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6 agosto 2010

Lucio Colletti (prima della cura) : determinismo e teoria del crollo

 Si può obiettare che Marx non fu mai veramente un determinista, dal momento che diceva che sono gli uomini stessi che fanno la storia, seppure non in condizioni scelte da loro. Tuttavia nella misura in cui il soggetto de Il Capitale è il capitale stesso si capisce anche come la fine del capitalismo si potesse prospettare nei termini di un brusco arresto nel funzionamento del motore dell’accumulazione. Si lasci perdere la contrapposizione tra il Marx giovane rivoluzionario soggettivista ed il Marx vecchio determinista. La coscienza di questo problema la si può trovare anche nella trattazione marxiana della caduta del saggio di profitto : Marx dice che quello che inquieta Ricardo è che il saggio del profitto, forza motrice della produzione capitalistica, condizione e stimolo dell’accumulazione, sia compromesso dallo sviluppo stesso della produzione. Viene dimostrato in termini puramente economici (cioè dal punto di vista borghese) che la produzione capitalistica è limitata e relativa, è un modo di produzione semplicemente storico corrispondente ad una specifica epoca di sviluppo delle condizioni materiali della produzione. 



Questa frase di Marx fa pensare che la teoria del crollo è solo la fine del capitalismo visto dal punto di vista borghese. In realtà le tendenze oggettive hanno senso solo in quanto compaiano come condizioni e premesse reali della lotta di classe e cioè dello scontro tra soggetti. L’illusione che esse abbiano valore risolutivo genera le varie teorie del crollo. Inoltre se le vere contraddizioni del capitalismo sono sempre contraddizioni di classe è anche vero che l’esito dello scontro non può essere prefigurato in anticipo. Si obietterà che i fattori soggettivi sono anch’essi momenti della realtà, ma allora, o il dato soggettivo è calcolabile come un dato oggettivo ed allora siamo all’interno del determinismo, oppure esso non lo è ed allora la scienza sociale non si può chiudere con la predeterminazione dell’esito del processo. Il corso del processo storico torna ad essere aperto,  ma la scienza sociale finisce per essere scienza e la possibile equipollenza tra l’aumento della composizione organica e quello del saggio del plusvalore diventa una semplice enunciazione del problema anziché la sua soluzione


5 agosto 2010

Boyer : cicli economici Juglar e cicli Kondratiev

 

È la notevole ripetizione relativamente periodica delle crisi e delle fluttuazioni di questo tipo che Marx ed Engels avevano notato sin dal 1848 e che ha condotto l’economista francese Juglar a descrivere per primo nel 1860 la crisi come momento di cicli economici successivi, che saranno designati anche come cicli classici i cicli Juglar. Si lavora sulla base dell’analisi di serie statistiche cronologiche essenzialmente di prezzi. L’espansione nel lungo periodo. L’espansione nel lungo periodo è da allora riconosciuta come ritmata da cicli relativamente regolari di una ampiezza che va da 6 a 11 anni. Perciò la comparsa di crisi tende ad essere considerata una componente normale del movimento economico delle economie capitaliste. Tuttavia la periodicità dei cicli non è rigorosa ed i cicli stessi non sono identici né ella forma né nella durata. Alcuni piuttosto che parlare di cicli veri e propri, parlano di ricorrenze, o di oscillazione ossia di ricorrenza sistematica non necessariamente ciclica. Altri studi con statistiche più minuziose confermano l’esistenza di cicli anche se contestano la periodicità rigorosa. Inoltre l’interpretazione delle serie storiche è guidata da domande, da ipotesi e da schemi di analisi. Esse devono essere costruite per poter essere spiegate e poi ricostruite. Le crisi presentano ognuna caratteri specifici che variano secondo il carattere espansionistico o secondo la natura dei settori trainanti che giocano il ruolo principale ed hanno anch’essi dei propri specifici cicli. Cambia infine il paese che per primo entra in crisi e a partire dal quale la crisi si propaga internazionalmente attraverso la riduzione degli scambi commerciali e finanziari. Tuttavia propagandosi il ciclo si modifica. Il paese che entra in crisi per primo è generalmente, ma non sempre, quello del sistema economico dominante : dunque dell’Inghilterra nel 1800 e degli Usa nel 1900. È dunque il peso dell’economia dominante che trascina gli altri paesi nella crisi. Fino a quella del 1866 le crisi erano essenzialmente francesi ed inglesi, mentre dal 1870 in poi il processo di industrializzazione diventa principalmente americano e tedesco.

