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Marx e l’economia volgare su grandezza di valore e valore relativo

 

Marx circa il rapporto tra valore (grandezza di valore e valore relativo) analizza l’approccio dell’economia volgare a questo problema e cita J.Broadhurst . Quest’ultimo asserisce che, se si ammette che A scende perché B, con il quale è scambiato, sale, sebbene per A non sia speso nel frattempo meno lavoro, allora cade a terra il principio generale del valore. Broadhurst aggiunge che se si ammette che salendo il valore di A in relazione a B, scende il valore di B in relazione ad A, viene tolto il terreno sotto i piedi alla teoria del valore lavoro di Ricardo, perché se una variazione dei costi di A non cambia solo il valore di A in rapporto a B, ma anche il valore di B in rapporto ad A, benché non abbia luogo nessuna variazione della quantità di lavoro richiesta per la produzione di B, allora cade a terra sia la tesi per cui il valore è regolato dalla quantità di valore lavoro che dai costi di produzione.




Marx ha buon gioco a liberarsi di questa sciocca tesi, dal momento che dice che essa è paragonabile alla concezione per cui dal momento che 10 rapportato a diversi numeri dà luogo a diversi risultati fa cadere la tesi che il numero 10 sia determinato dalle unità che lo compongono. L’analogia forse non è del tutto appropriata (il numero “10” non è una cosa), ma il ragionamento è ugualmente individuabile : il valore relativo è proprio nel rapporto tra grandezze di valore. Se una di queste muta (e Broadhurst non nega che essa muti perché cambia il tempo di lavoro necessario a produrla), muta anche il rapporto ed il rapporto inverso, mentre non muta la grandezza di valore del bene il cui tempo di produzione sia rimasto invariato. Se c’è un difetto nella teoria del valore lavoro non è certamente qui.

Pubblicato il 18/11/2007 alle 23.40 nella rubrica Comunismo.

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