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Politica : delega o partecipazione ?

 

Studiarella, una cara amica, ha posto nel suo ultimo post  la seguente questione :

 

la politica è anche delega o tutti sono obbligati a partecipare direttamente alla definizione dei programmi? E la partecipazione equivale alla militanza o è atto di vita democratico?

 

Non approfondirò l’argomento, ma esporrò quello che mi viene spontaneamente sulla base di riflessioni sparse :

 

1.      La politica è l’attività somma e specifica dell’essere umano. Essa, intesa come politica democratica, consiste nel confronto tra diversi soggetti, per quel che riguarda diverse visioni della società giusta e diversi punti di vista nella risoluzione dei problemi della comunità a cui si appartiene.

2.      Naturalmente intesa in questo senso non si tiene conto di alcuni concezioni realistiche per cui la politica è semplicemente il conflitto tra diversi interessi e tra diversi gruppi sociali. Ma questo non è l’ordine del giorno :-)).

3.      Intesa in questo senso, essa dovrebbe essere un’attività abituale,  a cui dedicare parte del proprio tempo, come lavarsi i denti la mattina. Naturalmente siamo consapevoli che molti, spesso, non si lavano i denti.

4.    Dunque la politica dovrebbe essere partecipazione il più possibile diffusa alle decisioni. Spesso però ci sono vincoli storici e sociali a questa diffusa partecipazione. Perciò si utilizza l’espediente, il male necessario della rappresentanza. Un rimedio che è esso stesso limite, paradosso, problema. In quanto tale esso vive sotto il segno della diffidenza e va continuamente sottoposto a verifica, a controllo, al punto tale che la restrizione dell’accesso all’elettorato passivo, non deve essere considerata un pericolo per la democrazia come può esserlo la restrizione all’elettorato attivo, soprattutto se questo concerne la fedina penale del delegato. 

5.      Del resto le tangentopoli, per quanto discutibili, dovrebbero essere una sorta di periodico sciacquone della rappresentanza : il rappresentante, dopo tre giorni, puzza. Perciò meglio che vada…in cielo (o affanculo, dipende se siete credenti o no). Certo c’è il rischio della perdita di qualità della rappresentanza o il pericolo di strumentalizzazione (si pensi alle purghe staliniane). Ma questo è un male che a mio parere può essere scongiurato se il turn over della rappresentanza diventa diffuso e costante. Io credo in ultima analisi alla cuoca di Brecht, quella che governa. Non credo che la politica debba essere un mestiere. Anzi credo che in prospettiva la stessa divisione del lavoro debba essere superata. 

6.      Il rappresentante va scelto per le capacità di portare le istanze, già elaborate a livello di base al livello di governo della società. Egli poiché naturalmente il confronto tra visioni politiche ed altre circostanze producono situazioni imprevedibili, ha anche una delega parziale a rielaborare le istanze portate, a trovare sintesi ed a fare compromessi. Ma questo sempre sotto la continua verifica dei deleganti.

7.      Il voto riguarda i partiti e secondariamente gli uomini che devono portare le istanze e le elaborazioni democraticamente elaborate a livello di governo. Dunque non credo a tutti i leaderismi, a tutte le deleghe personalistiche, a tutte le esortazioni a scegliere i nostri candidati etc etc.

8.      Spesso la politica intesa come rappresentanza viene scavalcata dalla partecipazione diretta delle masse alla vita politica ; le manifestazioni di lavoratori, le discese in piazza, l’utilizzo di forme molteplici di intervento sono forme  attraverso cui i deleganti periodicamente sommergono i rappresentanti e li costringono a rivedere le loro decisioni.

9.      E tuttavia la forma militante della politica che spesso ha riguardato le formazioni di sinistra ha limiti fortissimi : già le istituzioni sociali esistenti costringono gli individui a dedicare molto tempo (si pensi alla famiglia o al lavoro).Aggiungere un altro livello (quello di militanza politica) è una forzatura che può durare solo in casi eccezionali. Perciò la battaglia politica deve riguardare soprattutto l’aumento del tempo di vita (dunque il reddito di cittadinanza, dunque la riduzione dell’orario di lavoro), affinché liberamente la partecipazione possa essere più frequente. Bisogna criticare le  forme della politica, così come si devono criticare le forme attraverso cui il tempo di vita dei soggetti viene imbrigliato.


 

 

 

 

 

 

 

Pubblicato il 25/7/2007 alle 21.29 nella rubrica Politica.

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