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1 marzo 2010

Giudizio e conoscenza in Schlick

 

La conoscenza come riconoscimento e relazione

 

Schlick dice che conoscere un oggetto vuol dire ritrovare in esso un altro oggetto e la locuzione “in esso” ha un senso figurato. Per comprendere rettamente questo senso, si deve esaminare più da vicino il rapporto tra il concetto che designa l’oggetto e il concetto di come tale oggetto venga conosciuto.

Schlick dice che “Io conosco A come (in quanto) B” equivale a “Io conosco A che è B”.

Oppure “Io conosco che la luce è un processo di oscillazione” vuol dire

I concetti A (luce) e B (processo di oscillazione) designano un solo e medesimo oggetto ed il fenomeno può essere designato sia con il concetto di luce che con quello di processo di oscillazione” . Egli aggiunge che, a tal proposito, si può lasciar stare il caso irrilevante della tautologia, dove i due concetti sono assolutamente identici (stessa origine, stessa definizione, stesso nome) come nel caso “La luce è la luce

Schlick continua dicendo che sussiste la possibilità che i due concetti, sin dall’inizio, sono diventati segni dello stesso oggetto in forza di una stipulazione arbitraria. E fa l’esempio di

La causa per cui due sostanze si combinano violentemente l’una con l’altra è la loro forte affinità chimica”. In questo enunciato i due concetti “causa di una reazione violenta” e “forte affinità chimica” designano una sola e medesima cosa. Il concetto di affinità chimica non aveva una sua precedente definizione e non era già noto altrimenti da altre enunciazioni. Per cui il giudizio era solo una definizione e non conteneva alcuna conoscenza.

Schlick fa un altro esempio :

La causa dell’azione attrattiva esercitata dall’ambra è l’elettricità”. In questo caso si pretende di spiegare un qualche fenomeno per mezzo di una qualitas occulta e così si ottiene semplicemente di designare la stessa cosa in due modi diversi.

Schlick dice che invece la conoscenza effettiva si ha quando due concetti designano lo stesso oggetto, non solo in virtù delle loro definizioni, ma in forza di nessi eterogenei. Si tratta cioè di due concetti definiti in modo diverso, per poi trovare oggetti che cadono in entrambi i loro domini. Si tratta di nessi reali (individuati attraverso l’osservazione) o nessi concettuali (individuati attraverso un’analisi successiva). Quest’ultima è la conoscenza di tipo matematico.

La conoscenza è scoperta della relazione tra oggetti e come tale viene designata da un giudizio (che però non deve essere né falso, né tautologico, né definitorio)

 

 

La distinzione convenzionale tra definizioni e giudizi

 

Schlick poi espone una tesi molto interessante : egli dice che la differenza tra definizioni e giudizi non definitori (assiomi e teoremi) è relativa dal punto di vista logico. Ciò non contraddice la natura della conoscenza giacchè questa relatività non è tale dal punto di vista storico : infatti se un giudizio  contenga o no una conoscenza dipende da quello che sapevamo prima che fosse emesso quel giudizio. Egli fa il seguente esempio :

se un oggetto, che noi designiamo con il segno x, ci è sempre stato noto attraverso le proprietà A e B,ed in seguito accertiamo che esso possiede anche le proprietà C e D, allora il giudizio “x possiede le proprietà C e D” contiene una conoscenza (sintetica). Questo giudizio però sarebbe solo una definizione se x ci fosse sempre stato dato attraverso le proprietà C e D.

Schlick precisa che all’inizio il termine “x” significa un concetto che è diverso nei due casi (prima è A, B ; nel secondo è C,D) e solo in seguito risulta chiaro che designa un solo oggetto. A tal proposito si può fare l’esempio di un bambino che in una notte buia conosce per la prima volta la neve con il tatto (fredda) e poi la mattina la vede con la vista (bianca) ed ottiene nuova conoscenza.

Schlick dice poi un’altra cosa interessantissima : quando però una scienza diventa una struttura armonizzata e compiuta non è più la successione casuale (temporale) delle esperienze a determinare cose sia definizione e cosa sia conoscenza. Le definizioni saranno i giudizi  che risolvono un concetto in maniera tale da costruire con esse il più alto numero possibile di concetti, riducendo i concetti di tutti gli oggetti al minor numero possibile di concetti-base.