Quanto alla datazione delle crisi si dovrebbe adottare la seguente regola : la crisi è datata dal momento in cui si vede l’esplosione del fenomeno che fa da detonatore nel paese che si trova ad esserne il primo focolaio. La crisi del 1866 comincia in Inghilterra con la cessazione il 1 maggio dei pagamenti di una delle più importanti banche inglesi che trascina con sé il crollo del sistema creditizio e l’arretramento dell’attività industriale. Quanto ai cicli essi vengano datati da crisi a crisi, in quanto la ripresa, fenomeno graduale, è di datazione più difficile. La crisi diventa la vera unità di tempo economica e bisogna interrogarsi sulla loro apparente scomparsa dopo la seconda guerra mondiale. 


 

Diversi decenni dopo la scoperta di Juglar aveva messo in luce la periodicità delle crisi classiche, fu ipotizzata l’esistenza di fluttuazioni di tutt’altra ampiezza (quasi secolare) in particolare dall’economista russo Parvus, discepolo di Marx, nel 1896 e poi da Aftalion nel 1913 e Simiand nel 1931. Ma si attribuisce all’economista sovietico N. D. Kondratiev la prima grande sintesi sull’esistenza di movimenti lunghi e concordanti dei prezzi e della produzione, sulla base dell’analisi approfondita dell’evoluzione economica di diversi paesi industrializzati. Oggi si parla di cicli Kondratiev. Gli autori sopra citati hanno messo innanzitutto in evidenza grandi ondate nei movimenti dei prezzi : aumento generalizzato dei prezzi dal 1789 al 1816, caduta generale dal 1816 al 1850, aumento generalizzato dal 1850 al 1873, caro generale dal 1873 al 1896, nuovo aumento dal 1896 al 1914, nuovo calo dal 1920 fino al 1939. Poi si è mostrata un’altra corrispondenza tra il movimento dei prezzi e quello della produzione (Kondratiev) e tra il movimento combinato di questi due con quello del volume del commercio internazionale (Mandel).

Questo tre elementi la produzione agricola ed industriale, i prezzi (compreso tasso di salario e tasso d’interesse) e il livello del commercio estero, registrerebbero una successione di periodi di espansione prolungata di circa 25 anni e di periodi di depressione prolungata di durata approssimativamente simile. Questi periodi sono designati fase A e fase B dei cicli Kondratiev. Per ciò che concerne la produzione, le fasi B non sono dei periodi di calo in assoluto (come nel caso dei cicli Juglar), ma dei periodi di crescita rallentata in rapporto a quella delle fasi A che le precedono. Così per l’Inghilterra il tasso di crescita medio annuo passa dalla fase A alla fase B dal 4,6% all’1,2  nel secondo ciclo lungo e dal 2,2% all’1,2% per il terzo ciclo lungo ( mentre il tasso di disoccupazione cresce rispettivamente dal 3,7% al 5,1% e dal 3,4% all’8,7%).

Il movimento delle onde lunghe non presenta regolarità assoluta né nell’ampiezza, né nella tendenza ascendente o discendente, poiché le fasi A e B non solo si sovrappongono ai cicli Juglar, ma sono da questi realmente modellati. Schumpeter ha dimostrato che la forma dei Juglar si differenzia secondo la fase dei cicli Kondratiev in cui essi si situano : le fasi A appaiono la risultante di anni di espansione più numerosi e più vivaci delle fasi B e generalmente in una fase Kondratiev si trovano tre fasi Juglar. Ed è possibile operare una datazione delle fasi dell’onda lunga proprio a partire dai cicli classici dell’economia dominante di crisi in crisi. Ma in effetti la depressione prolungata è avvertita dai contemporanei come se cominciasse con l’entrata in fase di depressione di un ciclo classico e finisse con una ripresa. Così del resto gli storici delimitano la grande depressione alla fine del 1800 : dal 1873 (crisi) al 1895 (ultimo anno della depressione del ciclo classico).

Nella storia del capitalismo fino alla seconda guerra mondiale sono stati individuati tre cicli Kondratiev :

·         Primo ciclo con fase A dal 1789 al 1816 e fase B dal 1816 al 1847

·         Secondo ciclo con fase A dal 1847 al 1874 e fase B dal 1874 al 1896

·         Terzo ciclo con fase A dal 1896 al 1920 e fase B dal 1920 al 1945

Si vedrà che la congiuntura di crisi all’inizio degli anni’70, dopo un lungo periodo di crescita durato 25 anni, tenderebbe ad accreditare l’idea secondo la quale ci troviamo di fronte a due fasi classiche di un quarto ciclo Kondratiev.

 


5 agosto 2010

Lucio Colletti (prima della cura) : tendenze e controtendenze verso il crollo del capitalismo

 

L’attuazione della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto assume cioè l’andamento di un processo meccanico. Il meccanismo è questo : per aumentare il plusvalore il capitale deve aumentare la produttività del lavoro e cioè introdurre innovazioni tecniche, ma questo aumenta la composizione organica del capitale e cioè la percentuale del capitale costante rispetto a tutto il capitale investito. Si accresce cioè un fattore che deprime il saggio di profitto più di quanto non possa innalzarlo l’aumento del tasso di sfruttamento. Tutto il processo è quello di un motore che va in panne in forza dei meccanismi stessi che lo fanno funzionare, senza che il processo stesso sia influenzato in alcun modo dalla lotta di classe e dalla coscienza stessa dei protagonisti.



