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Globalizzazione sì, Globalizzazione no :la critica di Hirst e Thompson

Hirst e Thompson sono dei critici radicali dell'idea di globalizzazione come stadio originario del capitalismo e della sua applicabilità per quel che è avvenuto negli anni recenti.
Essi costruiscono due idealtipi : da un lato un'economia internazionale, dall'altra un'economia autenticamente globale. Il mondo delle economie internazionali è un mondo di interdipendenze dove le nazioni continuano però ad essere gli agenti principali. Il commercio è specializzato per aree nazionali e perciò esiste una divisione internazionale del lavoro. In un'economia del genere crescono e maturano imprese multinazionali, che hanno base, cuore e testa ancora nazionali : una percentuale rilevante della produzione e dello smercio avviene ancora nel territorio di origine. Si può rendere più realistico il quadro, specificando che i veri soggetti dell'economia internazionale di oggi sono alcune poche grandi nazioni e sostituendo all'aggettivo nazionale quello di regionale con riferimento alle aree della Triade.
Nel caso del mondo del capitalismo globale le cose stanno in modo opposto. Lo spazio in cui si svolgono produzione e commercio, e lo stesso mercato del lavoro, è oramai immediatamente planetario. Non si ha divisione, ma diffusione del lavoro, perchè le stesse merci sono fabbricate e vendute in ogni angolo della terra. Il processo economico non ha più un legame forte con nessun luogo : le imprese sono transnazionali ed hanno perso materialità, spiritualizzandosi come il capitale finanziario di cui inseguono la mobilità perfetta divenendo sempre più flessibili. Le classi sono scomparse, dissolte nell'individualismo atomistico e le imprese individuali, viste come organismi dove la partecipazione dei lavoratori cancella ogni loro esistenza autonoma, non sono altro che questi atomi che il mercato mette in comunicazione anonima.

(Riccardo Bellofiore)



E' necessario ribadire che il secondo scenario è uno scenario ideale, ma è anche necessario sottolineare che l'economia mondiale non è più nemmeno quella del primo scenario.
Gli Stati sono sicuramente attori economici importanti, ma non è detto che siano gli attori più importanti, o meglio non è detto che pur essendo gli attori più importanti riescano a regolare o a frenare l'accumulazione mondiale di capitale e la circolazione mondiale delle merci.
Tuttavia la tesi di Bellofiore può essere quella per cui si può ancora pensare di fare politiche economiche in senso forte. Allora bisogna chiedersi : quanto gli Stati stanno favorendo con i loro accordi la perdita della loro capacità di intervento ? Questi processi se verificati sono  dovuti alla competizione tra Stati ? Alla corruzione delle loro classi politiche da parte del capitale ? Cosa può fare uno Stato che voglia mantenere il proprio Welfare senza ricorrere a politiche imperialistiche verso altri popoli o aggressive nei confronti di altri Stati ?
Per rispondere a quest'ultima domanda forse sarebbe necessario studiare l'impatto dei processi di globalizzazione sulle politiche economiche delle democrazie scandinave.

Pubblicato il 6/1/2008 alle 18.35 nella rubrica Comunismo.

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