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Precarietà

 

Il termine “precario” deriva dal latino “prex-cis” (preghiera) e significa “ciò che si ottiene e/o si mantiene tramite preghiera” e dunque “ciò che non dipende dal soggetto, ma da circostanze esterne o dalla volontà altrui” e dunque ciò che è temporaneo, incerto, provvisorio, instabile.

Parlando dunque di lavoro precario, dobbiamo evitare quella che è una trappola, quella cioè di definire il lavoro precario come se fosse una categoria residuale. In realtà se lavoro precario è lavoro temporaneo e/o incerto la cui durata e la cui sussistenza dipende dal detentore del capitale e/o datore di lavoro, allora il lavoro salariato e/o dipendente nella sua interezza, tranne alcune eccezioni, è lavoro precario. Il lavoro nel modo di produzione capitalistico è per definizione lavoro precario. Più che una distinzione tra lavoro precario e lavoro stabile o sicuro, è più opportuno fare una distinzione tra diversi livelli di precarietà del lavoro. Quello che storicamente prima si deve spiegare è come si è riusciti a rendere il lavoro molto meno precario in certi momenti della storia ed in certe zone del mondo. E solo a partire da questa analisi si deve spiegare come il lavoro tende di nuovo a diventare più precario, a porsi ad un maggiore livello di precarietà.




Dunque la prima cosa da analizzare sono quelle leggi che scandiscono ad es. in Italia i processi che hanno portato alla configurazione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato e cosa più importante tale che la risoluzione dello stesso ad opera del datore di lavoro (e quindi senza la volontà del lavoratore) sia sottoposta a condizione (in Italia subordinata alla giusta causa o al giustificato motivo per le imprese con più di 15 dipendenti).

Pubblicato il 26/9/2007 alle 0.22 nella rubrica Comunismo.

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