione del programma socialista diventa una fondazione idealistica, rimessa agli ideali soggettivi. Viceversa se quella fine è dimostrata scientificamente si è all’interno della teoria del crollo e l’intervento soggettivo può solo abbreviare o attenuare tale processo. La tesi della fine del capitalismo per ragioni economiche (Programma di Erfurt) cede il passo a quella del crollo per ragioni politiche (Hilferding) : il capitalismo non avrebbe più fatto naufragio per il progressivo inasprirsi delle crisi economiche o per un brusco arresto nel meccanismo dell’accumulazione. Infatti le sue possibilità di manovra si erano notevolmente accresciute : lo sviluppo dei cartelli e del credito avevano fornito di strumenti per controllare e mitigare gli squilibri. La crisi sarebbe maturata piuttosto nel quadro della politica imperialista, sulla base dei conflitti che sarebbero esplosi tra i maggiori stati industriali del mondo nella lotta internazionale per la conquista di nuovi mercati. Lo stesso Lenin non affermava la teoria del crollo, ma sosteneva che situazioni assolutamente senza via d’uscita non esistono mai e tantomeno per il capitalismo. Lenin diceva che sia la tesi della crisi come semplice disturbo, sia la tesi della crisi come crollo sono entrambe sbagliate. La borghesia si comporta come un brigante senza scrupoli che ha perduto la testa e commette una sciocchezza dopo l’altra, aggravando la situazione e affrettando la propria rovina. Ma non si può dimostrare che essa non abbia assolutamente nessuna possibilità di addormentare con una serie di piccole concessioni una minoranza di sfruttati, schiacciarne altri etc. tentare di dimostrare in precedenza che la situazione è assolutamente senza uscita non è altro che un gioco di idee. Lenin dice che la dimostrazione vera può essere data soltanto dalla pratica : per quanto il regime borghese possa attraversare una prodonda crisi rivoluzionaria, solo di partiti rivoluzionari consapevoli organizzati e collegati con le masse sfruttate può trasformare una crisi in una rivoluzione. 



I bolscevichi e Lenin criticarono la Luxemburg proprio per la sua teoria del crollo. E furono i menscevichi ad insistere sull’inevitabilità del crollo per rimproverare i bolscevichi che sembravano muoversi di più e più in fretta di quanto fosse giustificato dallo sviluppo del processo storico. La posizione bolscevica fu quella di chi, pur sottolineando la natura intrinsecamente contraddittoria del modo di produzione capitalistico, si guarda accuratamente dall’indicare una di queste contraddizioni come la causa capace di determinare da sola il crollo del sistema. Dopo il 1917 però i bolscevichi (Bucharin) affermano che con la rivoluzione d’ottobre il crollo del capitalismo è cominciato, ma non in termini di un collasso economico, bensì come un propagarsi della rivoluzione proletaria ai paesi capitalistici più sviluppati. Con la nascita dell’URSS la crisi del capitalismo si gioca su di un terreno politico e precisamente sul terreno della politica internazionale e della guerra : il centro dell’analisi è rappresentato dalla teoria dell’imperialismo di Lenin e della necessità in cui si trovano gli stati imperialisti di procedere ad una periodica riconfigurazione del mondo. La lotta per i mercati, le politiche protezionistiche, la guerra monetaria inaspriscono i rapporti tra i paesi e creano la base della guerra come mezzo per una nuova spartizione del mondo. Ma la guerra non risolverà le difficoltà del capitalismo, ma le complicherà in quanto tenderà a scatenare la rivoluzione all’interno dei paesi belligeranti. Si tratta di una fine catastrofica del capitalismo, ma non del crollo economico. La nuova forma del dilemma tra crollo economico e necessità della rivoluzione politica diventa il dilemma tra l’inevitabilità o meno della guerra tra stati socialisti e capitalisti : ci sarà cioè guerra o una semplice competizione tra sistemi economici con la resa di uno dei due oppure la nascita di una terza via che sintetizzi le due in conflitto ?


7 agosto 2010

Come e perchè il presidente Usa ordinò l'uso di ordigni nucleari su Hiroshima e Nagasaki

