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La funzione delle privatizzazioni mondiali

 Se guardiamo ilcalcolo dell'andamento del Pil effettuato sui 176 paesi recensiti dal Fondo monetario ("The Emperor Has No Growth: Declining Economic Growth Rates in the Era of Globalization", di Mark Weisbrot, Robert Naiman e Joyce Kim, Center for Economic Policy Research, Ottobre 2000) vediamo che per l'insieme dei suddetti 176 paesi il Pil procapite è aumentato del 33% nel periodo 'liberista' 1980-'99 contro l'83% del periodo 'dirigista' 1960-'79. Per ciò che riguarda i paesi della periferia, nel periodo 'liberista' l'andamento del Pil procapite è stato negativo per l'Africa subsahariana e per i paesi arabi, mentre era positivo per ambedue le zone nel ventennio 1960-'79. In America latina il Pil per abitante è cresciuto del 75% nel primo ventennio e appena del 6% nell'ultimo. Solo l'Asia orientale, la cui popolazione è per oltre l'80% concentrata in Cina, ha esibito una crescita molte volte superiore a quella del primo ventennio. Così la dinamica dell'idolatrato Pil è in controcorrente rispetto al rallentamento generale proprio nel paese che applica le regole molto a modo suo. Contrariamente alle fandonie vendute da personaggi come Ruggiero.
Benché privo di serie dimensioni qualitative il concetto di Pil - e soprattutto di Pil procapite - è importante per il capitalismo in quanto esprime confusamente la dinamica del reddito su cui si potrebbero realizzare dei profitti. La stagnazione del Pil capitalistico innesca invece un meccanismo in cui i profitti vengono ricercati nella circolazione finanziaria e nella rivalutazione degli attivi finanziari. Questo è il vero senso della privatizzazione globale. Tuttavia tali processi non rilanciano la dinamica del Pil capitalistico, anzi la indeboliscono ulteriormente perché comprimono la domanda globale. Nei centri motori del capitalismo cresce pertanto l'urgenza di accaparrarsi ulteriori fette di reddito corrente e di patrimoni pubblici allo scopo di trasformarli in attivi finanziari. Il processo per cui oggi in Gran Bretagna le tasse dei cittadini vengono spese dal governo per sostenere il valore delle azioni delle ferrovie privatizzate, piuttosto che in investimenti diretti in quel disastrato settore, è lo stesso di quello che ha portato alla crisi delle Aerolineas Argentinas, nel passato una delle più efficienti compagnie del continente sudamericano.
Spesso e volentieri le privatizzazioni disarticolano la funzionalità tecnica delle società. Queste ultime devono soprattutto creare rendite finanziarie invece di rinnovare, mettiamo, i binari. Da sole però non ce la fanno e lo stato deve convogliarvi parte del gettito fiscale erogato dai cittadini. La crisi dell'accumulazione reale apertasi negli anni settanta sta trasformando il capitalismo in un sistema di accumulazione per tributi. Ciò comporta un allontamento degli interessi dei potentati economici dall'accumulazione reale tipo anni sessanta. In questo senso è vero che non vi è più spazio per politiche keynesiane che ipotizzavano una compatibilità fondamentale tra piena occupazione, stato sociale e capitalismo. Inoltre, pur non innescando un meccanismo di accumulazione reale sostenuta, la deflazione permanente - connessa alla valorizzazione finanziaria - sbaraglia il lavoro dipendente, lo trasforma in una miriade di lavori in subappalto e fa balenare ai detentori di ricchezza monetaria la possibilità di eliminare definitivamente le classi sociali antagoniste riducendole a moltitudini disgregate. Mica male!

(Joseph Halevi)

Pubblicato il 22/2/2008 alle 12.39 nella rubrica Politica.

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