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Italia e Danimarca

In un post precedente dove citavo la critica di Emiliano Brancaccio al Prof Ichino in un articolo di "Liberazione" di qualche tempo fa c'è stata una piccola discussione dove il buon Titollo ha così esposto le sue tesi : "1) fra Italia e DK ci in primo luogo differenze sostanziali nella struttura produttiva ed educativa, che non sono elementi indipendenti dal design giuslavoristico che si vuole scegliere. In secondo luogo in Italia il mercato del lavoro presenta diseguaglianze (per età, sesso, regione, durata, livelli di tutela, livelli di legalità) che la DK non ha. Di solito a problemi diversi si risponde con strumenti diversi. Già questo basterebbe per mettere in soffitta la flexsecurity.

2) La flexsecurity, by definition, è una combinazione di elevata flessibilità in entrata/uscita dal lavoro ed elevata protezione sociale. Io ho solamente chiesto se è davvero auspicabile avere una società in cui gli individui sono obbligati a saltare da un lavoro ad un altro, secondo il giudizio insindacabile delle imprese e dal mercato, due variabili fuori dal controllo democratico (le scelte strategiche di una azienda vengono prese dal suo management, non dal Parlamento o dai lavoratori che vi sono occupati). E' una questione di filosofia sociale.

3) non capisco questo continuo richiamo al reddito di cittadinanza, che è un provvedimento che non c'entra nulla con il lavoro: esso è solo un reddito monetario a cui hanno diritto tutti i cittadini che non hanno altre forme di guadagno (reddito da lavoro, indennità di disoccupazione di breve o lunga durata, borsa di studio, ...), indipendentemente dalla propria condizione di ex-lavoratore. In Italia ci sono le suore, i preti e il volontariato (ovvero la generosa carità) a prendersi in carico gli indigenti. Nei Paesi civili è la società, attraverso lo Stato, a farsi carico di queste situazioni di difficoltà (ovvero la solidarietà sociale) per permettere a ciascuno di essere considerato un cittadino come tutti gli altri. Riassunto con uno slogan, in Italia si aiuta chi resta indietro, in Scandinavia si lavora affinchè nessuno resti indietro.


Poi ha aggiunto : "Ammetto di essere un po' retrò e di faticare a sintonizzarmi su questa logica compensativa che sta facendo proseliti pure in aree politiche impensabili. Da buon socialdemocratico ho sempre pensato che il compito dello Stato fosse quello di far lavorare più persone possibili e nelle migliori condizioni (Piena e buona occupazione, si diceva). Il fatto che questo compito sia stato ormai quasi completamente delegato al mercato (credo con la convinzione, assai ideologica, che il mercato sia una istituzione in grado di allocare sempre in modo ottimale le risorse) dà l'idea della regressione politico-culturale che si è avuta negli ultimi 20 anni.
Non giova all'Italia il fatto di avere un partito sedicente riformista che ormai da tempo si è consegnato al nemico, senza condizioni. Ma nemmeno una sedicente sinistra radicale che da anni ha impostato un dibattito sugli strumenti (art.18, legge Biagi, ...) invece che sugli obiettivi, finendo per ritagliarsi il non-piacevole ruolo di retroguardia politica. Il fatto che le opinioni più eterodosse provengano da Luciano Gallino o Paolo Leon, due che marxisti non lo sono mai stati e che provengono dalla sinistra liberale d'ispirazione anglosassone, la dice lunga sulla disastrosa situazione in cui versa il dibattito politico italiano.
"






Credo che sia giusto e opportuno rispondere a questa provocazione intellettuale :
A) Inizialmente una precisazione : non intendo propagandare la flexicurity danese, anche perchè ho ospitato una citazione di un economista che è perplesso proprio sulla possibilità di importare un modello del genere. E tuttavia ho sostenuto più volte l'opportunità di adottare il reddito di cittadinanza e di essere disposto in cambio di una ricezione a livello costituzionale di tale strumento a cedere sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ma questo non mi sembra in maniera immediata l'adozione di un modello di flexicurity sul tipo di quello danese.

B) Oltre all'articolo 18 in Italia, quali sono gli strumenti che impediscano o controllino la facoltà delle imprese di assumere e licenziare ? Cioè, per il tuo auspicio di filosofia sociale c'è un esempio attuale o un progetto di politica economica che lo renda concreto ?  La politica della piena occupazione quali concrete possibilità ha di farsi strada se non rendendo più precario e/o mal pagato il lavoro ?

C) Quando si parla di reddito di cittadinanza non ci si rende conto che esso è una famiglia di strumenti o meglio una famiglia di diverse ipotesi, per cui definirlo in maniera schematica (perchè si condivide la definizione di uno o di un altro) non contribuisce granchè alla discussione. Per una trattazione più completa rinvio al mio articolo sulla Rivista telematica "Crisieconflitti", dove ipotizzo (ma lo ha fatto il giuslavorista Bronzini prima di me) che il reddito di cittadinanza possa essere la componente minima di una più ampia famiglia di redditi quali indennità di disoccupazione e pensioni.

D) Affidare l'aiuto gli indigenti a Chiesa e volontariato ti sembra una soluzione sostenibile nel lungo periodo ? Ma allora perchè ci si lamenta del fatto che la Chiesa pretenda (ed abbia conforto dalla maggioranza delle forze politiche) di mettere bocca in quelle che la cultura laica considera scelte personali degli individui ? Se la Chiesa gestisce una così larga parte dei processi di riproduzione sociale perchè negarle la valenza di soggetto politico ed istituzionale, perchè a coloro che aiuta essa non può chiedere esplicitamente un'adesione ideologico-politica che riguardi anche gli stili di vita ? Il reddito di cittadinanza potrebbe invece essere uno strumento per rimodulare lo Stato sociale e per affrancare l'assistenza dall'oligopolio di marca religiosa.

E) Se negli Stati scandinavi, come tu stesso dici è lo Stato a farsi carico delle situazioni di difficoltà, anche in Scandinavia si aiuta chi è rimasto indietro, non è che si riduca tutto alla politica attiva del lavoro. Il problema è chi e come lo si fa.  Certo, negli ultimi 20 anni c'è stato un arretramento, ma c'è anche una oggettiva difficoltà di riprodurre il lavoro salariato anche nelle forme legate all'intervento dello Stato (su questo ti rimando agli scritti di Giovanni Mazzetti)

F) Cosa più importante, non condivido del tutto il fatto che si metta il lavoro al centro della società e si consideri la solidarietà un momento di elemosina o di aiuto condizionato al più rapido reinserimento lavorativo. Perciò credo che il reddito di cittadinanza vada reinterpretato e collegato anche alla scelta del non-lavoro. Non lo faccio solo sulla scia delle teorie legate al Negri e/o al Settantasette, ma sulla base della critica fatta da Marx al programma di Gotha. E non è un caso che Oskar Lange abbia elaborato una tesi (che rientra nella famiglia delle ipotesi sul reddito di cittadinanza) che poi è stata fatta propria dal keynesiano Meade.

G) Quanto alla questione dell'insistenza sugli strumenti e non sugli obiettivi, io sono del parere che la questione degli strumenti sia la questione di come si riescano a conciliare diversi obiettivi e diversi valori e dunque non è fuorviante rispetto alla discussione sugli obiettivi stessi. Sarebbe interessante sapere come tu ritenga che si possano perseguire gli stessi obiettivi attraverso diversi strumenti.

Pubblicato il 18/12/2007 alle 13.24 nella rubrica Diario.

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