Non è ancora l'alba del 6 agosto 1945, quando un quadrimotore B-29 che si chiama "Enola Gay" (dal nome della madre del pilota, il ventinovenne Paul W. Tibbets) si alza in volo da Tinian, un'isoletta delle Marianne; ha a bordo 12 uomini di equipaggio e un unico ordigno bellico: è "Little Boy", il "Ragazzino", la prima bomba atomica creata sulla terra. Sarà sganciata da lì a poche ore - precisamente alle ore 8,15'17"- su una città del Giappone destinata a diventare funestamente nota, Hiroshima.
A 600 metri dal suolo "Little Boy" esplode; dopo 7 secondi il silenzio è rotto da un tuono assordante: 30.000 persone muoiono sul colpo, altre 40.000 periranno nei due giorni successivi, tutti gli edifici nel raggio di tre chilometri sono distrutti, una colonna di fumo si alza lentamente a forma di fungo fino a 17 mila metri dal suolo, inizia a cadere una pioggia viscida, i fiumi straripano. Missione compiuta. Alle 14,58 ora locale, il B-29 di Tibbets è di ritorno, atterra regolarmente a Tinian. La storia del mondo è stata segnata in modo indelebile.
Ma perché la Bomba è stata lanciata? La domanda è ancora di interessante attualità. Molto, moltissimo si è scritto infatti sugli effetti di "Little Boy", ma pochissimo sulle cause che hanno portato quel bombardiere ad alzarsi in volo col suo specialissimo strumento di morte.
6 agosto 1945, bisogna sottolineare la data. La guerra in Europa è finita e vinta, il Terzo Reich è sconfitto in Francia e in Italia, a est la controffensiva sovietica ha liberato la Polonia e in marzo preme su Berlino; il 30 aprile Hitler si suicida. L'unico paese belligerante resta il Giappone che, nonostante le sconfitte subite, continua a impegnare duramente l'esercito Usa.
Il 17 luglio di quello stesso fatale 1945, si apre a Postdam la conferenza tra i vincitori della guerra in Europa, attorno al tavolo per discutere i nuovi assetti del mondo siedono Churchill, Stalin e Truman; Roosevelt è infatti morto pochi mesi prima, il 13 aprile. E' già stata firmata la carta dell'Onu, e i buoni rapporti tra i tre Grandi sembrano prefigurare un futuro di pace e armonia tra le potenze dominanti. Ma non è così liscio e pacifico come sembra all'apparenza. Infatti già si allunga l'ombra della Guerra Fredda (il discorso di Fulton, quando Churchill per la prima volta inventa la "cortina di ferro", è di appena otto mesi dopo, il 10 marzo 1946).
Nel corso della conferenza (l'annotazione è dello stesso Churchill) improvvisamente l'umore di Truman cambia: da affabile e condiscendente nei riguardi di Stalin, da un certo punto in poi si fa arrogante e imperativo. Scrive Churchill in persona: «Si scagliò contro i russi, affermando che certe loro richieste non potevano essere accettate e che gli Stati Uniti si sarebbero assolutamente opposti».
Quella repentina "virata" di Truman aveva una causa precisa: nasceva infatti da un telegramma che il suo segretario particolare gli aveva appena consegnato, sette parole in tutto: «Il bimbo è nato in modo soddisfacente». La frase in codice significava questo: il 16 luglio 1945 la prima bomba atomica della storia dell'uomo era stata fatta esplodere in una zona desertica del New Mexico. L'esperimento era pienamente riuscito. Un'arma dalla potenzialità distruttiva sin allora inimmaginabile cadeva adesso in mano americana. Dopo quel telegramma, Truman è diventato l'uomo più potente del mondo e anche l'Urss se ne deve rendere conto. E subito.
Del resto, la Bomba è costata uno sforzo colossale. A Los Alamos, dove una comunità di scienziati (tra i quali Fermi, Oppenheimer, Szilard, Compton, Lawrence) lavora alla costruzione della bomba atomica, sono impegnati 125 mila uomini, mentre l'investimento finanziario in campo bellico degli States passa dagli 8.400 milioni di dollari del '41 ai 100 mila milioni dell'anno dopo; il solo "progetto Bomba" (portato avanti in gran segreto, solo Inghilterra e Canada ne sono a conoscenza) è costato più di due miliardi di dollari. La Bomba era nata. Ora bisognava usarla. Truman non esita.
A Postdam, nel corso della stessa conferenza, Stalin informa il presidente Usa che il Giappone ha chiesto la pace; ma il presidente Usa se ne infischia. C'è la Bomba. E la Bomba deve essere sganciata per mettere in ginocchio il Giappone, ma soprattutto per dimostrare al mondo intero, e specialmente a Stalin, la inarrivabile potenza Usa.
Passano solo otto giorni. Il 24 luglio Truman ordina di sganciare; se "Little Boy" del 6 agosto su Hiroshima non basta, il 9 agosto è pronta "Fat Man"su Nagasaki; e quante altre ancora, parola di Truman. Dopo la seconda bomba, Il Giappone è costretto alla resa e accetta tutti i punti imposti dall'ultimatum di Postdam; in cinque mesi, per gli effetti delle esplosioni e delle radiazioni, moriranno 300 mila persone. Truman è soddisfatto.
Il suo annuncio radiofonico, il 6 agosto 1945, così incomincia: «Sedici ore fa un aereo americano ha lanciato una bomba su Hiroshima, importante base dell'esercito giapponese. Questa bomba possedeva una potenza superiore a quella di ventimila tonnellate di trinitrotoluolo. Si tratta di una bomba atomica. La forza da cui il sole trae energia è stata lanciata contro coloro che hanno provocato la guerra in Estremo Oriente».
Okey. Quando gli comunicano i dati della catastrofe provocata dalla Bomba, la sua frase è: «E' il più grande giorno della storia». Per poi aggiungere: «Siamo in grado di aggiungere che usciamo da questa guerra come la nazione più potente del mondo. La nazione, forse, più potente di tutta la storia». Conseguentemente (radiodiscorso trasmesso il 9 agosto 1945) aggiunge: «Se il Giappone non si arrenderà, sganceremo altre bombe». Il fine giustifica i mezzi, si giustifica: le Bombe, dice, «servono a risparmiare la vita di 500.00 soldati americani».
Ma non è vero, quello di Truman è un messaggio falso, basato su dati falsi. Lo smentiscono ad esempio i rapporti dello Stato Maggiore. Essi dicono che il Giappone aveva già chiesto la pace e che l'esercito nipponico si sarebbe arreso «entro l'anno» senza bisogno di bombe atomiche o di invasioni via terra. E dicono anche che le previsioni di eventuali attacchi di terra già programmati contro il Giappone, «danno perdite non superiori a 40 mila uomini», non i 500 mila di cui parla il presidente.
L'apparizione della terrificante arma apre drammatici interrogativi tra gli scienziati. Ma anche ai massimi vertici militari il dissenso sull'uso dell'atomica è significativamente vasto. A cominciare da Eisenhower, all'epoca comandante generale dell'esercito Usa. E' contrario nettamente: primo, perché i giapponesi erano pronti alla resa; e, secondo, perché gli ripugnava l'idea che gli americani fossero i primi a utilizzare la terribile Bomba. E scrive a Truman: «Se un'arma simile dovesse essere utilizzata, nessuno poi sarebbe in grado di controllarla».
E sono contrari parecchi membri dello Stato Maggiore. L'ammiraglio W. D. Leahy espresse così il suo no: «Personalmente ero convinto che usare per primi la bomba atomica significasse adottare uno standard etico non dissimile da quello dei barbari del medioevo». E Basil Henry Liddel Mart, storico e critico militare: «Gli Alleati non avrebbero avuto alcun bisogno di impiegare la bomba atomica. Con i nove decimi del naviglio mercantile affondato o fuori uso, le forze aeree e navali paralizzate, le industrie distrutte e le scorte di viveri in rapida diminuzione, il Giappone era già condannato, come ha ammesso lo stesso Churchill». Di identico tenore il rapporto dello Us Strategic Bombing Survey; e l'ammiraglio King, comandante in capo della marina da guerra Usa, dal canto suo affermò che «il solo blocco navale sarebbe bastato a costringere i giapponesi alla resa. Bastava aspettare».
Con il bombardamento di Hiroshima, scrive Camus all'epoca, «la nostra civiltà tecnica ha raggiunto il suo apice di barbarie». E Mauriac: «La Terra non resisterà a questo genio della distruzione, a questo amore della morte spinto fino all'ossessione, a questa bomba che il presidente Truman, con infernale ostensione, tiene levata su un mondo che fino a ieri credeva solo nella materia». 