Ciò è tanto vero che Maurice Dobb ha sentito il bisogno di sottoporre questa legge a limitazioni così significative da metterne a repentaglio la consistenza stessa. Infatti egli pensa che Marx considerava tendenza e controtendenza elementi contrastanti da cui risulta il movimento generale del sistema. Il modo in cui egli difende la legge è quello stesso adottato dai critici nel respingerla : tendenza e controtendenza si bilanciano e non si può dire quale delle due alla fine prevalga. Proprio per questo Sweezy ha attaccato la legge in quanto se si afferma che tanto la composizione organica del capitale quanto il saggio del plusvalore sono delle variabili, la direzione nella quale il saggio del profitto cambierà diviene indeterminata. Se gli sforzi dei capitalisti riusciranno a stabilizzare il saggio del profitto o se essi agiranno solo in modo da affrettarne il declino, è un risultato che non può essere valutato in linea di principio. Nel caso di Sweezy gli elementi soggettivi tornano ad avere tutto il loro peso, ma la validità della legge è completamente annullata : il sistema non è destinato al crollo ed il solo fattore che può abbatterlo è la lotta di classe, uno scontro in cui, oltre alle condizioni materiali oggettive, giocano tutti quei fattori oggettivi che sono la coscienza di classe, il grado della sua compattezza e organizzazione, l’efficacia dello strumento politico.


4 agosto 2010

Boyer : L’emergere del concetto moderno di crisi

 

Dalla nascita dell’agricoltura fino all’inizio del XIX secolo i paesi europei hanno conosciuto un tipo particolare di crisi detta crisi frumentaria in cui una siccità più o meno forte fa crollare il rapporto annuo di cereali, causando, in mancanza di scorte, la carestia e l’aumento di prezzi che colpisce le popolazioni più svantaggiate. La caduta dei redditi provenienti dall’agricoltura porta ad una crisi che è crisi di sottoproduzione, ancora presente in alcuni paesi poveri. Tuttavia l’ampiezza degli effetti di queste crisi dipendono dal modo di ripartizione della produzione (sono tanto più gravi quanto quest’ultima è ineguale) e dunque dai rapporti sociali. In secondo luogo le crisi frumentarie dell’antichità e dei paesi poveri non hanno solo cause climatiche, ma anche sociali.

Con l’apparizione e l’espansione dell’industria e il conseguente avvio di un’agricoltura meno esposta a fattori ambientali, il capitalismo produttivo si trova soggetto ad altri ritmi ed altre fluttuazioni, e dunque ad altre forme di crisi che si sono presentate per tutto il XIX secolo e nella prima metà del XX. L’osservazione delle crisi ha permesso l’elaborazione della nozione di cicli economici.

Se si prende il periodo che va dall’inizio del 1800 al 1929 e si osservano i fatti economici di nazioni come l’Inghilterra, la Francia, gli Usa e la Germania, si rileva una serie di 14 crisi economiche dal 1816 al 1929, di cui 12 tra il 1816 e il 1914. La ricognizione teorica di tali fenomeni usa come indicatori i prezzi industriali alla produzione, l’evoluzione della produzione industriale e l’occupazione industriale. Su questa base possono essere rilevati dei tratti generali che hanno permesso di designare questi fenomeni come crisi e di elaborarne il concetto : contrazione violenta della produzione, caduta dei prezzi, moltiplicazione dei fallimenti, aumento della disoccupazione, flessione del salario, tensioni sociali ed all’inizio un crack di borsa che fa da detonatore. La crisi designa il momento di passaggio da un periodo di espansione o di sviluppo, ad un periodo di depressione o di contrazione nel corso del quale si mettono in opera le condizioni della ripresa. Attraverso l’interpretazione di serie lunghe di dati statistici si può dire che chi parla di crisi parla necessariamente dell’alternanza di congiunture espansive e depressive, per cui paradossalmente la sola causa della depressione sarebbe la prosperità.



