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Marx : il rapporto di equivalente nell’espressione di valore

 

Chiedo pazienza a chi ha la sventura di leggere questi scritti che vanno verso forme astratte di espressione. E invito se possibile a provare a leggere. Le domande che Marx si pone sono : cosa succede quando le cose sono considerate come merci ? In base a cosa le cose sono scambiate come merci ? Come esprimiamo in forma scritta lo scambio ? E cosa implica la riflessione sul complesso dei simboli che usiamo per esprimere il processo dello scambio ? Forse più avanti vedremo quali sono le forze, quali i bisogni e i desideri che stanno dietro lo scambio e dietro la scrittura che esprime lo scambio. Si tratta del mistero del bisogno, del desiderio, delle diverse prospettive e dei diversi contesti che stanno dietro ai rapporti tra esseri umani.



 

Una merce A (la tela), esprimendo il proprio valore nel valore d’uso di una merce B (l’abito) di genere differente, imprime a quest’ultima anche una peculiare forma di valore, quella dell’equivalente. La merce “tela” mette in luce il proprio essere valore per il fatto che l’abito, senza assumere una forma di valore differente dalla sua forma di corpo, le equivale. Dunque la tela esprime effettivamente il suo proprio essere valore per il fatto che l’abito è immediatamente scambiabile con essa. La forma di equivalente di una merce è di conseguenza la forma della sua immediata scambiabilità con altra merce.

Se un genere di merci (come abito) serve di equivalente ad altro genere di merci, come tela, e quindi gli abiti ricevono la proprietà caratteristica di trovarsi in forma immediatamente scambiabile con la tela, questo non vuol dire affatto che sia data in qualche modo la proporzione nella quale abiti e tela sono interscambiabili. Questa proporzione, poiché la grandezza di valore della tela è data, dipende dalla grandezza di valore degli abiti. Che l’abito sia espresso come equivalente e la tela come valore relativo o viceversa, la sua grandezza di valore rimane determinata prima o poi dal tempo di lavoro necessario per la sua produzione, quindi è determinata in maniera indipendente dalla sua forma di valore. Ma appena il genere di merce “abito” prende nell’espressione di valore il posto di equivalente, la sua grandezza di valore non riceve nessuna espressione come grandezza di valore. Ma figura anzi  nell’equazione di valore solo come quantità determinata di una cosa.

Ad es. quaranta braccia di tela valgono due abiti. Poiché il genere di merci “abito” qui rappresenta la parte dell’equivalente ed il valore d’uso “abito” conta come corpo di valore in confronto alla tela, basterà una determinata quantità di abiti per esprimere una determinata quantità di valore di tela. Due abiti  possono quindi esprimere la grandezza di valore di quaranta braccia di tela, ma non possono mai esprimere la loro propria grandezza di valore, la grandezza di valori di abiti.

La comprensione superficiale del dato di fatto che l’equivalente possiede nell’equazione di valore sempre e soltanto la forma di una quantità semplice di una cosa, di un valore d’uso ha fuorviato il Bailey facendogli vedere nell’espressione di valore un rapporto solo quantitativo. Al contrario la forma di equivalente di una merce non contiene nessuna determinazione quantitativa di valore.

 

 

 

Marx argomenta che la comparazione tra tela ed abito è basata sulla misura della grandezza di valore di tela ed abito indipendentemente l’una dall’altro (sulla base del lavoro in essi contenuto). Non c’è perciò una  merce che faccia da paradigma : il paradigma si trova ad un altro livello (è il lavoro). Quando una merce assume la forma di equivalente di un’altra merce è come la sua grandezza di valore rimanesse occultata, in quanto essa diventa unità di misura nell’equazione di valore. Ovviamente il rapporto è immediatamente rovesciabile, perché l’unità di misura è una merce e ciò dà l’impressione che tale occultamento non ci sia, perché nell’equazione di valore è espresso anche il valore relativo della merce che viene usata come unità di misura. In  40 braccia di tela = 2 abiti c’è il valore relativo di entrambe le merci, entrambe le merci hanno forma di equivalente ed entrambe sono valutate mediante l’equivalente. La funzione assunta da ciascuna merce nell’equazione dipende dall’intenzione di chi la interpreta. Marx questo aspetto non sembra valutarlo correttamente : egli dice che Bailey sbaglia, ma in realtà Bailey ha ragione nel vedere un rapporto quantitativo nell’espressione di valore, e la quantità espressa nell’equivalente è semplicemente il valore relativo di quest’ultimo rispetto all’altra merce. Il fatto che questo rapporto quantitativo non sia puro è dato dal fatto che si tratta di cose che misurano altre cose e che non v’è una merce che faccia univocamente da misura per tutte le altre e dunque non v’è una merce le cui proprietà e la cui grandezza di valore vengano in qualche maniera rimosse, affinchè essa sia unicamente ciò di cui tutte le altre merci sono funzione. Marx forse concentra la sua attenzione sull’interpretazione che di volta in volta si dà dell’espressione di valore, cioè del fatto che una merce diventa equivalente e misura dell’altra merce, per cui il suo valore relativo è solo la quantità dell’altra merce che va misurata mentre la sua grandezza di valore effettiva è vieppiù occultata nelle quantità comparate. Tuttavia qui il fatto che la grandezza di valore sia data dal lavoro è comunque un presupposto a sua volta non dimostrato, il rapporto tra merci potrebbe essere spiegato facendo riferimento ad altre variabili che non siano il lavoro. Forse sarà necessario vedere il rapporto tra merci nella sua dinamica (lo scambio, in questo caso il baratto) e nel suo contesto (il mercato) con il quale possiamo pensare ci sia una interazione più che una determinazione univoca da parte della relazione unitaria verso l’insieme delle relazioni di scambio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pubblicato il 3/12/2007 alle 11.11 nella rubrica Comunismo.

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