Perchè allora il presidente americano ha agito e agito con una fretta così ingiustificabile? Lo spiega, lo stesso Liddel Hart: «Con la bomba gli Usa non avrebbero più avuto bisogno dei russi, la fine della guerra giapponese non dipendeva più dall'immissione delle loro armate, la richiesta dell'Urss di partecipare all'occupazione del Giappone poteva essere respinta».
Chiaro. Le vittime sono giapponesi, il destinatario è Stalin.
Il lancio della Bomba può essere considerato il primo atto della Guerra Fredda
.


7 agosto 2010

Tommaso di Francesco : “Il potere nucleare. Storia di una follia da Hiroshima al 2015”

 (Articolo del 2003, ma ancora attuale)

In una realtà dominata dalla “verità televisiva”, il potere nucleare non si vede, sta bunkerizzato nel sottosuolo, o in orbita o sotto i mari. Eppure è il potere che può cancellare l'umanità dalla faccia della terra. A riaccendere i riflettori su di esso è il libro di Manlio Dinucci Il potere nucleare - Storia di una follia, da Hiroshima al 2015, con prefazione di Giulietto Chiesa (Fazi Editore, pp. 243, euro 12,50).
A distrarre dalla concretezza del pericolo atomico – premette l’introduzione – sono le “armi di distrazione di massa” usate ogni giorno nel bombardamento mediatico dei cervelli. Tra queste, la campagna che dagli Stati uniti è arrivata in Europa secondo la quale, con il crollo del Muro di Berlino nel 1989 e la fine dell'Unione sovietica nel 1991, era finalmente "scoppiata la pace" per il genere umano. Genere umano o America? Viene da pensare alle parole del 1996 di Bill Clinton nella vittoriosa campagna elettorale per la rielezione: "Abbiamo vinto la guerra fredda, non c'è più un missile nucleare puntato su una città americana, su una famiglia americana, su un bambino americano". Ma, ricorda Manlio Dinucci, a contribuire alla sottovalutazione del pericolo della "bomba", particolarmente tra i nuovi movimenti e nella sini-stra, è oggi anche la teoria, esposta in Impero da Michael Hardt e Antonio Negri, secondo la quale ormai "né gli Stati uniti, né alcuno Stato-nazione costituiscono attualmente il centro di un progetto imperialista", così che "la storia delle guerre imperialiste, interimperialiste e antimperialiste è finita. La storia si è conclusa con il trionfo della pace. In realtà siamo entrati nell'era dei conflitti interni e minori": di conseguenza "la guerra nucleare tra Stati sovrani è un'eventualità inconcepibile", dato che "la minaccia suprema della bomba ha ridotto qualsiasi guerra ad un conflitto limitato, a una infinita guerra civile, a una guerra sporca ecc.". Anche così si è continuato a diffondere l'illusione che ormai la minaccia di guerra nucleare sia scomparsa e che, quindi, non sia necessario mobilitarsi per scongiurarla. 



