Blog: http://pensatoio.ilcannocchiale.it

L’abito fa la tela ovvero Marx e l’Agnello di Dio

Nel rapporto di valore con la tela, l’abito conta come qualitativamente eguale ad essa, come cosa della stessa natura, perché è un valore. L’abito conta come cosa in cui si presenta valore nella sua forma fisica tangibile. L’abito, il corpo della merce abito, è d’altronde solo un valore d’uso. Un abito esprime tanto poco valore, quanto il primo pezzo di tela che capiti tra le mani. Ciò prova che, l’abito, entro il rapporto con la tela, significa di più che fuori dal rapporto stesso.
Nella produzione dell’abito è stata spesa forza-lavoro umana sotto forma di sartoria. Dunque in esso è accumulato lavoro umano. Da questo punto di vista l’abito è depositario di valore. L’abito però non può rappresentare valore nei confronti della tela senza che per questa simultaneamente il valore assuma la forma di un abito.
Dunque nel rapporto di valore, nel quale l’abito costituisce l’equivalente della tela, la forma di abito conta come forma di valore. Il valore della merce tela viene espresso nel corpo della merce abito, il valore di una merce viene espresso nel valore d’uso dell’altra merce. Come valore d’uso la tela è una cosa sensibile e differente dall’abito, come valore di scambio è simile ad abito ed ha quindi aspetto di abito. Così riceve una forma di valore differente dalla sua forma naturale. Il suo essere valore si presenta nella sua eguaglianza con l’abito, come la natura pecorina del cristiano nella sua eguaglianza con l’Agnello di Dio.



Marx qui dice che il valore (di scambio) è essenzialmente una relazione in cui c’è una merce che fa da misura per l’altra merce. E ciò presuppone sempre il fatto che una cosa possa stare per l’altra cosa, sia cioè segno di essa. Marx forse sottovaluta il ruolo del valore d’uso, anche se nel valore d’uso egli scarica il regresso ad infinitum della semiotica, rappresentato dalla domanda : se 1 tela è x-abito, x-abito a cosa è uguale ? Quasi che il valore d’uso sia l’insignificante (e perciò non problematica) via d’uscita dalla esigenza di elaborare un sistema dei rapporti di scambio. Questa prospettiva è ancora quella del singolo che scambia una certa quantità di tela per assicurarsi un abito con il suo valore d’uso o di quello che scambia un abito con una certa quantità di tela che gli serve per farsene altri quattro (valore d’uso è anche il poter fare quattro abiti che magari non si useranno per la propria personale protezione dal freddo ?) Al singolo individuo che fa un baratto interessa sino ad un certo punto con che cosa verrà eventualmente scambiato l’abito che egli ha ceduto, anche se, magari sapesse che l’acquirente lo ha scambiato con una quantità di tela maggiore di quella che egli ha ottenuto, gli potrebbe cominciare a rodere.
Marx poi fa un’interessante analogia tra la comparazione tra merci e il rapporto tra uomo e Dio (l’imitatio Christi). Egli fa propria la similarità dei due schemi e la risolve come la metafisica che scimmiotta l’economia, non rendendosi conto del fatto che lo stesso schema che egli usa per interpretare l’economia è intriso di metafisica. Inoltre non tematizza a sufficienza il fatto che la docilità della pecora che segue il gregge forse non è la docilità dell’Agnello che paga per tutti. Quest’ultimo mette in scena uno schema diverso dal primo, un rapporto molti-uno che costringe a far saltare il comandamento del “segui chi ti sta vicino” (proprio ad esempio degli stormi di uccelli).
Nell’Agnello c’è già tutto il sistema della moneta, assente nel rapporto uno-uno del baratto.
Vedremo se questa strategia teoricamente insufficiente servirà a Marx per individuare un livello della prassi.

Pubblicato il 29/10/2007 alle 10.36 nella rubrica Comunismo.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web