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Globalizzazione sì, Globalizzazione no : quote di mercato e bilance commerciali

E' nei decenni della crisi dopo l'abbandono del sistema di Bretton Woods che si assiste alla dislocazione di parte dell'attività manifatturiera in nuove aree (es. del Sud-Est asiatico). Alcuni vedono un'anticipazione di quello che succederà anche altrove, ovvero una penetrazione crescente dei paesi di nuova industrializzazione nei cercati dei paesi più avanzati, foriera di disoccupazione. Come ricorda John Eatwell la quota di mercato dei paesi di nuova industrializzazione è cresciuta dal 2% del 1980 al 4% del 1993 e se ci si limita al settore manifatturiero le importazioni dai paesi di prima industrializzazione ha raggiunto il 10%. Il fenomeno è reale e segnala l'efficacia di politiche attive quali quelle della Corea del Sud che hanno stimolato l'accumulazione interna, con controlli dei prezzi e il razionamento del credito. Altrettanto reale è il pericolo che ne viene all'occupazione in quei settori aperti al commercio internazionale e che competono sul prezzo e si basano su una manodopera di bassa qualificazione. Ma tutto ciò non ha niente a che fare con la asserita globalizzazione della produzione, nè è responsabile al momento di un aumento complessivo della disoccupazione nei paesi del G7. E' ancora Eatwell a chiarire che la bilancia commerciale complessiva tra paesi di vecchia e nuova industrializzazione all'inizio degli anni Novanta è più equilibrata di quanto non fosse alla fine degli anni Sessanta. La ragione è costituita dal fatto che i mercati dei paesi in via di industrializzazione sono i più dinamici ed è dunque lì che le multinazionali della Triade (Usa, Europa, Giappone) trovano più facile smercio. La situazione è in rapido deterioramento, ma il motivo principale sembra costituito dalla bassa crescita che caratterizza i paesi più avanzati, non dalla elevata crescita dei paesi di nuova industrializzazione.

(Riccardo Bellofiore)





La tesi per cui non c'è relazione tra disoccupazione strutturale e dislocazione dell'attività manifatturiera è anche di Krugman. In parte è vera (soprattutto nel 1998), ma ciò non vuol dire che gli effetti di tale dislocazione non si sono poi dispiegati nel corso del tempo e soprattutto in Italia dove l'attività industriale è tale da subire la concorrenza dei Pvs.
Quanto alle quote di mercato (in tal caso presupponiamo che la statistiche indirettamente ci diano indicazioni anche sull'andamento dei Paesi in via di sviluppo), per quel che riguarda l'esportazione di beni e servizi i cosiddetti paesi industrializzati in dieci anni (dal 1994 al 2004) sono scesi dal 77,1% al 69,1%, il G7 dal 48,4 al 40,4%, la zona Euro dal 37,9 al 29,7%, mentre l'Asia escludendo le Tigri ed il Giappone è salita dall'8% al 12%.. Il fatto è che i Pvs sono a loro volta molto differenziati al loro interno (L'Africa e il Sudamerica sono sostanzialmente fermi), Cina e India possono danneggiare anche i Pvs loro concorrenti ed attualmente in corsa sono soprattutto i paesi produttori di petrolio (L'Arabia Saudita ha un saldo commerciale attivo considerevole, così pure gli Emirati ed il Kuwait).
Quindi la tesi di Bellofiore va almeno modificata, dicendo che i Pvs sono molto più coinvolti nel commercio internazionale di beni e servizi ma in maniera diseguale e non necessariamente virtuosa.

Pubblicato il 28/1/2008 alle 15.30 nella rubrica Comunismo.

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