Completamente diversa e fondata la tesi del libro di Dinucci, che rappresenta – quanto a ricchezza di materiali e fonti – il primo documento ragionato della storia del nucleare militare e insieme l'aggiornamento dei dati che riguardano questo pericolo nelle crisi del presente. Esso ricostruisce la storia della corsa agli armamenti nucleari dalla fine della seconda guerra mondiale ai nostri giorni, ponendola sullo sfondo degli eventi che segnano il passaggio dalla guerra fredda al dopo guerra fredda, soprattutto di quelli che precedono e seguono l’11 settembre, poiché è attraverso tali eventi, in cui il governo statunitense svolge un ruolo fondamentale, che si rilancia la corsa agli armamenti nucleari e cresce di conseguenza la possibilità di una guerra nucleare.
"È questo – scrive Giulietto Chiesa nella prefazione – un libro prezioso sotto molti aspetti, ma soprattutto perché, attraverso un’analisi precisa, puntuale, esauriente, ci racconta la struttura, le coordinate, i postulati del pensiero geopolitico (e implicitamente ci descrive la statura politica, culturale e morale) degli occupanti del “ponte di comando” dell’Impero. Tutto ciò va ben oltre il riesame organico e complessivo dello “stato dell’arte” in materia di armi atomiche e di strategie nu-cleari, che pure è l’asse centrale del lavoro. [...] Questa offensiva planetaria dell’Impero è cominciata prima dell’11 settembre. Molto prima. I materiali raccolti in questo lavoro lo documentano in modo impressionante e, io credo, definitivo".
Quel che è accaduto, nel passaggio dall'epoca della guerra fredda al dopo guerra fredda, e dall'11 settembre a oggi, ci dice che – terminato il periodo della corsa agli armamenti tra i due blocchi contrapposti, nel quale proprio l'equilibrio del terrore nucleare impediva o allontanava di fatto la possibilità di una deflagrazione reale – si è passati alla fase in cui gli Stati uniti d'America, rimasti l'unica superpotenza sul pianeta, non hanno eliminato né ridotto come avrebbero dovuto il proprio arsenale nucleare, ma lo hanno ristrutturato per le nuove esigenze. Contemporaneamente, vista la fine dell’"impero del male", hanno azzerato o rimodellato i trattati. Parte integrante di questa strategia sono state la prima guerra del Golfo e quella contro la Jugoslava, conflitti in cui l'uranio, anche se impoverito, è tornato di scena. Per arrivare alla "guerra preventiva" e infinita, prima afghana e poi, per la seconda volta, irachena nelle quali la supremazia del potenziale militare e la "necessità" di un suo uso sempre più distruttivo e penetrante hanno riportato d'attualità la nuova tecnologia delle "piccole" bombe atomiche. Soprattutto dopo che nel Senato Usa la lobby del Pentagono ha cancellato il 20 maggio del 2003 la legge Spratt-Furse che proibiva la ricerca e lo sviluppo di armi nucleari di bassa potenza. "Siamo di fronte ad una seconda era nucleare" titolava il New York Times alla vigilia della conferenza tenuta nel Comando strategico Usa il 6 agosto 2003, sotto la supervisione del consigliere alla sicurezza Condoleezza Rice, allo scopo di mettere a punto una "nuova generazione di armi nucleari di bassa potenza".
Ricorda Dinucci: "Il Doomsday Clock – l'orologio dell'autorevole rivista americana Bullettin of the Atomic Scientists che dal 1947 mostra, in base alla situazione internazionale a quanti minuti siamo dall'apocalittica mezzanotte della guerra nucleare – nel 1980 indicava 7 minuti a mezzanotte, con la fine della Guerra fredda, nel 1991, la lancetta è tornata indietro a mezzanotte meno 17. Dopo, contrariamente a quanto ci si aspettava, ha ripreso ad andare avanti: 14 minuti a mezzanotte nel 1995, 9 nel 1998, 7 nel 2002: la stessa del 1980".
E così Hiroshima e Nagasaki non sono il nostro passato, ma il nostro futuro, e quella che fu l'iconografia del dottor Stranamore di Kubrick sembra moltiplicarsi di fronte al disordine mondiale che è sotto i nostri occhi. Visto anche il fatto che l'attuale presidente statunitense Bush, ben prima dell'11 settembre, ha cancellato tutti i trattati internazionali che impedivano la proliferazione di armi nucleari "tattiche"; che i centri di potere nucleari dal 1945 in poi e per effetto di quell'orrore si sono decuplicati, fino all'emergere di nuove potenze nucle-ari più o meno nascoste – vedi Israele che tiene in scacco le capitali del Medio Oriente con i propri missili nucleari puntati, ma tutti fanno finta di nulla. E visto soprattutto il fatto che dopo l'ancora sconosciuta dinamica terroristica dell'11 settembre – che sembra arrivata proprio a giustificare l'aggressività e la legittimità di un nuovo dominio imperiale del mondo – la teoria e la pratica della guerra infinita prevede il first strike sferrato anche con armi nucleari e solo di fronte ad una minaccia alla sicurezza americana. Questo sta scritto nel documento del Pentagono Nuclear Posture Review Report del gennaio 2002, e questo viene praticato dai comandi strategici Usa, con l'obiettivo dichiarato di proteggere gli interessi strategici degli Stati uniti, a partire dalle fonti petrolifere de-cisive, e gli alleati, anche per "ridurre il loro stimolo a dotarsi di armi nucleari" (sic).
Tutto, nel libro Il potere nucleare, è documentato. Con u-n'attenzione anche all'immateriale presente nella "bomba", che nelle parole del presidente Truman, il 7 agosto 1945, il giorno dopo Hiroshima e il giorno prima del massacro di Nagasaki, è "la forza da cui il sole trae la sua energia"; che, nel lessico dei documenti attuali del Pentagono, diventa l’arma dotata di "proprietà uniche", la quale permette agli Stati uniti di "esporre a rischio una serie di bersagli che sono importanti per il conseguimento degli obiettivi strategici e politici". Così il nucleare militare disegna la nuovissima strategia americana, ossessionata dall'emergente dinamismo economico, politico e militare dell'Asia, in particolare della Cina, unica vera pericolosa bipolarità potenziale, economica e militare, come sottolinea il documento Global Trend 2015 (Tendenze globali al 2015), scritto dal National Intelligence Council americano e diffuso nel dicembre del 2000. Dopo l'11 settembre 2001, la guerra in Afghanistan, con il conseguente inse-diamento di Hamid Karzai a Kabul, porta le truppe americane a controllare non solo le linee strategiche degli oleodotti dell'area, ma ad insediare basi militari in tutte le ex repubbliche asiatiche dell'Urss, in Tagikistan, Uzbekistan, Kazakistan e Turkmenistan. Ciò provoca perfino un riposizionamento delle forze nucleari russe. Allo stesso modo, la guerra disastrosa e a tutti i costi all'Iraq ha prodotto l'effetto, tutt'altro che collaterale, che oggi ogni paese in crisi aperta con gli Stati Uniti – Corea del Nord e Iran in primis – preferisce averle “davvero” le armi nucleari e di distruzione di massa.
Scrive Dinucci: "Stracciati i trattati che costituivano l’indispensabile base di un processo di disarmo, smantellati i pilastri del diritto internazionale, affossata l’autorità delle Nazioni unite, iniziata la conquista territoriale attraverso l’occupazione prima dell’Afghanistan e quindi dell’Iraq, varata la strategia della guerra “preventiva” contro chiunque possa mettere in discussione la supremazia statunitense, este-si i preparativi di guerra nucleare dalla terra allo spazio, l’amministrazione Bush ha ormai aperto tutti i possibili scenari. Si è creata, per un effetto domino, una situazione internazionale caratterizzata da crescente instabilità e imprevedi-bilità, nella quale l’unica certezza è quella dei rapporti di forza. Dal pericoloso “equilibrio del terrore”, instauratosi all’epoca del confronto tra le due superpotenze, si sta così passando a un ancora più pericoloso “squilibrio del terrore”, originato dal tentativo dell’unica superpotenza, rimasta sulla scena mondiale, di accrescere il proprio vantaggio su tutti gli altri, sia nel campo degli armamenti convenzionali ad alta tecnologia, sia in quello degli armamenti nucleari. Si svolge così, sotto la cappa del segreto militare, la nuova corsa agli armamenti che rende il rischio di guerra nucleare molto più reale di quanto fosse nel periodo della guerra fredda".
Tale crescente pericolo, sottolinea l’autore, non è percepito neppure dai movimenti per la pace, che, anche nei momenti di più forte mobilitazione contro le guerre, perdono quasi sempre di vista il fatto che le armi nucleari, grazie alle loro "proprietà uniche", vi svolgono comunque un ruolo impor-tante e che tali conflitti preparano il terreno a un loro futuro uso. Occorre, in tale situazione, rilanciare il movimento anti-nucleare, con l’obiettivo della completa messa al bando delle armi nucleari. Un compito non facile, ma irrinunciabile. A tal fine occorre anzitutto diffondere le informazioni necessarie a comprendere che, con la nuova e ancora più pericolosa corsa agli armamenti nucleari, è in gioco la sopravvivenza stessa dell’umanità. Occorre allo stesso tempo far leva sull’aspirazione alla democrazia reale, alla giustizia sociale, che si fa sentire ovunque in modo sempre più forte.
Il potere nucleare, quintessenza del potere verticistico politico e mili-tare, è l’antitesi della democrazia, la negazione dei più ele-mentari diritti umani. È il potere esclusivo, chiuso, segreto, che esercita il diritto di vita o di morte su tutti noi, che brucia enormi risorse nella corsa agli armamenti, sottraendole ai bi-sogni fondamentali dell’umanità e accrescendo così gli squi-libri socioeconomici e ambientali su scala globale. La lotta contro questo potere, conclude Dinucci, è la via obbligata attraverso cui passa ogni scelta per l’avvenire.


