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Marx e il valore/lavoro - parte prima

Marx dice che
se si prescinde dal valore d'uso dei corpi delle merci, rimane loro la qualità di essere prodotti dal lavoro. Eppure anche il prodotto del lavoro ci si trasforma quando lo abbiamo in mano.
Se noi facciamo astrazione dal suo valore d'uso, facciamo astrazione anche delle sue parti costitutive e forme corporee che lo fanno valore d'uso.
Non è più tavolo nè casa, nè altra cosa utile, tutte le sue qualità sensibili sono cancellate.
E non è più nemmeno il prodotto del lavoro di falegnameria o edilizio.
Con il carattere di utilità dei prodotti del lavoro, scompare anche il carattere di utilità dei lavori rappresentati in essi.
Scompaiono perciò le diverse forme concrete di questi lavori, che sono ridotte tutte insieme a lavoro umano eguale, a lavoro umano in astratto.
Non rimane nulla al di fuori di questa spetrale oggettività, di questa concezione di lavoro umano indistinto, di dispendio di forza lavorativa umana.
Nella produzione è stata spesa forza-lavoro umana, è accumulato lavoro umano.
Il valore di scambio è cosa del tutto indipendente dai valori d'uso. L'elemento comune che si manifesta nel valore di scambio è il valore della merce stessa.
Dunque un valore d'uso ha valore solo perchè in esso viene oggettivato lavoro astrattamente umano.

Ora possiamo farci qualche domanda :
Il valore d'uso non entra nemmeno nel quanto del valore di scambio ?
E perchè mai ?
Perchè Marx (e i classici con lui) non guardano che al lato della produzione della merce ?
E perchè il collegamento della merce con i bisogni che soddisfa viene relegato nella nozione che sembra priva di connotazione economica di "valore d'uso" ?
Se Marx tratta ancora dello scambio tra merci (che sembra richiamare il baratto) da dove si trae la necessità di una misura comune ?
Ma queste risposte potranno essere date solo molto più in là....

Pubblicato il 14/5/2007 alle 16.56 nella rubrica Comunismo.

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