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Sinistra : andiamo al sodo

 

Niente di meglio se non un articolo di Luigi Cavallaro per capire qual è il compito della sinistra italiana in questa fase : oltre le diatribe sulla cosa rossa, Cavallaro prende spunto  dal Quinto Rapporto dell'Enea, "L'Italia nella competizione tecnologica internazionale", da poco edito da FrancoAngeli e dice che dal punto di vista della specializzazione tecnologica, si possono distinguere almeno tre aree: un'Europa del Nord e scandinava, fortemente competitiva a causa di una dinamica sostenuta della spesa in ricerca e sviluppo, un'Europa centrale (coincidente essenzialmente con la Francia e la Germania), apprezzabilmente competitiva ma più equilibrata nella distribuzione delle specializzazioni tecnologiche, e un'Europa del Sud (Spagna, Portogallo, Italia, Grecia), caratterizzata da estrema debolezza tecnologica e crescenti deficit dei saldi commerciali.




La perdita di competitività del nostro Paese
, continua Cavallaro,  nell'industria manifatturiera non ha accennato a ridursi, aggravando lo squilibrio fra la crescita delle esportazioni e quella, assai più sostenuta, delle importazioni.
E non perdiamo solo nei settori high-tech, ma anche in quelli a medio-bassa tecnologia, a conferma che non ci può essere alcun recupero competitivo in questi ultimi fintanto che il sistema economico resta arretrato nei primi.
Nessuna meraviglia, dunque, se nel 2005 la variazione degli investimenti fissi lordi è stata in Italia non solo inferiore a quella europea, ma anche negativa: è piuttosto l'implicazione necessaria delle tendenze di fondo del nostro sistema produttivo, in cui l'effetto cumulato della minore spesa in ricerca e sviluppo ammonta, negli ultimi sei anni, a oltre cinque punti di Pil, l'80% dei quali attribuibili - è bene sottolinearlo - alla minor spesa delle imprese
.

Cavallaro fa anche un piccolo excursus  e dice che durante gli anni '80 e fino alla prima metà degli anni '90, le ripetute svalutazioni della lira hanno consentito alle imprese di azzerare lo svantaggio competitivo accumulato con l'estero. Ma dalla seconda metà degli anni Novanta in poi, con l'ingresso del nostro Paese prima nella banda ristretta e poi nella moneta unica, il giochetto è diventato impossibile e l'unico rimedio che si è trovato è stata la precarizzazione del lavoro, in modo da recuperare sul versante del suo costo d'uso i margini di profitto erosi dalla minore competitività dei nostri prodotti.

Si è innescata così una spirale perversa e potenzialmente senza fine: non c'è riduzione dei costi che possa reggere alla morsa dell'apprezzamento dell'euro, da un lato, e dei salari da fame dei paesi emergenti, dall'altro. E se non si aggredisce il perverso intreccio fra un sistema di imprese gestito su base familistica e votato alla nicchia o alle rendite da monopolio e una congerie di politiche pubbliche sostanzialmente accomodanti (a cominciare dai finanziamenti a pioggia), ci si ritroverà volenti o nolenti a stare al governo solamente per contrattare quanta e quale precarietà infliggere al lavoro salariato. Prova ne sia che, dopo essere state gratificate dieci anni fa dal pacchetto Treu, quattro anni fa dalla legge 30 e un anno fa dalla riduzione del cuneo fiscale, le nostre imprese, per bocca dei giornali di cui sono proprietarie, hanno plaudito all'ennesima "prova di responsabilità" del sindacato confederale, che - novello Pangloss - ha sottoscritto e perfino rivendicato un accordo che detassa gli straordinari e renderà possibile perpetuare ad libitum i contratti a termine. Il tutto mentre negli ultimi cinque anni le retribuzioni medie dei lavoratori sono scese di dieci punti percentuali, come emerso dalla ricerca dell'Ires-Cgil di cui dava notizia questo giornale il 20 novembre scorso.

Cavallaro riassume anche tutta la rassegnazione rabbiosa di molti che a sinistra sopportano i luoghi comuni del neocentrismo e termina dicendo che precarizzazione del lavoro e compressione salariale, conviene rimarcarlo, sono semplici equivalenti funzionali delle svalutazioni competitive, come tali destinate ad essere vanificate in tempi sempre più brevi per essere rimpiazzate da nuove e analoghe richieste. A sostegno delle quali, naturalmente, ci verranno spacciate per analisi incontrovertibili le stesse identiche chiacchiere che da un pezzo si leggono sui giornali e si odono nei salotti televisivi. Eminenti professori spiegheranno che la colpa della nostra specializzazione produttiva è della scarsa formazione dei nostri lavoratori (come se un ingegnere nucleare potesse trovare un posto di lavoro in una società dedita alla pastorizia). Illustri esperti pontificherano sulla necessità di privatizzare quel poco che è rimasto in mano pubblica e ridurre a tappe forzate il nostro debito (come se non si potesse puntare sulla stabilizzazione del debito pubblico in rapporto al Pil e destinare il sovrappiù di risorse così ottenuto ad interventi di politica industriale volti a modernizzare la nostra struttura produttiva). Autorevoli sindacalisti magnificheranno i vantaggi della riduzione delle tasse ai lavoratori (come se cento euro in più di busta paga potessero ripagarli dei servizi pubblici che bisognerà tagliare per finanziare lo sgravio fiscale). E illuminati editorialisti elogeranno tutto ciò come sinonimo di svecchiamento culturale e capacità di innovazione politica.

Il dibattito a sinistra è come organizzare una base (che c’è e ce lo ha detto la manifestazione del 20 Ottobre) ed elaborare una strategia sociale collegate a questa analisi.  

Pubblicato il 24/11/2007 alle 15.55 nella rubrica Diario.

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