L’espansione si realizza generalmente intorno ad una o più industrie motrici che esercitano effetti trainanti su altre attività. Così le costruzioni ferroviarie e l’insieme delle industrie ad esse legate (siderurgiche, meccaniche, estrattive del carbone) hanno giocato un ruolo importante a partire dal 1830 in Inghilterra. Durante il periodo di espansione, l’incremento della produzione industriale è sostenuto e relativamente regolare, il che comporta una tensione sui prezzi, in quanto l’espansione è accompagnata da una tendenza inflazionista e da una congiuntura favorevole all’elevazione dei profitti e della massa salariale. Da quel momento la domanda aumenta, gli ordini industriali si accrescono, l’espansione si generalizza. Tale congiuntura suscita da parte degli imprenditori delle favorevoli aspettative di profitto che li spingono all’investimento, mentre si alimenta la speculazione borsistica che tende ad amplificarsi e a diventare autonoma (fuga in avanti) e l’inflazione gonfia artificialmente i profitti. A questo punto la lievitazione degli investimenti e della produzione dal momento in cui la domanda non la segue più, crea le condizioni di una rottura più o meno brutale del processo espansionistico : il sistema non può assorbire la produzione e dunque non può remunerare sufficientemente il capitale investito nei settori chiave, le aspettative di profitto tendono a diventare pessimistiche e la Borsa crolla. La crisi si diffonde rapidamente a partire dai primi settori colpiti, diventa generale e provoca reazioni a catena : caduta della produzione, dei prezzi, di profitti e salari e dunque della domanda amplificando il movimento ed aumentando il numero dei fallimenti, il che favorisce la concentrazione industriale ed aumenta la disoccupazione, prima nelle industrie chiave e poi nelle altre. Si apre allora una depressione più o meno lunga ed accentuata, con il suo strascico di miseria e di spreco, finchè non riappaiono le condizioni di un ritorno all’espansione.


4 agosto 2010

Lucio Colletti (prima della cura) : la seconda duplicità interna alla teoria marxiana delle crisi

 

Inoltre l’opera di Marx ha un’altra duplicità interna, tra la constatazione di processi materiali oggettivi e lo smascheramento di una falsa oggettività feticistica in cui si trasformano i rapporti sociali. Nell’argomentazione marxista sociologia ed economia si permeano a vicenda : la sintesi marxiana abbraccia tutti quei fatti storici e quegli istituti sociali che gli altri economisti considerano elemento irrilevanti se non addirittura di disturbo. E tuttavia al fondo una difficoltà rimane : in Marx c’è una teoria del crollo, cioè una dimostrazione scientifica per cui il sistema è ineluttabilmente, per cause determinate, destinato a finire ? A questa domanda sono state date risposte spesso tra loro inconciliabili. Pensavano di si due rivali irriducibili, Bernstein e Rosa Luxemburg. Dicevano di no rivali altrettanto irriducibili, Kautsky e Lenin. 



Una teoria del crollo è, nonostante le apparenze, la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, in cui il termine “tendenziale” non deve trarre in inganno in quanto accenna solo al fatto che la legge in quanto tale è frenata dall’azione di cause antagonistiche che la contrastano o neutralizzano dandole il carattere di una semplice tendenza. Ma ciò non vuol dire che la legge sia annullata, bensì che la sua completa attuazione è ostacolata, rallentata e si verifica in un arco di tempo più lungo ed attraverso un processo più complicato. Questa legge ci permette di capire cosa Marx intenda quando parla di leggi naturali dello sviluppo capitalistico : essa delinea un processo nel corso del quale l’aumento della composizione organica del capitale non può alla lunga essere compensato dall’aumento del saggio di sfruttamento. Quindi essa finisce con l’esprimere un rapporto in cui le grandezze che contano sono il capitale costante ed il capitale variabile e cioè elementi interni al capitale stesso e non le classi sociali e cioè gli agenti storico-soggettivi con la loro lotta ed il loro scontro.


3 agosto 2010

Cesare Pavese : una generazione (prima parte)

Una sera di luci lontane
echeggiavano spari, in città,
e sopra il vento
giungeva pauroso
un clamore interrotto.
Tacevano tutti.



Le colline sgranavano
punti di luce sulle coste
avvivati dal vento.
La notte oscurava
e finiva per spegnere tutto
e nel sonno duravano
solo freschezze di vento


3 agosto 2010

Boyer : breve panorama delle scuole di pensiero economiche

 

La costituzione della scuola classica non è intelligibile se si ignora la sua coincidenza con l’ascesa della potenza del capitalismo in Inghilterra ed in Francia come nuova forma dominante di attività economica. Le sue analisi sono incentrate su una rappresentazione delle classi sociali esistenti (capitalisti, lavoratori, proprietari fondiari) e della ripartizione tra queste del reddito nazionale e più in particolare del sovrappiù economico tra le classi dirigenti, mettendo così in luce la posta in gioco essenziale nel conflitto tra la vecchia classe dirigente (aristocrazia fondiaria) e la classe in ascesa dei capitani di industria. I concetti di classe sociale e di sovrappiù economico sono concetti chiave dell’economia politica classica. Il sovrappiù economico rappresenta quella frazione della produzione  (comprendente rendita e profitto) che va al di là di ciò che è strettamente necessario alla ricostituzione di anno in anno dei lavoratori salariati produttivi così come più in generale alla riproduzione identica dell’insieme delle capacità produttive di una società data. Questa frazione della produzione esercita un ruolo essenziale perché solo da essa che può provenire l’investimento produttivo netto. Di qui il ruolo strategico dei suoi detentori. Il controllo dei mezzi di produzione, la detenzione e l’uso del sovrappiù economico fanno del gruppo di capitalisti una classe sociale dominante, mentre il gruppo dei lavoratori rappresenta una classe dominata. Su questa base l’economia politica classica mette in luce alcune leggi essenziali del sistema come la legge dell’accumulazione del capitale che lega quest’ultimo alla ricerca di un tasso di profitto massimo. Essa tuttavia non perviene a concepire la crisi se non come un avvenimento accidentale, dal momento che la produzione è rappresentata come capace di creare da se stessa la sua propria domanda (legge degli sbocchi di Say).

