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Marx e il lavoro astratto (seconda parte)

 

Come i valori d’uso (abito e tela) sono combinazioni di attività produttive, così i valori di scambio (abito e tela) sono coaguli omogenei di lavoro e così i lavori sono astratti dal rapporto con la materia e ridotti a dispendi di forza lavoro umana. Ma abito e tela sono anche valori di una determinata grandezza. Da dove viene la differenza tra le loro due grandezze di valore ? Dal fatto che la tela contiene solo la metà del lavoro dell’abito, cosicché per la produzione di quest’ultimo, la forza lavoro deve essere spesa durante un tempo doppio di quello occorrente per la tela.

Se dunque riguardo al valore d’uso, il lavoro contenuto nella merce conta solo qualitativamente, riguardo alla grandezza del valore conta solo quantitativamente. Là si tratta del come del lavoro, qui del quanto e della sua durata temporale.

Data una forza produttiva dei lavori utili richiesti per la produzione di un abito, la grandezza di valore degli abiti cresce col crescere della loro quantità. Una quantità maggiore di valore d’uso costituisce in sé e per sé una maggiore ricchezza materiale. Eppure nella massa crescente della ricchezza materiale può corrispondere una caduta contemporanea della sua grandezza di valore. Tale movimento antagonistico sorge dal carattere duplice del lavoro giacchè la forza produttiva di lavoro utile se aumenta, diminuisce il tempo di lavoro e dunque diminuisce la grandezza di valore di questa massa complessiva aumentata.

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La riduzione a dispendi di forza lavoro è vista da Marx come una necessità da oltrepassare ? Il valore/lavoro è una legge che va superata in prospettiva ? La contrapposizione tra aspetto qualitativo del valore d’uso e quantitativo del valore di scambio è definitiva ? La corrispondenza configurata da Marx non implica che i due aspetti sono più collegati di quanto si possa pensare ? Quello che Marx chiama movimento antagonistico non è più semplicemente il limite della teoria del valore/lavoro  e non un processo reale ? La diminuzione della grandezza di valore vale per la produzione complessiva o per il costo unitario della merce considerata ? E che rapporto c’è tra questo movimento e quello che verrà chiamato “domanda” ? Il valore di scambio così configurato che rapporto avrà con i prezzi ? Quando la domanda di una merce supera l’offerta aumenta il valore di scambio ? E quando l’offerta supera la domanda diminuisce il valore di scambio ? Si deve pensare ad un rapporto tra la produzione potenziale e quella riconfigurata dalla domanda ? O stiamo usando in maniera inopportuna categorie dell’economia neoclassica ?

 

 

Pubblicato il 2/8/2007 alle 2.45 nella rubrica Comunismo.

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