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I perchè della precarietà (risposta ad Etienne64)

  Etienne64, che è del mestiere, ha fatto le seguenti osservazioni sulla questione del precariato :

1)  Chi crea ricchezza sono le imprese e senza di quelle tutti fanno la fame. Sicché, massacrare in continuazione le imprese genera sicuramente un effetto deleterio: la volontà delle imprese di scappare. E oggi scappare dove si sta più in pace è senz'altro possibile e conveniente.
La Treu, sostanzialmente, a parte il lavoro interinale (uno dei miti più sbugiardati degli ultimi 10 anni) si era limitata a porre rimedio ad alcuna situazioni grottesche che andavano solo a favore dei lestofanti (per tutte, la conversione del contratto a termine per sfondamento di un giorno).

2) Il vero problema della flessibilità non è l'aspetto strettamente economico, ma quello di adattare il contratto di lavoro ad una specifica relata lavorativa. Gli è che il modello dell'operaio che lavora nella grande fabbrica manifatturiera è stato invece assunto a modello per ogni possibile rapporto di lavoro, dimenticando il fatto fondamentale che, invece, un sacco di gente lavora in contesti sostanzialmente irriducibili alla fabbrica di automobili. Prestare attenzione alle istanze padronali su questo aspetto non è sol furbizia tattica: è intelligenza delle cose.

3) Gli imprenditori non assumono perché costa meno. Gli imprenditori assumo il personale che serve alle loro imprese. Ovviamente, se riescono a risparmiare sono più contenti, ma il problema primario è quello organizzativo. E la prassi assai diffusa dei superminimi anche piuttosto cicci ne è la prova: se un lavoratore vale, sono anche disposto a pagarlo.
Sono i politici che sperano di ottenere consenso adottando degli strumenti che a loro dire dovrebbero determinare un aumento di occupazione.
Le istanze dei padroni possono essere intelligenti per entrambi. Una flessibilizzazione dell'orario può essere conveniente ad entrambe le parti del rapporto. Dipende come è congegnata.
In realtà, chi dimostra la sua insipienza oggi è solo e soltanto il sindacato.

4) La storia dei contratti a termine è l'esempio lampante. La 368 è, per il padronato una legge pericolossisima: quando venne fuori tutti i commenti segnalarono la pericolosità della clausola generale: come sarebbe stata interpretata dalla giurisprudenza?
Il sindacato, però, invece di attaccare come avrebbe potuto (e dovuto) fare è da 7 anni che si lagna della perfidia berlusconiana, ma non spinge nessuno ad agire, anche a fronte di contratti a termine macroscopicamente illegittimi. Infatti, mentre la 230/62 ha riempito i repertori, sulla 368 c'é pochissima giurisprudenza.
Il sindacato ha fatto un bel discorso "politico" (e uso il termine nel senso deteriore) invece di studiare quello che gente come Alleva (giusto per indicare uno ben vicino alla CGIL) scriveva.


5) La storia del precariato poi è l'altra meravigliosa bufala. La Biagi, alla fine, ha semplicemente cercato di riempire alcune nicchie di mercato che con il modello standard di rapporto non venivano fuori grandi cose. Così, l'abolito lavoro a chiamata: solo in casi eccezionali un datore di lavoro può essere interessato a pagare a una persona il 20% (o più) della retribuzione per tenerlo là, in stand by. Però è vero che in taluni casi può essere interessante sia per il alvoratore, sia per il datore di lavoro avere questa opportunità. Alla fine, un mezzuccio che forse avrebbe potuto aumentare diqualche milionesimo di punto l'occupazione. Si presta ad abusi? Si forse. Ma ad evitare abusi ci dovrebbe essere il sindacato.