Malthus sarà il primo a scorgere che l’equilibrio non può essere automatico ma non vede a sua volta la necessità per il nuovo regime di spezzare il monopolio dei proprietari fondiari sulla fornitura dei cereali che fa salire le rendite e comprime i profitti. 



La scuola classica darà vita a tre branche distinte :

·         Il marxismo : Marx ponendosi affianco della classe dominata confuterà ogni idea di naturalità dell’ordine stabilito. Il capitalismo è un sistema sociale particolare, costruito storicamente. Il prelievo del sovrappiù economico (plusvalore) non corrisponde a nessuna legge naturale, ma è un fenomeno sociale che sottrae al lavoratore una frazione del prodotto del suo lavoro ( il tasso di sfruttamento esprime il rapporto tra plusvalore estratto e la parte di valore prodotto che torna ai lavoratori produttivi sottoforma di salario). Le lotte di classe sono la conseguenza inevitabile di questo fatto. Marx ha elaborato il concetto di modo di produzione (sistema economico) per specificare le strutture economiche di una società e comprenderne il funzionamento e la dinamica.

·         La scuola neo-classica che produrrà una rappresentazione idealizzata del reale che nega i conflitti di interesse che attraversano la società e dove coloro che prestano i servizi del capitale, della terra, del lavoro sono considerati sullo stesso piano, come complementari, in una visione puramente funzionalista della società. Si immagina un sistema di scambio fondato su un insieme di mercati che si suppone funzionino sulla base di una concorrenza pura e perfetta. Ciò significa che una molteplicità di piccoli produttori indipendenti e di consumatori isolati, perfettamente informati, senza influenzarsi reciprocamente, si incontrano e procedendo per tentativi giungono ad un sistema di prezzi che uguagliano offerte e domande. Di qui la teoria detta dell’equilibrio generale con la dimostrazione matematica che un’economia di mercato dovrebbe ignorare qualsiasi squilibrio (salvo informazione incompleta, concorrenza imperfetta, interventi dello stato). Anche se sembra il ritorno ad un concetto di natura, si tratta di una teoria normativa dove l’economia diventa una scienza dell’azione efficace pensata come tecnica neutra di scelta. La teoria liberale giocherà un ruolo giustificazionista quanto più sarà legata al fascino delle scienze fisiche e della formalizzazione matematica.

·         Teoria keynesiana che cerca di dimostrare che in un’economia concreta, l’equilibrio della domanda e dell’offerta di merci non conduce necessariamente alla piena occupazione. Si pone in primo piano il ruolo delle aspettative, dell’investimento e della domanda effettiva (dunque dei salari).

 


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permalink | inviato da pensatoio il 3/8/2010 alle 17:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


3 agosto 2010

Lucio Colletti (prima della cura) : la prima duplicità interna alla teoria marxiana delle crisi

 

Tutta l’opera di Marx sembra fendersi in questa insanabile scissura provocata da due opposte istanze per cui la teoria deve parlare un duplice linguaggio : da un lato dimostrare come la contraddittorietà radicale si componga costantemente in un equilibrio, dall’altro deve mostrare come questo equilibrio si rompa continuamente in un movimento disordinato. La legge astratta per Marx deve essere colta assieme alla continua soppressione dell’ordine attraverso cui questa legge si realizza. La legge è determinata dal suo opposto, cioè dall’assenza di legge. 



La vera legge dell’economia è il caso, dal cui movimento si fissano arbitrariamente alcuni momenti in forma di leggi. Se l’opera di Marx non fosse simultaneamente una critica del capitalismo, un’analisi delle contraddizioni interne che lo minano ed al tempo stesso una ricostruzione del modo in cui malgrado tutto le contraddizioni sono superate ed il sistema esiste e funziona, rimarrebbero solo la vuota semplicità di uno dei due errori : o dimostrare non la contraddittorietà del sistema, ma la sua impossibilità (Rosa Luxemburg), oppure dimostrare non la continua e sempre in pericolo sopravvivenza del sistema, ma la sua eternità (Hilferding e Bauer).