7 agosto 2010

Angelo Baracca : se 65 anni dall'atomica vi sembran molti

 

Sono passati 65 anni da quel 6 agosto - quando l'aviazione militare degli Stati uniti sganciò una bomba atomica sulla città giapponese di Hiroshima (tre giorni dopo una seconda bomba ha colpito Nagasaki), sul finire della Seconda guerra mondiale. Era la prima arma atomica della storia umana, e la minaccia nucleare non è scomparsa. Le promesse di Obama all'inizio del suo mandato aprirono grandi speranze, ma dopo un anno e mezzo i risultati concreti sono deludenti. Il presidente americano ha riallacciato il dialogo diretto con la Russia e riportato nell'agenda politica le parole disarmo nucleare.
Ma l'estenuante anno di trattative con Mosca testimonia più di ogni altra cosa le forti resistenze e le difficoltà, politiche e militari, interne e internazionali, che si frappongono sul cammino dell'eliminazione di queste armi. I risultati di queste trattative e l'ottava Conferenza di Riesame del Trattato di Non Proliferazione (Tnp) hanno disegnato il «nuovo» regime di non proliferazione per i prossimi anni. Il guaio è che esso non mostra differenze sostanziali da quello «vecchio».
Tensioni esplosive
La minaccia delle armi nucleari non si riduce alla loro consistenza numerica. Le tensioni con la Russia, che Bush aveva portato al parossismo, sono notevolmente diminuite. Ma in Asia rimangono esplosive: l'andamento disastroso della guerra in Afghanistan si intreccia con i rischi di implosione del Pakistan; un attacco militare all'Iran innescherebbe processi incontrollabili; ritornano venti di guerra nella penisola coreana. L'ombra del nucleare incombe minacciosa su queste crisi, come su un eventuale confronto militare tra India e Pakistan: chi pensa di poter dormire sonni tranquilli per una guerra così lontana, legga un articolo pubblicato su Le Scienze di marzo, che prevedeva milioni di morti e un «inverno nucleare» che potrebbe portare alla fame due miliardi di persone!
Ma non meno allarmante è l'escalation militare senza precedenti in corso con lo sviluppo dei sistemi di difese antimissile, un salto militare paragonabile solo all'introduzione dei missili balistici intercontinentali negli anni '60. I russi ne sono, giustamente, terrorizzati, e questa è stata la principale materia del contendere nel frustrante anno di trattative: hanno cercato inutilmente di inserire nel nuovo trattato Start (Strategic Arms Reduction Treaty) norme che limitassero questi sviluppi, ma gli Usa non hanno sentito ragioni, e Mosca si è riservata il diritto di recedere dal trattato qualora questi sviluppi divengano troppo minacciosi.