6) Ancora nel 1970, Persiani notava che il sindacato è necessariamente ambiguo: perché se deve essere rivendicazionista nei confronti della base, i veri vantaggi li ritrae solo dalla contrattazione.
Ora, negare questa natura ambigua è negare la realtà. E limitarsi, per ragioni ormonali, alla pura rivendicazione porta solo a creare una centrale di consenso, non un soggetto efficente. Il fatto che tanta gente strappa la tessera del sindacato e vota Forza Italia deve far riflettere. E dare semplicemnete dei coglioni a chi fa questo significa non voler capire perché ci sono certi moti sociali. Il che non significa approvarli. Ma il prosciutto sugli occhi e negare che certe cose stanno succedendo non serve a niente




Il problema è che se si parte dal concetto che i creatori di ricchezza sono le imprese non andiamo molto lontano. Finiamo semplicemente per dialogare e contrattare con esse da una posizione di debolezza. In realtà la creazione di ricchezza è il risultato di più fattori e quelli decisivi sono i lavoratori. E dunque si deve tenere conto di tutti gli attori in gioco.
Quale che sia il modello di impresa, la precarietà (o flessibilità che dir si voglia) non mi pare una risposta moderna e costruttiva ai problemi specifici che ogni impresa può avere. Mi pare un ritorno indietro, che può essere fatto da qualsiasi sistema paese e che (come ha detto lo stesso Etienne) non provoca un aumento di occupazione degno di questo nome (e del resto l'articolo di Barncaccio lo evidenzia abbastanza)
La flessibilizzazione del tempo di lavoro può essere indirizzata verso l'uso maggiore del part time, ma in primo luogo deve essere una flessibilità agita da entrambi i lati del contratto di lavoro, non deve comportare in maniera nascosta ulteriore sfruttamento della forza-lavoro che non deve dare lo stesso prodotto a tempo di lavoro diversamente organizzato
Non si capisce in che senso la clausola generale della 368/2001 sia pericolosa per il padronato e sarebbe interessante approfondire.
Ma dire che la Biagi serviva solo a riempire qualche nicchia, trascura il fatto che la Biagi intendeva rivedere complessivamente il mercato del lavoro e se non lo ha fatto completamente è stato anche perchè il sindacato per quanto subalterno alla cultura politica che l'aveva creata, ha cercato di indebolirla in sede di contratti collettivi nazionali (è il caso del credito)
Da questo punto di vista il lavoro a chiamata era uno strumento pessimo in quanto non condizionava solo l'orario di lavoro, ma anche i periodi di non-lavoro di uno dei contraenti costituendo un fattore di rigidità oltre che di limitazione della libertà (in pratica si diceva al lavoratore : "attento alle scelte che fai quando non lavori perchè devi essere sempre disponibile nei miei confronti anche se ti dò solo un'elemosina"). Naturalmente è sempre meglio che niente, ma anche la schiavitù è meglio di niente, perchè almeno ti danno da mangiare.
Quanto all'ambiguità del sindacato, è l'ambiguità tra le aspettative che si creano quando si intraprende una lotta ed i risultati conseguiti alla fine della lotta stessa. Questa dialettica tra aspettative e risultati è inevitabile e spesso per ottenere risultati decorosi c'è bisogno di una lotta ad oltranza e di aspettative degne di questo nome. Il contratto non è il compromesso fissato prima della vertenza nelle menti dei gruppi dirigenti. Quando è così non è solo una sconfitta (che è sempre possibile), ma è una resa, una manipolazione della soggettività dei propri rappresentati. C'è il rischio nella vertenza, non certo il rischio di soggettività che non tengono conto dei bisogni materiali dei lavoratori, ma il rischio che ci si assume e che si condivide quando non si vuole arretrare oltre un certo punto perchè si presume, con un certo grado di plausibilità, che oltre non c'è la ritirata dignitosa, ma un piano inclinato.
Infine c'è la possibilità  a mio parere di rapporti più flessibili. Questo però solo a patto di introdurre un paracadute sociale generale come il reddito di cittadinanza. Senza una rete di sicurezza di questo tipo, la felssibilità si traduce quasi sempre in precarietà.

 

 

Pubblicato il 14/2/2008 alle 9.13 nella rubrica Diario.

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