2 agosto 2010

Lucio Colletti (prima della cura): contraddittorietà e sopravvivenza del capitalismo

 

Tutta l’opera di Marx sembra fendersi in questa insanabile scissura provocata da due opposte istanze per cui la teoria deve parlare un duplice linguaggio : da un lato dimostrare come la contraddittorietà radicale si componga costantemente in un equilibrio, dall’altro deve mostrare come questo equilibrio si rompa continuamente in un movimento disordinato. La legge astratta per Marx deve essere colta assieme alla continua soppressione dell’ordine attraverso cui questa legge si realizza. La legge è determinata dal suo opposto, cioè dall’assenza di legge. La vera legge dell’economia è il caso, dal cui movimento si fissano arbitrariamente alcuni momenti in forma di leggi. Se l’opera di Marx non fosse simultaneamente una critica del capitalismo, un’analisi delle contraddizioni interne che lo minano ed al tempo stesso una ricostruzione del modo in cui malgrado tutto le contraddizioni sono superate ed il sistema esiste e funziona, rimarrebbero solo la vuota semplicità di uno dei due errori : o dimostrare non la contraddittorietà del sistema, ma la sua impossibilità (Rosa Luxemburg), oppure dimostrare non la continua e sempre in pericolo sopravvivenza del sistema, ma la sua eternità (Hilferding e Bauer).

Inoltre l’opera di Marx ha un’altra duplicità interna, tra la constatazione di processi materiali oggettivi e lo smascheramento di una falsa oggettività feticistica in cui si trasformano i rapporti sociali. Nell’argomentazione marxista sociologia ed economia si permeano a vicenda : la sintesi marxiana abbraccia tutti quei fatti storici e quegli istituti sociali che gli altri economisti considerano elemento irrilevanti se non addirittura di disturbo. E tuttavia al fondo una difficoltà rimane : in Marx c’è una teoria del crollo, cioè una dimostrazione scientifica per cui il sistema è ineluttabilmente, per cause determinate, destinato a finire ? A questa domanda sono state date risposte spesso tra loro inconciliabili. Pensavano di si due rivali irriducibili, Bernstein e Rosa Luxemburg. Dicevano di no rivali altrettanto irriducibili, Kautsky e Lenin. Una teoria del crollo è, nonostante le apparenze, la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, in cui il termine “tendenziale” non deve trarre in inganno in quanto accenna solo al fatto che la legge in quanto tale è frenata dall’azione di cause antagonistiche che la contrastano o neutralizzano dandole il carattere di una semplice tendenza. Ma ciò non vuol dire che la legge sia annullata, bensì che la sua completa attuazione è ostacolata, rallentata e si verifica in un arco di tempo più lungo ed attraverso un processo più complicato. Questa legge ci permette di capire cosa Marx intenda quando parla di leggi naturali dello sviluppo capitalistico : essa delinea un processo nel corso del quale l’aumento della composizione organica del capitale non può alla lunga essere compensato dall’aumento del saggio di sfruttamento. Quindi essa finisce con l’esprimere un rapporto in cui le grandezze che contano sono il capitale costante ed il capitale variabile e cioè elementi interni al capitale stesso e non le classi sociali e cioè gli agenti storico-soggettivi con la loro lotta ed il loro scontro. 



L’attuazione della legge assume cioè l’andamento di un processo meccanico. Il meccanismo è questo : per aumentare il plusvalore il capitale deve aumentare la produttività del lavoro e cioè introdurre innovazioni tecniche, ma questo aumenta la composizione organica del capitale e cioè la percentuale del capitale costante rispetto a tutto il capitale investito. Si accresce cioè un fattore che deprime il saggio di profitto più di quanto non possa innalzarlo l’aumento del tasso di sfruttamento. Tutto il processo è quello di un motore che va in panne in forza dei meccanismi stessi che lo fanno funzionare, senza che il processo stesso sia influenzato in alcun modo dalla lotta di classe e dalla coscienza stessa dei protagonisti.

Ciò è tanto vero che Maurice Dobb ha sentito il bisogno di sottoporre questa legge a limitazioni così significative da metterne a repentaglio la consistenza stessa. Infatti egli pensa che Marx considerava tendenza e controtendenza elementi contrastanti da cui risulta il movimento generale del sistema. Il modo in cui egli difende la legge è quello stesso adottato dai critici nel respingerla : tendenza e controtendenza si bilanciano e non si può dire quale delle due alla fine prevalga. Proprio per questo Sweezy ha attaccato la legge in quanto se si afferma che tanto la composizione organica del capitale quanto il saggio del plusvalore sono delle variabili, la direzione nella quale il saggio del profitto cambierà diviene indeterminata. Se gli sforzi dei capitalisti riusciranno a stabilizzare il saggio del profitto o se essi agiranno solo in modo da affrettarne il declino, è un risultato che non può essere valutato in linea di principio. Nel caso di Sweezy gli elementi soggettivi tornano ad avere tutto il loro peso, ma la validità della legge è completamente annullata : il sistema non è destinato al crollo ed il solo fattore che può abbatterlo è la lotta di classe, uno scontro in cui, oltre alle condizioni materiali oggettive, giocano tutti quei fattori oggettivi che sono la coscienza di classe, il grado della sua compattezza e organizzazione, l’efficacia dello strumento politico.

