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L'attualità di Feyerabend (1992)

 

La figura di P.K. Feyerabend è sicuramente molto controversa e suscita reazioni differenziate : dall’ammirazione per la provocatorietà del suo pensiero e per le conseguenze libertarie che ne derivano al rifiuto vigoroso dell’indeterminazione in cui il suo anarchismo metodologico sembra gettare l’intero patrimonio culturale della scienza e della filosofia occidentale.



Nell’ambito del decennio dal 1980 al 1990 ed oltre, è stato molto acceso il dibattito tra istanze fondazionali che si ricollegano ad Apel, Habermas e Hosle e quella corrente filosofica che si autoproclama “pensiero debole” e contamina (in compagnia dell’americano Richard Rorty) Heidegger con Wittgenstein elaborando una forma particolarmente urbanizzata di Relativismo.

In questo dibattito Feyerabend è stato con molte buone ragioni annoverato tra i Relativisti e tuttavia tale inclusione non sembra dare del tutto giustizia agli stimoli che la sua riflessione può dare anche a chi intraprenda una costruzione del sapere che conforti l’uomo di questo fine secolo nella sua ostinata volontà di uscire fuori dai periodi bui proprio delle storie individuali e collettive.

Se leggiamo “Contro il metodo”, considerato i suo testo più importante, vediamo che Feyerabend afferma principalmente che:

·        La storia della scienza è molto più ricca delle sue ricostruzione razionalistiche e tale ricchezza e varietà di dottrine, teorie e metodologie va preservata per il bene stesso dell’umanità e della cultura

·        Spesso la scienza va avanti grazie a trasgressioni metodologiche  ed una teoria nuova che soppianta quella vecchia è incommensurabile con quest’ultima cosicché non vi è continuità concettuale nella storia della scienza e dunque neanche progresso.

·        Per capire cosa succede nella storia della scienza vanno superate distinzioni epistemologiche consolidate, come quella tra contesto di scoperta e contesto di giustificazione e quella tra termini teorici e termini osservazionali, dal momento che l’esperienza è intrisa di teoria e di concetti metafisici.

 

 

Non siamo interamente d’accordo con tutte le cose che Feyerabend dice : ad es. c’è qualche difficoltà nel conciliare la tesi dell’incommensurabilità con l’apologia del linguaggio comune fatta nel criticare l’asetticità espressiva della comunità scientifica. Inoltre la stessa utilizzazione di un metodo deve essere consequenzialmente osservata con la stessa tolleranza con la quale si guarda ad una teoria : molte intuizioni metodologiche proprie del ‘600 erano state anticipate da Occam e da Ruggero Bacone, ma solo quando un gruppo di epistemologi (Galilei, Bacone, Newton, gli Enciclopedisti) ha forgiato nel corso dei decenni una vera e propria armatura ideologica, capace di seguire ed anticipare il volano della storia che allora aveva vorticosamente accelerato, tali intuizioni hanno stimolato ulteriori acquisizioni ed hanno potuto dispiegare il loro potenziale euristico e pratico.

Non vogliamo però soffermarci su questo : in tale occasione è più importante vedere il contributo costruttivo di Feyerabend alla filosofia e secondo noi, da questo punto di vista,, egli ha quantomeno intimato un deciso stop alle velleità di certa filosofia che voleva fare la mosca cocchiera della scienza e con questo mandato esterno pretendeva di fare piazza pulita delle tradizioni concettuali che si sono acquisite nel corso dei secoli e che costituiscono un patrimonio culturale con cui non si può non fare i conti. Denunciando il carattere fittizio del ricorso all’esperienza ed ai fatti, Feyerabend, seppure non sempre volentieri, apre la possibilità che alcune irrisolte questioni scientifiche incoraggino una rivisitazione delle categorie e dei concetti teorici che fondano le stesse interpretazioni naturali dell’esperienza. Dunque ci può essere un campo di lavoro fecondo per la riflessione filosofica. A ciò si aggiunge che l’anarchismo metodologico di Feyerabend incoraggia la gente comune a porsi nei confronti del sapere specialistico non in posizione meramente passiva, ma con un atteggiamento critico che le consenta di costringere le comunità chiuse del sapere a porsi il problema del linguaggio comune, della comunicazione sociale dei risultati delle loro ricerche e della  chiarificazione dei propri presupposti concettuali e metafisici.

