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Politica industriale e comunisti

Un post del buon Mario si collega polemicamente al mio sunto dell'articolo di Luigi Cavallaro sul Manifesto di qualche giorno fa. Mario si domanda giustamente (in relazione all'ipotesi di cambiare la politica industriale del nostro paese) a fronte di un contesto economico che ama la deregolamentazione e la flessibilità, chi dovrebbe guidare questo processo?
La seconda è: a vantaggio di chi e, cosa non secondaria, secondo quale ordine gerarchico di interessi?



Per rispondere a queste domande, bisogna fare una premessa : i comunisti debbono partire da un'analisi delle circostanze storiche concrete nelle quali si trovano ed elaborare progetti e strategie a partire da queste analisi. L'idea di cambiamento di politica industriale parte dal presupposto che l'ambito di azione di partiti e forze lavoratrici presenti in Italia sia ancora prevalentemente un ambito nazionale. In attesa di costituire reti, alleanze, soggetti, istituzioni che rappresentino i lavoratori a livello globale ed abbiano un'incidenza operativa (ricordo che la tanto detestata Cgil ha un ruolo di traino nel tentativo di dare maggiore unità d'azione al resto dei sindacati europei), bisogna esplorare le opportunità di lotta a livello nazionale e sperare che tali opportunità esistano. Gli economisti che fanno elaborazione in questo senso ritengono che sia possibile giocare sui tempi della globalizzazione e dunque cercare di contrastarla/regolarla/gestirla con risultati più efficaci. Gli esempi seguiti sono quelle democrazie che in Europa meglio hanno conservato il proprio Welfare a fronte delle dinamiche della globalizzazione e delle innovazioni tecnologiche.Ciò non toglie  che bisogna prepararsi anche ad una situazione in cui gli effetti congiunti della globalizzazione e delle innovazioni dispiegheranno tutti i loro destrutturanti effetti.
Nel frattempo ogni guerra ha diversi fronti e diverse strategie che si sovrappongono ed interagiscono. Quindi va perseguito anche questo indirizzo, che si integra bene con la resistenza (laddove ci sia) dei lavoratori alla precarizzazione e ai bassi salari, giacchè ne costituisce la parte propositiva. La risposta a chi sia l'attore di questa strategia è la seguente : lo Stato deve promuovere una politica industriale, un partito comunista deve dare questo ruolo allo Stato sulla base della resistenza dei lavoratori a politiche deflazionistiche. Dunque si deve partire sempre dalla resistenza nei luoghi di lavoro. Ma questa resistenza lungi dall'essere fine a se stessa (come in prospettive più massimalistiche) ha quanto meno una proposta fattibile, almeno in linea di principio.

Pubblicato il 26/11/2007 alle 16.31 nella rubrica Politica.

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