Si può obiettare che Marx non fu mai veramente un determinista, dal momento che diceva che sono gli uomini stessi che fanno la storia, seppure non in condizioni scelte da loro. Tuttavia nella misura in cui il soggetto de Il Capitale è il capitale stesso si capisce anche come la fine del capitalismo si potesse prospettare nei termini di un brusco arresto nel funzionamento del motore dell’accumulazione. Si lasci perdere la contrapposizione tra il Marx giovane rivoluzionario soggettivista ed il Marx vecchio determinista. La coscienza di questo problema la si può trovare anche nella trattazione marxiana della caduta del saggio di profitto : Marx dice che quello che inquieta Ricardo è che il saggio del profitto, forza motrice della produzione capitalistica, condizione e stimolo dell’accumulazione, sia compromesso dallo sviluppo stesso della produzione. Viene dimostrato in termini puramente economici (cioè dal punto di vista borghese) che la produzione capitalistica è limitata e relativa, è un modo di produzione semplicemente storico corrispondente ad una specifica epoca di sviluppo delle condizioni materiali della produzione. Questa frase di Marx fa pensare che la teoria del crollo è solo la fine del capitalismo visto dal punto di vista borghese. In realtà le tendenze oggettive hanno senso solo in quanto compaiano come condizioni e premesse reali della lotta di classe e cioè dello scontro tra soggetti. L’illusione che esse abbiano valore risolutivo genera le varie teorie del crollo. Inoltre se le vere contraddizioni del capitalismo sono sempre contraddizioni di classe è anche vero che l’esito dello scontro non può essere prefigurato in anticipo. Si obietterà che i fattori soggettivi sono anch’essi momenti della realtà, ma allora, o il dato soggettivo è calcolabile come un dato oggettivo ed allora siamo all’interno del determinismo, oppure esso non lo è ed allora la scienza sociale non si può chiudere con la predeterminazione dell’esito del processo. Il corso del processo storico torna ad essere aperto,  ma la scienza sociale finisce per essere scienza e la possibile equipollenza tra l’aumento della composizione organica e quello del saggio del plusvalore diventa una semplice enunciazione del problema anziché la sua soluzione.


2 agosto 2010

Ma che fa la Fiat in Serbia ?

 La lettera di una sindacalista della Zastava
Cari amici, care amiche
di Rajka Veljovic*

vi scrivo a nome del Sindacato Samostalni della Zastava e dei tanti lavoratori i cui figli sono stati aiutati da voi dal 1999, quando i nostri reparti furono rasi al suolo dalla NATO e quando partirono i progetti di solidarieta.
Aderirono parecchie associazioni, sindacati, adottanti singoli, tra i quali molti da Torino.
Noi del Sindacato siamo stati punto di riferimento e garanti del progetto delle adozioni a distanza, le consegne degli aiuti sono state sempre state organizzate in modo diretto (dai rappresentanti italiani alle famiglie) in pubblico e con la massima trasparenza.
Siamo convinti che grazie alle modalita’ di gestione del progetto, siamo riusciti a mantenerlo in piedi .
Sono passati dieci anni, l’economia del nostro Paese non si e’ ripresa dopo i bombardamenti della NATO (ricordiamo anche l’embargo precedente), e i vostri rappresentanti che sono venuti a trovarci periodicamente lo hanno potuto verificare di persona.



Siamo ben coscienti che sono passati 10 anni, che nel mondo ci sono altri disastri, e che anche nel vostro Paese c’e’ la crisi (anche se non e’ neppure paragonabile con la situazione economica e politica del nostro Paese).
A parecchi ragazzi del vostro Progetto mancano uno o due anni per finire gli studi.
In nome della solidarieta’ tra lavoratori vi chiediamo di non lasciarli soli ora, e di voler continuare gli affidi a distanza.Questo e’ il periodo peggiore che attraversiamo dopo i bombardamenti; l’arrivo della Fiat a Kragujevac, ha voluto dire un aumento vertiginoso della disoccupazione, salari sempre piu’ bassi e nessuna speranza nel futuro per i lavoratori licenziati e per le loro famiglie.
In particolare dopo l’accordo tra il governo della Serbia e la Fiat, queste sono le conseguenze sulle REALI condizioni di vita e sul futuro dei lavoratori della Zastava.