Schlick parla dunque di conoscenza come di eguaglianza tra oggetti e di corrispondente identificazione di concetti. Lotze, Munstenberg e Meyerson pure hanno sostenuto che l’essenza del giudizio è una posizione di identità, ma tale identità per Schlick non è una tautologia.

Egli continua dicendo che, nel caso della neve, da un lato, c’è un’impressione visiva “x è bianca”,dall’altro un’impressione tattile “x1 è fredda”. All’inizio x ed x1  non sono lo stesso, ma nemmeno ci troviamo di fronte a due tautologie, come dice Lotze quando dice “S è S” e “P è P”, giacchè “x è bianca” non è una mera identità, ma una copula, cioè una sussunzione.

 

 

Lo spazio, il tempo e l’identità degli oggetti

 

Schlick poi parla della tesi di Benno Erdmann sulla subordinazione di un concetto ad un altro  secondo il contenuto. Il giudizio sarebbe la subordinazione di un oggetto nel contenuto di un altro, basata sull’uguaglianza di contenuto delle componenti materiali. Schlick obietta che, poiché contenuto ed estensione di un concetto si corrispondono, la teoria della subordinazione equivale alla teoria della sussunzione per cui il giudizio è l’asserzione dell’appartenenza di un soggetto ad una classe.

Schlick poi esamina il problema di come identificare o eguagliare gli oggetti (x ed x1) designati dal pronome dimostrativo in “Questo è bianco” e “Questo è freddo”, tenendo presente che “bianco” non è “freddo”. Secondo alcuni (ad es. Herbart) tale identità la possiamo statuire solo riferendo “bianco” e “freddo” ad un oggetto secondo una logica cosa/proprietà e sostanza/attributo. Ma Schlick, come Lotze, rifiuta come metafisica questa impostazione. In realtà, dice Schlick, le proprietà vengono riunite in un aggregato e la base per formare questo aggregato sta nel presentarsi di queste qualità nel medesimo luogo ed al medesimo tempo e dunque l’identità statuita nel giudizio è l’identità di un punto spazio-temporale. La posizione nello spazio oggettivo ascritta alla neve può essere a sua volta definita mediante l’aggregato costituito dalla posizione del “bianco” nello spazio soggettivo della vista e da quello del “freddo” nello spazio soggettivo del tatto.

Schlick si pone poi il problema di come da una mera identità spazio-temporale possa già per noi venir fuori un’identità dell’oggetto. Cose che si presentano sempre insieme nel medesimo luogo ed al medesimo tempo non le possiamo semplicemente porre come identiche. Schlick aggiunge che indubbiamente noi abbiamo il diritto di compendiarle in una unità e di principio siamo liberi di compendiare attraverso il pensiero elementi qualsiasi, anche estremamente distanti nello spazio e nel tempo, semplicemente convenendo che alla totalità di questi elementi venga coordinato un concetto. Schlick continua dicendo che una tale unificazione non ha senso o scopo, se non là dove ci sia un motivo per farla, altrimenti mancherebbe al nuovo concetto ogni possibilità di impiego. Egli ipotizza che il motivo più forte è dato da una persistente coincidenza spazio-temporale ed articola il suo ragionamento dicendo che nella realtà sensibile spazio e tempo sono i grandi unificatori e separatori, e tutte le determinazioni con cui circoscriviamo e distinguiamo un oggetto del mondo esterno come individuo rispetto ad altri individui, consistono in definitiva di specificazioni di spazio e tempo.

Schlick fa l’esempio per cui supponiamo che più elementi A, B e C (ciascuno distinguibile dagli altri)  compaiono sempre in questo modo : quando c’è A, ci sono anche B e C, mentre B e C compaiono spesso senza A. Ora ABC viene considerato un’unità e l’elemento A ci apparirà l’essenziale dell’oggetto, mentre B e C appariranno proprietà che l’oggetto ha in comune con altre.