La manutenzione delle testate

Forse è da vedere qui uno dei motivi per la ridicola riduzione degli arsenali nucleari delle due potenze: 1.550 testate strategiche operative per parte (ma perché non 1.500?) per il 2017, mentre il Trattato di Mosca in vigore ne prevede 1.700-2.200, ma nel 2012. Il punto è che un sistema efficiente di difese antimissile a molti strati fornirebbe al paese che lo detenga una superiorità militare tale da necessitare di un numero molto inferiore di testate (la cui manutenzione è anche molto cara): a poco vale ragionare che probabilmente questo sistema non avrà un'efficienza del 100 % nel distruggere missili attaccanti, chi si arrischierebbe di... andare a vedere? La contromisura più efficace è disporre di un arsenale nucleare e missilistico sovrabbondante: ecco perché la Russia non può sguarnirsi più di tanto, e il numero di testate intatte nel mondo supera le 22.000 (12.000 la Russia, 9.600 gli Usa, quasi un migliaio gli altri Stati; e alcuni «trucchi» nello Start consentirebbero, se necessario, un reimpiego).



Sempre più terribili innovazioni
La verità agghiacciante è che le guerre dilagano e utilizzano mezzi tecnologici e innovazioni sempre più terribili, che moltiplicano le vittime civili: dai droni senza pilota, comandati da una base nel Nevada (ma Sigonella giocherà un ruolo fondamentale nel sistema di comunicazione militare), ad armi di nuova generazione (si accumulano le prove delle conseguenze dell'attacco a Falluja).
Le armi nucleari incomberanno a lungo, finché ci saranno sarà per usarle. Gli Usa mantengono una riserva al first use (altrimenti, perché non eliminarle?) contro chi, a loro giudizio, violi il regime di non proliferazione (l'Iran, ma non Israele, né l'India!).
L'impegno della Conferenza del Riesame - unico risultato concreto - di promuovere per il 2012 una Conferenza per liberare il Medio Oriente da armi nucleari e di distruzione di massa, è contraddetto dal rinnovato impegno di Washington di garantire l'infame copertura dell'arsenale di Israele. L'accanimento verso l'Iran tradisce intenzioni ben diverse da quelle dichiarate di impedire che sviluppi la bomba, dal momento che l'accordo con Brasile e Turchia per arricchire all'estero l'uranio è stato sprezzantemente scartato, anche se era solo un primo passo.
I programmi di rilancio del nucleare civile, per quanto velleitari, diffonderebbero ulteriormente la tecnologia nucleare dual-use, i pericoli di proliferazione, le scorie radioattive.
E quando le armi nucleari verranno finalmente smantellate ci lasceranno in eredità ulteriori quantità di materiali fissili, che manterranno i rischi di proliferazione. Il nucleare, militare e civile, è il moderno «fuoco di Prometeo» sottratto alla natura: la sua chiusura definitiva non verrà mai troppo presto.


6 agosto 2010

Cesare Pavese : una generazione (seconda parte)

Domattina i ragazzi ritornano in giro
e nessuno ricorda il clamore.
In prigione operai in silenzio
e qualcuno già è morto.
Nelle strade ricoprono
le macchie di sangue.
La città di lontano
si sveglia nel sole.
La gente esce fuori
e si guardano in faccia.
I ragazzi a quel tempo
giravano in strada
e guardavano in faccia le donne.
Le donne pure non dicevano nulla
e lasciavano fare.
I ragazzi pensavano al buio dei prati
dove qualche bambina veniva.
Era bello far piangere
le bambine nel buio :
eravamo i ragazzi.
La città ci piaceva di giorno.
La sera, tacere e guardare
le luci in distanza
e ascoltare i clamori.



Vanno ancora i ragazzi a giocare
nei prati dove giungono i corsi.
La notte è la stessa
ed a passarci si sente
l'odore dell'erba.
In prigione ci sono gli stessi.
E, come allora,
ci sono le donne
che fanno bambini
e non  dicono nulla.