Vi ringraziamo tanto per la solidarieta’ finora dimostrata e vi inviamo i nostri piu’ fraterni saluti

Kragujevac, 1° febbraio 2010.

* Ufficio relazioni estere e adozioni a distanza presso Sindacato Samostalni Zastava



In seguito riportiamo la traduzione dell’articolo pubblicato il 24.09.2009 sul quotidiano Politika, il più diffuso in Serbia:

Buon compleanno cara Fiat

Per la Zastava e la Serbia non ci sono molti motivi per la festa. Per la Fiat invece sì.

di Nenad Popovic*

«La settimana prossima sarà un anno dalla costituzione formale della Fiat Automobili Serbia, uno dei progetti piu pubblicizzati dal governo attuale, il progetto che doveva riavviare l’industria automobilistica in Serbia. Tale progetto era «il prediletto» e la speranza piu grande degli esperti economici dell'attuale governo.

La sua realizzazione era stata presentata come l'investimento straniero più grosso nel settore industriale, con un versamento iniziale da parte della Fiat pari a circa 700 milioni di euro. Avevano annunciato la produzione di 200.000 unità all’anno e un esportazione di oltre 1 miliardo di euro entro il 2011. Si prevedeva lavoro per almeno 10.000 disoccupati e Kragujevac era stata nominata la Detroit serba.

Ogni primo compleanno è sempre una bella occasione in cui in una atmosfera piacevole si incontrano le persone e si fanno auguri reciproci per il successo comune.

Temo che questo avrà caratteristiche un po' diverse. Non c’e nessun motivo per festeggiare perché non possiamo dimenticare che la Fiat entro il 31 marzo dell’anno corrente doveva versare 200 milioni del capitale iniziale, che l’anno prossimo doveva partire la produzione del modello nuovo e che 2.433 lavoratori già da sei mesi dovevano essere assunti dalla nuova azienda.

Che cosa c'è da festeggiare?

Festeggiamo il fatto che abbiamo lo stesso prodotto con un nome diverso, assemblato con i particolari importati? Oppure il fatto che tutta la produzione viene eseguita sugli impianti che la Zastava aveva pagato 14 milioni di euro tre anni fa, invece di lavorare sulle attrezzature che la Fiat aveva promesso di portare a Kragujevac?

Forse festeggiamo perché abbiamo rinunciato alla licenza per la produzione della «Zastava 10» per la quale avevamo pagato tre milioni di euro tre anni fa, fino al punto di rinunciare al 50 percento del guadagno sul modello attuale a favore della Fiat?

Forse festeggiamo perché i salari ai lavoratori ancora vengono pagati dal fondo statale, o perché rinunciando alla pratica che dura da un decennio, forse potremmo provocare un tracollo del budget, che per questo motivo potrebbe andare in deficit o qualcosa di simile?

Forse festeggiamo perché 20.000 fornitori della Zastava sono rimasti senza lavoro, mentre i fornitori della Fiat lavorano a piena capacità ?

Forse festeggiamo perché abbiamo un altra zona franca per cui, oltre tutti i favori fatti alla Fiat, la Serbia rinuncerà anche dalle tasse doganali e ai dazi relativi alle attività della Fiat?

Per la Zastava e la Serbia non ci sono troppi motivi per la festa.

Per la Fiat invece si. In base all'accordo redatto dagli esperti socioeconomici del governo attuale, il produttore italiano, pur non avendo investito nemmeno un euro della somma promessa, ha un guadagno significativo. La Fiat ha il profitto garantito di 10 percento per ogni vettura venduta e siccome sugli impianti esistenti a Kragujevac, vengono assemblate 2.000 vetture al mese, possiamo facilmente calcolare che la Fiat in un anno incasserà circa 17 milioni di euro. Tenendo presente che di tale entrata vengono retribuiti solo i salari per i 35 manager della Fiat residenti a Kragujevac, quasi l'intera entrata si può ritenere profitto. Tutte le spese di produzione sono sostenute dalla Zastava e dallo Stato, la Zastava paga mano d’opera e tasse alla città di Kragujevac, mentre lo Stato dal suo fondo paga i contributi per i lavoratori, più 10 milioni di euro all’anno per le sovvenzioni d’acquisto per la vettura Punto.

Nessuno in Serbia può essere contento per l’insuccesso del governo relativo a tale progetto. A me personalmente dispiace perché un’idea buona, che poteva trasformarsi in un progetto efficace (se l'accordo si fosse realizzato in modo professionale e responsabile), si è sciupata, e perché invece di essere utile per lo Stato e i cittadini serbi, è diventata l'equivalente dell'imbroglio più grosso di questo governo, dall’inizio del suo mandato.
* responsabile consiglio economico, del Partito democratico serbo


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