 

 

La localizzazione spazio-temporale

 

Schlick dice che l’analisi qui delineata va distinta dalla risoluzione positivistica di un corpo in un complesso di elementi (Mach). Infatti, dice Schlick

  • L’oggetto di cui parliamo non necessariamente deve essere un corpo, ma può essere un processo, uno stato
  • Si è usata la parola “elemento” nello stesso ampio senso della parola “oggetto”.
  • Non si è ancora affermato che un oggetto corporeo è nient’altro che un complesso di elementi. Anzi, la questione di come si debba pensare il rapporto di un oggetto con le sue proprietà resta completamente aperta. Qui si intendeva solo richiamare l’attenzione sull’indubbio diritto che si ha di designare collettivamente attraverso un concetto cose che sempre si presentano insieme.

Tale analisi, dice Schlick, può essere riproposta per qualsiasi tipo di conoscenza di oggetti del mondo sensibile. Infatti tutto nel mondo esterno è in un determinato luogo ed in un determinato tempo. Ritrovare una cosa in un’altra vuol dire assegnare ad ambedue il medesimo luogo nel medesimo tempo. Anche nella storia per Schlick c’è questa localizzazione spazio-temporale di quel che accade nell’umanità. L’identificazione nella maggioranza dei giudizi storici consiste nel fatto che l’autore di una determinata impresa viene identificato ad una determinata persona che appare anche altrove. E’ attraverso le personalità dei portatori dell’evento storico che principalmente si interconnettono gli avvenimenti storici stessi.

Schlick poi dice che nelle discipline esatte la conoscenza è più profonda : l’identificazione non è solo una posizione spazio temporale o un individuo che permane nel tempo, ma una legiformità : il calore ad es. è un movimento di molecole perché il suo comportamento può essere descritto attraverso le stesse identiche leggi che riguardano il comportamento di uno sciame di particelle in rapido movimento. Schlick poi parla della volontà che sarebbe una sequenza di rappresentazioni e sentimenti identificata solo attraverso coordinate temporali.

 

 

L’identità e la relazione

 

Schlick dice che la possibilità di identificazione, basilare per l’edificio della conoscenza, si presenta laddove l’oggetto è dato attraverso relazioni con altri oggetti. In tal caso conoscere significa ritrovare un solo e medesimo oggetto quale membro di diverse relazioni.

Schlick fa questo esempio :

dato un oggetto O, definito per noi dalla relazione R1 con un oggetto noto A1,

noi troviamo che lo stesso oggetto O sta con un altro oggetto A2 nella relazione R2.

Nel caso in cui O è un vissuto immediato di coscienza, l’oggetto è dato direttamente e non attraverso relazioni e conoscerlo vuol dire trovare che questo O è anche membro di una relazione R con A.

Schlick fa anche un altro esempio :

nell’enunciato “Un raggio luminoso è costituito da onde elettriche”, il concetto “raggio luminoso” non designa un vissuto d’esperienza e può essere osservato solo nel senso che i corpi posti sul suo cammino (es. granellini di polvere) vengono illuminati e che un occhio colpito dal raggio luminoso ha una sensazione di luce. Dunque esso può essere conosciuto solo attraverso la relazione (ad es. di causalità) con oggetti che possono magari essere osservati

Schlick conclude che non sussiste il minimo impedimento che i due oggetti “causa dell’illuminazione = raggio luminoso” e “onda elettrica” siano posti come identici tra loro perché una stessa cosa può avere certe relazioni con certe cose ed altre relazioni con altre cose.

Schlick però poi precisa che un oggetto A che sta con un altro oggetto B in un complesso di relazioni ben determinato, non può stare nello stesso preciso complesso di relazioni con un terzo soggetto C (a meno che questo non sia lo stesso che B). Date tre cose A, B e K (ad es. due oggetti ed una relazione), due qualsiasi di esse determinano già da sempre univocamente la terza.

