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Un articolo sull'indipendenza del Kosovo di Ennio Remondino

Frequento il Kosovo ed il suo peggio da più di 10 anni. Gli sgherri di Milosevic e quelli dell'Uck, banditi che rappresentavano lo Stato e banditi che si sono fatti Stato, le bombe umanitarie della Nato e i risultati disumani delle bombe.
Ho visto le identità nazionali farsi nazionalismo e le nazioni imporre il loro Stato alle nazioni perdenti. Ho visto l'ingerenza umanitaria che diventa aggressione contro una parte sofferente, ho visto le sofferenze da esaltare perché utili al consenso e ho visto le sofferenze da occultare perché imbarazzanti. Accademia di cinismo internazionale irripetibile, il Kosovo, di cui sono stato, con Tommaso Di Francesco, uno dei molti narratori. Cronache di una catastrofe annunciata, destinate a perdersi nella opinabilità della lettura dei fatti e delle opinioni politiche sospette. Salvo che le riflessioni non vengano da fonti culturali terze, alte, e coincidano sorprendemente coi fatti.
La contraddizione, per esempio, tra nazionalità e Stato. «La nazionalità è un valore caldo: lingua, consuetudini, canzoni, paesaggi, cibi. Lo Stato è un valore freddo: leggi, regole, sicurezza e assistenza sociale. Si amano i valori caldi, ci si commuove per una canzone natia, non per un articolo di codice. Ma è quest'ultimo che permette ad ognuno di cantare, commuovendosi, le sue canzoni». Lo ha scritto lunedì scorso sul Corriere, Claudio Magris, intellettuale e uomo di cultura che i Balcani li possiede in modo naturale, come lo scorrere delle acque poderose del Danubio, ma con parole in grado di travolgere tutto.
Parole lisce, quelle di Magris, parole chirurgiche, che incidono a fondo. «La vergognosa guerra del Kosovo», per esempio. Un'Italia bugiarda (e non solo lei) aveva negato di voler sottrarre alla Serbia quel territorio sapendo, in realtà, di correre in «Soccorso dei vincitori». Leggo Magris e trovo il Kosovo delle mie inquiete frequentazioni, specchio all'incontrario di quel Kosovo che vedo raccontato e progettato da una politica internazionale paranoica e bugiarda.
La «nazionalità calda» di cui parla Magris la ritrovo nelle viscere della serbitudine silenziosa e arrabbiata del cine operatore storico di Rai-Balcani, Miki Stojicic. Lui che la sua lingua la mischia ad un buon inglese e ad un decente italiano, lui che le consuetudini antiche le contesta dal suo primo codino, un'era fa, ora grigio e rado, lui che le canzoni popolari serbe non le canta, ma te le fa ascoltare, lui che i paesaggi li vive attraverso la loop di una telecamera e i cibi li consuma per alimentarsi. Ovviamente la carne serba è la migliore del mondo.
I valori caldi di matrice kosovaro albanese li conosco in parte attraverso Ilir, l'interprete e assistente che affianca Miki. In pubblico parlano tra loro in italiano, in privato, torna il vecchio «jugoslavo» in versione meridionale. Ilir la sua identità nazionale «calda» la traduce nel parlare delle sue speranze di lavoro e prosperità nel trevigiano dei suoi dieci anni da migrante. Recentemente nel ritrovarsi nella tradizione laicamente maomettana della famiglia, cui concede l'eccezione del bicchiere di vino ma non quella di un piatto di maiale.
I «valori caldi» che invece fanno davvero paura sono quelli attorno. Sono quelli dei serbi di trincea, a Kosovska Mitrovica, dove la simpatia per noi italiani sta evaporando assieme alle speranze. Quelli dei serbi delle enclavi etniche grandi o piccole che si sanno condannati alla migrazione. I valori «caldi» albanesi che mi fanno paura sono quelli dell'ultima fila Uck, partigiani del 26 aprile, che aspettano soltanto l'occasione e l'ordine atteso per sfogare le loro frustrazioni nella violenza. Mi fa paura il carnevale perbenistico di una dirigenza politica mascherata in doppiopetto.
Ovviamente in Kosovo, uno cerca anche lo Stato. Torno a Magris e leggo: «Lo Stato è un valore freddo: leggi, regole, sicurezza e assistenza sociale». Leggi. Quali leggi? La legge del più forte, la legge del Canun, la legge della Jungla, le legge dei Clan criminali che si spartiscono territorio ed elettorato? Dov'è la legge in Kosovo, dopo 9 anni di lauta amministrazione internazionale Onu? Se c'è, io non l'ho vista. Qualche regole, forse, dopo 9 anni di fastosa missione internazionale Onu.
Ma quale regola varrà lunedì prossimo? La risoluzione Onu 1244, messa come cappello successivo ai bombardamenti Nato? La risoluzione premette che il territorio del Kosovo fa parte della Serbia, ma la premessa non farebbe parte dei contenuti, sentenzia qualche audace leguleio. Come un titolo di giornale non fa necessariamente parte del contenuto dell'articolo. La regola con l'eccezione incorporata, quindi. Se la regola è l'Onu, cosa c'entra l'Unione europea che sta arrivando? Qualcuno immagina una prossima risoluzione del Consiglio di Sicurezza in proposito col voto di Russia e Cina?
Sul concetto di «Stato freddo», il mio Kosovo parla attraverso le mille diversità della missione internazionale. I militari Nato, innanzitutto, che è noto, non parlano di politica né discutono gli ordini. Gli ordini però devono riuscire a capirli.
I militari di oggi sono colti e intelligenti. Sono gli ordini, spesso, ad essere cretini. I militari che non parlano però pensano, preoccupati di trovarsi di fronte ad ordini arzigogolati e incerti. I civili dell'amministrazione Unmik, obbligati alla riservatezza, restano civili e se non parlano, scrivono. Rapporto su criminalità organizzata e corruzione in Kosovo. La sintesi è che il fenomeno non può essere contrastato in quanto monopolio dell'attuale classe politica cui stiamo per affidare l'autogoverno, anzi l'indipendenza, perdipiù proclamata unilateralmente.
Lo «Stato freddo» che non c'è, non suscita evidentemente reazioni, calde o fredde, della politica internazionale e delle cancellerie. Aspettiamo tutti a commuoverci, in monda visione, per il nuovo inno nazionale kosovaro albanese che sentiremo per la prima volta domenica 17, lasciando al dopo la noia dei «codici freddi». Anche se, in assenza di quei «codici freddi», nel nuovo Kosovo non tutti saranno liberi di cantare, commuovendosi, le loro canzoni.

(Ennio Remondino)

Pubblicato il 17/2/2008 alle 12.36 nella rubrica Politica.

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