Dunque con Feyerabend la filosofia entra nel discorso scientifico non in veste di ancella o di stadio evolutivo anteriore, ma come strumento di individuazione delle strutture profonde del discorso scientifico stesso e, nel contempo, come dinamismo teso a scongiurare la chiusura monadistica dei diversi giochi linguistici (Wittgenstein). Questo però riguarda solo il valore teorico delle provocazioni feyerabendiane e non la valenza politica delle stesse : si è pensato, a tal proposito, che l’antimetodologia feyerabendiana fosse solo un momento di ubriacatura sessantottina dell’epistemologia (si pensi che anche Kuhn è stato interpretato in Italia con criteri che furono fatti propri anche dal movimento del ’77) e dunque, in quanto tale sarebbe dovuto essere cancellato, sia volendo affermare un pensiero cosiddetto forte, sia nel tentativo di estirpare il ’68 dall’immaginario politico collettivo. Invece, a nostro parere, il lavoro di Feyerabend rimarrà per molto tempo ancora uno sfondo ineliminabile di ogni percorso di pensiero : in primo luogo esso ci proietta in una dimensione collettiva e transgenerazionale del filosofare, priva cioè della figura eroica del pensatore di genio che sintetizza tutte le dimensioni dell’Essere nella sua visione delle cose. Leggendo Feyerabend si ha l’impressione che ogni sia pur grande filosofia del passato ed ogni nostro pensiero siano tasselli di un processo ben più grande che ci trascende tutti e la cui chiusura non è certo prevista nel breve periodo : nonostante il suo Relativismo egli esemplifica concretamente una comunità illimitata di comunicazione, forse meglio di Apel che cerca a sua volta di fondare e costituire tale comunità.

C’è di più : mai come adesso Feyerabend è necessario : l’Ottantanove è stato forse la giusta fine di una serie di sistemi sociali e politici incapaci di essere nella pratica coerenti con i propri presupposti. Tuttavia esso rischia di essere al tempo stesso il primo atto di una crisi che si presenta inizialmente come crisi culturale : un’ideologia che si affermava in tutti i sensi alternativa a quella dominante in Occidente sembra non trovare più nuovi sbocchi e le terze vie (da quella socialdemocratica a quella terzomondista) sono anch’esse in forte ripensamento. Sul pianeta scende come una cappa soffocante il monopolio di una sola visione del mondo, visione resa più rozza e selvaggia anche dalla mancanza di confronto e di alternative. Ci apprestiamo forse a rinnegare sull’onda di crisi economiche, politiche ed ecologiche, conquiste realizzatesi in più di un secolo di storia; le risposte semplicistiche ed autoritarie ai problemi immani che si presentano in questa fase ricevono sempre più credito.

Mai come durante la Prima Guerra del Golfo ad es. la cultura laica europea ha mostrato la sua mancanza di coraggio morale e la sua incapacità di immaginazione : sia che si fosse a favore, sia contro la guerra, si era non solo praticamente ma anche teoricamente impotenti proprio in quanto tutti quanti pensavano all’interno dello stesso quadro di compatibilità.

Perciò Feyerabend ci serve soprattutto ora :

 

 

  1. Per assicurare una turbolenza vitale attorno alle strutture imbalsamate del nostro sapere e consentire il loro trapasso in forme nuove.
  2. Per garantire la diversificazione delle nostre visioni del mondo al fine di dare più chances di sopravvivenza alla specie umana.
  3. Per guadagnare tempo e consentire lo scongelamento del pensiero paralizzato da decenni di torpido bipolarismo ed evitare che siano i duri fatti, prodotti a loro volta dalla nostra obliqua e maliziosa insipienza, a pensare al posto nostro, così come è stato durante le guerre del Golfo.

 

 

 

Pubblicato il 30/7/2007 alle 0.37 nella rubrica Epistemologia.

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