Infatti, precisa Schlick, la relazione “maggiore di…” può sussistere tra i numeri F e G ed anche tra F e H, ma “maggiore di…” è una classe di relazioni. Se invece la relazione è “maggiore di…in relazione del valore D”, allora G ed H (se F in tutti e due i casi è il primo termine della relazione) sono lo stesso identico numero. Schlick conclude che una cosa può avere relazioni uguali con cose diverse solo finchè tali relazioni non sono specificate sino all’ultimo dettaglio.

Schlick poi argomenta che la neve è sì causa sia del freddo che del bianco, però la relazione causale non è la stessa nei due casi, giacché i due processi causali sono processi naturali differenti. Le due cause non sono identiche ed in “La neve è bianca” non c’è un’identità del tipo “La luce consiste di onde elettriche”. Infatti in quest’ultimo giudizio il concetto di luce è definito come termine di una relazione causale. E per il motivo qui esposto la descrizione scientifica è lo stesso di una spiegazione causale.

 

 

Identità, sussunzione e concetti puri

 

Schlick poi dice che l’essenza dell’identificazione la si può percepire con la massima chiarezza nel caso di giudizi che si riferiscono a puri concetti.. Ogni conoscenza puramente concettuale consiste nella dimostrazione che un concetto definito attraverso gli assiomi (che statuiscono certe relazioni) compare al tempo stesso come membro di altre relazioni determinate. La piena identità (es. 2x2 = 2+2) si ha quando il concetto è determinato completamente da ciascuno dei due termini. Se però uno dei complessi non è sufficiente a dare una determinazione univoca, allora ha luogo un’identificazione parziale chiamata sussunzione. Schlick a tal proposito fa l’esempio di 2 = Ö4 dove Ö4, oltre il concetto ‘2’, contiene anche il concetto ‘(-2)’.

Egli conclude che ogni problema matematico la cui soluzione rappresenta sempre una conoscenza concettuale, non è nient’altro che la richiesta di esprimere un certo concetto che è dato attraverso certe relazioni, con l’ausilio di altre relazioni. Schlick fa l’esempio per cui trovare le radici di un’equazione ad un’incognita vuol dire rappresentare i numeri definiti da quella equazione come una somma di numeri interi e frazionari (anche con infiniti membri).

Schlick dice poi che l’interesse della scienza empirica è per l’universale e dunque le identificazioni in questo campo sono quasi sempre sussunzioni (la x è una Y).

Un giudizio come “La luce gialla del calore delle D-linee dello spettro è un processo di oscillazione elettrica di circa 509 bilioni di periodi al secondo” descrive un’identità completa e dunque reversibile. Tale giudizio però per Schlick non è fondamentale come “La luce consiste di onde elettriche”.

Obiettivo delle scienze empiriche è quello di rendere perfettamente determinato l’individuale. In questo caso, dice Schlick, il concetto che fa da predicato (es. WASP) è un’intersezione di più concetti generali (White, Anglosaxon, Protestant). Tale determinazione dettagliata utilizza determinazioni quantitative perché niente come i numeri determina con precisione campi di concetti.

In sintesi la tesi di Schlick sul rapporto tra giudizio e conoscenza è la seguente :

  • Ogni giudizio designa uno stato di fatto
  • Se lo fa con un segno nuovo il giudizio è in realtà una definizione
  • Se tutti i segni sono già noti, il giudizio costituisce una conoscenza
  • Designare un oggetto per mezzo di concetti già coordinati ad altri oggetti è lecito solo se prima in quell’oggetto sono stati ri-trovati questi oggetti (e questo è il conoscere).
  • Il concetto coordinato all’oggetto che viene conosciuto sta con i concetti con cui l’oggetto viene conosciuto in relazioni di sussunzione.

 

 

 

 

 

 

“Io conosco A come B”

 

La prima osservazione da fare è : cos’è per un empirista un senso figurato ? Io credo che l’uso di alcune forme retoriche sia difficile da spiegare per un empirista radicale, perché egli proprio non riflette sulle condizioni di possibilità della relazione semiotica stessa e sulle sue ulteriori articolazioni.

In secondo luogo l’equivalenza tra “Io conosco A come (in quanto) B” e “Io conosco A che è B” non è assoluta come sembra. Quando dico “Io conosco A come (in quanto) B”, si esplica l’idea che ci siamo fatti di A, o ancor meglio l’idea che ci siamo fatti di A con il sentito dire, senza cioè nemmeno prendere una posizione precisa (del tipo “Io ritengo che A è B”).

