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Una lettera di Francesca (dal Blog KarlKraus) sul reddito di cittadinanza ed altre cose

Ho ricevuto in questi giorni una interessante lettera di Francesca, dal blog Karlkraus :

Caro Pensatoio;
il "salario di cittadinanza", e solo per citare quello, non è questione particolarmente marxista. Si argomenta pro o contro quella misura anche nell'economia 'liberale', così che - mi sembla - le trattazioni che ho letto nei liens che hai fornito non solo indeboliscono l'idea di salario di cittadinanza, ma sopratutto banalizzano il marxismo.
Sono in effetti surprisa che la rifondazione della "cultura comunista in italia" possa essere appoggiata su discorsi che hanno molto più a che vedere con le fascinazioni della 'controcultura' e dei movimento del '77, che à mio parere sono piuttosto ANTI-marxiste che marxiste.. E dunque non mi stupisce
la 'crisi' di cui parli, ma l'idea che la nuova sintesi passi attraverso un altra dose della stessa roba che l'ha generata.
E per esempio questa cosa della 'censura' dei comportamenti. Esisteva nel vieux marxismo l'idea (abbastanza odiosa, ma storicamente fondata) di complcità 'oggettiva' con l'avversario: la cosa che un comunista, soprattoutto un intellettuale, NON poteva permettersi era di compromettere la lotta della classe (=la 'linea' del partito) in nome di una istanza individuale. Il Partito censurava eccome, ed esistevano istituti come la 'disciplina di Partito', il 'centralismo democratico': potevi dissentire come ti pareva DENTRO il Partito, ma era il Partito che si esprimeva negli atti politici, e non tu.
Non rimpiango affatto questo, che è forse uno dei più potenti moventi della 'crisi', ma lo segnalo precisamente perchè fu uno dei moventi della 'crisi',  e perchè mi sembra che essa crisi  permanga precisamente perchè non la si affronta andando invece a inventarsi cose come il salario di cittadinanza che, ripeto
, non ha niente di specialmente 'marxista'.

Nella mia esperienza gli unici marxisti che rifondino seriamente, cioè non 'esteticamente' o 'psicologicamente' o 'esistenzialmente' la sinistra sono gli africani, precisamente perché non hanno conosciuto la stagione del 'movimento del '77'. Se ti interessa posso parlartene, magari mandarti dei testi (in inglese).
Je te remercie
Françoise.

(Vi confesso che, essendo io un povero tardone, il misto di francese e italiano dello scritto ha generato in me le stesse reazioni che in  Jamie Lee Curtis avevano suscitato le parole in italiano di un maturo signore non proprio bellissimo. Mi sono ripreso dalla tempesta ormonale solo dopo aver reiteratamente pronunciato l'esicasmo di Gregorio Palamas )


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Dunque continuiamo (perchè Carletto Marx mi guarda male) :
Francesca ha poi aggiunto nei commenti a questo post sulla controcultura :
Per un caso (?) fortunato questa tua cosa, KK, appare in contemporanea con una analisi di Pensatoio sulla 'crisi di Rifondazione', ed in particolare della "rifondazione della cultura comunista italiana".

Egli afferma che questa rifondazione avrebbe dovuto 'ispirarsi a Marx con delle istanze progettuali come la riduzione dell'orario di lavoro e il reddito di cittadinanza'. Ora, il riferimento a Marx in relazione a queste due particolari 'istanze progettuali' è la "sussunzione del plusvalore relativo", cioè l'appropriazione da parte del capitale del valore generato dall'aumento di produttività del lavoro A PARITA' DI SALARI REALI. L'idea è che quel valore 'sussunto' dal capitale dovrebbe invece essere 'tempo liberato' per l'ozio creativo, o corrispondentemente 'salario di cittadinanza' che consentirebbe il libero esercizio dell'ozio creativo.

Quel che non funziona in questa cosa è ovviamente la clausola "a parità di salario reale": la teoria del valore, e quindi del plusvalore, è *la* cosa di Marx che NON funziona. Il riscontro della storia è che gli aumenti di produttività sono aumenti dei salari reali, e dunque non c'è sussunzione del 'plusvalore' relativo.

E dunque si direbbe che la teoria dell'"ozio creativo" abbia molto più a che fare con la storia che fai tu della 'controcultura' che con Marx. Ed è precisamente per questo che la controcultura del '77 era essenzialmente ANTI-marxista.

No wonder, direi, che il progetto di Rifondazione di 'rifondare la cultura comunista in Italia' sia in crisi!

