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Un commento all'esperimento di Milgram : la libertà non è un dato

Nel contesto reale quelle persone non erano consapevoli di quel che stavano facendo. La dinamica propria della situazione ottundeva completamente la loro sensibilità ed essi delegavano interamente il significato dell'evento all'istituzione nell'ambito della quale esso aveva luogo. La libertà che poteva idealmente essere riferita a se stessi fintanto che ci si immaginava fantasticamente come individui pienamente capaci di confrontarsi con il problema, si dissolveva nel nulla non appena il problema assumeva il suo nornale aspetto di componente della vita pratica, la cui natura problematica era , eventualmente, da percepire e svelare.


Entrati in quel contesto con la convinzione di partecipare positivamente ad un processo produttivo di conoscenza, scoprivano che il contesto stesso si contrapponeva loro come un qualcosa che assumeva tutt'altro significato ma che era anche in grado di procedere per proprio conto.
Ciò avveniva paradossalmente attraverso la loro stessa collaborazione, nonostante questa non fosse più coerente con le loro intenzioni. Non conoscendo il modo in cui fermare il meccanismo, finivano con l'esserne ingoiati.
Nell'affrontare il problema della libertà non si tiene in genere conto della dimensione essenziale delle forme sociali (consuetudini, istituzioni, relazioni, ambiente materiale) attraverso le quali l'azione degli individui necessariamente si estrinseca. Milgram mostrò che, mutando alcune di queste condizioni, mutava anche il comportamento di coloro che partecipavano all'esperimento. Per cui la libertà era legata a queste condizioni più di quanto non fosse connessa con le scelte degli individui.

(Giovanni Mazzetti, Dal comunismo all'agire comunitario, Editori Riuniti)

Pubblicato il 28/7/2007 alle 2.47 nella rubrica Politica.

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