Quando dico “Io conosco (so) che A è B” si fa riferimento al grado di stabilità di una conoscenza, o al grado di consapevolezza di uno stato di cose. Esso può voler dire “Sono certo che A è B” oppure “Sono consapevole che A è B”.

Naturalmente bisogna vedere come suona in tedesco (la lingua di Schlick) “Io conosco A come B”.

Anche nel caso della tautologia, dove i due concetti sono assolutamente identici, è possibile che ci troviamo non di fronte a due concetti, ma a due occorrenze dello stesso nome e dello stesso concetto.

A proposito dell’identità tra i due concetti “causa di una reazione violenta” e “forte affinità chimica”, quest’ultima è qualcosa di ben preciso e non si risolve solo nell’essere la causa dell’attrazione violenta. Dunque, dire che la causa è l’affinità chimica vuol dire aprire le porte ad un ulteriore descrizione che deve portare ulteriore conoscenza. Se poi l’affinità chimica si risolvesse nell’essere causa dell’attrazione violenta, essa sarebbe un mero nome per tale causa e solo in questo contesto si potrebbe parlare di definizione. Così però non si sarebbe di fronte a due concetti, ma ad un nome (“affinità chimica”) e ad una descrizione (“causa dell’attrazione violenta”). Naturalmente la distinzione tra nome (spesso un segno singolo) e descrizione/concetto non è assoluta. Entrambi sono segni della stessa realtà di cui uno viene eletto ad interpretante (la descrizione) dell’altro (il nome).

La qualità occulta di cui parla Schlick è come la virtus dormitiva di Moliere, ma comunque quel nome misterioso è un segno che va poi s-viluppato, un passaggio verso spiegazioni successive. Quindi non bisogna del tutto censurare l’uso di termini che non hanno un significato assolutamente chiaro. Essi sono propedeutici ad una ulteriore attività di chiarificazione concettuale.

 

L’esempio della neve

 

Sembra che per Schlick la vera conoscenza sia dunque una sorpresa, una novità che sovverte il senso comune. Inoltre non si capisce se per Schlick la conoscenza matematica, notando nessi concettuali prima non rilevati, sia o meno una conoscenza sintetica.

Schlick giustamente ritiene che la natura analitica o sintetica dei giudizi sia relativa allo stato delle conoscenze acquisite.

Nell’esempio fatto da Schlick del bambino che fa esperienza tattile e visiva della neve, in entrambe le esperienze vi è nuova conoscenza : la prima è quella che in un determinato contesto (ad es. il giardino di casa di notte) vi è qualcosa di freddo al tatto, poi questo qualcosa di freddo lo si chiama “neve”, poi vi è la seconda conoscenza (ottenuta il mattino dopo) per cui questo qualcosa di freddo (la neve) è di colore bianco.

Sempre relativamente a questa esperienza, il freddo avvertito dal bambino è quella sensazione precisa di freddo (tale da poter essere ricordata) : può una sensazione essere un predicato ? Schlick non si sofferma sulla costituzione della classe dei vari sense-data “freddo”. Per cui se il bambino non ha avuto altre sensazioni di freddo oltre quella, “x è freddo” prima di essere una predicazione, risulta essere una vera e propria identità (come “S è S” di Lotze). O meglio c’è un qualcosa che si risolve nella sensazione con cui appare al soggetto percipiente.

 

Sostanza/attributo e Tutto/parte

 

La tesi poi di Schlick per cui contenuto ed estensione di un concetto si corrispondono non tiene conto della differenza tra intensione (che è il concetto) ed estensione che sarà rilevata da Carnap.