Dunque ecco la 'contradizione' (per usare il gergo): per 'noi' il sociale è lo Stato che si occupa di tutto in modo che noi possiamo occuparci di NOI, mentre per i marxisti il sociale è 'noi' che ci occupiamo dello Stato.
Vogliamo assolutamente che lo Stato si occupi di produrre e di distribuire tutto, ma singolarmente troviamo che persino il legame affettivo con Pinco o Pallina rischi di essere una 'struttura castrante' limitante del nostro ozio creativo.

Ed ecco realizzata la più capitalistica divisione del lavoro: per ventisette fichetti che oziano creativamente ce ne sono ventisettemila che si occupano dei dettagli più sordidi, come guidare un autobus. La distinzione, très anti-culturelle, è fra i ventisette che sono degli aristocratici individualmente irriducibili, e la 'massa' di 'uomini medi'.

E poi ancora :
" 1) "il reddito di cittadinanza" è una roba di cui si discute, pro e contro, ANCHE nell'ambito dell'economia 'liberale'. Dunque NON è una conseguenza logica del marxismo o di una sua parte (la faccenda della sussunzione del plusvalore relativo). Non sto dicendo che non la si possa esaminare come misura 'marxista', ma dico che che non è quella una 'istanza' che possa rifondare "la cultura comunista in Italia". Dico di più: lo stesso vale per cose come 'copyleft' o 'microcredito'. Questo significa - secondo me - che la crisi della "cultura comunista in Italia" sia ben più seria, e sia altrove.

2)E sta secondo me nell'abolizione del marxismo. NON dei 'risultati' del marxismo, ma sei suoi presupposti filosofici, logici, metodologici: di ciò che per l'appunto 'passa' nella cultura quando anche non passi in misure particolari di politica economica. Per fare un esempio di quello che intendo: è' come se fosse sparito Galileo Galilei dalla fisica. Non la sua teoria delle maree o la sua equazione della catenaria, che sono 'sbagliate', ma il metodo sperimentale.

3-Questa cosa è fondamentale, secondo me, perchè la crisi della sinistra è una crisi della democrazia, alimenta la crisi della democrazia, ANCHE se non si fosse 'di sinistra'.

4-Secondo me non è il marxismo ma il "situazionismo contro-culturale" che alimenta oggi la sensibilità 'di sinistra' , e secondo me QUESTA è la 'crisi'. Il 'salario di cittadinanza' per favorire l'"insorgenza": questi sono, secondo me, GESTI contro-culturali (contro-consumisti), che non hanno NULLA di marxista ma TUTTO di 'situazionista'.

5-Se l'anti-consumo viene 'recuperato' dal 'capitalismo' è perchè esso è ESSENZIALMENTE recuperabile: è consumo esso stesso, è perfettamente compatibile con il 'capitalismo', ed è in fatti NEL capitalismo che si *pratica* la contro-cultura, fino a diventare una produzione ("beni di relazione") perfettamente ordinaria. Questa è la tesi del libro rispetto, ad esempio, a Nirvana. Nirvana può cantare la contro-cultura quanto gli pare: così facendo produce 'cultura'. Potete tagliarvi i capelli come vi pare; dieci e poi diecimila stilisti, ne fanno una produzione indutriale, e così facendo innovano in senso perfettamente capitalista (e meno male). (Stessa cosa per i giornali. Mi domando se PER CASO non avvenga lo stesso con altri 'lifestyles', e per esempio se il matrimonio fra omosessuali, o la sensibilità per l'ambiente, siano idee che compaiono precisamente GRAZIE a questo meccanismo 'di innovazione', che dunque non è per forza diabbbolico, e non CONTRO di esso).





Risposta a Francesca

Naturalmente ho anche un po' decontestualizzato gli interventi successivi di Francesca (essi erano anche risposte ad altri interventi...), ma spero che questo non vizi tutto il discorso che ora farò....

1) Il salario di cittadinanza non è argomento marxista ? Forse... ma come credo di aver argomentato qui , esso non può essere assimilato al cosiddetto sistema di Speenhamland (pp. 1-2),  rientra nella tradizione più latamente socialista ( pp. 3-4) e può essere uno sviluppo di alcuni temi marxiani (pp- 3-4). Non parlo dell'interpretazione di Marx che fa Toni Negri : lo sviluppo della sua tesi è per me confuso, ma in essa c'è un' intuizione giusta : la  liberazione del lavoro è liberazione dal lavoro.

2) Molti marxisti ritengono che la cosiddetta controcultura sia antimarxista: ma in primo luogo parlare di controcultura in termini monolitici non è mai del tutto corretto. In secondo luogo questi anatemi servono solo a ravvivare le controversie tra chierici, mentre bisogna riflettere a partire da tutte le varianti sorte dal medesimo programma di ricerca che è quello di Marx : fare spallucce della tradizione o accusare gli antagonisti di eresia sono due operazioni opposte e speculari. Esse vogliono fare del programma di ricerca marxiano una vulgata dogmatica e  soprattutto alla ricerca vogliono sostituire la propria arroganza. Nel tuo caso invece l'operazione è di difendere il Marx classico e di museificarlo o di relegarlo in Africa, per poi invocare semplicemente il libero mercato dei prodotti agricoli. Ma le cose non sono così semplici.