6 agosto 2010

Ma cos'è questa crisi : i primi teorici delle crisi di realizzo

Agli occhi degli economisti classici e di quelli neoclassici, l’equilibrio economico è automatico e la crisi è logicamente impossibile, per cui gli squilibri osservati nella realtà non possono che derivare da fattori esterni che ostacolano il libero gioco di mercati supposti autoregolantisi. La crisi è un fenomeno congiunturale senza relazione con la struttura del capitalismo, ma collegabile al cattivo funzionamento dei mercati, agli interventi dello stato, alle politiche salariali ed al ruolo delle organizzazioni sindacali che sono ostacoli al libero gioco del mercato del lavoro. Per essi ogni situazione di disoccupazione dovrebbe tradirsi in una diminuzione del tasso di salario, l’unico processo considerato suscettibile di ristabilire il pieno impiego. Keynes mostrerà che in una società in cui il lavoro salariato è sempre più diffuso, una tale posizione dimentica che i salariati sono anche dei consumatori e che le previsioni relative agli incrementi dei consumi agiscono sulle aspettative degli imprenditori e dunque sugli investimenti. 



Ricardo, il più grande degli economisti classici, vede nella crisi del 1816 un avvenimento congiunturale, mentre Sismondi e Malthus saranno i primi a vedere in questo nuovo tipo di crisi un fenomeno legato alla natura del nuovo sistema economico. L’argomento essenziale di Ricardo è la legge degli sbocchi si Say secondo la quale la produzione crea essa stessa la propria domanda ed ogni produzione è consumo ed ogni consumo è produzione, poiché il valore prodotto corrisponde al valore dei redditi distribuiti e dunque a quello degli impieghi di quei redditi. Per Malthus e Sismondi invece la produzione, crescendo con l’accumulazione del capitale, non crea da sé automaticamente la propria domanda. Infatti, per vedersi smaltita, essa deve incontrare una domanda effettiva, concetto ripreso molto più tardi da Keynes, una domanda proveniente da chi abbia nello stesso tempo i mezzi e la volontà di corrispondere un prezzo sufficiente. I lavoratori (i cui salari non rappresentano che una parte del valore da loro stessi prodotto) non possono acquistare la produzione addizionale, nel senso che l’operaio ha la capacità fisica di consumare, ma non ne ha i mezzi. Il sottoconsumo operaio non si modifica nemmeno se il tasso di salario tendesse ad aumentare nel corso dell’espansione, poiché ciò che conta è la quota dei salari sul prodotto totale. D’altra parte gli imprenditori capitalisti (disponendo di redditi che non hanno la capacità fisica di consumare) risparmiano una parte del sovrappiù che prelevano e può verificarsi un sottoconsumo del capitalista (un eccesso di risparmio). Il potere di consumare non cresce necessariamente né cresce nella stessa misura del potere di produrre. Ciò deriva anche dal modo di ripartizione del reddito tra le classi sociali, dove l’ineguaglianza porta al sottoconsumo mentre la produzione cresce sotto l’effetto dell’investimento. Questi pensatori hanno avuto il merito di evidenziare il carattere aleatorio dell’equilibrio in un sistema dinamico in crescita dotato di un modo di ripartizione del reddito che non è coordinato né con l’aumento della produzione né con la sua composizione.


sfoglia     luglio   <<  1 | 2 | 3 | 4  >>   settembre
 

 rubriche

Diario
Filosofia
Politica
Articoli
deliri
Schegge
Ontologia
Epistemologia
Storia
Ermeneutica
Conto e racconto
Comunismo