La relazione sostanza/attributo equivale al rapporto totalità/parte tra l’intero (aggregato) e la proprietà presa in considerazione. Ma come parlare di medesimo luogo e medesimo tempo se non rispetto all’aggregazione di queste qualità ? Far dipendere l’aggregazione da una presunta convergenza spazio-temporale significa rovesciare il ragionamento. In realtà in questo caso il Tutto (oggetto metafisico) è la condizione di possibilità della sintesi conoscitiva che unifica “bianco” e “freddo” nel giudizio “Ciò che è bianco  è anche freddo”. Già nel solo primo giudizio “Questo è freddo” si è costituita una sostanza, e tale sostanza è l’insieme, prima implicito e potenziale (reso semplicemente dall’indicale), poi sempre più articolato, delle qualità in esame. Esso perciò è il soggetto logico delle successive proposizioni conoscitive (“Questo freddo è anche bianco”). Naturalmente le proposizioni successive dipenderanno dal coincidere delle varie sensazioni, ma questo coincidere non è l’aggregato arbitrariamente sincronico, ma una lineare attribuzione di qualità ad un soggetto già costituito che è il segno della oggettività della nostra scoperta : noi scopriamo progressivamente le proprietà di un insieme esistente.

 

 

La libertà di compendio del pensiero

 

Quanto al diritto ed alla libertà di compendiare elementi qualsiasi attraverso il pensiero, Schlick non si domanda da dove si desume questa libertà, come viene giustificato questo diritto. Come cioè il pensiero può coordinare un concetto ed unificare in tal modo elementi così estremamente distanti dal punto di vista spazio-temporale. Questo è il mistero della concezione meramente aggregazionistica della sostanza, mistero che Schlick nel suo empirismo radicalmente ingenuo non prova nemmeno a spiegare. Tale mistero si può spiegare solo cambiando metafisica (da quella aristotelica del soggetto e del predicato a quella monista del rapporto tra il Tutto e la parte), ma non uscendo dalla metafisica, altrimenti sparirebbe il livello concettuale di spiegazione.

Quando Schlick dice che una tale unificazione non ha senso se non là dove ci sia motivo di farla, egli subordina la sortita di un aggregato a motivazioni puramente pragmatiche per cui si spiega il fine di un operazione mentale, ma non il come né le condizioni di possibilità di tale operazione.

Da un lato Schlick parla di libertà di aggregare elementi spazio-temporalmente dispersi, dall’altro dice che il criterio di aggregazione è la contiguità e la coincidenza spazio-temporale. Ma allora che fine fanno la libertà ed il diritto così proclamati, dal momento che è il contesto empirico a scandire i processi di aggregazione ?

Quando Schlick fa l’esempio dei tre elementi (uno dei quali essenziale) è un peccato che egli non ci faccia un esempio più concreto : perché in tal caso l’elemento essenziale sarebbe la sostanza (la parte residua dell’aggregato), mentre gli altri due elementi sarebbero semplicemente le proprietà prese in considerazione in un dato momento. Perciò la tesi di Schlick (derivata dall’empirismo inglese), per cui a noi sembra che ci sia solo un individuo, prima di essere accettata va verificata con un esempio più concreto di proprietà essenziale, giacchè un elemento dominante riproporrebbe l’idea di sostanza anche a livello di elementi dell’aggregato.

 

 

 

 

Il problema dell’oggetto come coincidenza spazio-temporale

 

Quanto al fatto che l’oggetto non debba essere necessariamente un corpo, ci si può domandare in che senso un processo si distingue da un corpo o da uno stato di cose. Inoltre se la nozione volgare di oggetto sembra più vicina a quella di corpo, in che senso sarebbero da considerare oggetti anche processi e stati di cose ? Anche in essi c’è una coincidenza spazio-temporale di proprietà ? O nel definirli c’è una maggiore libertà effettiva ? Qual è il criterio per vedere cosa è una base e cosa invece un costrutto ?

Schlick ad un certo punto fa marcia indietro e parla del diritto che abbiamo di designare collettivamente, pur senza fondarlo (anzi, insistendo sulla natura puramente aggregazionistica della sostanza, tale diritto sembra per lo più un arbitrio). Sintomaticamente Schlick aggiunge che ad un’analisi più rigorosa (ma perché più rigorosa ?) l’identità dell’oggetto e del punto spazio-temporale sembra svanire. Ma allora l’impressione di arbitrio (e non di diritto) si rafforza e il tentativo di costituire l’oggetto si rivela fallimentare. Schlick in questo caso è come chi promette di costruire un edificio senza struttura metallica e poi sconsolato ammette che l’edificio si è disgregato. Il tutto senza pagare pegno.

