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Filosofia versus democrazia : l’esodo di Richard Rorty.

 

La morte di Richard Rorty (dopo quelle di Feyerabend, Davidson e Quine) chiude una fase della querelle anglosassone tra oggettivismo e relativismo. Rorty ha avuto il grande merito di portare la sensibilità ermeneutica all’interno del mondo anglosassone, così refrattario ad un approccio storicistico. Dal punto di vista filosofico egli ha all’inizio della sua carriera cercato di superare l’approccio della filosofia analitica dall’interno. Poi ha sottoposto l’intera epistemologia moderna contemporanea a critica soprattutto nella pretesa di disegnare la mente come strumento di rispecchiamento della realtà, strumento la cui affidabilità andrebbe continuamente verificata. Infine ha rivolto la sua critica all’intera filosofia, rea di tendere al totalitarismo delle idee, ed ha proposto come alternativa la democrazia, caratterizzata dalla conversazione civile, a sua volta basata anche sulle potenzialità retoriche della letteratura.

In questa sua intrapresa Rorty ha giustamente anche tentato di riprendere il pensiero forse rimosso di John Dewey, anche se ne ha tentato un confronto con Heidegger che forse lascia il tempo che trova.

Sottoposto a critiche pressoché continue (Stefano Petrucciani, Armando Massarenti e Giovanni Stelli in Italia hanno svolto interessanti argomentazioni in tal senso) Rorty ha avuto forse il difetto di estendere il giustificato basso profilo della sua metafilosofia anche al momento in cui si trattava di filosofare concretamente: altro è dire che non esiste il piatto perfetto, altro è cucinare male. Dire ad es. che la democrazia non vada giustificata, è cancellare senza un motivo serio intere pagine di filosofia politica solo perché si è rimasti attaccati al livello metafilosofico del proprio discorso : altro è l’ironia, altro l’afasia. Inoltre la sua resa filosofica di fronte a personaggi storici come Saddam è una dimostrazione di provincialismo (anche se la sua tesi sulla necessità dell’Unione europea è affascinante), come del resto il suo limitare il confronto ed il dialogo alla comunità nella quale si vive. Per cui il relativismo paradossalmente diventa fattore di chiusura, più che di curiosità e di approssimazione all’altro.

Pubblicato il 24/6/2007 alle 2.12 nella rubrica Filosofia.

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