3) Anche la romantica rimembranza del centralismo finisce per sortire lo stesso effetto : io il marxismo non lo voglio fissare nella sua pretesa coerenza, ma voglio farlo vivere, anche se la sua vita può sembrare farsesca : sempre meglio dell'epicedio. Il centralismo ha forse svolto una funzione, ma riproporlo in questo contesto è solo ipocrita e contraddittorio. Inoltre esso non tiene conto del fatto che, a fronte di molti successi tattici di questo approccio, cìè un costo di lungo periodo che è la mortificazione delle individualità, e non solo quelle degli aristocratici intellettuali, ma anche di quelle delle persone meno preparate ed istruite, bisognose comunque di esprimersi da sole, ma soprattutto di non delegare a nessuno le conclusioni del dibattito. I congressi famosi della svolta di Occhetto furono la rivelazione patente di quanto il conformismo generato dal centralismo democratico avesse svuotato dall'interno le menti e le anime di tanti militanti, che di fronte ad una svolta di quella portata ribadirono il loro carattere gregario e si genuflessero di fronte al nuovo Principe in scala ridottissima. Il risultato fu di dare il partito a "splendidi quarantenni" che avevano solo voglia di cagare dopo una costipazione moralisticamente alimentata e che si sono trasformate in macchine da guerra della occupazione delle poltrone (altro che casematte !)

4) Sulla teoria del valore/lavoro di Marx non posso pronunciarmi perchè non ci ho riflettuto abbastanza. ma dire che non funziona vuol dire assopirsi sul vecchio saggio di Bohm-Bawerk, quando sembra che la questione ancora nel 2007 ha generato un emiciclo su cui ognuno si sistema dove pare più comodo, a destra come a sinistra. Come vedo, lo fai anche tu.
Ma anche qui bisogna approfondire ancora. Oltre tutto alcuni teorici (come Dieuaide e Vercellone) partono proprio da un superamento della teoria del valore/lavoro per giustificare il reddito di cittadinanza.

5) In realtà da un lato lo Stato è proprio la sfera della delega che consente anche l'indifferenza (noi non ci occupiamo dello Stato, perchè se così fosse, lo Stato, come mediazione e come delega, non ci sarebbe punto). Interpretare il marxismo come un occuparsi dello Stato dimentica che il marxismo vuole togliere lo Stato. Quanto al legame affettivo che impedirebbe l'ozio creativo non credo che sia argomento della presente discussione (con chi polemizzi qui ?).

6) Il rapporto tra ventisette e ventisettemila che tu disegni riguarda l'attuale modo capitalista di produzione. Non ha molto a che fare con il reddito di cittadinanza. Anche perchè di quei ventisettemila molti saranno poi licenziati e quindi il loro sfruttamento da parte degli inoccupati finirà. Diventeranno anch'essi sporchi sfruttatori. O si venderanno a prezzi ancora più bassi. Ma a questo punto gli inoccupati c'entreranno poco. Siamo di fronte ad un patto tra... produttori ?

7) Dire che il reddito di cittadinanza venga discusso anche in ambito liberale non vuol dire che esso non possa essere una conseguenza logica del marxismo (sempre che il marxismo sia considerabile come un sistema assiomatico deduttivo, il che sa troppo di ...neoclassico). Una conseguenza è conseguenza possibile di tante premesse. Ed inoltre ho già ben delineato la differenze tra le diverse versioni del reddito di cittadinanza. Alcune delle quali sono collegabili al marxismo. Sta a te poi argomentare perchè non possa contribuire a rifondare la cultura comunista in Italia, pur potendo noi studiarla come "misura marxista" (come dici tu). Ovviamente la tue tesi della necessità dell'abolizione del marxismo, detta così, è sospesa nel vuoto, anche se non ci voleva la zingara per indovinare che a queste conclusioni saresti giunta col tuo "come eravate..."

8) Dire poi che anche il contro-consumo rientri nel consumo mi sembra una tesi che si collega alla visione francofortese che fa del marxismo una semplice teoria del sospetto che si applica come una macchina  a tutto, come le teorie criticate da Popper (e considerate forse erroneamente marxiste). Qui si confondono le strade che potrebbero (non è sicuro ovviamente) portarci fuori dal bosco con le strade che corrono già fuori dal bosco.

E questo è tutto, al momento....

Pubblicato il 17/3/2007 alle 1.13 nella rubrica Diario.

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