Schlick non definisce più il giudizio da un punto di vista logico, ma lo riduce alla registrazione (o alla costituzione) di una coincidenza empirica. Ma per quanto riguarda i giudizi logico-matematici ? Schlick dice che il giudizio non ha alcuna fondazione, ma è solo il risultato di una coincidenza spazio-temporale di qualità. Cosa siano spazio e tempo e cosa siano le coincidenze spazio-temporali non lo si dice e magari per spiegarle ci si dovrebbe rifare agli oggetti innescando un ovvio circolo vizioso. Nell’applicare questa concezione alla filosofia della storia Schlick considera quest’ultima una mera sequenza di date, di fatti : una visione più  primitiva di quella di Carnap, che era più consapevole relativamente alle scienze umane. Ma se la storia è fatta di eventi che in maniera discontinua popolano il corso del tempo, dove è più la contiguità spazio-temporale, dove la localizzazione nello stesso spazio-tempo ?

Nelle discipline esatte, dove la conoscenza è più profonda, Schlick introduce improvvisamente un livello di analisi molto più complesso, con molti postulati nascosti in più di quello precedente (relativo alla storia) : cos’è infatti il comportamento del calore ? Che c’entra l’isomorfismo strutturale tra le leggi di due fenomeni con la coincidenza spazio-temporale di qualità ? Cos’è una legge ? Schlick insomma introduce nel discorso concetti indeducibili dal contesto precedente (quello cioè dell’attribuzione di una proprietà ad un soggetto e del legame tra due proprietà coincidenti).

La spiegazione fisiologica della sensazione di luce operata da Schlick risulta problematica : infatti che un’onda elettrica possa essere causa del vissuto luminoso è solamente una supposizione di un legame aleatorio. Il fatto che un oggetto A, che sta con un oggetto B in un complesso di relazioni ben determinato, non possa stare nello stesso complesso di relazioni con un oggetto C, non è una verità logica ma solo un assunto metodologico e pragmatico.

Nell’esempio fatto da Schlick dove, date tre cose, due qualsiasi di esse determinano già sempre univocamente la terza, in realtà la suddetta relazione non è così ovvia : infatti se A è Caio e K è la relazione “padre di…”, non si sa se la terza B (che chiameremo Tizio) sia il padre o il figlio di Caio, a meno che A non sia “Caio padre di…” o K non sia la relazione “padre di Caio”.

Nell’universo dei numeri ovviamente l’assunto metodologico di cui abbiamo parlato prima è effettivamente una verità logica, ma questo perché la sostanza del numero è la sua funzione, per cui due numeri tra loro indiscernibili sono in realtà lo stesso numero, mentre nel caso degli oggetti reali, due oggetti indiscernibili per quel che riguarda le loro intrinseche proprietà non è detto che siano lo stesso oggetto.

 

 

 

 

Descrizione e spiegazione

 

Schlick poi sbaglia nel dire che “La neve è bianca” sia un caso diverso da “La luce consiste di onde elettriche” (intendendo quest’ultima come relazione causale). Infatti anche la neve può essere intesa in termini di relazione causale se la s’intende come il concetto prodotto dall’identità “Questo che di freddo è un che di bianco”. Per cui in “La neve è bianca” già “la neve” contiene in sé la relazione causale con il freddo. In questo caso “la neve” ha lo stesso statuto de “Il colore” e “la luce”. Sono cioè degli oggetti cosali, che indicano realtà di per sé esistenti nello spazio e nel tempo. Il giudizio invece “Questo che di freddo è un che di bianco” non è effettivamente come “La luce consiste di onde elettriche”, ma questa differenza non vale nel caso di “La neve è bianca”.

Inoltre, seppure la genesi della sensazione di “bianco” sia diversa da quella di “freddo”, non ci troviamo di fronte ad un caso diverso da “La luce consiste di onde elettriche”, dal momento che anche l’accesso sensoriale alla luce è del tutto diverso da quello che si ha nel risolvere empiricamente il concetto “onde elettriche”. Dunque la differenza qualora ci sia va diversamente descritta.

Inoltre “La luce è onde elettriche” si può considerare in due sensi. Schlick lo considera un rapporto tra due concetti astratti (nessuno dei due sarebbe un vissuto di esperienza). Ma se invece “luce” si considera come un fenomeno empirico (risolvendolo nella sensazione ricevuta dal soggetto) , allora si tratterebbe di un’identificazione tra un fenomeno empirico e la sua causa (onde elettriche). In realtà dire, come fa Schlick,  la luce è causa” è un che di pleonastico, una mediazione inutile tra il piano fenomenico (le sensazioni luminose) e quello della causa  (le onde elettriche). Sarebbe come aggiungere, alla sensazione di calore ed al movimento degli atomi, il flogisto che medierebbe tra questi due termini. L’equivalenza di Schlick tra la spiegazione scientifica e la spiegazione causale però sarebbe in realtà per Whitehead e Husserl una concretizzazione malposta, dal momento che anche il rapporto tra onde elettriche e sensazione luminosa sarebbe difficile da concepire in termini causali (e nessuno pseudo-concetto intermedio, come abbiamo visto, potrebbe facilitarci l’operazione)

 

 

Concetti puri e scienza empirica

 

Inoltre il fatto che l’essenza dell’identità per Schlick la si può percepire con la massima chiarezza nel caso dei concetti puri è in contraddizione con i presupposti empiristici già espressi per cui l’identità equivale ad una coincidenza spazio-temporale di qualità.

La tesi di Schlick, per cui Ö4 può essere sia (+2) sia (-2) e dunque l’equivalenza è in realtà parziale e dunque si tratta di una sussunzione, va integrata ammettendo che la relazione di “radice quadrata di…” è come la relazione “multiplo di…”, per cui si tratta di una relazione che si può avere con più individui. Un’altra possibilità è quella di distinguere a livello simbolico la radice quadrata di 4 equivalente a (+2) e la radice quadrata di 4 equivalente a (-2).

Se per Schlick un problema matematico, la cui soluzione rappresenta sempre una conoscenza concettuale, non è che la richiesta di esprimere un certo concetto, dato attraverso certe relazioni, con l’ausilio di altre relazioni, allora forse trovare ad es. le radici di un equazione significa trovare un numero che sia il plesso delle relazioni costituenti la parte nota dell’equazione. Tuttavia con alcune specie di numeri (tipo i numeri relativi), la soluzione non è più univoca ma comprende più possibili risultati. Cioè anche nel mondo dei numeri l’univocità dei termini viene subordinata alle relazioni nelle quali essi sono coinvolti.

L’interesse della scienza empirica non è, come pensa Schlick, nella ricerca dell’universale e dunque le identificazioni in questo campo non sono sussunzioni. L’identità scientifica è in realtà una riduzione per cui diversi fenomeni sono ricondotti ad un solo livello di realtà.

Anche nel caso dettagliato della luce gialla intesa come processo di oscillazione elettrico, la locuzione “circa 509 bilioni di periodi al secondo” indica comunque una certa imprecisione del concetto. Inoltre la problematicità dell’equivalenza è data anche dal fatto che non si può dire che il processo di oscillazione sia il colore giallo. Naturalmente l’approssimazione all’esattezza è il presupposto del grande potere esercitato dalla tecnologia, potere che legittima la pretesa conoscitiva delle scienze. Infatti quando Schlick dice che obbiettivo delle scienze empiriche è di rendere perfettamente determinato ciò che è individuale, oltre a somigliare alla pretesa di Hegel di dedurre anche la penna con cui scriveva, rende perfettamente l’idea della scienza come sapere che vuole essere anche potere. Tale esattezza però ha come conseguenza la difficoltà di tradurre la scienza nei linguaggi storicamente comuni e l’allontanamento della scienza stessa da quel mondo fenomenologicamente inteso  a cui essa si vorrebbe relazionare sistematicamente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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