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

italo nobile
Periecontologia
blog filosofia analitica
porta di massa (filosofia)
Crisieconflitti
Blog di crisieconflitti
Rescogitans
Spettegolando
Being and existence
Josiah Royce
filosoficonet
Russell on proposition
Wittgenstein against Russell
Landini on Russell
Kalam argument
Internet enciclopedy of philosophy
Sifa
swif
Moses
Grayling
Bas Van Fraassen
Gilbert Harman
Nordic journal of Philosophical logic
Paideia Project
Ousia
Diogene : filosofare oggi
formamentis
riflessioni
Articoli filosofici
Ancient Philosophy
Dialegesthai
Hegel in MIA
MIA . risorse filosofiche
Gesù e la storia
piergiorgio odifreddi
renato palmieri
Dizionario sanscrito
Lessico aramaico
Cultura indù
Lessico indiano
Mitologie
Egittologia
Archeogate
Popoli antichi
Antichi testi cristiani
Bibbia
Testi biblici e religiosi
Agiografia
Eresie
Critica della Bibbia
Psychomedia
Rabindranath Tagore
La Pietà di Michelangelo
Sapere
google
Wikipedia
Libri in commercio
google traduttore
libri su google
Emiliano Brancaccio
Libri in commercio2
Dispense
crisieconflittiblog
l'ernesto
Essere comunisti
manifesto
Liberazione
Proteo Vasapollo
Appello degli economisti
Krisis
Rivista del Manifesto
n+1
Temi marxisti
Ripensare Marx
Gianfranco La Grassa
Ripensare Marx 2
Costanzo Preve
CriticaMente
Mercati esplosivi
Intermarx
Archivio marxista
35 ore
Gianfranco Pala
Contraddizione
falcemartello
Comunisti internazionalisti
Comedonchisciotte
Che fare
Teoria critica libertaria
Bellaciao
Anarcocomunisti
Informationguerrilla
Scambio senza denaro
Chaos
Guerra globale
Peacelink
Altraeconomia
Brianza popolare
indymedia napoli
Partito comunista internazionale
Prometeo
Giano
Cervetto
Rivoluzione comunista
P.C.internazionale (sinistra)
Teoria e prassi
Contropiano
Mazzetti
mazzetti2
vis a vis
Rotta comunista
Erre
Indymedia lavoro
Il pane e le rose
Articoli neweconomy
Noam Chomsky
Malcom X economia
La Voce.info
Z-Anarchismo
Iura Gentium
Domenico Gallo
Articolo 21
ansa
Openpolis
Asca (agenzia stampa)
Repubblica
Corriere della Sera
Adnkronos
Agenzia giornalistica italiana
Il Foglio
Informazioni on line
Rapporto Amnesty
Governo italiano
Inail
Avvisatore Parlamento
Inps
Istat
Censis
Rete no-global
Greenpeace
Utopie
Associazione pro Cuba
Rassegna stampa
Rassegna sindacale
Lucio Manisco
Nonluoghi
Osservatorio Balcani
Comunisti italiani
Rifondazione
Peace reporter
Centroimpastato
Democrazia e legalità
Società civile
Beppe Grillo
Alternative
Un mondo possibile
Laboratori di società
Antiutilitarismo
Mediawatch
Megachip
Le monde diplomatique
Report
Forum Palestina
Il filo rosso
Il Dialogo
Giulietto Chiesa
Guerraepace
Namaste
NensVisco Bersani
Unità
Sinistri progetti
Socialpress
Cafebabel
Terreliberedallamafia
Maria Turchetto
Carta
Carmilla
Lettera internazionale
Jacopo Fo
Globalproject
Attac
Anarchivio
Resistenze
Micromegas
Sbilanciamoci
War news
Tobin tax
Un ponte per
Uruknet
Lettera 22
Rainews
Reti invisibili
Centomovimenti
Euronews
Nidil Cgil
Chain workers
Cani sciolti
Ivan Ingrilli (sanità)
Sanità mondiale
Almanacco dei misteri
Rapporto Amnesty
Diritto del lavoro
Atlante geopolitico
Criticamente
Disinformazione
istitutobrunoleoni
Statistiche Bankit
Debitopubblico
Economia politica
Rasegna stampa economia
Dizionario economia
Cnel
formazionelavoratori
Confcommercio
Affari esteri
Teocollectorborse
Businessonline
Linneo economia
Economia e società aperta
Statistiche annuario ferrarese
Eures
Cgil Lombardia
Fondazione Di Vittorio
Fai notizia
Luogo comune
Zoopolitico
ok notizie
Wikio
La mia notizia
Youtube
Technorati
Blog
Answers
La leva di Archimede
Eguaglianzaelibertà
Liberanimus
Link economici
campioni pugilato
All words (dizionari)
Babelfish traduttore
Dieta
Cucina 2 : Buonissimo
Calorie
Cucina
Primi piatti
Dieta 2
Last minute
Dica 33
Schede medicinali
Dizionario etimologico
Dizionari
E-testi
Foto da internet
Ferrovie dello Stato
La Gazzetta dello Sport
Incucina
Cucina napoletana
Tabelle nutrizionali
Altalex
Pagine bianche
Calcola inflazione e interessi
Film Tv
Fuoco
Studium
Amica Mia di Pigura
prc valdelsa
Siddhartino
Altromedia
Trashopolis
lotte operaie nel mondo
vulvia
Korvo Rosso
La tela di Penelope
Conteoliver
Mario
Cloroalclero
Fronesis
Il mondo di Galatea
Polpettine
Tisbe
Lameduck
aiuto
Daciavalent
Arabafenice
Batsceba
Pibua
Guevina
Vietato cliccare
Cattivomaestro
Khayyamsblog
Francesco Nardi
Alex321
Ciromonacella
Comicomix
Devarim
Raccoon
La grande crisi del 2009 (cronache)
Giornalettismo
Zio Antonio
Radioinsurgente
Garbo
Vita da St(r)agista
sonolaico
serafico
jonathan fanesi
Valhalla
Millenniumphoenix
gianfalcovignettista
occhidaorientale
Undine
Capemaster
Mimovo
antonio barbagallo
Nefeli
Secondoprotocollo
Nessunotocchisaddam
Pragmi
Rigitans
Alessandro
Formamentisblog
Corso di traduzione letteraria
Filosofia del web
Mediamente
Psicopolis
Blog cognitivismo
Dswelfare
Caffeeuropa
Stefano Borselli
Domenico De simone
Andrea Agostini
democrazia diretta
Finkelstein
Movisol
Società e conflitto
menoStato
Settantasette
la Cia
misteri e cospirazioni
Globalizzazione
Centroimpastato
Tugan Baranovsky
Wright su reddito garantito
Contro il lavoro
Assenteismo e operai
Auschwitz e il marxismo
Cestim migrazioni
Salute naturale
Signoraggio
Umanitànova
Crisi della liquidità
Cooperazione tra cervelli
La Grassa su Bettelheim
Marx e Lange
Gramsci e la globalizzazione
Marx e la crisi
Prc quinto Congresso
Lessico gramsciano
Il virus inventato
Lotte disoccupati francesi
Biospazio
Storia nonviolenza
Tax justice network
Marx e la crisi
Seminari della controra
Valori e prezzi
Veti Usa a risoluzioni Onu
Anarchici
Nuovi mondi media
Stele e cartigli egizi
Libro dei morti
Egitto
Egitto2
Egitto3
Egitto4
Egitto5
Storia delle Brigate Rosse
Guide di Dada net
Aljazira.it
Arab monitor
Il Giornale
Cultura cattolica
Il denaro
Aldo Pietro Ferrari
Asianews
Storia della birra
Storia contemporanea
Dossier Legge Biagi
Ateneonline

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom